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mercoledì 21 giugno 2017

La corte del Nespresso

A volte l’età trasforma in qualcosa di nuovo, che diviene interessante per ciò che vale e allora ci si chiede se si invecchia o ci si trasforma, ma lascio a chi sa di filosofia la questione.

E’ stato per un puro caso che mi sono ritrovato nella cucina della Betta Bettina a sorseggiare un Nespresso, soppesando i silenzi e le parole.
Non nego di provare per lei ancora un’attrazione fisica intensissima, ma in un momento di rinsavimento ho pensato che questa doveva rimanere sullo sfondo, lasciando che uscisse il suo male di vivere, o almeno quelle poche gocce che lei lascia trafilare, perché il conflitto, la guerra sanguinosa che vive interiormente, è davvero sterminante.

Posto che non sono la persona più adatta, per fama e per passato, a dare consigli su cosa si deve fare, mi sono limitato ad ascoltarla per quel poco che ha detto e non sono mai intervenuto.
Abbiamo confortevolmente condiviso un silenzio molto lungo e poi le ho chiesto se, passando previa telefonata, sarei nuovamente stato omaggiato di un Nespresso.

Un sorriso caldo e triste dei suoi e un abbraccio penso volessero dire sì.
Con la Betta si fa i seri, raga.

Spiacevole

Eh no cazzo, questo no, su, è davvero surreale, non ci posso stare, non posso piegarmi a queste bassezze dell’intelletto, a questa vuotezza mentale persino esilarante, no, ma manco morto, sorry. Perché passi che mi sfrugugni l’ultima suinetta che IO ho trafugato, passi che me lo sento dire da lei solamente che siete assieme (rido!), passi che lo sapevi che me la traforavo IO e che se si è fatto un giochino di squadra non vuol dire che quella è roba di tutti e chi piglia piglia e gli altri affanculo, ma che mi arrivi a chiedermi “in prestito” la coda anal plug che “lei ti ha raccontato che le era piaciuta tanto” no, mi spiace, negativo, niet, nisba, nada, capisco molte cose, capisco che sei un coglionazzo da disprezzare, capisco (pensa un po’!) persino tua moglie che ti ha fottuto il culo in modo così semplice.

Ed è per questo che te l’ho prestata quella fottuta coda dimmerda, Maxtronzo, perché il suo valore commerciale è al di sopra del tuo valore umano: poco meno di cinquanta euro.
E adesso rompo il recinto, amico di ‘sto cazzo. Tanto è così che si fa no?
‘Ndo cojo, cojo, che la fica non è di sapone e non si consuma.






venerdì 16 giugno 2017

Tornano

Maiale inglesi allietano.


Triclinio emiliano nella notte infuocata nel retro della Solita.
Gestione familiare, menu turistico, consumo autistico, vesto pantaloni della tuta senza mutande per dar sfoggio di forma, calzo infradito sensuali, ecco il maschio bisex che vive col suo tempo e con la performàns.
La piccola Troiatea scoscia vogliosa in braccio al Maxmanzo che la palpa ovunque, ma tanto sono assieme e io mi introito ripensando sognante alle grandi tette a campana della maialainglese molto attempata, ma non per questo smorzata, certamente non annacquata, sicuramente alcolizzata, sempre ubriaca, ingorda di cazzo e sborra, troia tritatutto, culo aperto come un garage col telecomando, ah che nostalgia delle belle monte animali notturne nel capanno di Manlio, che corpo quel maschio, Manlio Bagni Marittimi, che vorrei vedere che fossero Bagni Montani, in spiaggia a Zirvia, che bella la breve Vacanza Taziale all’insegna del trash sgocciolante come scolo di marinai busoni, alcool a fiumi, marocco e maria a ruscelli, tanfo di ascelle e piedi sudati nell’angusto anfratto di legno marcio, groppi di corpi viscidi e mugolanti nel buio bollente, che nostalgia, che saudade, quand’ecco che nello scorrere vacuo ed identico delle parole inutili trionfa un concetto, secco, pregno, spiazzante, acuto, degno di pausa riflessiva.

“Oh, ragazua, guardate che comunque tornano i peli, mi spiace”.
“Cioè?” – risponde malauguratamente lo Zack gazzettaro ancora immerso nella Rosa.
“Cioè la passerina rasata non va più, adesso va la pelosa” – sentenzia, malfermo sui suoi neuroni, il Saaaarti.
Sono anziano, non ci sto più dietro.
"Ohè bambolo, ma checcazzo stai dicendo? ‘Va – non va’, non è mica una cravatta la figa, veh!”
“Epure…” – conclude il modenese dall’aria scheggiata come un parabrezza sotto un cavalcavia.

Che meraviglia.
Seduti al caldo torrido di una pseudofrasca notturna, una coppia lercia si struscia come incestuosi cuccioli di pechinese e a me si imbarzottisce la Minchia Randazza e Rampazza, guardando il collo del piede della sozzetta, così intarsiato di vene, così celato (seppur a me molto noto) dalle fetide ‘spadrille’ arancione uovo.

Ma se invece di favellar di fica, mi chiedo pragmaticamente suino, la si andasse tutti a montare da qualche parte, ma magari anche qui, sul tavolino, in mezzo ai bicchieri, aspirandola come una ciotola di patatine rancide condivise in gruppo assieme all’ennesimo Negroni che tanto giova al cor e ai naviganti non intenerisce nulla, tantomeno la Minchia Zampogna?

E invece no, si favella di peli, di porno e di figa, raccogliendo persino un non richiesto "a me fa schifo pelosa" della giovine virgulta di cazzo randello, come se avesse iniziato a rasarsi alle elementari, rimanendo per questo ignara del fatto che la donna viva in mezzo alle gambe è pelosa, talvolta pelosissima, talaltra meno, e che il pelo non fa “schifo”, è pelo, è sesso, è odore è sugna genitale.

E sento l’esigenza intima di richiederle un pompino, ma é assieme al Maxotango e non oserei mai, ma mai mai, sicchè aspetto che La Leggenda Del Manzo Bevitore vada all’appuntamento con la sua rumorosa pisciata, per sussurrarle all’orecchio sceneggiatura, coreografia e pornografia che ho scritto a pugno scorsoio per noi e lei si morde un labbro (boccale), sorridendomi febbricitante di voglie da cloaca mefitica come i suoi luridi piedi deliziosi.

La madam inglese sarà ritornata all’ovile brexit? Nel capanno di Manlio regnerà il silenzio?
E la Tea schifosamente arrapante ammicca in mia direzione, pur essendo nuovamente sulle ginocchia di Maxcalì dalle mille mani che sembra distinguere solo tettine inesistenti e birre medie.

Come se quelle tettine di pietra necessitassero di massaggi rassodanti.
Come se quel Maxetilico necessitasse di fica.
Persino se fuori moda, come l’altro Etiluomo ha saggiamente e coltamente sottolineato.

D’altronde, se non sono i Sarti a saper di tendenze, no?
Dio che cazzo di voglia troia.
Andrò a puttane, pelose o depilate, non importa.
Quel che importa è la salute.

Un Negroni per tutti, please.
Alla Salute.

mercoledì 31 maggio 2017

E grazie.




Ecco.
Cioè, intendiamoci, non che io ci facessi dei gran conti eh.
Però vi è da darsi che chiavasse con me per arrivare a lui, oppure chiavasse con me perché lui non ci aveva provato e non se la cagava, tutto va da darsi, per uno che recentemente pare prenderla nel culo senza godere da uoma puttano, come giustamente pretenderebbe.

Maxmanzo.

Son ragazzi. Beh oddio, ragazzi, ragazzi anche no.
Certo che un po’ fa da ridere, eh, che si siano “messi assieme”.

“Oh Tazio io con te son sincera, lo sai, e c’è una roba che devo dirti” e tira su col naso, all’aperto alla Solita, stringendo la gamba alle tettine, il lurido piede nudo sul bordo della sedia, che a me mi fa tirare il cazzo come la gravità bulgara.

“Dimmi, vai” rispondo io, che avevo già fatto duepiùdue e anche trepersette.
“Io spero che te non t’incazzi, giuramelo. Ma io e Max…” e io dico “Sì? E di che cosa dovrei incazzarmi, avete mica litigato vero?” - replico da nonna puttana - “No, macché litigato, noi due stiamo assieme e volevo tu lo sapessi subito”.

Auguri e figli maschi, che m’incazzo, figliuola santa?
Piuttosto che mi incazzo direi ‘Masticazzi’, in contro canto al Pupone e a Cassano.
“Assieme”. Mah.
Due cuori e una capanna, con palese riferimento ai di lei genitali.
Tutto ok, non mi incazzo.
E di che dovrei incazzarmi, no?

“Ah” - dico - “ma sai che un po’ me l’aspettavo?” - e sorrido da placido adulto saggissimo quale sono.
“Però un’amichetta potresti presentarmela adesso, no?” - rido sublime e inossidabile.
E ride, sta minchiaiola dimmerda. Ma mica dice: sì, ok, Tazio, ti trovo io un nuovo fodero di carne umana vivente per la tua spada antimaterica, no.
Ride e mi ringrazia timidina, che sembra fin per bene, la drogatella-alcolizzatella-ninfomanella.
E va ben.

Poi vengo punto nel mio culo rinascimentale da una curiosità.
“Ma lo ami?” - che bella la terza media femminile, mi mancava.
Si contorce guardando in alto, sorride idiota.
Ok, non rispondermi Tea, non so se ce la posso fare.
Le prendo la mano e sdrammatizzo.
“Promettimi che rimarremo amiche, capisci, cioè io, vabbè, eddai, cioè, te sei la mia migliore amicaaaa, vabbeh, eddai.”
Patetico cciovane.

Ed allora ecco lo Spirito della Troiona Imperatrice che cala ed entra nel corpo della giovinetta, prendendo il sopravvento ed il comando.
Come un virus controlla tutte le cellule, sale sul ponte di comando cerebrale ed ordina al corpo di alzarsi, lasciando le espadrille arancioni, fetide, sul pavimento, raggiungendomi con i sensuali piedi scalzi e luridi, neri sul tallone, ficcandomi in gola la lingua fringuella stornella, per poi sibilare vis-a-vis, con ancora le mie tonsille in bocca: “Tra noi non cambierà nulla, scemo…”

Eccerto, scemo totale, che te lo dico affare.
E’ per quello che mi hai avvisato di “esserti messa assieme” col Maxmanzo.
Per confermarmi che continui a farti chiavare da me.
Commovente, sublime, che futuro di successo, tuttapposto Tè.

Urgono riflessioni.
Diversivi.
Forse un’evaporazione sterilizzante.
Una sanificante tirata di sciacquone.
Un consapevole abbandono della pubertà.
Di questa almeno.

Ecco.
Ve l’ho detto.
Là.




domenica 28 maggio 2017

Nella vecchia porcilaia


"
Nell’ex stalla dei maiali 

tre uomini gioviali
han legato sulla tola
la bella ragazola
con la benda nera agli occhi.

“Che fai e non la tocchi?” 

– somaro di un sandrone -
mosì che la strapazzo,
la scaldo e poi ci sguazzo
finendo senza meno
a ficcarle dentro il cazzo.
"

Che poesia, alla luce della lampadina di design minimalista, quell’opera che tutti abbiamo avuto una volta nella vita, “Legata a un filo” è il suo nome, ve la ricordate?
Ma che bell’odore di maschi sudati e di fica, di cazzi e di ascelle, di umido, essenze sublimi che ravvivano il vecchio odore di porco di quella casettina di mattoni e lamiera.

