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mercoledì 26 aprile 2017

Riassuntini brevi, ma onesti


L’epilogo
Troppo silenzio, vero?
Che c’era qualcosa che non andava l’avete capito vero?
No, perché alla fine un uomo della mia età e con il mio spiritoso vissuto, una domandina la deve fare. Che sia un “e adesso?” o un “raccontami bene del perché sei qui?” ‘sto cazzo di uomo qualcosa la chiede e non può accontentarsi (anzi si incazza abbestia) davanti a un “ti prego, ti prego, è stato bellissimo non rovinare tutto”.
Non rovinare tutto io? Sarei io quello che rovina tutto? Che rovina una vita che hai rovinato tu, sanguisuga, opportunista, falsa, farisea e anche troia, o sì grandissima troia, che per quel che mi riguarda, tanto per non rovinare tutto e non insistere sui tuoi preziosi e delicati equilibri, c’aveva la Pasqua libera che il moroso, marito, padrone, cane, non me ne frega un cazzo del titolo, se ne era andato da parenti, affanculo, è morto, è in coma e tu ti sei costruita la “due giorni di Cazio” fottendotene di tutto quello che in me è attaccato al cazzo, cicatrice compresa, per cui.
Per cui tira su le tue robe e sparisci.
Per sempre.
E il primo pezzo sarebbe completo.

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Ma poi c’è il funky.
Io Max e Virus ci deglutiamo una corposa quantità di alcool qui all’Osteriaquellanuova e poi ci deglutiamo una corposa quantità di strada per raggiungere un locale arci che mi pare si chiami Biko’s dove c’è la serata del funky, ma quello vero, non funketto da frocetti con la Golf, roba che spacca, che batte. Canna prima di entrare e poi vai, che sono tutti vestiti anni ’70, fica ‘sta cosa, locale senza pretese di design, molto basic, fico.
E ci piazziamo al bar a scrutare il femminaio nella semioscurità e io inquadro una cula semplicemente irresistibile di una milf un po’ sfigata (visto il gruppo di accompagnamento) che ballicchia da sola nella sua tutina di lamé oro a schiena scoperta, accollata davanti, senza maniche, zampa di elefante, scarpa modello boh color argento (mah!) tacconata e zeppata e cinturinata. Acconciata come Minnie Minoprio degli anni d’oro, ma forse è una parrucca, sta di fatto che delle incongruenze non me ne frega un cazzo e, considerato che la fisicata alta e snella c’era, la cula magnetica pure, ubriaco come una salamandra mi avvicino al passo di funky più pacato che ho e già a distanza la invito a ballare sulle note del Maestrodimmerda James Brown.

E inizia il passo a due, che più che un passo a due è diventato un cazzo a due, visto che le premevo il puntello di quercia roverona tra le morbide natiche della cula che non esitavo a  palpare in modalità nonmivedono = ‘on’, per poi passare a sgnaccarglielo sulla pancia piatta e poi sul culo e così via senza lamentele, né sottrazioni all’armeggio, con ampi contributi di struscio sculante, quando a un tratto vedo una specie di Grape Ape, ma di quelli che non fanno da ridere,  che si alza e fa prua verso di noi che ero già pronto a dire “no ragazzo, sono io, ma niente autografi, non stasera”, quando vengo raggiunto allo zigomo sinistro, di striscio da un suo gancio di discutibile affondo.
Guardo la mia bajadera in affanno a bloccare il mostro chiamandolo per nome, quando questo nobile d’altri tempi si divincola e mi assesta un altro gancio, discreto questo, sulla guancia destra, che riesco ad ammortizzare con facilità vista la sua lentezza. Un cazzo vero, mi ha tamponato in pieno che son andato giù lungo.
A quel punto ero attorniato da due belve con la bava alla bocca, Max e Virus, una festa da anonima alcolisti, considerando che di sobrio c’era solo il colore della mia giacca.
Un tafferruglio che non vi dico e mi ritrovo con un sacchetto pieno di ghiaccio seduto sugli scalini del Biko’s con la bajadera che mi rolla lei una canna, considerata la mia temporanea inabilità.
Che bello, una tardona bajadera infermiera a bordo strada sugli scalini, che le macchine rallentavano pure, che rolla per me una canna, profondendosi in milleottantadue scuse per cose che non aveva commesso, mentre dentro due mandrilli Alfa stavano rimodernando il locale.
Lei si chiama Miriana, ma io la posso chiamare Milly. E’ gentile e quella era una parrucca.
Mi memorizza il suo numero sul cellulare e anche questo pezzo è completo direi.

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La barca
Voi lo sapete, io il mare lo adoro e per un periodo sono andato anche a vela con un Gran Soleil, ma di avere la barca non c’ho mai pensato. Però passeggiando col Virus sul moletto dell’attracco sul Po incontro Malavasi, che mi fa la vuoi? Indicando un nobile Cranchi Aquamarina 31 con pitipì e pitipò che non c’ho capito un cazzo, ma ho capito solo 540 cavalli con due motori Volvo e voi lo sapete, il rumore sveglia in me l’io cretino e allora gli dico “affittamelo fino a settembre, se poi trovi da vendere lo vendi e io ti do comunque l’affitto fino a settembre anticipato” e tratta e tira e molla e picia e martela affare fatto, è mio fino a settembre salvo che.
Salvo un cazzo, vorrei dire, che io mica ce l’ho la patente nautica, come suggerisce a mezza voce il Virus mentre conto i soldi cantanti contanti.
E cosa c’entra? Il coso va avanti uguale.
E anche questo pezzo sarebbe completo così.

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I doveri
Dovrei salire a Riga, dovrei salire a Bordeaux che il Ruggi mi fa due coglioni così, dovrei interrompere in maniera definitiva con la Gipsyqueen che tanto con quella vacca si ricomincia quando si vuole, dovrei spazzare da casa ogni cosa legata alla Chiara, dovrei decidere cosa fare da grande, oltre a buttare palate di soldi in cazzate, dovrei calmarmi con lo spendere in assoluto, che le riserve non sono infinite, dovrei anche meditare di guadagnarmi qualche soldo onesto, ma di questo non ho proprio coglioni, ma a breve sarà bene che io ce li abbia.
Sia i coglioni che quattro soldi.
E anche questo pezzo è completo, credo.