La porta aperta dà sulla campagna pregna di tanfo di liquame, parente stretto dello stesso liquame che ci tinge l’anima di merda pervertita.
“Sbattila” grugnisce il giovane tormentando quelle tettine irte  e gonfie, ed il bell’edile arrapato, peloso sul petto come un tappetino del cesso a pelo corto, affonda il cazzo nelle carni tremule della nuda ed oscenamente gaudente giovinetta ginecologica, che mugola dimenandosi, ben legata alla tavola sulla quale anni addietro si era adusi a confezionare salami, svuotare interiora calde, sgambare prosciutti, arrotolare pancette, sguazzare nel sangue che “el mazador di ninin” aveva inevitabilmente sparso.

Ma stanotte no, niente sangue, no. Solo manzi sudati, alcolizzati e fumati che condividono le loro verghe erette con la ninfetta porno che si dimena dal piacere, succhiando due cazzi, mentre il terzo la trapana nella oramai indecentemente esperta fichetta rasata.
“Nel culo no!”, eh no!, nel culo no giovine, cosa credi, che siam qui a truccar le scimmie? nel culo no, ‘mo nononono, ci mancherebbe contessina, scusateli, son ragazzi.

E il giovine la sbatte con forza e passione, mentre l’edile mi affianca, fraterno, e io lo cingo nel sudore intenso e viscoso, ghignando con lui su quanto sia elegante, colto, culturale, amichevole e persino pedagogico, trombare la troietta tutti nudi nella stalla e il contatto col suo corpo mi fa tirare il cazzo come un argano kazako e allora, dai, vieni, che le mettiamo in bocca ‘sti due tronchi di sequoia e la giovinetta sugge, rantolando da suina, che bella benda nera che c’hai troietta, adesso la macchiamo di un bianco un po’ opaco, tanto lo so chi siete, froci porci puttanieri, ah sì lo sai puttana? sì lo so, uno è Max e l’altro l’ho visto al bar ma non so il nome, succhia puttana, sfregaci le cappelle, stupendo Max, godo come una porca, mi ti farei maschione, lui ride di traverso, ombroso e virile, che due froci che siete, tu sfrega e fatti chiavare, zoccola ansimante, daimo Zack sfondala, tanto lo sa chi sei, grugniti sordi, scricchiolii di legno marcio, mani, dita, capezzoli durissimi, pelle d’oca sulle cosce, son Max, eccomi qui troia, ti chiavo, sì chiavami! ti voglio porco!, e il suino affonda nella fossa mentre Zack le spruzza in faccia il suo carico di sborra.

Ingloriosi bastardi di merda, intortatori di fogna, adulti insani con pruriti da cinghiali al Viagra, stolti distorsori della virtù giovanile, ma che sesso Max nudo col cazzo duro, lo abbraccio da dietro mente pompa la pupa e gli piazzo la minchia dura sullo spacco sudato del culo peloso e con la mano gli strozzo la base dell’umida minchia, onesta, né grande, né piccola, ma dura di marmo e lo abbraccio sudato mentre gode e pompa chino e lo incito osceno, seguendo il suo corpo maschio incollandogli il mio e niente lo ferma mentre fotte ad aratro esavomere, che la pupa gli piace, si piacciono, si pigliano da prima, in segreto, e sortisce il suo orgasmo, un altro gran troia!, ma quanto sborri stasera!, dai Max, sfondala, ma lui si sfila di brutto, scacciando la mia mano, per segarsi veloce e irrorarle una gamba, vai Taz, puniscila tu!, spaccala in due! dai spaccami bastardo! e io fotto la troia alcolizzata, fumata e giuliva, dal sorriso febbricitante per il  gioco da adulti malati e dopo un po’ di colpi profondi le schizzo il mio seme nell’ombelico pirsingato, ma che pozza, ma che bello amisgi luridi, l’hai fatta rivenire Taz!, mo che sporcacciona che sei, ma ti chiediam dei soldi vè e ridono scemi e sereni, la campagna liquamata, i maschi di merda, slegatemi maiali, tanto lo so chi siete, che mi scappa una pisciata da scoppiare, se no vi piscio addosso! che eventualità golosa e arrapante, ma i verri urlano fuori!, fuori a pisciare!, il buio, il corpo nudo, sudato, accucciato animale, lurido di sborra e sego umano che sibila la piscia senza pudore, schizzandosi un po’ i piedi, dopo dormi da me, sì e mi bacia slinguandomi e sa di cazzo e sborra, odore d’erbetta accesa, passa animale, tò, la giovine che ride oscena e picchia i pugni sul petto dell’edile che la limona aprendole le chiappe rosse di sfregamento sulla tavola e si ride, lo sapevo busone che eri tu, la voce la conoscevo, ‘sta minchia pure, ma anche quella Taz, mi brucia la paperina sai?, dopo ti schizzo dell’altra cremina, e mi lecchi la bua? e se la strizza oscena e sguaiata, sozza lolita troia amorale, drogata, alcolizzata e molto ben integrata, si ride e si bestemmia, anche lei, che sesso, tutti nudi, sgrullandoci, luridi, deviati, demoni corrotti, ma com’è che cominciata?, ma che cazzo ne so, son fuori di legno da stamattina, anch’io!, ma tutti!, ride, ride, ridiamo, ridiamo idioti, la vita è bella così, sì dai e si ride.

Che domani è domenica.


lunedì 22 maggio 2017

Domenica, coda.



Un sussulto, ma di stupore credo, poi il dialogo a voce bassa, che siamo nella barca ormeggiata e intorno c’è il mondo che passa è domenica, tutti al porto, “E’ come un dito…”, sì è come un dito, Tea, ti ho infilato quello di silicone, il più piccolo, perché vedi, Tea, il culo va addestrato, lentamente, con piacere, dilatato, reso elastico, pronto ad aprirsi…, ma la mia porno solennità  poetica viene spezzata da “Chefffffffigata questo, l’ho visto in un porno, ma quanti cazzi ne hai di ‘sti affari?” e ride agitando irriverente la coda di vero crine di cavallo (che saranno capelli birmani maschili, se va di culo).

Ne ho tanti, Tea, rispondo pacato come un serial killer e osservo quell’inserto dorato a cui è legata l’elegante coda e penso a quella troiadimmerda della Chiara, che era suo, era il segno di una mai dichiarata appartenenza e sottomissione al Gran Maestro di Quercia Tronchea e poi guardo le chiappette della Tea nuda, che è stesa sul letto di cabina di questammerda che non va più in moto.

Stesa erotica come fosse la Porneleonora Pornoduse e allora le tolgo il silicone taglia XXS e prendo un S, lo ungo, glielo infilo lentamente nell’iperlubrificato ano, mentre lei fissa un punto a cazzo della cabina con un semi sorriso a bocca aperta, poi fa un “ahh” sottovoce, lento, giusto quando è dentro tutto, tutto nel culo, anche se piccolino, ma tutto dentro.

“Questo lo sento mooolto di più”, mi sussurra aprendo le gambe per toccare l’estremità gommosa rimasta di fuori, mentre io mi ungo la Tronkazia che si scappella e comincia a tirare dabbrava e appena tira metto di schiena la Tea, generando un rollio anomalo nella barcammerda, poi le divarico le gambine, le sputo sulla fichetta, che si schiude rosata per accogliere lo Smataflone Aureo e le scivolo sopra, sudatissimo come lei, che ci saranno 220°C dentro, e approfondisco l’argomentocazzeo nella carne viva, annusandole le ascelle, ancora evocanti un antico deodorante della doccia del mattino e spingo dentro il cazzo, ma che belle ruvide e sudate, le lecco eccitato, poi avverto nettamente sulla cappella il ripieno che serba nel buco odoroso del Culo Vergine e lei sorride, guardandomi, sussurrando “Come fosse una doppia…” per poi perdere l’uso della pornoparola youtubbara, lasciando spazio al rantolo contenuto, che si intensifica ad ogni affondo di Minchia Bronzea.


Sbatto dentro senza cura, alla cazzo, la sbatto perché voglio arrivarle alla cervice, voglio che gema di dolore e godimento e le tengo stretti i polsi sopra la testa, spingendo, strizzandola, palpandola senza stile e lei gode, abbandonando le sue gambine eleganti morte sul letto, mentre sbatto, sbatto, sbatto forte, la fotto spingendola al bordo del letto dal quale la testa le cade all’indietro e allora, senza richiesta, le tiro i capelli, fottendo come un cinghiale quella bianca creatura dal petto piatto e sbatto, pensando che è ora che la Coda del Divino Tazio cambi destinataria, vaffanculo la troiadimmerda e la Tea comincia a tremare come un vibratore e mi dice “Vengo..” solo di labiale.

Rimane a bocca aperta a tirar aria e grugnire il suo orgasmo, e io perforo, abbatto, sbatto, ruoto, freso e tornisco l’arrossata fica resa implume da un dozzinale rasoio, mentre la testa della Tea si solleva ad occhi rovesci ed io le sussurro “Voglio sborrarti in faccia…” cosa che, nell’evidenza, induce un inatteso protrarsi dell’orgasmo, rivelatosi solo in seguito, il secondo.


Attendo, attendo che l’onda si cheti per sgusciare dalla fica e presentarle un impiastricciato cazzo violaceo che lei succhia con non trascurabile devozione, succhia e sega, sbava, lecca, mentre io, col fiatone, ma con voce quasi immobile, sentenzio “La coda va guadagnata, Tea. Non è un plug qualsiasi.”
Lei sorride lurida, sudata, lucida, gonfia, torbida, molle, ad occhi socchiusi – “Bisogna farsi inculare, vero?” - chiede sozza con un filo di voce ansimante ed io scuoto la testa dissentendo, ma comincio a perdere il controllo e le stappo dal culo il plug e lo succhio, sa di culo, sa del suo Culo caldo e Vergine, accarezzo nemmeno tanto perifericamente l’ipotesi di troncarglielo nel retto senza tante liturgie, ma poi accantono, glielo spingo in gola sinché non sento stringere e non sento il conato sordo, poi arretro e poi mi distraggo perdendomi in quella nobile pratica della pompanza, quand’ecco che la mia ancella del Glande mi guarda negli occhi e mi mormora come uno Smiggle “Mi fa male…”, ostentando scellerata la coda delle Ancelle del Sacro Maestro, coda indossata senza permesso, mentre il Divino era assorto nella fottanza del cavo orale.



Brutta puttana che sei, almeno infilatela bene e ruoto senza cura sentendo il proiettile che viene deglutito dall’Ano Ancellare, gridolino, pecorina, aria succhiata tra i denti e esibizione, “Ho la coda…” sculando lenta a destra e manca, dovrei punirti maiala troia, sussurro a denti stretti – “Perché non lo fai?...” – mi provoca, culo all’aria e viso rosso nascosto dal braccio, la minchia sta per scoppiarmi, la sculaccio forte, lasciandole l’impronta della mano, senza toglierle il sorriso, cinque, sei, dieci, prendi puttana cagna, poi mi chino infoiato come un animale ad annusarle sotto le dita dei piedi e sì, sì porcoddio, delizia delle mie narici di porco, sudore di cagna troia lurida, intenso, dolciastro, mi stendo, cavalcami puttana, adesso sei mia, sei la mia ancella puttana e la Tea pompa, con quella coda che le esce dal culo e mi accarezza i coglioni, gemendo di dolore, ma pompa per farmi venire, “Voglio che vieni cazzo!” e inizia una cavalcata furiosa che la barca sbatte di poppa contro il moletto di merda e tin e tun e montami Tea troia.