C’è qualcos’altro ancora, ma fatemi sgranchire le dita, prima.
Spero siate fieri di me e della mia adulta sobrietà.


sabato 15 aprile 2017

Fusilli dall'ombra del passato

Le cose nella vita capitano tutte d’un tratto e scombinano l’equilibrio che, con fatica sissifiana hai costruito sin lì. Noi si crede di essere in salvo, sciolti nell’abitudine della provincia lontanissima, ma come ciascun fuggiasco, dobbiamo essere consci che arriverà il giorno in cui ci cattureranno o, spesso, decideremo di farci catturare.

Venerdì Santo, ore venticinquantattro; approccio il portone di casa, nella mite piazza di Taziopoli, pronto ad una doccia e ad un ricongiungimento rapido con la brigata sgangherata con la quale sono uso ad unirmi nei lunghi intervalli in cui la mia colta concubina del momento è “impegnata”.
E sotto il portico, nel buio incerto, sbuca da un’auto parcheggiata, forse da tempo, una figura femminile, non alta, seppur issata su tacchi parabolicoiperbolici, jeans attillatissimi, impermeabile nero con cintura strozza fianchi, borsa appesa all’avambraccio, chioma riccia da Moderna Medusa che ben conosco.

“Brutto momento?” soffia quasi irridente dal basso della faccia buia fora dal bianco di occhi sorridenti che ben conosco, così come ben conosco il perché di quell’abbigliamento, di quel profumo, di quelle astrofisicovettoriali peeptoe sulle quali è impennata, facendo fare capolino a quel Rouge Noir che è fonte di vita per le viscere Tazionerchiali.

“No, perché? Ti aspettavo da un po’.” rispondo patetico come un attorucolo di quarta categoria che scimmiotta un cugino di Rick Blaine, ma in viale Forlanini e verso un travone dell’Ecuadòr.

La Riccetta.

Uovo di Pasqua inatteso, privo di biglietto di auguri, sale culea la mia scala per entrare nell’appartamento e stimarlo semisorridente e sbarazzina come una ragazzetta che visiona un lotto in vendita e sin lì conduce lei, sì, senza spiegazioni, senza parole, slacciando l’impermeabile e rimanendo con addosso una maglia lilla aderente e perforata di capezzoli duri che ben ricordo, sedendosi poi sul Divindivano accarezzandolo, quasi a dire “eccoti qui vecchio compagno di chiavate indecenti” e continua a condurre, con quel collo del piede nudo, teso di vene e tendini e quel sorriso trattenuto dal diventare una risata e conduce e io le lascio le briglie, la cassetta e il carro intero, perché sento il cazzo che mi diviene di marmo di Carrara rinforzato con verghe di titanio trattato con Kriptonite di prima selezione e, mentre lei si muove di moine bimbesche, reggendo lo sguardo a sfidarmi insolente, io mi avvicino, facendo suonare sorda la zip, attirando il suo sguardo sotto il mio punto vita, sgusciando il TitanoTazioCazzioDurusErectusBestiam, scappellandolo ed orientandolo verso la sua bocca che, con un sospiro cupo, ad occhi chiusi, ingoia la SommaCappellaVerghea, mentre con le mano mi trae a sé per i fianchi, per suggere quanto più la boccuccia innocente potesse suggere.

La Riccetta.

Succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia e poi tloc tloc, le imponenti calzature da mignotta cadono sul parquet e in un guizzo la maglia denuda il torace sensuale segnato da archetipi di impronte di bikini ed il cazzo le esce di bocca solo per quell’istante utile a far passare la maglia sulla testa e poi ancora succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, tirandomi alle caviglie pantaloni e mutande, succhiandomi i coglioni, non proferendo parola sul mio irsuto aspetto ben diverso dal glabro stallone di un tempo, forse oggi più montone, od asino, o cane pastore del Caucaso con il quale la farei accoppiare e lei si accoppierebbe, se solo ne avessi uno.
Mi denudo in un guizzo e la stendo sul candore di pelle del Divino, armeggiando con l’incarnito bottone dei jeans, ultimo (e per certo unico) indumento indossato e li sbuccio di dosso, tirandoli a rovescio dalle caviglie, scoprendo un altrettanto irsuto triangolo ficale, denso, arruffato e quando libero la preda dalla morsa di cotone americano, vedo un bagliore che riluce sotto la fica stropicciata e la Schizza si gira, donandomi la vista delle terga sublimi, aprendole con le fantoline mani, offrendomi il luminoso finto diamante dell’allargaculo di classe che un tempo le donai, che cara, che commozione, che tenerezza e le bacio la natiche, la annuso ed odo una roca dichiarazione “Fammi essere la tua troia svuotacoioni” e la frase avrebbe meritato una sbrodolosa analisi, ma l’uomo deve scegliere ed io ho scelto di toglierle secco l’allargaculo e di sostituirlo col mio cazzo a pelle, passandole il raffinato oggetto che, nel gioire del calore bruciante del suo retto, ho visto scomparire nella sua soave bocca della verità per una rumorosa suzione mista a gemiti anali di piacere e divina sozzura fecale.

La Riccetta.

“Da quanto ce l’avevi in culo troia?” chiedo signorile, animato da attenzione nei suoi confronti, “Da stamattina, lo volevo largo per te” risponde a singhiozzi d’ossigenazione la Signora Riccioluta, mentre io affondo nelle sue viscere con solerte lena, al pari di un coltello caldo nel burro, inculandola come vuole lei e sin lì è ancora lei che conduce e io lascio fare, godendo del mio ruolo secondario senza creare turbamenti allo scorrere dei pianificati eventi.
E poi sulla schiena, chiavandola nel culo alla missionaria, mentre la Puttanissima s’affretta a sfregare le piante dei piedi adorati sul mio viso, anestetizzandomi di quel fetore magnifico di cui sono ancora intossicato e dipendente e poi le apro le gambe a V di vaso, tenendola per le caviglie e pompandole nella fica come un pistone cecoslovacco di uno Vzduchový Kompresor del 1951, affondando sino a farle male, scoprendo in un attimo che quelle ascellette che avevo sempre conosciuto ignude e glabre erano ricoperte di una pelurietta leggera e bagnata, odorosa, acidula, ormonale e mentre le sue gambe mi abbracciavano il culo ed io sbattevo colpi di maglio come non sbattevo da ere, la sue voce erotica mi confessava di essersi lavata per l’ultima volta la mattina del giorno prima “in tuo onore” ed un sentore di zolfo s’è mescolato con gli afrori ed io sono balzato fuori come daino maschio aitante e lei ha avvicinato il volto come suorina inquieta di fronte al nudo crocifisso sensuale ed io ho aperto le valvole inondando incurante, badando solo all’infante manina e all’appuntita linguetta.

La Riccetta.

“Ecco” rantolo sudato, inginocchiato sul DivDiv, “mi hai svuotato i coglioni”, quasi a stendere un improbabile incipit ad una insostenibile svolta del tipo “ora puoi tornare da dove sei venuta” pur sapendo che venuta non era ancora, ma a tanto lavorio di tempie si sostituisce un’inatteso bacio, caldo, salivoso, troppo sottovalutato in questa era orgasmica, troppo devastante nei suoi effetti emotivi ed affettivi.
“E’ bello essere qui” sibila abbracciandomi di pelle sudata, odorosa e vellutata che riaccende i ricordi e riossigena il cuore che tanto stava bene nella sua equilibrata anossia e conduce sempre lei ed io sto per chiedere, come credo lei s’aspettasse da pianificazione io chiedessi, qual malvento di sciagura la conducesse da me, ma interrompo la sua conduzione a binario certo e stappo un quesito imprevisto, che porta d’improvviso la conduzione a me.

“Resti fino a lunedì?” le chiedo accendendo un cannino prerollato dalla saggezza di ieri sera, passandoglielo nella certezza che avrebbe accettato.
“Lunedì?”
“Sì, lunedì?”
“Mi prendi alla sprovvista…” mugola soffiando colei che dall’improvvisata è assai distante per indole, come i fatti sottolineano.
La bacio amorevole, linguale, lei sorride, mi passa la canna, si stende mostrando le ascelle oscene e attraenti e, a occhi chiusi, sorridendo, mormora “Ma certo, sì, sin quando mi vuoi…”

La Riccetta.
Sin quando io la voglio, certo, come no, sì.
E conduce lei, nuovamente, offrendomi la vista della fica aperta, a gambe larghe.
E io provo a fottermene, seppur guardingo, non convinto, sentendomi preso per il culo, ma ricomincio a scoparla per farla venire, sniffandola come bamba, salendo come un ricco rampollo il sabato sera, godendo del contatto, la Squinzy, la Schizza, la Skiz, la Chiara è qui.

Con me.
E basta.
Cazzo.

Buona Pasqua.

domenica 9 aprile 2017

Shock



“Ti darò tutto quello che non so nemmeno che vuoi” e sopra quelle mammelle giunoniche che dondolano appena, nonostante il suo imbizzarrito cavalcare, compare come un sole su una scatola di tonno un sorriso distratto dal gran godere.

La perfezione assoluta, un corpo divino, curvilineo, culeo e tetteo, capelli d’oro che non mi sono mai piaciuti prima d’invaghirmi di lei, piedi nature con unghie magnifiche e ditina lunghe, un pube liscio e bombato, una passera che si arrossa, ma meglio si arrosa, un cervello che pensa, ben coltivato di studi classici ed università, un lavoro da giornalista professionista, due occhi da cartone animato giapponese e una costante voglia di chiavare.

Se non ce l’ha lei a 27 anni.
“Le misure contano eccome Tazio” mi dice sbrananando un cheesburger da McDonald
ed io mi chiedo, a parte le mie ragguardevoli dimensioni e la mia bellezza hollywoodiana, cosa leghi noi due, ben frequentati per un numero cospicuo di uscite culminate nella madre di tutte le chiavate, che già era di tenore sostenuto nelle premesse ed è divenuta isterica nell’esibizione della fesa di Tacchinosauro Nostrano, che è stata fatta scivolare in ogni dove ben prima che potessi dire “ecco questo è il soggiorno”.

“Mo va là che hai fatto tredici” mi dice il Max un po’ triste.
E forse ha ragione. La Paoletta è un’antagonista degna di sfidare il Tazio nell’agone della vita.

O nell’agonia della vita di Tazio.

lunedì 3 aprile 2017

Stock


Devo andare a Bologna, oggi.
Fine settimana di ruspante veridicità, consumato tra i fumi dell’acol e quelli dell’erbetta spinella, nel retrobottega dalla Solita, anche se il clima è ancora un po’ acerbo per le nottate oudoor.
Mi sto appendendo alle mie antiche radici, senza resistenza, senza tensione, senza l’ansia di dover dire che son sì lì, ma con la mia testa potrei essere a New York.
Tranquillo, sbracato, ubriaco e fatterello per tutto il week end, con il mio gruppo di sodali da cui ne manca uno, ceco temporaneamente.

La figa.
Ohi mo ben, mo sì, la figa. Te Umbe taci che ce l’hai, ma la figa, sentenzia il Saaa-arti, quella vera vera, è solo dell’est. E siccome tutti sappiamo il perché, il festone dei “puttaniere” gli è arrivato per corriere espresso.
“Ma poi clalà l’hai sentita?” – “Sì” – “E ?”- “Lasen mo nder”.
E noi lasciamo andare, ordinando un’altra bottiglia di Stock84 con coppetta da tiramisù di ghiaccio.
Il problema è che non lascia andare lui e attacca ‘na solfa al povero Zack, che resta pro tempore, che la Kulova lo aspetta al Gar[b]age.

Allora soffio al Max “E tu, tu come sei messo con quella lì?”
Sospensione, pausa” – “Sì ma lei dov’è adesso?” – “Boh non ne ho idea” – “Ma dormite ancora assieme?” – “Ma no, da mesi, io dormo giù nel mio studiolo”.
Basta non mi interessa altro, smetto di chiedere, smette di dirmi, ci appassioniamo al Saaa-arti che spruzza minchiate che noi alimentiamo come benzina sul fuoco, a cazzo, senza senso. E lui ci riflette pure.

La figa.
Sono in astinenza da un tempo che non so contare in tutta la mia vita.
Un po’ perché i porno e l’autarchia compensano e, nelle serate nere, QUEI porno in particolare, quelli ricci.
Un po’ perché mi rompo i coglioni. In un attimo.
Meglio lo Stock84, l’erbetta e un’umanità normale che mi fa sentire non malato.