Sbatti troia, che tanto il tono di voce controllato è andato vaffanculo, perché adesso si monta, si monta abbestia, come sculi cazzo di quella merda e lei sorride godendo come una pappagalla adultera, “Dai, vieni, vieni con me…”, sì ma prima dimmelo cosa sei, dimmelo – “Sono la tua schiava troia… vieni non toglierti… sono la tua troia…schiava…la tua puttana” e esplode come un ordigno deflagrante in un urlo roco di gola, stropicciandosi malamente i capezzoli e io contropompo le sue cavalcate e credo ci abbiano sentito nel giro di un chilometro, ma coi cazzi dei cavalli, amisgi, coi gran cazzi che le ho riempito la fica di sborra, coi cazzoni giganti e nodosi.
In faccia avevo detto ed in faccia ho perpretato, con suo sommo godimento, che di tale pratica pare ghiotta. E va ben, a ognuno il suo. A me, lo sapete, in faccia non piace.
Ma tutto il resto sì.




***
Quiete, riprendo i sensi.
“Alzati e mettiti in punta di piedi, spingendo in fuori il culo, che voglio guardarti”
Esegue, sorridendo da foto, tenendosi i nanoseni come se fossero quelli della Anderson.
Che arco, che profilo di culo con coda in controluce.
Sarà pure bruttina, sì. Ma che fisicata cazzo.

“Guarda che io non scherzavo: chi se la mette nel culo, questa coda, diventa la mia schiava”
“Ho capito sì” e lentamente, con un catalogo di facce del dolore che altro che emoj, si sfila dall’ano il Sacro Vessillo, carezzandosi il muscolo dolente con una faccia a bocca storta.
Poi indossa il suo slippino di cotone rosso e mi dice “Dai, vieni, sediamoci fuori che ci facciamo una birretta e prendiamo aria”.
Resto a osservarla ancora steso, che le vedo appena i piedi e le gambe.
Medito con nettezza ad una cosa. E quindi, sulla sua spinta, agisco.
Frugo farabutto nel suo zaino, che tanto col riflesso non mi vede.
Apro lo scarno portafogli, trovo i documenti.

Primofebbraiomillenovecentonovantanove.

Sollievo, è del secolo scorso.
Il mio stesso.
La mia Schiava è secolare.
La mia Birra è gelata.
La Barcammerda di Malavasi.
Per ora, l’unica inculata l’ho presa io, da Malavasi.
Ma cin Culatea, anche io ti lovvo.
 


mercoledì 17 maggio 2017

La ragazza omega



Obé obé obé, cara Tea, che ti togli le AllStar e i jeansuzzi e scivoli le tue gambine lisce sulle mie, per tormentarmi il pisellone che penzola scappucciato sotto il Corallo e profumi di doccia, di pelle, di comune crema supermercadora e sfreghi, e alzi e strusci e stringi e seghi e fresi l’adamantina durezza della Colonna che si erige in onore di Priapo, mentre il glande gioisce di talune asperità appena callose che ornano la pianta del tuo piede sinistro, ed apprendo dai fatti, dalla visione della t-shirt bi-chiodata, che non indossi nemmeno questa volta il reggiseno e trovo la cosa onesta, sincera, non ridicola, coerente, considerate le microtettine che hai ed i deliziosi macrocapezzoli che ti possono spuntare quando la mini fica ti trasuda una sozzura forse a te nuova, ma assolutamente gradita e così, mentre ti abbarbichi coi piedi sul Bananone, come farebbe Cheetah in “Tazzan e la Caverna Del Piacere” (un capolavoro), esprimo gradimento sul tuo inatteso ritorno e ti trovo schietta, immediata, fresca, sincera nel tuo divertito “avevo voglia di vederti”, così poco impegnativo, così umano, così cristallino e scivolo sul Divino per aprire le gambe ed esibirti ciò che forse non avevi percepito in barca, non così nettamente, non così brutalmente, non così mastodonticamente, e tu non dici un cazzo, ma non stacchi gli occhietti castani e fai scivolar la pargoletta mano nello slippino blu e ti tormenti la Labbruta, continuando la scimmiesca salita sul Tronco della GGiooia, siffosse esso albero della Cuccagna, da cui si scivola, ma se si raggiunge l’apice, si gode.

“Domenica ti porto alla spiaggia della Becca e facciamo sesso nudi davanti agli altri” grugnisco di quell’animalità canonica che voi conoscete bene in tutte le sue liturgie e la Giovinetta invece ignora, o almeno credo, massì credo di sì, al punto che ella sorride ammorbata e rossa dicendomi “Occorre andare fin là in fondo?” ed io dico no, non occorre, no, noo, nooooooo, posso chiavarti anche alla spiaggetta del Chicazzè e lei fa la spiritosa e dice “Andiamo in macchina, vero?” e io spacco il lucchetto della gabbia arrugginita e lascio uscire il Taziosaurus Rex che non vedevo da un po’, le sposto il bordo dello slip e le pianto nel corpo umano la Verga di Tazior, figlio di Mthor, fratello di Minchior, governatore della Fica da qui sino al regno di Mantovest, sortendo nella Putta un lamento gutturale e un riversamento del capo all’indietro.

“Tirami i capelli” dice la voce dell’Innocenza nel pieno della chiavanza sbattona ed io eseguo, perché quando mi si dice tira io tiro e tira di qua che mi tira di là, affondo la Bietola Turbo come coltello rovente nel burro di arachidi e la Piccinina spalanca le gambe, alternando dei “sì” assertivi e dei decadentisti “ahi” e “sì” e “ahi” e la mi viene che non ne ero preparato a cotanta repentina reattività e così reagisco pure io, permaloso e stizzito, inserendo la prima bombola di protossido come Vin Diesel in “Fuck Her Furiously”, scatenando il Glande Rotante come Dick Robot d’Acciaio, l’Asta Spaziale come Taizan III e mentre la principessa Godiva godeva come una Barbie nel suo camper rosammerda, mentre si vibrava passera e culo guardando quel culattone di Ken che lo succhiava a Krissy, che era una trans di nome Cristopher e lo si sapeva.

Molla il cazzo e tira fuori le palle, mi dice l’amatissimo e stimatissimo Viaggiatore, maschio magnifico che mi strafarei in tutte le posizioni e le preposizioni, semplici ed articolate, suggerendomi di andarmi a trovare una donna alfa che mi tiri fuori dalla merda.
Resto un po’ colpito, non ci avevo mai pensato, alla donna alfa.
E mixo, con l’abilità di un regista consumato e inquadro la Tea, sull’angolo del Divin Divano, che rolla un cannellone ripieno.
E’ ancora lucida di sborra sotto la clavicola di destra, zona sfuggita all’asciugamanatura post chiavale.
Ha due perfette gocce di carne sodissima che offrono agli dei piccole areole molto cazzute.
Non ha belle unghie dei piedi perché le taglia male, ma le dita sono nodose e c’è del potenziale.
Ha un culetto rotondo e generoso per il suo esile fisico dalle gambe snellissime.

“Allora domenica andiamo?” – chiedo abboccando molto fumo estasiante.
“Ok, andiamo.” – mi risponde socchiudendo un occhio e tirando.
“Mai fatto prima? Nuda in spiaggia, sesso in pubblico e via così?” – chiedo per segnarmi le features.
“No, zero. Topless una volta e scopato di notte in spiaggia un paio.”
“Spaventata dall'idea di domenica?”
“E deche? Di spogliarmi nuda? Non me ne frega un cazzo...” – incosciente, sorridente, avida di minchiate, ignara dei segaioli nudi che la godranno, che meraviglia.

Ma cosa me ne faccio di una donna alfa, quando posso sciacquettare merda con una ragazza omega?
Ci penserò.



domenica 14 maggio 2017

Riassunti di cumuli, macerie e rottami


E allora la becco in piazza, da sola, piena di scartozzi alimentari ed ecco che scatto dal Centrale come un daino elegante e sinuoso che, eroticamente, raggiunge la sua mammifera con l’istintivo scopo di ingravidarla e “zomp zomp zomp” la placco che l’ombra dei palazzi copriva la strada, ciao Betta, oh ciao, è da una vita, è vero come stai?, stonammerda Betta, beh siamo in due, divorzio, bambino, scuola inglese, lavoro e mentre parla non riesco a seguirla, con quelle ballerine nere senza calze e le venone sul collo del piede e penso a quel clitoride ipertrofico che le svetta come un infantile cazzetto duro tra le labbrone e il folto pelo animale e la doccia, la neve, le tettone, mi diventa barzotto e annuisco coglione, compreso, empatico, ma sai che mi spiace proprio Bettonza?, ma c’hai sempre quel numero?, sorride, Tazio tana, stai sotto tu adesso, nasconditi, “perché, mi vorresti ‘chiamare’?”, mo sì, perché no, magari un birrino che mi spieghi meglio, sorride, ok, sei sempre tu. Ride.

Eccerto che son sempre io, cazzodiquellagrantroia, che volevi? Il professor Crepet? O il coglionazzo di Morelli che ti parla di gente che non esiste con problemi di trent’anni fa, che son gli ultimi di cui ha sentito parlare leggendo la sua fottuta Riza Psicosomatica in cui si masturbava editorialmente? Sono io, sì, sono quel coso animato attaccato al cazzo di carne e sangue che ti sei fatta infilare in tutti i buchi, finta signora seria che ti sei scopata tutta la bassa fino a Pavia, ma in gran segreto eh.
Vaffanculo anche tu Betta, resisti, ognibbene, ciao.
Pezzo completo.
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L’Umbe mi dice che ha visto la Ade. Ma qui?, chiedo come un delfino curioso un po’ cavallo goloso, sì, qui, con un macchinazzo nero lungo da qui a lì, ma da sola?, ma che cazzo ne so, Tazium, l’ho vista e basta, volevo dirtelo. E allora chiamo, utente spento, utente spento, utente spento, utente spento, utente spento, ciao Cicci, ciao Ade, ma sei qui?, no sono in macchina, giusto, stupido me, ma intendo sei in paese?, ah!, no, no, sono stata solo una notte che c’avevo l’omino lì, ma chi?, ma quello che firmi per le vendite, l’avvocato, il giudice, come cazzo si chiama, il notaio Ade, si chiama notaio, giusto Cicci (e ride squittendo) e non mi hai chiamato? Guarda Cicci, mi credi se ti dico che non mi è passato neanche per l’anti, che c’ho una marea di cazzi in ‘sto periodo?
E quando mai si è abbassata la marea di cazzi, gran troia falsa e farisea?
Pezzo completo.
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“Migliaia di elette”, mi dice Erba Cattiva.
La triste conclusione realistica è che io mi sono solo lanciato su cumuli di bagasce morenti, forse è meglio dire macerie inanimate, rottami umani, come un novello catadores nostrano che scava per trovare l’oro che non esiste, nemmeno se lo sforzo è più serio e dedicato.
Io ho solamente un gran fiuto per il profumo di fica cannibale inquieta, ce l’ho sviluppato, c’ho il Naso Assoluto, c’ho.  Ma le mie prede sono facili, sono macchiette, caricature, donne vuote, cazzi pieni d’acqua, mignotte, zoccole, drogate, false, ladre, bugiarde, alcolizzate, o tutto questo assieme. Rimangono incredule che lì, dove tutti i maschi delta normodotati lasciano ancor prima di prendere, lo stupendo maschio megadotato alfa al cubo va approfondendo, infondendo liquidi rigeneratori e la convinzione fallace di essere delle Fighe con la F maiuscola.
E allora, guadagnata la pseudo autostima di cui necessitavano – tac – mi pugnalano come il servo sciocco, affinché da morto io non possa rivelare la debolezza del loro impianto.
Vaffanculo.
Pezzo completo.




venerdì 12 maggio 2017

Quesiti socio politici di un anarchizzato all’ultimo stadio


Ma quante rumene esistono al mondo? E quante moldave? 
Tantissime, a mio avviso, considerando che non c’è bordello (clandestino o regolare) che insista nella contenuta area che si spinge dall’Equatore al Polo Nord che non ne contenga almeno l’ottantacinque per cento della SFEP (Situazione Forza Effettiva Permanente per i miletesenti e miletesentati di ogni sesso, genere, colore e modello).

Chissenechiava dice il Puttaniere Nostrano Libertino (ecco cosa voleva dire PNL, acciderbola), ma io sottolineo, con una a voi insospettabile vis polemica: ChisseLeChiava?
Perché disgiamogelo, amisgi che numerossi mi seguitte da cassaah, la performance della mammifera balcanica rumeno-moldavo-epidemica, è direttamente proporzionata al potenziale introito ricavabile dalla sudagione buccoficoanale.

In altre parole, quando essa bada in qualità di badante, scatta il meccanismo che la fa badare agli affaracci luridi suoi come fosse una scommessa alla roulette (o alla rulotte se preferite, amici salviniani che spero non mi seguiate affatto, né da casa, né dal vivo), chiavando di buona lena affinché più che la minchia si ingrossi il bottino finale.

Qualora, quantunquemente, invecemente, esse siano bordellate a menu o a prezzo fisso, allora scatta il meccanismo quantitativo, per cui daje de chiavarinchiavarella che ho da esere più veloce e quela che senò lei dice che io no fa anche se io fa, capissshhi.

Per cui, ad estrema descendo, la rom nella room è una sonora inculata, ma non per lei, ma per il Puttanier Cortese di italica radice.

Ora, dopo questa dottissima prolusione in cui ho dato sfoggio sia del mio ricercato eloquio che del raffinato pensiero che si ispira per lo più a Benedetto Croce, come avrete diffusamente intuito, vorrei spendere una parola per i rumeni maschi e i moldavi maschi rimasti solinghi in patria.

Ma vogliamo dirlo una Benedetta volta che la Moldavia è una nazione (lo è poi? Bah, non saprei) che rischia di divenire TOTALMENTE AL MASCHILE causa contemporanea Puttandiaspora?
Vogliamo dire che i moldavi di pura razza moldaviana si estingueranno entro il 2029 per assenza di femmine moldave da ingravidare a seguito di canonica monta alla sbarra?

Per fortuna che tra poco saremo tutti armati sino ai denti (ma poi, volevo dire, dopo la detenzione dell’arma libera, ci sarà pure la liberalizzazione della vendita o dovremmo rivolgerci a dei gunpusher moldavi, pena la canonica figuradimmerda italiana?) e sento già riecheggiare i cori pieni di buonsenso che accanto al sempre verde (toh! Un calembour! chissà cos’è) e finissimo “Aiutiamoli a casa loro” affiancheranno un “Ammazziamoli a casa loro”, perché noi italiani-vittime siamo fissati con la prevenzione.

E quando l’italiano è vittima abbestia, spara.
Eccome, se spara.
Forse ben più del rumenmoldavo, se è di troiate che si parla.






martedì 2 maggio 2017

Er barcarolo va.

Ma tu guarda che tempo dimmerda, ma taci che sembra gennaio, scolta‘mo Maxenzio, ma chi è quella donzelletta laggiù in fondo alle sedie e lei ride e lui ride, ma checcazzo ne so, mi risponde sincero e schietto il condottiero di tutta la fica che può, adesso che Tetteinsolentidaquantosongrossechepurestansusenzaausili gli ha chiesto il divorzio e ravana di sotto per fottergli anche la casa, ed allora io invito la donzelletta ad unirsi al gruppetto alcolicissimo pur essendo le undici e zerosette e lei si unisce, giovine carne non bella di viso, ma appetitosa di corpo gazzelleo e come ti chiami tesora, mi chiamo Ancheossute e berrei un Negroni o due, ma tu puoi chiamarmi Tea, ma ti chiamo eccome e quant’anni c’hai o Tea? ne ho fatti diciotto, tranquillo, non c’è la galera e Maxalcolico ride dibbrutto, ride troppo, che l’ebbrezza gli offusca la mente e poi si incaglia in una discazzagione con l’Umbe sulla Juve e la ravafancazzacoglionea e io circuisco come superba serpe adamitica la giovin EvaTea, offrendole il secondo Negroni e parlandone con il fascino alcolico, ma controllato, di un bell’uomo, ma che dico bello, stupendo maschio alfa quale solo un maschio a sfumati tratti culattone come me sa essere, ma senti, ma dimmi, ma lo bevi un terzo Negroni? massì perché no, senti dicevo, ma se ci facessimo una gita rilassante con la mia barca sul fiumone grossone, ma mi pare che butti male Tazio, cosa dici? ma dai che ci facciamo due giri di elica fino all’isola che non c’è e ride e rido e ride, ridi, ridi, pollastrella culea, che vedrai che CirmoloDalTroncoErotico ti piazzo in qualche orifizio ancora in rodaggio, mia OrifizioTea, ma senti Tazio, ma mi sa che sono sbronzetta sai, ma allora andiamo, che magari se piove ci ripariamo all’isola di ‘sto cazzo e ci beviamo qualcosina sulla mia ultrafornitissima barca del cazzo, massì Tazzo Alcolico, speriamo non ti ritirino la patente, sai che c’è ClitoriTea, io non ce l’ho e ride e rido e ridi, ridi, ma dai che ci facciamo l’ultimo giro che poi lascio trecento euro di conto alla cameriera e ci incamminiamo, con le tue clarkettine fetide e il jeansetto strizzafemori che chissà se ero sobrio se ti avrei arpionata, ma si va, si va, si va.

E piove.
E ci rintaniamo sotto coperta dopo esserci incagliati in un banco di sabbia vicino all’Isolotto del Cazzobarzotto, le fetide clarkette morte sul pavimento assieme ai calzini, jeans sbottonato che stringe, t-shirt bianca corta che scopre il piercing e i chiodini anche se è stagione di piopparelli, rollo il cannone dopo altri novantasette Campari sulle note di una musica loungeambientwetcunthardcock, accendo che chi l’arrizza la impizza, la passo alla tacchinella e mi tuffo a succhiarle le ditina dei piedini, 37 poverina, chissà che male e lei ride e io godo della pelle polverosa tra le dita salate, ‘mo no che puzzzzano Tazzzzio, dai, scemo, geme molle e sbronza, ma lascia fare che mi fan tirare il cazzo, ma davvero, ma giuro, vediamo, ecco, guarda e ride, non ci posso credere! ride scemetta l’inculanda, ma che sberla di cazzo cìhai? ti fa schifo? puzza? chiedo infastidito, mentre lei gracchia roca “non credo” e si tuffa a fauci spalancate sulla cappella, tirando due o tre succhioni fatti ben benino e poi molla per comunicarmi “non puzza, sa di cazzo, buono, mi piace…” e giù a succhiare e mi spoglio un pochino e si spoglia un pochino, fichetta implume e liscia come il culo di un bimbo, ma vieni che ti assaggio, FicaTea e lecca e succhia che la barca dondola e la minchia birillola e la fica sbrodola e canna e canna e lecca e succhia che l’inibizione va affanculo per direttissima e sento a un tratto tanto tanto tanto caldo sulla cappella randazza e la Tea mi diventa santa ImpalaTea da Col Prepuzio località Frenulo, sedendosi a gambe larghe con cautela sul Baobab della Pace e si libera anche della magliettina e comincia a sculare di reni, ritmica e soave, elegante e sinuosa, con l’ascella molto importante e umidiccia, che goduria fetida, dosando le misure ciclopiche del maschio maturo con quelle imberbi della fossetta delle Troianne e lenti, ma inesorabili, chiaviamo alla marinara o alla fiumaiola che dir si voglia.

Senti Tea dalle Culatte Marmoree, ma parlando d’altro mentre ti chiavi il mio pezzo d’artiglieria controculea, se ti dico pillola tu cosa mi dici? niente, zero? zero, ma che bello, sto chiavando a pelle una similminorenne, senza avere nemmeno una di quelle gommine, sapete, quelle che sembrano un cazzo, ma invece salvano la vita, ma dai Tazio, tu mi dici e io mi tolgo e ansima come il primo porno che ho visto in vita mia che avevo bucato i sedili della fila davanti, massì certo, ti togli e saggio col dito la superfice sessuale di quel buchino di culo-delizia e lei mi sorride con gli occhi sbarrati ansimando “non ci pensare nemmeno” e allora la schieno, con una chiave articolare degna del miglior Antonio Inoki dei tempi d’oro e mi abbandono al rollio della barca e della sua linguetta sbarazzina pompinea e le irroro il cavo orale con la medicina lattiginosa che converte ogni femmina base in una versione CTA, CazzoTazioAddicted.
“Fammi venire, fammi venire” ella pigolea con la sua vocina querula e nemmeno il tempo di affondare la bocca vorace e cannibale su quella sorchina gioiosa che ecco giungere irriverente e impetuoso, sgraziato e animale, l’orgasmone urlante con rollio di bacino in controtendenza al rollio dello scafo.

Che signor primero de majo, amisgi, all’insegna della coscienza matura e adulta, dei principi sani e robusti, dello svago con nulla, come ai tempi in cui bastava un cazzo duro e una fica umida per far domenica, che salubrità, che pulizia, che valori, che bacino snodato.

Tutto questo per arrivare a chiarire cosa?
Per chiarire questo: ma se si naviga su un fiume, si tiene la destra verso il mare e la sinistra verso la sorgente o il contrario? E poi ancora: se all’ormeggio si sbatte centosettantaquattro volte con la poppa contro la passerella (sempre lei, sempre lei di mezzo, accidempoli) e si riesce a guadagnare il fermo macchine solo dopo che due robusti ragazzotti a suon di bestemmie mi hanno aiutato a fissare la gomena alla bitta insultando tutta la parte femminile della mia famiglia, ci si può definire già un vecchio lupo di mare?

O un semplice maiale di fiume?
Mah.

Che bacino snodato, comunque. Un poema.



mercoledì 26 aprile 2017

Riassuntini brevi, ma onesti


L’epilogo
Troppo silenzio, vero?
Che c’era qualcosa che non andava l’avete capito vero?
No, perché alla fine un uomo della mia età e con il mio spiritoso vissuto, una domandina la deve fare. Che sia un “e adesso?” o un “raccontami bene del perché sei qui?” ‘sto cazzo di uomo qualcosa la chiede e non può accontentarsi (anzi si incazza abbestia) davanti a un “ti prego, ti prego, è stato bellissimo non rovinare tutto”.
Non rovinare tutto io? Sarei io quello che rovina tutto? Che rovina una vita che hai rovinato tu, sanguisuga, opportunista, falsa, farisea e anche troia, o sì grandissima troia, che per quel che mi riguarda, tanto per non rovinare tutto e non insistere sui tuoi preziosi e delicati equilibri, c’aveva la Pasqua libera che il moroso, marito, padrone, cane, non me ne frega un cazzo del titolo, se ne era andato da parenti, affanculo, è morto, è in coma e tu ti sei costruita la “due giorni di Cazio” fottendotene di tutto quello che in me è attaccato al cazzo, cicatrice compresa, per cui.
Per cui tira su le tue robe e sparisci.
Per sempre.
E il primo pezzo sarebbe completo.

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Ma poi c’è il funky.
Io Max e Virus ci deglutiamo una corposa quantità di alcool qui all’Osteriaquellanuova e poi ci deglutiamo una corposa quantità di strada per raggiungere un locale arci che mi pare si chiami Biko’s dove c’è la serata del funky, ma quello vero, non funketto da frocetti con la Golf, roba che spacca, che batte. Canna prima di entrare e poi vai, che sono tutti vestiti anni ’70, fica ‘sta cosa, locale senza pretese di design, molto basic, fico.
E ci piazziamo al bar a scrutare il femminaio nella semioscurità e io inquadro una cula semplicemente irresistibile di una milf un po’ sfigata (visto il gruppo di accompagnamento) che ballicchia da sola nella sua tutina di lamé oro a schiena scoperta, accollata davanti, senza maniche, zampa di elefante, scarpa modello boh color argento (mah!) tacconata e zeppata e cinturinata. Acconciata come Minnie Minoprio degli anni d’oro, ma forse è una parrucca, sta di fatto che delle incongruenze non me ne frega un cazzo e, considerato che la fisicata alta e snella c’era, la cula magnetica pure, ubriaco come una salamandra mi avvicino al passo di funky più pacato che ho e già a distanza la invito a ballare sulle note del Maestrodimmerda James Brown.