Devo andare a Bologna, son già le sei e ventotto, che poi trovo la nebbia e il casino.
Max voleva venire con me, ma deve fare una guaina a Pescalosso.
Vado da solo, tanto ci metto poco.
Tagliatella dal Lanterna e poi torno.
E avanti col giro.
Buona settimana a tutti.




giovedì 23 marzo 2017

lunedì 13 marzo 2017

Parentesi


Ha! La Mitteleuropa! Ha la Westsiberia 2.0! Non ho ancora capito.
Riga, cuore della notte, fuori gela a manetta, dentro fa un caldo secco che mi si collassano i bronchi, ma la bella Odalisca Anja, trentaquattrenne dai modi easygoing e corpo tornito a curve che sembra un plastico del Passo della Futa, dorme d’alcol che è un biondo piacere.
Biondo e zinnuto, vorrei aggiungere.

Riga again, stesso centralissimo albergo in cui oramai mi danno la mano all’entrata, mix di design e anticaglie, con tocchi Hilton lookalike e pennellate Romanoff, una delizia per il palato degli orgogliosi ciarlatani dello stile inesistente, come me.

La galleria va bene, devo dire. Devo anche dire che se continua così e, assieme al Bergolettone, riusciamo a fare una certa operazione di marketing, ci salta fuori uno stipendietto anche per me, pur vivendo a Taziopoli. Bell’investimento, per ora. Fatto salvo che il biondo nailonato di Trump non faccia girare tanto il cazzo a Putin che allora non si sa cosa riserva il destino.
Ma è inutile supporre le mosse di un giocatore di bowling ubriaco contro l’ultimo vero uomo politico sulla scena mondiale. E parlo di Putin in questo ultimo caso.

Due tacco 12 di coccodrillo rosso giacciono esanimi sul tappeto color corda che fa da scendiletto ed è ancora un piacere rimembrare ciò che ho fatto con i due abitanti delle medesime poche ore fa. Anja, capolavoro della sopravvivenza ad un tenore di vita non sostenibile. Prostituta? No, assolutamente, la si offenderebbe offrendole del denaro.

Così come la si offenderebbe se, domattina, lungo la via delle botteghe serie, non la vestissi e non la calzassi di tutto punto, per non parlare del vitto e dell’alloggio nel centralissimo albergo e in un pugno di ristorantini niente male, in cambio della sua presenza ciceronica di accompagnatrice bilingue (inglese perfetto, debbo dire) che mi scorterà in ogni dove.

Bilingue in tutti i sensi, considerando la predisposizione alla fellatio più rumorosa e salivosa delle notti lettoni, oltre alla non trascurabile dote di deglutitrice completa del Tarellatius Extesis Enormis Tazii di cui, credo, questa notte io possa sorvolare la declamazione, facendo riposare il bardo genitale che è in me.

Molte volte ho pensato di trasferirmi in questo microcosmo di confine tra la pseudodemocrazia europea e la pseudodittatura post sovietica, dove Russia e un mondo senza volto (fatto di un mix culturale davvero incredibile) si fondono e si sopportano creando caste, famiglie, correnti e scuole che convivono guidate dal ritmo pauroso della Daugava che scorre minacciosa sino al Mare del Nord.
Ma non ce la posso fare.
Arriva sempre il momento che l’età e la casa chiamano indietro, là dove lo sforzo di parlare una lingua internazionale, affinchè una cicerona multifunzione traduca, può essere evitato.
Ricerca di radici? Massì, dai, ricerca di radici.

Domattina, cioè più tardi, passerò in galleria, parleremo d’affari davanti al Campigli che ho procurato e che ancora non si vende, di fianco agli Arman fatti in serie che però vanno via, ai due bozzetti Schifano che tanto oggetto di trattative sono diventati, ammantati dalla schiera dei Teomondo Scrofolo e del mitico Mutandari che sono il vero business, di cui i succitati artisti noti sono il lasciapassare. E dopo un paio di tazze di tè faremo due passi fino alla Casa del Gatto, dove pranzeremo con le rispettive mammifere.

Resto qui per un po’, insomma. Finchè il sapore del ricco turista americano che sguazza nell’arte contemporanea, nelle migliori suite della città e nella carnosa fica depilatissima di una Anja locale molto disponibile agli esperimenti, non cessa.
E, vi dirò, non è malissimo.





venerdì 10 marzo 2017

L'età

L’età porta a sfoderare, così, senza preavviso, una dignità ed un orgoglio magari mai posseduti prima. Si diventa autarchici, conservatori (nel senso di conservare ciò che si ha, magari nulla, magari sfighe) diffidenti e non più pronti alla qualunque, se non per dichiarati futili motivi.

E’ l’età e le sue implicazioni che impediscono alla Margherita, alla Signora Margherita, di indagare riguardo alla mia dissolvenza. Ed in luogo di una giovanile cazziata telefonica, Ella mi para dinnanzi un dignitoso silenzio, che io colgo, approvo e rispetto come un dolore funereo, soprattutto perché mi risparmia svariate rotture di coglioni (ed ecco il conservatore scrotale che compare d’improvviso).

E’ l’età che ancora non avanza quella che spinge il povero Max a soffrire d’amore per una zoccola dimmerda che nel matrimonio ha ravvisato unicamente una casa da dominare, una legittimata vita individuale e maggior danaro?
Mi sento di rispondere di sì, sentendomi ben qualificato a farlo, dopo aver depositato ai piedi di una sfigata riccia la mia esistenza straziata.
Straziata sì, buffa pure, immatura anche, ma non per sempre.

E’ l’età.
E’ l’età dei dubbi cessati e lasciati, orfani ed irrisolti, lì a marcire nel loro brodo.
E’ l’età dell’acquisto di quelle belle scatole di cartone ondulato dell’Ikea, all’interno delle quali riporre tutto ciò che è stato, tutto ciò che non è stato, tutto ciò che potrebbe essere se solo ci si impegnasse, ordinando senza attenzione tutte le questioni della nostra vita, rimanendo soli e faccia a faccia con la nostra straziata esistenza considerandola, per la prima volta, una straziata esistenza e basta.

E’ l’età.
Niente cure omeopatiche, niente rimedi cerusici, niente viaggi in Tibet, in Indocina o in Sarcazzia.
E’ sufficiente la Solita, o l’Osteria quella Nuova. E’ sufficiente sedersi scomodi a un tavolino scomodo, sapendo che il confort è assente.

Ecco.
Un’esistenza straziata e priva di confort, già depositata ai piedi di una sfigata.
Direi che non vi è da vantarsene, ma nemmeno da vergognarsene, semmai da convenirne, assolutamente da non andarne fieri, mai e poi mai da ostentarne la svolta come fosse un ciak al quale debbano seguirne degli applausi consolatori.

E’ l’età.
E’ lei che ti fa sentire a tuo agio fottendotene degli altri e del loro giudizio, sostegno incluso. E’ lei che ti dona orgoglio sì, ma non quello che deve dimostrare alcunché. Perché agli altri di te non gliene fotte un cazzo alla pari dello stesso cazzo di cui tu te ne fotti di loro e, al massimo, è una questione di consapevolezza, il discrimine appena percepibile.

E’ l’età che acuisce il tuo sano egoismo parossistico, che abbatte il ritegno (se al suo abbattimento corrisponde un’utilità di qualche tipo), che ti porta ad astenerti dal pronunciare pareri, poiché non darebbero mai seguito ad alcunché di concreto, che ti porta a destinare l’energia intellettiva come un fattore della produzione per il quale vigono leggi consumate, come il costo di opportunità.





P.S.
Ben ritrovata, Neofelis, un bacio vero.

martedì 7 marzo 2017

Osessione insensata

Seduti all’OqN (Osteria quella Nuova) mi inzuppo di Brachetto ascoltando due esseri che blaterano tristi ed affranti sulle loro disgrazie amorose. L’uno, il Max, incapace di drizzare la barra del timone di una barca nuziale destinata a schiantarsi sugli scogli, l’altro, il Sa-aaarti, tentennante sul riallacciare i rapporti con una Antonella santa&puttana che gli lancia una dubbia gomena a mare.
Mi rivedo, ancor più idiota, mentre nuoto affannato dietro al turbotraghetto sei piani con a bordo la Schizza che naviga lesta verso mari caldi del sud.

Mi chiedo perché l’uno, il Max, anziché affannarsi al timone non si tuffi raggiungendo la riva prima del naufragio, magari seguito dall’altro, il Sa-aaarti che , anziché afferrare quella gomena marcia non segua l’amico, direzione la sabbia, un mojito e una canna di panama red.
Mi chiedo anche perché io, il Tazietti, non ho smesso prima di nuotare dietro al turbotraghetto a sei piani, ma nel mentre mi prende un dolorino allo stomaco.

Da cui deduco che anche loro siano afflitti da ulcere all’anima di non facile guarigione.
Saremo noi italiani?
Provincialotti al punto che il rapporto di coppia assume la foggia di un pilastro inamovibile (ma perché?) tolto il quale, o crollato il quale, la nostra identità personale ne esce mutilata ed incompleta, per indecifrabili algoritimi illogici?
Sarà l’aria?
Sarà l’acqua?
Sarà la gara delle colpe in cui siamo maestri?

Sta di fatto che no.
Non diventiamo “peggiori” senza quella donna che tanto sollazzo fisico e morale ci dava, no.
L’amore per una donna è sovrastimato, deformato, pericoloso,  insussitente.
E’ una dolce frivolezza che allieta le giornate, ma mai l’esistenza, è un supplemento gratuito che ci dona serenità temporanea e noi uomini, per uno strano incantesimo infantile, pretendiamo la replicabilità eterna di una cosa che ci vede cambiare anche noi, giorno per giorno.

E non mi si foderi lo scroto dicendomi che ogni giorno l’amore muta in qualcosa di diverso e sempre nuovo, perché noi è l’innamoramento che vogliamo, non l’amore mutevole al mutare (yawn).
E quando finisce tutto, ripensiamo all’innamoramento e, giustamente, soffriamo.
Brachetto, oste della malora, Brachetto.

Sì.

sabato 4 marzo 2017

Le avventure del ManzoTanzo e della Sacerdotessa Smeralda Tatuea

E negli effetti non si può mica continuare così, tra road-troie-pay e geriatrico Flamingheo, che c’ha ragione Zack, c’ha ragione, c’ha, e allora apriamo i verdi pascoli del Gar[b]age (capirai che svolta epocale) che lui c’ha la morosa barista russa figa ultraterrena (vero, molto vero) che ci presenta vagoni di figa, mo sé, ma quando mai, che ci ha presentato un pugno di vacchette pay che le inquadri a seicento metri, mica malvagie eh, anche delle buone ragazze dai prezzi modici, ma io di acento di rumània o di moldavia ne ho una certa nauseina a furia di paesi estivi e altre avventurette stradali, per cui cosa si fa? Si stabula e si beve come delle fogne, che tante volte vai tu a sapere.

E allora giovedì sera cosa succede? Eh, cosa succede: succede che una tizia che va al banco a prendere da bere mi smolecolarizza con due smeraldoni verdi così e i capelli rossi, tatuatissima e pallidissima, che pensare alla Frank c’ho messo quei tre secondi, anche se questa qui è proprio carina forte, cioè non che la Frank fosse brutta, scherzeremo mica nevvero, che c’aveva quell’aria darkgoticoassassina da orgasmo intrascrotale fulmineo che Eva Green ci fa delle gran pippe, sinceramente parlando, ma questa è sì molto Suicide, ma con un viso veramente bello e una fisicata da campionario del sesto millennio, che comunque va detto che la fighiola mi galleggia sui 24-25, non di più eh.

Bon, fatta lì, piaciuta è piaciuta, ma morta e sepolta, che il cazzeggio col branco di manzi chiama anche ManzoTanzo e così rimango a muggire nel nostro angolo di stalla, ammazzandomi di shottini e anacardi, manco fossi King Kong, che tanto con la Tatiana Kulova dello Zack al banco c’è sempre la promozione paghi uno – bevi ventisette. E poi c’hai un’età, ManzoTanzo, mi dico credendoci vero, visto che da un millennio va secca come la sabbia del Papeete.

“Mi fai accendere per piacere?” sento da dietro in concomitanza di un picpic sulla spalla, che allora mi giro è c’è la Tatuatessa Smeraldo con un cannino in mano, al che io sorrido sornione e lei mi tritura i menischi con un impietosito “Non è quello che pensi, mi faccio le sigarette a mano” – “Ahhhhh, capito”, belo pecorone cercando il Bic, che di meglio non m’è venuto. La accendo, sbuffa fumo, mi sorride alla Colgate e poi torna da dov’è venuta, condendo la sortita con un paio di occhiate da Sacerdotessa del Sesso Oscuro, che con quel tatuame, poi, le riesce di un bene che mai.