E inizia il passo a due, che più che un passo a due è diventato un cazzo a due, visto che le premevo il puntello di quercia roverona tra le morbide natiche della cula che non esitavo a  palpare in modalità nonmivedono = ‘on’, per poi passare a sgnaccarglielo sulla pancia piatta e poi sul culo e così via senza lamentele, né sottrazioni all’armeggio, con ampi contributi di struscio sculante, quando a un tratto vedo una specie di Grape Ape, ma di quelli che non fanno da ridere,  che si alza e fa prua verso di noi che ero già pronto a dire “no ragazzo, sono io, ma niente autografi, non stasera”, quando vengo raggiunto allo zigomo sinistro, di striscio da un suo gancio di discutibile affondo.
Guardo la mia bajadera in affanno a bloccare il mostro chiamandolo per nome, quando questo nobile d’altri tempi si divincola e mi assesta un altro gancio, discreto questo, sulla guancia destra, che riesco ad ammortizzare con facilità vista la sua lentezza. Un cazzo vero, mi ha tamponato in pieno che son andato giù lungo.
A quel punto ero attorniato da due belve con la bava alla bocca, Max e Virus, una festa da anonima alcolisti, considerando che di sobrio c’era solo il colore della mia giacca.
Un tafferruglio che non vi dico e mi ritrovo con un sacchetto pieno di ghiaccio seduto sugli scalini del Biko’s con la bajadera che mi rolla lei una canna, considerata la mia temporanea inabilità.
Che bello, una tardona bajadera infermiera a bordo strada sugli scalini, che le macchine rallentavano pure, che rolla per me una canna, profondendosi in milleottantadue scuse per cose che non aveva commesso, mentre dentro due mandrilli Alfa stavano rimodernando il locale.
Lei si chiama Miriana, ma io la posso chiamare Milly. E’ gentile e quella era una parrucca.
Mi memorizza il suo numero sul cellulare e anche questo pezzo è completo direi.

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La barca
Voi lo sapete, io il mare lo adoro e per un periodo sono andato anche a vela con un Gran Soleil, ma di avere la barca non c’ho mai pensato. Però passeggiando col Virus sul moletto dell’attracco sul Po incontro Malavasi, che mi fa la vuoi? Indicando un nobile Cranchi Aquamarina 31 con pitipì e pitipò che non c’ho capito un cazzo, ma ho capito solo 540 cavalli con due motori Volvo e voi lo sapete, il rumore sveglia in me l’io cretino e allora gli dico “affittamelo fino a settembre, se poi trovi da vendere lo vendi e io ti do comunque l’affitto fino a settembre anticipato” e tratta e tira e molla e picia e martela affare fatto, è mio fino a settembre salvo che.
Salvo un cazzo, vorrei dire, che io mica ce l’ho la patente nautica, come suggerisce a mezza voce il Virus mentre conto i soldi cantanti contanti.
E cosa c’entra? Il coso va avanti uguale.
E anche questo pezzo sarebbe completo così.

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I doveri
Dovrei salire a Riga, dovrei salire a Bordeaux che il Ruggi mi fa due coglioni così, dovrei interrompere in maniera definitiva con la Gipsyqueen che tanto con quella vacca si ricomincia quando si vuole, dovrei spazzare da casa ogni cosa legata alla Chiara, dovrei decidere cosa fare da grande, oltre a buttare palate di soldi in cazzate, dovrei calmarmi con lo spendere in assoluto, che le riserve non sono infinite, dovrei anche meditare di guadagnarmi qualche soldo onesto, ma di questo non ho proprio coglioni, ma a breve sarà bene che io ce li abbia.
Sia i coglioni che quattro soldi.
E anche questo pezzo è completo, credo.

C’è qualcos’altro ancora, ma fatemi sgranchire le dita, prima.
Spero siate fieri di me e della mia adulta sobrietà.


sabato 15 aprile 2017

Fusilli dall'ombra del passato

Le cose nella vita capitano tutte d’un tratto e scombinano l’equilibrio che, con fatica sissifiana hai costruito sin lì. Noi si crede di essere in salvo, sciolti nell’abitudine della provincia lontanissima, ma come ciascun fuggiasco, dobbiamo essere consci che arriverà il giorno in cui ci cattureranno o, spesso, decideremo di farci catturare.

Venerdì Santo, ore venticinquantattro; approccio il portone di casa, nella mite piazza di Taziopoli, pronto ad una doccia e ad un ricongiungimento rapido con la brigata sgangherata con la quale sono uso ad unirmi nei lunghi intervalli in cui la mia colta concubina del momento è “impegnata”.
E sotto il portico, nel buio incerto, sbuca da un’auto parcheggiata, forse da tempo, una figura femminile, non alta, seppur issata su tacchi parabolicoiperbolici, jeans attillatissimi, impermeabile nero con cintura strozza fianchi, borsa appesa all’avambraccio, chioma riccia da Moderna Medusa che ben conosco.

“Brutto momento?” soffia quasi irridente dal basso della faccia buia fora dal bianco di occhi sorridenti che ben conosco, così come ben conosco il perché di quell’abbigliamento, di quel profumo, di quelle astrofisicovettoriali peeptoe sulle quali è impennata, facendo fare capolino a quel Rouge Noir che è fonte di vita per le viscere Tazionerchiali.

“No, perché? Ti aspettavo da un po’.” rispondo patetico come un attorucolo di quarta categoria che scimmiotta un cugino di Rick Blaine, ma in viale Forlanini e verso un travone dell’Ecuadòr.

La Riccetta.

Uovo di Pasqua inatteso, privo di biglietto di auguri, sale culea la mia scala per entrare nell’appartamento e stimarlo semisorridente e sbarazzina come una ragazzetta che visiona un lotto in vendita e sin lì conduce lei, sì, senza spiegazioni, senza parole, slacciando l’impermeabile e rimanendo con addosso una maglia lilla aderente e perforata di capezzoli duri che ben ricordo, sedendosi poi sul Divindivano accarezzandolo, quasi a dire “eccoti qui vecchio compagno di chiavate indecenti” e continua a condurre, con quel collo del piede nudo, teso di vene e tendini e quel sorriso trattenuto dal diventare una risata e conduce e io le lascio le briglie, la cassetta e il carro intero, perché sento il cazzo che mi diviene di marmo di Carrara rinforzato con verghe di titanio trattato con Kriptonite di prima selezione e, mentre lei si muove di moine bimbesche, reggendo lo sguardo a sfidarmi insolente, io mi avvicino, facendo suonare sorda la zip, attirando il suo sguardo sotto il mio punto vita, sgusciando il TitanoTazioCazzioDurusErectusBestiam, scappellandolo ed orientandolo verso la sua bocca che, con un sospiro cupo, ad occhi chiusi, ingoia la SommaCappellaVerghea, mentre con le mano mi trae a sé per i fianchi, per suggere quanto più la boccuccia innocente potesse suggere.

La Riccetta.

Succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia e poi tloc tloc, le imponenti calzature da mignotta cadono sul parquet e in un guizzo la maglia denuda il torace sensuale segnato da archetipi di impronte di bikini ed il cazzo le esce di bocca solo per quell’istante utile a far passare la maglia sulla testa e poi ancora succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, tirandomi alle caviglie pantaloni e mutande, succhiandomi i coglioni, non proferendo parola sul mio irsuto aspetto ben diverso dal glabro stallone di un tempo, forse oggi più montone, od asino, o cane pastore del Caucaso con il quale la farei accoppiare e lei si accoppierebbe, se solo ne avessi uno.
Mi denudo in un guizzo e la stendo sul candore di pelle del Divino, armeggiando con l’incarnito bottone dei jeans, ultimo (e per certo unico) indumento indossato e li sbuccio di dosso, tirandoli a rovescio dalle caviglie, scoprendo un altrettanto irsuto triangolo ficale, denso, arruffato e quando libero la preda dalla morsa di cotone americano, vedo un bagliore che riluce sotto la fica stropicciata e la Schizza si gira, donandomi la vista delle terga sublimi, aprendole con le fantoline mani, offrendomi il luminoso finto diamante dell’allargaculo di classe che un tempo le donai, che cara, che commozione, che tenerezza e le bacio la natiche, la annuso ed odo una roca dichiarazione “Fammi essere la tua troia svuotacoioni” e la frase avrebbe meritato una sbrodolosa analisi, ma l’uomo deve scegliere ed io ho scelto di toglierle secco l’allargaculo e di sostituirlo col mio cazzo a pelle, passandole il raffinato oggetto che, nel gioire del calore bruciante del suo retto, ho visto scomparire nella sua soave bocca della verità per una rumorosa suzione mista a gemiti anali di piacere e divina sozzura fecale.

La Riccetta.

“Da quanto ce l’avevi in culo troia?” chiedo signorile, animato da attenzione nei suoi confronti, “Da stamattina, lo volevo largo per te” risponde a singhiozzi d’ossigenazione la Signora Riccioluta, mentre io affondo nelle sue viscere con solerte lena, al pari di un coltello caldo nel burro, inculandola come vuole lei e sin lì è ancora lei che conduce e io lascio fare, godendo del mio ruolo secondario senza creare turbamenti allo scorrere dei pianificati eventi.
E poi sulla schiena, chiavandola nel culo alla missionaria, mentre la Puttanissima s’affretta a sfregare le piante dei piedi adorati sul mio viso, anestetizzandomi di quel fetore magnifico di cui sono ancora intossicato e dipendente e poi le apro le gambe a V di vaso, tenendola per le caviglie e pompandole nella fica come un pistone cecoslovacco di uno Vzduchový Kompresor del 1951, affondando sino a farle male, scoprendo in un attimo che quelle ascellette che avevo sempre conosciuto ignude e glabre erano ricoperte di una pelurietta leggera e bagnata, odorosa, acidula, ormonale e mentre le sue gambe mi abbracciavano il culo ed io sbattevo colpi di maglio come non sbattevo da ere, la sue voce erotica mi confessava di essersi lavata per l’ultima volta la mattina del giorno prima “in tuo onore” ed un sentore di zolfo s’è mescolato con gli afrori ed io sono balzato fuori come daino maschio aitante e lei ha avvicinato il volto come suorina inquieta di fronte al nudo crocifisso sensuale ed io ho aperto le valvole inondando incurante, badando solo all’infante manina e all’appuntita linguetta.

La Riccetta.

“Ecco” rantolo sudato, inginocchiato sul DivDiv, “mi hai svuotato i coglioni”, quasi a stendere un improbabile incipit ad una insostenibile svolta del tipo “ora puoi tornare da dove sei venuta” pur sapendo che venuta non era ancora, ma a tanto lavorio di tempie si sostituisce un’inatteso bacio, caldo, salivoso, troppo sottovalutato in questa era orgasmica, troppo devastante nei suoi effetti emotivi ed affettivi.
“E’ bello essere qui” sibila abbracciandomi di pelle sudata, odorosa e vellutata che riaccende i ricordi e riossigena il cuore che tanto stava bene nella sua equilibrata anossia e conduce sempre lei ed io sto per chiedere, come credo lei s’aspettasse da pianificazione io chiedessi, qual malvento di sciagura la conducesse da me, ma interrompo la sua conduzione a binario certo e stappo un quesito imprevisto, che porta d’improvviso la conduzione a me.

“Resti fino a lunedì?” le chiedo accendendo un cannino prerollato dalla saggezza di ieri sera, passandoglielo nella certezza che avrebbe accettato.
“Lunedì?”
“Sì, lunedì?”
“Mi prendi alla sprovvista…” mugola soffiando colei che dall’improvvisata è assai distante per indole, come i fatti sottolineano.
La bacio amorevole, linguale, lei sorride, mi passa la canna, si stende mostrando le ascelle oscene e attraenti e, a occhi chiusi, sorridendo, mormora “Ma certo, sì, sin quando mi vuoi…”

La Riccetta.
Sin quando io la voglio, certo, come no, sì.
E conduce lei, nuovamente, offrendomi la vista della fica aperta, a gambe larghe.
E io provo a fottermene, seppur guardingo, non convinto, sentendomi preso per il culo, ma ricomincio a scoparla per farla venire, sniffandola come bamba, salendo come un ricco rampollo il sabato sera, godendo del contatto, la Squinzy, la Schizza, la Skiz, la Chiara è qui.

Con me.
E basta.
Cazzo.

Buona Pasqua.

domenica 9 aprile 2017

Shock



“Ti darò tutto quello che non so nemmeno che vuoi” e sopra quelle mammelle giunoniche che dondolano appena, nonostante il suo imbizzarrito cavalcare, compare come un sole su una scatola di tonno un sorriso distratto dal gran godere.

La perfezione assoluta, un corpo divino, curvilineo, culeo e tetteo, capelli d’oro che non mi sono mai piaciuti prima d’invaghirmi di lei, piedi nature con unghie magnifiche e ditina lunghe, un pube liscio e bombato, una passera che si arrossa, ma meglio si arrosa, un cervello che pensa, ben coltivato di studi classici ed università, un lavoro da giornalista professionista, due occhi da cartone animato giapponese e una costante voglia di chiavare.

Se non ce l’ha lei a 27 anni.
“Le misure contano eccome Tazio” mi dice sbrananando un cheesburger da McDonald
ed io mi chiedo, a parte le mie ragguardevoli dimensioni e la mia bellezza hollywoodiana, cosa leghi noi due, ben frequentati per un numero cospicuo di uscite culminate nella madre di tutte le chiavate, che già era di tenore sostenuto nelle premesse ed è divenuta isterica nell’esibizione della fesa di Tacchinosauro Nostrano, che è stata fatta scivolare in ogni dove ben prima che potessi dire “ecco questo è il soggiorno”.

“Mo va là che hai fatto tredici” mi dice il Max un po’ triste.
E forse ha ragione. La Paoletta è un’antagonista degna di sfidare il Tazio nell’agone della vita.

O nell’agonia della vita di Tazio.

lunedì 3 aprile 2017

Stock


Devo andare a Bologna, oggi.
Fine settimana di ruspante veridicità, consumato tra i fumi dell’acol e quelli dell’erbetta spinella, nel retrobottega dalla Solita, anche se il clima è ancora un po’ acerbo per le nottate oudoor.
Mi sto appendendo alle mie antiche radici, senza resistenza, senza tensione, senza l’ansia di dover dire che son sì lì, ma con la mia testa potrei essere a New York.
Tranquillo, sbracato, ubriaco e fatterello per tutto il week end, con il mio gruppo di sodali da cui ne manca uno, ceco temporaneamente.

La figa.
Ohi mo ben, mo sì, la figa. Te Umbe taci che ce l’hai, ma la figa, sentenzia il Saaa-arti, quella vera vera, è solo dell’est. E siccome tutti sappiamo il perché, il festone dei “puttaniere” gli è arrivato per corriere espresso.
“Ma poi clalà l’hai sentita?” – “Sì” – “E ?”- “Lasen mo nder”.
E noi lasciamo andare, ordinando un’altra bottiglia di Stock84 con coppetta da tiramisù di ghiaccio.
Il problema è che non lascia andare lui e attacca ‘na solfa al povero Zack, che resta pro tempore, che la Kulova lo aspetta al Gar[b]age.

Allora soffio al Max “E tu, tu come sei messo con quella lì?”
Sospensione, pausa” – “Sì ma lei dov’è adesso?” – “Boh non ne ho idea” – “Ma dormite ancora assieme?” – “Ma no, da mesi, io dormo giù nel mio studiolo”.
Basta non mi interessa altro, smetto di chiedere, smette di dirmi, ci appassioniamo al Saaa-arti che spruzza minchiate che noi alimentiamo come benzina sul fuoco, a cazzo, senza senso. E lui ci riflette pure.

La figa.
Sono in astinenza da un tempo che non so contare in tutta la mia vita.
Un po’ perché i porno e l’autarchia compensano e, nelle serate nere, QUEI porno in particolare, quelli ricci.
Un po’ perché mi rompo i coglioni. In un attimo.
Meglio lo Stock84, l’erbetta e un’umanità normale che mi fa sentire non malato.

Devo andare a Bologna, son già le sei e ventotto, che poi trovo la nebbia e il casino.
Max voleva venire con me, ma deve fare una guaina a Pescalosso.
Vado da solo, tanto ci metto poco.
Tagliatella dal Lanterna e poi torno.
E avanti col giro.
Buona settimana a tutti.




giovedì 23 marzo 2017

lunedì 13 marzo 2017

Parentesi


Ha! La Mitteleuropa! Ha la Westsiberia 2.0! Non ho ancora capito.
Riga, cuore della notte, fuori gela a manetta, dentro fa un caldo secco che mi si collassano i bronchi, ma la bella Odalisca Anja, trentaquattrenne dai modi easygoing e corpo tornito a curve che sembra un plastico del Passo della Futa, dorme d’alcol che è un biondo piacere.
Biondo e zinnuto, vorrei aggiungere.

Riga again, stesso centralissimo albergo in cui oramai mi danno la mano all’entrata, mix di design e anticaglie, con tocchi Hilton lookalike e pennellate Romanoff, una delizia per il palato degli orgogliosi ciarlatani dello stile inesistente, come me.

La galleria va bene, devo dire. Devo anche dire che se continua così e, assieme al Bergolettone, riusciamo a fare una certa operazione di marketing, ci salta fuori uno stipendietto anche per me, pur vivendo a Taziopoli. Bell’investimento, per ora. Fatto salvo che il biondo nailonato di Trump non faccia girare tanto il cazzo a Putin che allora non si sa cosa riserva il destino.
Ma è inutile supporre le mosse di un giocatore di bowling ubriaco contro l’ultimo vero uomo politico sulla scena mondiale. E parlo di Putin in questo ultimo caso.

Due tacco 12 di coccodrillo rosso giacciono esanimi sul tappeto color corda che fa da scendiletto ed è ancora un piacere rimembrare ciò che ho fatto con i due abitanti delle medesime poche ore fa. Anja, capolavoro della sopravvivenza ad un tenore di vita non sostenibile. Prostituta? No, assolutamente, la si offenderebbe offrendole del denaro.

Così come la si offenderebbe se, domattina, lungo la via delle botteghe serie, non la vestissi e non la calzassi di tutto punto, per non parlare del vitto e dell’alloggio nel centralissimo albergo e in un pugno di ristorantini niente male, in cambio della sua presenza ciceronica di accompagnatrice bilingue (inglese perfetto, debbo dire) che mi scorterà in ogni dove.

Bilingue in tutti i sensi, considerando la predisposizione alla fellatio più rumorosa e salivosa delle notti lettoni, oltre alla non trascurabile dote di deglutitrice completa del Tarellatius Extesis Enormis Tazii di cui, credo, questa notte io possa sorvolare la declamazione, facendo riposare il bardo genitale che è in me.

Molte volte ho pensato di trasferirmi in questo microcosmo di confine tra la pseudodemocrazia europea e la pseudodittatura post sovietica, dove Russia e un mondo senza volto (fatto di un mix culturale davvero incredibile) si fondono e si sopportano creando caste, famiglie, correnti e scuole che convivono guidate dal ritmo pauroso della Daugava che scorre minacciosa sino al Mare del Nord.
Ma non ce la posso fare.
Arriva sempre il momento che l’età e la casa chiamano indietro, là dove lo sforzo di parlare una lingua internazionale, affinchè una cicerona multifunzione traduca, può essere evitato.
Ricerca di radici? Massì, dai, ricerca di radici.

Domattina, cioè più tardi, passerò in galleria, parleremo d’affari davanti al Campigli che ho procurato e che ancora non si vende, di fianco agli Arman fatti in serie che però vanno via, ai due bozzetti Schifano che tanto oggetto di trattative sono diventati, ammantati dalla schiera dei Teomondo Scrofolo e del mitico Mutandari che sono il vero business, di cui i succitati artisti noti sono il lasciapassare. E dopo un paio di tazze di tè faremo due passi fino alla Casa del Gatto, dove pranzeremo con le rispettive mammifere.

Resto qui per un po’, insomma. Finchè il sapore del ricco turista americano che sguazza nell’arte contemporanea, nelle migliori suite della città e nella carnosa fica depilatissima di una Anja locale molto disponibile agli esperimenti, non cessa.
E, vi dirò, non è malissimo.





venerdì 10 marzo 2017

L'età

L’età porta a sfoderare, così, senza preavviso, una dignità ed un orgoglio magari mai posseduti prima. Si diventa autarchici, conservatori (nel senso di conservare ciò che si ha, magari nulla, magari sfighe) diffidenti e non più pronti alla qualunque, se non per dichiarati futili motivi.

E’ l’età e le sue implicazioni che impediscono alla Margherita, alla Signora Margherita, di indagare riguardo alla mia dissolvenza. Ed in luogo di una giovanile cazziata telefonica, Ella mi para dinnanzi un dignitoso silenzio, che io colgo, approvo e rispetto come un dolore funereo, soprattutto perché mi risparmia svariate rotture di coglioni (ed ecco il conservatore scrotale che compare d’improvviso).

E’ l’età che ancora non avanza quella che spinge il povero Max a soffrire d’amore per una zoccola dimmerda che nel matrimonio ha ravvisato unicamente una casa da dominare, una legittimata vita individuale e maggior danaro?
Mi sento di rispondere di sì, sentendomi ben qualificato a farlo, dopo aver depositato ai piedi di una sfigata riccia la mia esistenza straziata.
Straziata sì, buffa pure, immatura anche, ma non per sempre.

E’ l’età.
E’ l’età dei dubbi cessati e lasciati, orfani ed irrisolti, lì a marcire nel loro brodo.
E’ l’età dell’acquisto di quelle belle scatole di cartone ondulato dell’Ikea, all’interno delle quali riporre tutto ciò che è stato, tutto ciò che non è stato, tutto ciò che potrebbe essere se solo ci si impegnasse, ordinando senza attenzione tutte le questioni della nostra vita, rimanendo soli e faccia a faccia con la nostra straziata esistenza considerandola, per la prima volta, una straziata esistenza e basta.

E’ l’età.
Niente cure omeopatiche, niente rimedi cerusici, niente viaggi in Tibet, in Indocina o in Sarcazzia.
E’ sufficiente la Solita, o l’Osteria quella Nuova. E’ sufficiente sedersi scomodi a un tavolino scomodo, sapendo che il confort è assente.

Ecco.
Un’esistenza straziata e priva di confort, già depositata ai piedi di una sfigata.
Direi che non vi è da vantarsene, ma nemmeno da vergognarsene, semmai da convenirne, assolutamente da non andarne fieri, mai e poi mai da ostentarne la svolta come fosse un ciak al quale debbano seguirne degli applausi consolatori.

E’ l’età.
E’ lei che ti fa sentire a tuo agio fottendotene degli altri e del loro giudizio, sostegno incluso. E’ lei che ti dona orgoglio sì, ma non quello che deve dimostrare alcunché. Perché agli altri di te non gliene fotte un cazzo alla pari dello stesso cazzo di cui tu te ne fotti di loro e, al massimo, è una questione di consapevolezza, il discrimine appena percepibile.