E avanti, avanti, avanti, avanti, che ormai del culo della Kulova conosciamo le cellule carnee per nome, quando ecco che al banco si ripresenta la Sacerdotessa Tatuea Smeralda, di rosso capigliata e lì, tra un Max Bovis che sgomita ubriaco muggendo dei “Tazius vai, Tazius vai, Tazius vai, Tazius vai, Tazius vai, Tazius vai, vai, vai!” e un Virus che cava delle alcoliche bestemmie rafforzative il concetto di quanto è figa, mi scollo dalla mandria e, manzo curioso, mi affaccio alle novità della vita, pronto ad assorbire il mondo ignoto della conoscenza di una giovine femmina, siffossi io una vergine spugna dell’Auchan a 0,99.

Piacere Tazio, piacere Valentina, che a me poi nelle condizioni di “freddo”, specie se ben lubrificato da un numero di shottini di poco al di sotto alle tre cifre, mi esce una fiumana di cazzate talmente travolgente (perché le mie cazzate sono sempre intelligenti, diciamocelo) che inebriano di fascino diventando tela di ragno seducente che infagotta la preda che, seppur intrisa da simile volume alcolico, riconosce intelligentemente il pregio delle cazzate con cui viene intortata alla morte e, pur di poter tornare al tavolo senza che gli amici chiamino la Sciarelli, mi comunica che: no, non ha il moroso, ok ti do il mio numero, ma adesso devo proprio andare.

E così, con un numero di cellulare scritto a penna sul palmo della mano sinistra, come un liceale segaiolo che non se lo segna sulla destra per non cancellarlo con l’attrito, torno al mio branco natio, esibendo il trofeo e venendo a buon titolo eletto LattinaDiManzo (ManzoTin, non c’avevate mai pensato eh? Lo so) 2017. E allora a quel punto, siccome poi io alla fine il liceo l’ho già fatto e l’asilo anche, per non saper né leggere né scrivere compongo il numero dianzi datomi, giusto per verificare di non essere stato preso per il meraviglioso e verborpivo culo brasiliano che mi ritrovo. E, controllando da posizione favorevole la Sacerdotatuata del Sesso Ossessivo, attendo che in qualche misura le vibri il culo e, dopo pochi minuti, in quella bolgia assordante, noto un impugnare del parlafono, un alzarsi da sedere, un turarsi l’altro orecchio per biascicare “Chi parla?”, gutturalità a cui rispondo con un secco “Così hai il mio numero”.

Occhi verdi luminosi scannerizzano il banco e, una volta inquadratomi all’apparecchio che sventolavo la manina con lentezza (lentezza a cui corrispondeva la massima velocità raggiungibile, visto il momento catartico della serata liquida), in uno sprigionarsi di Colgate altrettanto luminoso, la stessa voce pronunzia ridente “Madonna che colpo, ok me lo segno” con bye bye finale sopravento in retromarcia, sicché nessuno potesse vederla.

***

Ocio ManzoTanzoTazio, che ci sono gli estremi ricorsivi di una Squinzy Due o una Frank Due, dalla forma delle premesse, ocio, mi sono detto.
Vero, mi sono risposto, ma che cazzo me ne frega.
Altrimenti, come farei a essere Coglionazio?


lunedì 20 febbraio 2017

La felicità ed i suoi cieli


E allora capita e succede e l’uomo che vive col suo tempo e la performàns non deve certo essere schizzinoso, perché la dama è la dama, ed è pur vero che quanto detto può esser valido anche per gli scacchi, ma in questo caso lo scacco l’ho subito io e quindi, ella, dice che or si giuoca a dama, tenendo conto che, sì, gallina nuova fa le uova, ma pur sempre va sottolineato il fatto della broda e la Siusyzozza di broda ne sa qualcosa e, mentre ebbra di bevande insane e sostanze arcane assunte nel localozzo sozzo, si avvinghia come l’edera al corpo mio, per introdurmi nel cavo orale la assai ben nota lingua da bovide, le palpo quelle zinne zingare che non trovano mai casa, poiché la casa dov’è?, che di reggiseni ce ne guardiamo come dalla peste suina, che tanto abbiamo solo una quinta e il reggiseno, si sa, va messo dalla settima in poi.

**

Perizoma ingrigito ficcato nella bernarda opulenta e nella cula rizdora, la cinghiala della bassa si arrotola sul materasso ignudo della futura casa nuziale spoglia, per recuperare quella graziosa pipetta di vetro al cui interno ella stessa ha posto il materiale fissile ed accende la fiamma sotto la bizzarra sferetta aperta, dando un tirone e passandomela, per dedicarsi solerte alla suzione del Cotecone Imperiale di cui, ella stessa in auto, sfregandolo nel tentativo di farne uscire il Genio, mi ha confermato una nostalgia canaglia, di me amico nel bar, che chiunque che la fotte non sbaglia, che se gliela chiede poi tutto lei dà.

E zò.
Quella roba mi monta nella crania come un tram assassino che si proietta nella vetrina numero settantaquattro di centovetrine e il mio Ultracazzo le trapana la fregna sugosa e sguisciosa mentre lei sbrodola gemiti e grugniti e siamo fatti duri come due cardini settecenteschi e le abbranco le ingrassate natiche cellulitiche contemporanee e sbatto come uno sbattipanni kazako, guadagnando una porno logorrea che nemmeno Joe D’Amato e lei anche, magari più sgrammaticata, magari più povera nelle figure retoriche, ma assolutamente in sintonia con la sinfonia per fregna e cazzo in SiFaFaRe diretta dal Maestro Glandazio de Testicolis.

Non so scandire le fasi, è già tanto che scandisca le frasi, ma posso sintetizzare con un eloquente ficaculoficaboccaculoboccaculoculoculosborraboccalecca e sinché iò Buon Dio non è sceso a dire basta che non riusciva a dormire, tanta ne avevo e di più gliene ho data, rendendola felice e sorridente di quello stesso sorriso coglione che dovevo avere io, a botta fresca (e non mi riferisco alla monta).

Bentornato Tazio” muggisce la pezzata bionda in un afflato amoroso.
“Grazie Siusy, ma davvero ti sposi?” – “Sì, sono al settimo cielo!!”