E’ l’età che acuisce il tuo sano egoismo parossistico, che abbatte il ritegno (se al suo abbattimento corrisponde un’utilità di qualche tipo), che ti porta ad astenerti dal pronunciare pareri, poiché non darebbero mai seguito ad alcunché di concreto, che ti porta a destinare l’energia intellettiva come un fattore della produzione per il quale vigono leggi consumate, come il costo di opportunità.





P.S.
Ben ritrovata, Neofelis, un bacio vero.

martedì 7 marzo 2017

Osessione insensata

Seduti all’OqN (Osteria quella Nuova) mi inzuppo di Brachetto ascoltando due esseri che blaterano tristi ed affranti sulle loro disgrazie amorose. L’uno, il Max, incapace di drizzare la barra del timone di una barca nuziale destinata a schiantarsi sugli scogli, l’altro, il Sa-aaarti, tentennante sul riallacciare i rapporti con una Antonella santa&puttana che gli lancia una dubbia gomena a mare.
Mi rivedo, ancor più idiota, mentre nuoto affannato dietro al turbotraghetto sei piani con a bordo la Schizza che naviga lesta verso mari caldi del sud.

Mi chiedo perché l’uno, il Max, anziché affannarsi al timone non si tuffi raggiungendo la riva prima del naufragio, magari seguito dall’altro, il Sa-aaarti che , anziché afferrare quella gomena marcia non segua l’amico, direzione la sabbia, un mojito e una canna di panama red.
Mi chiedo anche perché io, il Tazietti, non ho smesso prima di nuotare dietro al turbotraghetto a sei piani, ma nel mentre mi prende un dolorino allo stomaco.

Da cui deduco che anche loro siano afflitti da ulcere all’anima di non facile guarigione.
Saremo noi italiani?
Provincialotti al punto che il rapporto di coppia assume la foggia di un pilastro inamovibile (ma perché?) tolto il quale, o crollato il quale, la nostra identità personale ne esce mutilata ed incompleta, per indecifrabili algoritimi illogici?
Sarà l’aria?
Sarà l’acqua?
Sarà la gara delle colpe in cui siamo maestri?

Sta di fatto che no.
Non diventiamo “peggiori” senza quella donna che tanto sollazzo fisico e morale ci dava, no.
L’amore per una donna è sovrastimato, deformato, pericoloso,  insussitente.
E’ una dolce frivolezza che allieta le giornate, ma mai l’esistenza, è un supplemento gratuito che ci dona serenità temporanea e noi uomini, per uno strano incantesimo infantile, pretendiamo la replicabilità eterna di una cosa che ci vede cambiare anche noi, giorno per giorno.

E non mi si foderi lo scroto dicendomi che ogni giorno l’amore muta in qualcosa di diverso e sempre nuovo, perché noi è l’innamoramento che vogliamo, non l’amore mutevole al mutare (yawn).
E quando finisce tutto, ripensiamo all’innamoramento e, giustamente, soffriamo.
Brachetto, oste della malora, Brachetto.

Sì.

sabato 4 marzo 2017

Le avventure del ManzoTanzo e della Sacerdotessa Smeralda Tatuea

E negli effetti non si può mica continuare così, tra road-troie-pay e geriatrico Flamingheo, che c’ha ragione Zack, c’ha ragione, c’ha, e allora apriamo i verdi pascoli del Gar[b]age (capirai che svolta epocale) che lui c’ha la morosa barista russa figa ultraterrena (vero, molto vero) che ci presenta vagoni di figa, mo sé, ma quando mai, che ci ha presentato un pugno di vacchette pay che le inquadri a seicento metri, mica malvagie eh, anche delle buone ragazze dai prezzi modici, ma io di acento di rumània o di moldavia ne ho una certa nauseina a furia di paesi estivi e altre avventurette stradali, per cui cosa si fa? Si stabula e si beve come delle fogne, che tante volte vai tu a sapere.

E allora giovedì sera cosa succede? Eh, cosa succede: succede che una tizia che va al banco a prendere da bere mi smolecolarizza con due smeraldoni verdi così e i capelli rossi, tatuatissima e pallidissima, che pensare alla Frank c’ho messo quei tre secondi, anche se questa qui è proprio carina forte, cioè non che la Frank fosse brutta, scherzeremo mica nevvero, che c’aveva quell’aria darkgoticoassassina da orgasmo intrascrotale fulmineo che Eva Green ci fa delle gran pippe, sinceramente parlando, ma questa è sì molto Suicide, ma con un viso veramente bello e una fisicata da campionario del sesto millennio, che comunque va detto che la fighiola mi galleggia sui 24-25, non di più eh.

Bon, fatta lì, piaciuta è piaciuta, ma morta e sepolta, che il cazzeggio col branco di manzi chiama anche ManzoTanzo e così rimango a muggire nel nostro angolo di stalla, ammazzandomi di shottini e anacardi, manco fossi King Kong, che tanto con la Tatiana Kulova dello Zack al banco c’è sempre la promozione paghi uno – bevi ventisette. E poi c’hai un’età, ManzoTanzo, mi dico credendoci vero, visto che da un millennio va secca come la sabbia del Papeete.

“Mi fai accendere per piacere?” sento da dietro in concomitanza di un picpic sulla spalla, che allora mi giro è c’è la Tatuatessa Smeraldo con un cannino in mano, al che io sorrido sornione e lei mi tritura i menischi con un impietosito “Non è quello che pensi, mi faccio le sigarette a mano” – “Ahhhhh, capito”, belo pecorone cercando il Bic, che di meglio non m’è venuto. La accendo, sbuffa fumo, mi sorride alla Colgate e poi torna da dov’è venuta, condendo la sortita con un paio di occhiate da Sacerdotessa del Sesso Oscuro, che con quel tatuame, poi, le riesce di un bene che mai.

E avanti, avanti, avanti, avanti, che ormai del culo della Kulova conosciamo le cellule carnee per nome, quando ecco che al banco si ripresenta la Sacerdotessa Tatuea Smeralda, di rosso capigliata e lì, tra un Max Bovis che sgomita ubriaco muggendo dei “Tazius vai, Tazius vai, Tazius vai, Tazius vai, Tazius vai, Tazius vai, vai, vai!” e un Virus che cava delle alcoliche bestemmie rafforzative il concetto di quanto è figa, mi scollo dalla mandria e, manzo curioso, mi affaccio alle novità della vita, pronto ad assorbire il mondo ignoto della conoscenza di una giovine femmina, siffossi io una vergine spugna dell’Auchan a 0,99.

Piacere Tazio, piacere Valentina, che a me poi nelle condizioni di “freddo”, specie se ben lubrificato da un numero di shottini di poco al di sotto alle tre cifre, mi esce una fiumana di cazzate talmente travolgente (perché le mie cazzate sono sempre intelligenti, diciamocelo) che inebriano di fascino diventando tela di ragno seducente che infagotta la preda che, seppur intrisa da simile volume alcolico, riconosce intelligentemente il pregio delle cazzate con cui viene intortata alla morte e, pur di poter tornare al tavolo senza che gli amici chiamino la Sciarelli, mi comunica che: no, non ha il moroso, ok ti do il mio numero, ma adesso devo proprio andare.

E così, con un numero di cellulare scritto a penna sul palmo della mano sinistra, come un liceale segaiolo che non se lo segna sulla destra per non cancellarlo con l’attrito, torno al mio branco natio, esibendo il trofeo e venendo a buon titolo eletto LattinaDiManzo (ManzoTin, non c’avevate mai pensato eh? Lo so) 2017. E allora a quel punto, siccome poi io alla fine il liceo l’ho già fatto e l’asilo anche, per non saper né leggere né scrivere compongo il numero dianzi datomi, giusto per verificare di non essere stato preso per il meraviglioso e verborpivo culo brasiliano che mi ritrovo. E, controllando da posizione favorevole la Sacerdotatuata del Sesso Ossessivo, attendo che in qualche misura le vibri il culo e, dopo pochi minuti, in quella bolgia assordante, noto un impugnare del parlafono, un alzarsi da sedere, un turarsi l’altro orecchio per biascicare “Chi parla?”, gutturalità a cui rispondo con un secco “Così hai il mio numero”.

Occhi verdi luminosi scannerizzano il banco e, una volta inquadratomi all’apparecchio che sventolavo la manina con lentezza (lentezza a cui corrispondeva la massima velocità raggiungibile, visto il momento catartico della serata liquida), in uno sprigionarsi di Colgate altrettanto luminoso, la stessa voce pronunzia ridente “Madonna che colpo, ok me lo segno” con bye bye finale sopravento in retromarcia, sicché nessuno potesse vederla.

***

Ocio ManzoTanzoTazio, che ci sono gli estremi ricorsivi di una Squinzy Due o una Frank Due, dalla forma delle premesse, ocio, mi sono detto.
Vero, mi sono risposto, ma che cazzo me ne frega.
Altrimenti, come farei a essere Coglionazio?


lunedì 20 febbraio 2017

La felicità ed i suoi cieli


E allora capita e succede e l’uomo che vive col suo tempo e la performàns non deve certo essere schizzinoso, perché la dama è la dama, ed è pur vero che quanto detto può esser valido anche per gli scacchi, ma in questo caso lo scacco l’ho subito io e quindi, ella, dice che or si giuoca a dama, tenendo conto che, sì, gallina nuova fa le uova, ma pur sempre va sottolineato il fatto della broda e la Siusyzozza di broda ne sa qualcosa e, mentre ebbra di bevande insane e sostanze arcane assunte nel localozzo sozzo, si avvinghia come l’edera al corpo mio, per introdurmi nel cavo orale la assai ben nota lingua da bovide, le palpo quelle zinne zingare che non trovano mai casa, poiché la casa dov’è?, che di reggiseni ce ne guardiamo come dalla peste suina, che tanto abbiamo solo una quinta e il reggiseno, si sa, va messo dalla settima in poi.

**

Perizoma ingrigito ficcato nella bernarda opulenta e nella cula rizdora, la cinghiala della bassa si arrotola sul materasso ignudo della futura casa nuziale spoglia, per recuperare quella graziosa pipetta di vetro al cui interno ella stessa ha posto il materiale fissile ed accende la fiamma sotto la bizzarra sferetta aperta, dando un tirone e passandomela, per dedicarsi solerte alla suzione del Cotecone Imperiale di cui, ella stessa in auto, sfregandolo nel tentativo di farne uscire il Genio, mi ha confermato una nostalgia canaglia, di me amico nel bar, che chiunque che la fotte non sbaglia, che se gliela chiede poi tutto lei dà.

E zò.
Quella roba mi monta nella crania come un tram assassino che si proietta nella vetrina numero settantaquattro di centovetrine e il mio Ultracazzo le trapana la fregna sugosa e sguisciosa mentre lei sbrodola gemiti e grugniti e siamo fatti duri come due cardini settecenteschi e le abbranco le ingrassate natiche cellulitiche contemporanee e sbatto come uno sbattipanni kazako, guadagnando una porno logorrea che nemmeno Joe D’Amato e lei anche, magari più sgrammaticata, magari più povera nelle figure retoriche, ma assolutamente in sintonia con la sinfonia per fregna e cazzo in SiFaFaRe diretta dal Maestro Glandazio de Testicolis.

Non so scandire le fasi, è già tanto che scandisca le frasi, ma posso sintetizzare con un eloquente ficaculoficaboccaculoboccaculoculoculosborraboccalecca e sinché iò Buon Dio non è sceso a dire basta che non riusciva a dormire, tanta ne avevo e di più gliene ho data, rendendola felice e sorridente di quello stesso sorriso coglione che dovevo avere io, a botta fresca (e non mi riferisco alla monta).