Eco, amisgi che a flotte mi seguitte da cassa, questo è l’amoransgi, questa è la sinceritansgi, che comosione, che feliz navidad.
La vita è bellansgi.

Peccato che io non c’ho capito un cazzo.


sabato 18 febbraio 2017

Ermeneutica della fica ed altri deliri

Ma senti, ma tu di farti una famiglia ci pensi, cioè sì, certo, afferma il Sa-aaarti che va a puttane stradali tutte le sere perché il pompino straniero della buona notte lo rilassa, beh, dico io, io non ci penso o meglio ci penso e mi reputo fortunato a non averne una, ma perchè, chiede il Max con in mano il ventiquattresimo limoncello, perché ci sono già io a deludere le mie attese, non ho bisogno di supporti, tantomeno generati da me, sei un cinico del cazzo Taziun, mi risponde buttando giù quel simil catarro giallastro, boh, dico io, mi avete chiesto e vi ho detto, no, per me è importante invece, dice il verginale Umbe che ha già mari di progetti nel cassetto, con protagonisti lui e la sua nubenda inviolabile, ma poi arriva tale Letizia, nuova cameriera e, quando va via, il Sa-aaarti commenta “bella figa, al che il Max dice ma figa o fica? e il Sa-aaarti sentenzia: figa, è solo il Taz e i porno che la chiamano fica.

Momento.
Il Professor Tazianti si sente chiamato in causa.
A mio avviso la realtà dei fatti è che si dice fica, poiché probabilmente il lemma deriva da ficcare, con esplicito riferimento all’atto della penetrazione. Ma allora siamo tutti dei salami al mondo che la chiamiamo figa, fiigona, figata eccetera, incalza l’incolto Sa-aaarti. Forse sì, dico io, magarie perchè il fico maturo che si spacca e ricorda la fregna, ed in dialetto lo si è storpiato con fig, fico.
E allora quando si dice che un uomo è un figo? Anche lì, incalzo andando a braccio senza il benché minino riferimento, la storpiatura nasce da un’ipotetica azione che questo bell’uomo, irresistibile appena meno del sottoscritto, compie nell’organo femminile: lo ficco dentro. Il suo ampio agire, poi, lo identifica col suo atto, da cui ficco, fico.

“A vag a cà” dice il barcollante Max con un sorrisetto e una paccona sulla mia schiena.
Umbe si alza, saluta,e lo segue. Io e il Sa-aaarti ci guardiamo.
“Ce ne facciamo una in due?” propongo in un soffio.
“Nden” dice il Sa-aaarti, alzandosi.

E siamo andati a puttane stradali.
Pompino a due cazzi, come si conviene agli ermeneuti.

martedì 14 febbraio 2017

Lasagne al ragù di carne umana.


E li ho chiamati tutti io, li ho chiamati. Come direbbe il Saa-arti.
Sì, nel sabato taziale, al Centrale, seduto a tracannare americani come una fogna alcolizzata.
Prima il Max, poi Virus, poi Sarti, poi Umbe, poi Zac.
Titolo dell’sms: Tazio vuole gli sputi in faccia, alla Solita, ore 13:00, offre lui.
E l’Umbe mi risponde a scatto con un faccino emoticon che sorride e mi chiede se deve avvisare anche il Costa.

Il Costa??
Questa è troppo e allora lo chiamo, sì il Costa è qui, si fa una settimana ogni tre all’incirca, ma non lo sapevi? E come cazzo faccio a saperlo se nessuno mi caga, o Umbe della Malora, c’hai ragione è che è un casino, ma hai fatto bene sai a convocarci tutti, davvero sai?

Davvero, so?
E come cazzo faccio a saperlo che nessuno mi caga?

Speravo in un clima da OK corral, ma invece i guasconi erano grigi, né neri, né rossi.
Erano tesi, impauriti, silenti, quasi rassegnati. Però, mi son detto, se non c’avevano voglia, potevano non venire.

E ci sediamo.

Attacco la pappardella, che tanto c’ho in corpo sei americani, un prosecco e una canna e tutto mi viene fluido, fluido e scorrevole come il pus. O il catarro.  Parlo, parlo, parlo, racconto, specifico, evito di parlare delle fregne che NON dovrei conoscere e parlo e parlo. Poi taccio e mi bevo un bicchierozzo di rosso. E aspetto. Perché ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Sempre.

E così, a turno, come fossimo all’ONU, ciascuno fa il punto.
E mentre tutti parlano, guardo il Costa, pieno di tatuaggi, la barba lunga da hipster, i capelli ciuffanti di sopra e rasati ai lati. Incrociamo gli sguardi, ma son sguardi miti, tranquilli.

E mi rincuora che non solo il Tazio vive le sfighe, ma anche il resto del mondo: il Max invischiato in un matrimonio terribile sull’orlo della separazione. Il Saaa-arti mollato da quella psicopatica che ha addirittura cambiato residenza, correndo dietro ai coioni di un mantovano (non volante) che non si capisce chicazzè. Zac che ha mollato la tipa e adesso sta con una russa figa ultraterrena, probabilmente mignotta da soldi anche dico io, che fa la bartender all Gar[b]age. Si salva l’Umbe che pare che tutto vada bene sentimentalmente, ma di merda lavorativamente, mentre il Costa.

Il Costa è un enigma.
Che fai a Praga Costantì?
Bah, nzomm, c’ho na società che gestisce cose, robe di spettacolo sai, poi facciamo ang i video seccapita, showbizn nzomm.

E come te la passi? E faccio il segno dei soldi, ma è ovvio che se la passa interessantemente, visto che viaggia con un Lincoln Navigator nero lungo 30 metri, che manco Trump.
Bah, nzomm, potrepp anch andare meglio.

Cioè? Arrivare alla Solita con un traghetto della Tirrenia? E si ride. E non si capisce che cazzo fa, si capisce solo che parla correttamente in ceco e in inglese (correttamente come l’italiano o veramente correttamente, sì che l’ominide sia passato da nessuna a lingua parlata a una balcanica? Bah) e misteriosamente pare che una settimana ogni tre torni in Italia con l’astronave e bazzichi Bologna e anche Milano, oltre che qui.

Non chiedo per pietà della Cuggina, anche perché non me ne fotte un totale cazzo, ma l’Umbe per prenderlo pel culo fa emergere che con quella vetturetta ecologica raggiunge anche la Calabria Saudita, a volte.