Bentornato Tazio” muggisce la pezzata bionda in un afflato amoroso.
“Grazie Siusy, ma davvero ti sposi?” – “Sì, sono al settimo cielo!!”

Eco, amisgi che a flotte mi seguitte da cassa, questo è l’amoransgi, questa è la sinceritansgi, che comosione, che feliz navidad.
La vita è bellansgi.

Peccato che io non c’ho capito un cazzo.


sabato 18 febbraio 2017

Ermeneutica della fica ed altri deliri

Ma senti, ma tu di farti una famiglia ci pensi, cioè sì, certo, afferma il Sa-aaarti che va a puttane stradali tutte le sere perché il pompino straniero della buona notte lo rilassa, beh, dico io, io non ci penso o meglio ci penso e mi reputo fortunato a non averne una, ma perchè, chiede il Max con in mano il ventiquattresimo limoncello, perché ci sono già io a deludere le mie attese, non ho bisogno di supporti, tantomeno generati da me, sei un cinico del cazzo Taziun, mi risponde buttando giù quel simil catarro giallastro, boh, dico io, mi avete chiesto e vi ho detto, no, per me è importante invece, dice il verginale Umbe che ha già mari di progetti nel cassetto, con protagonisti lui e la sua nubenda inviolabile, ma poi arriva tale Letizia, nuova cameriera e, quando va via, il Sa-aaarti commenta “bella figa, al che il Max dice ma figa o fica? e il Sa-aaarti sentenzia: figa, è solo il Taz e i porno che la chiamano fica.

Momento.
Il Professor Tazianti si sente chiamato in causa.
A mio avviso la realtà dei fatti è che si dice fica, poiché probabilmente il lemma deriva da ficcare, con esplicito riferimento all’atto della penetrazione. Ma allora siamo tutti dei salami al mondo che la chiamiamo figa, fiigona, figata eccetera, incalza l’incolto Sa-aaarti. Forse sì, dico io, magarie perchè il fico maturo che si spacca e ricorda la fregna, ed in dialetto lo si è storpiato con fig, fico.
E allora quando si dice che un uomo è un figo? Anche lì, incalzo andando a braccio senza il benché minino riferimento, la storpiatura nasce da un’ipotetica azione che questo bell’uomo, irresistibile appena meno del sottoscritto, compie nell’organo femminile: lo ficco dentro. Il suo ampio agire, poi, lo identifica col suo atto, da cui ficco, fico.

“A vag a cà” dice il barcollante Max con un sorrisetto e una paccona sulla mia schiena.
Umbe si alza, saluta,e lo segue. Io e il Sa-aaarti ci guardiamo.
“Ce ne facciamo una in due?” propongo in un soffio.
“Nden” dice il Sa-aaarti, alzandosi.

E siamo andati a puttane stradali.
Pompino a due cazzi, come si conviene agli ermeneuti.

martedì 14 febbraio 2017

Lasagne al ragù di carne umana.


E li ho chiamati tutti io, li ho chiamati. Come direbbe il Saa-arti.
Sì, nel sabato taziale, al Centrale, seduto a tracannare americani come una fogna alcolizzata.
Prima il Max, poi Virus, poi Sarti, poi Umbe, poi Zac.
Titolo dell’sms: Tazio vuole gli sputi in faccia, alla Solita, ore 13:00, offre lui.
E l’Umbe mi risponde a scatto con un faccino emoticon che sorride e mi chiede se deve avvisare anche il Costa.

Il Costa??
Questa è troppo e allora lo chiamo, sì il Costa è qui, si fa una settimana ogni tre all’incirca, ma non lo sapevi? E come cazzo faccio a saperlo se nessuno mi caga, o Umbe della Malora, c’hai ragione è che è un casino, ma hai fatto bene sai a convocarci tutti, davvero sai?

Davvero, so?
E come cazzo faccio a saperlo che nessuno mi caga?

Speravo in un clima da OK corral, ma invece i guasconi erano grigi, né neri, né rossi.
Erano tesi, impauriti, silenti, quasi rassegnati. Però, mi son detto, se non c’avevano voglia, potevano non venire.

E ci sediamo.

Attacco la pappardella, che tanto c’ho in corpo sei americani, un prosecco e una canna e tutto mi viene fluido, fluido e scorrevole come il pus. O il catarro.  Parlo, parlo, parlo, racconto, specifico, evito di parlare delle fregne che NON dovrei conoscere e parlo e parlo. Poi taccio e mi bevo un bicchierozzo di rosso. E aspetto. Perché ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Sempre.

E così, a turno, come fossimo all’ONU, ciascuno fa il punto.
E mentre tutti parlano, guardo il Costa, pieno di tatuaggi, la barba lunga da hipster, i capelli ciuffanti di sopra e rasati ai lati. Incrociamo gli sguardi, ma son sguardi miti, tranquilli.

E mi rincuora che non solo il Tazio vive le sfighe, ma anche il resto del mondo: il Max invischiato in un matrimonio terribile sull’orlo della separazione. Il Saaa-arti mollato da quella psicopatica che ha addirittura cambiato residenza, correndo dietro ai coioni di un mantovano (non volante) che non si capisce chicazzè. Zac che ha mollato la tipa e adesso sta con una russa figa ultraterrena, probabilmente mignotta da soldi anche dico io, che fa la bartender all Gar[b]age. Si salva l’Umbe che pare che tutto vada bene sentimentalmente, ma di merda lavorativamente, mentre il Costa.

Il Costa è un enigma.
Che fai a Praga Costantì?
Bah, nzomm, c’ho na società che gestisce cose, robe di spettacolo sai, poi facciamo ang i video seccapita, showbizn nzomm.

E come te la passi? E faccio il segno dei soldi, ma è ovvio che se la passa interessantemente, visto che viaggia con un Lincoln Navigator nero lungo 30 metri, che manco Trump.
Bah, nzomm, potrepp anch andare meglio.

Cioè? Arrivare alla Solita con un traghetto della Tirrenia? E si ride. E non si capisce che cazzo fa, si capisce solo che parla correttamente in ceco e in inglese (correttamente come l’italiano o veramente correttamente, sì che l’ominide sia passato da nessuna a lingua parlata a una balcanica? Bah) e misteriosamente pare che una settimana ogni tre torni in Italia con l’astronave e bazzichi Bologna e anche Milano, oltre che qui.

Non chiedo per pietà della Cuggina, anche perché non me ne fotte un totale cazzo, ma l’Umbe per prenderlo pel culo fa emergere che con quella vetturetta ecologica raggiunge anche la Calabria Saudita, a volte.

Non indago.
Mangio, sapori antichi, la Marghe non c’è, ma anche lì non indago,  una roba alla volta.

Già sin qui non è stato poco.
No.


No, no.

domenica 12 febbraio 2017

Siluro


Venerdì tango.
Madame, che eleganza, siete splendida, oh monsieur anche voi non siete male e allora via tra sorrisi e pelle di schiena nuda, la salida, media luna, gancio, gancio, monsieur siete virtuoso, madame per voi questo ed altro, scarpe nere col cinturino, calze di microrete nere e il vestito nero lungo con la schiena nuda e una sola spalla coperta, con relativa manica.

Mi stanno invidiando tutti madame, risata golosa, non dica sciocchezze monsieur, semmai sono io l’invidia delle mie amiche laggiù, mi lusingate madame, gancio, media luna, baldosa, voi madame, siete pura emozione, ti devo dire una cosa Tazio, dimmi Marghe, quando mi dai del voi mi fai diventare… frizzante? Mugolo di piacere e le sussurro “avete un culo irresistibile madame”, “monsieur!”, cosa indossate sotto l’abito madame? Mutandine e le calze da danza monsieur, m’imbarazzate, con voce tremante e roca, gancio, stop alle danze, repentino, abbraccio, bacio di classe in mezzo alla pista, ma le lingue nelle bocche incollate danzano un loro caminito del tutto speciale.

***

A casa mia, nella notte tanguera, già nudi e famelici.
“Adoro leccarvi i piedi madame” – “saranno sudati. monsieur, mi sento in imbarazzo”, ma certo, fa nulla, scusate, ma vi tolgo io dall’imbarazzo madame, spalancate le gambe come una zoccola, che passo alla vostra ficona carnosa, che quella non v’imbarazza, ma non lo dico, lo faccio, allargandole le gambe a dismisura e deglutendo tutta quella carne tenera di femmina, succhiando, tirando, ossessivo, maniaco, per tutto il tempo che mi separa dal suo sussulto un po’ singhiozzato e contorto.

“Vieni” mi invita a mezza voce, scomposta, sudata, tirandomi per le braccia ed io ricerco facilmente un blando invito tra quella carne con suga e saliva e le riempio la sorca in un guizzo elettrizzante, la chiavo, sì la chiavo di brutto, di peso, di reni, di cazzo e coglioni, la pistono, la pompo, la fotto, la sbatto, la monto, la svango, la sformo, la allargo, la riempio e poi odo un bramire di pornocerva erotica in calore e allora accelero, perché la mia Dama deve provare l’orgasmo più squassante del globo e sono unghie nella mia schiena, bacino che accompagna il mio, gambe che mi abbracciano il culo, bocca aperta e occhi chiusi da cui il trucco si scioglie e si disfa, vene delle tempie, del collo, rughe e tendini e un imperativo assoluto “Vieni! Vieni! Vieni! Con me! Adesso! Vieni!” e come deluderla e frullo il mio cazzo di vene e pelle e cappella e le sborro nel più profondo dell’utero godendo con lei.

Ma continuo e scopo di ritmo, con la medesima durezza, “Ti è restato ancora duro…” ed io non rispondo ma la pompo, riprendo il ritmo del motore assatanato mentre lei accenna ad un brivido d’orgasmo a cui fa seguire un “Basta, tesoro, ti prego, basta, basta, basta…”.

E perché basta? Perché mi hai già fatta venire da impazzire, tesoro, vieni qui, abbracciami e io eseguo con ‘sta ceppa bizzarra che mi guarda con un occhio solo e mi dice “mbeh?” e ci facciamo le coccoline deliziose e poi, alla volta delle tre e ventidue vengo richiamato alla veglia, poiché domani è il compleanno di Davide, nipotino prodigio di un’intelligenza astrale e bellezza inumana al pari di qualsiasi bambino di tre anni per la nonna e allora via, nella notte, verso Margheritopoli, da dove la prelevai ieri sera, via nella nottr accompagnato da un racconto lento sulle gesta miracolose di quel nano che, domani, sarà il celebratissimo protagonista di un pranzone emiliano/lombardo in suo onore.

Buonanotte madame, buonanotte monsieur.
Ritorno calmo alla tana, rollandomi una canna bandita in sua presenza e medito lungo le mie aspettative e a com’è usuale il mio piegarle alla realtà, anche quando questa sarebbe assai bella se fosse, ma in realtà non è.

Padrona, feticista, sensuale ed ageè, intelligente, dagli appetiti sopiti poiché mai soddisfatti, ma che delizia taziocerebrale, ma poi siam sicuri?
Perché mi sa che sto per prendere l’ennesima inculata sonora da una bella e colta signora che di farmi da padrona (ad eccezione degli aspetti noiosi e fastidiosi del concetto) non ci sente nemmeno, ma nemmanco mai in vita sua ci si è dedicata, o soffermata per errore, perché a lei piace alla missionaria, che c’ha “l’anca” (penso a me che ne ho due, che eroe) e mi concede le sue estremità inferiori giusto perché la scarsa confidenza non le consente ancora di ritrarle a scatto con una seccata frase di noia, che a suo tempo arriverà e che buona st’erbetta nella notte frescazza e bisogna agire di sorpresa, prima di essere sorpresi, che di ‘sti tempi non se ne sente un gran di bisogno.

Ma tanto domani è sabato, il sabato taziale.
Va recuperato, con o senza padrona.
Anzi, senza vien anche meglio, secondo muà.