Non indago.
Mangio, sapori antichi, la Marghe non c’è, ma anche lì non indago,  una roba alla volta.

Già sin qui non è stato poco.
No.


No, no.

domenica 12 febbraio 2017

Siluro


Venerdì tango.
Madame, che eleganza, siete splendida, oh monsieur anche voi non siete male e allora via tra sorrisi e pelle di schiena nuda, la salida, media luna, gancio, gancio, monsieur siete virtuoso, madame per voi questo ed altro, scarpe nere col cinturino, calze di microrete nere e il vestito nero lungo con la schiena nuda e una sola spalla coperta, con relativa manica.

Mi stanno invidiando tutti madame, risata golosa, non dica sciocchezze monsieur, semmai sono io l’invidia delle mie amiche laggiù, mi lusingate madame, gancio, media luna, baldosa, voi madame, siete pura emozione, ti devo dire una cosa Tazio, dimmi Marghe, quando mi dai del voi mi fai diventare… frizzante? Mugolo di piacere e le sussurro “avete un culo irresistibile madame”, “monsieur!”, cosa indossate sotto l’abito madame? Mutandine e le calze da danza monsieur, m’imbarazzate, con voce tremante e roca, gancio, stop alle danze, repentino, abbraccio, bacio di classe in mezzo alla pista, ma le lingue nelle bocche incollate danzano un loro caminito del tutto speciale.

***

A casa mia, nella notte tanguera, già nudi e famelici.
“Adoro leccarvi i piedi madame” – “saranno sudati. monsieur, mi sento in imbarazzo”, ma certo, fa nulla, scusate, ma vi tolgo io dall’imbarazzo madame, spalancate le gambe come una zoccola, che passo alla vostra ficona carnosa, che quella non v’imbarazza, ma non lo dico, lo faccio, allargandole le gambe a dismisura e deglutendo tutta quella carne tenera di femmina, succhiando, tirando, ossessivo, maniaco, per tutto il tempo che mi separa dal suo sussulto un po’ singhiozzato e contorto.

“Vieni” mi invita a mezza voce, scomposta, sudata, tirandomi per le braccia ed io ricerco facilmente un blando invito tra quella carne con suga e saliva e le riempio la sorca in un guizzo elettrizzante, la chiavo, sì la chiavo di brutto, di peso, di reni, di cazzo e coglioni, la pistono, la pompo, la fotto, la sbatto, la monto, la svango, la sformo, la allargo, la riempio e poi odo un bramire di pornocerva erotica in calore e allora accelero, perché la mia Dama deve provare l’orgasmo più squassante del globo e sono unghie nella mia schiena, bacino che accompagna il mio, gambe che mi abbracciano il culo, bocca aperta e occhi chiusi da cui il trucco si scioglie e si disfa, vene delle tempie, del collo, rughe e tendini e un imperativo assoluto “Vieni! Vieni! Vieni! Con me! Adesso! Vieni!” e come deluderla e frullo il mio cazzo di vene e pelle e cappella e le sborro nel più profondo dell’utero godendo con lei.

Ma continuo e scopo di ritmo, con la medesima durezza, “Ti è restato ancora duro…” ed io non rispondo ma la pompo, riprendo il ritmo del motore assatanato mentre lei accenna ad un brivido d’orgasmo a cui fa seguire un “Basta, tesoro, ti prego, basta, basta, basta…”.

E perché basta? Perché mi hai già fatta venire da impazzire, tesoro, vieni qui, abbracciami e io eseguo con ‘sta ceppa bizzarra che mi guarda con un occhio solo e mi dice “mbeh?” e ci facciamo le coccoline deliziose e poi, alla volta delle tre e ventidue vengo richiamato alla veglia, poiché domani è il compleanno di Davide, nipotino prodigio di un’intelligenza astrale e bellezza inumana al pari di qualsiasi bambino di tre anni per la nonna e allora via, nella notte, verso Margheritopoli, da dove la prelevai ieri sera, via nella nottr accompagnato da un racconto lento sulle gesta miracolose di quel nano che, domani, sarà il celebratissimo protagonista di un pranzone emiliano/lombardo in suo onore.

Buonanotte madame, buonanotte monsieur.
Ritorno calmo alla tana, rollandomi una canna bandita in sua presenza e medito lungo le mie aspettative e a com’è usuale il mio piegarle alla realtà, anche quando questa sarebbe assai bella se fosse, ma in realtà non è.

Padrona, feticista, sensuale ed ageè, intelligente, dagli appetiti sopiti poiché mai soddisfatti, ma che delizia taziocerebrale, ma poi siam sicuri?
Perché mi sa che sto per prendere l’ennesima inculata sonora da una bella e colta signora che di farmi da padrona (ad eccezione degli aspetti noiosi e fastidiosi del concetto) non ci sente nemmeno, ma nemmanco mai in vita sua ci si è dedicata, o soffermata per errore, perché a lei piace alla missionaria, che c’ha “l’anca” (penso a me che ne ho due, che eroe) e mi concede le sue estremità inferiori giusto perché la scarsa confidenza non le consente ancora di ritrarle a scatto con una seccata frase di noia, che a suo tempo arriverà e che buona st’erbetta nella notte frescazza e bisogna agire di sorpresa, prima di essere sorpresi, che di ‘sti tempi non se ne sente un gran di bisogno.

Ma tanto domani è sabato, il sabato taziale.
Va recuperato, con o senza padrona.
Anzi, senza vien anche meglio, secondo muà.




venerdì 10 febbraio 2017

Corrosione


In una anziana casa avvolta dall’abbraccio di rami nudi che occhieggiano dai vetri delle finestre, Margherita è nuda su una poltrona ed io, altrettanto nudo, giaccio inginocchiato tra le sue accoglienti gambe aperte, baciandole i radi e biondicci peli del pube.
MI sorride appena, il capo appoggiato alla mano destra, carezzandomi i capelli con la sinistra.

Ha i capezzoli scuri e induriti dal freddo e dalla situazione, lunghi e ruvidi cazzetti carnosi di cui si intravedono i fori a croce, ed ha anche un accenno di pelle d’oca lungo l’esterno delle cosce morbide.
Mi prostro a leccarle il sesso caldo e carnoso, devoto e sottomesso come un suo schiavo.
Godo dentro, quando sortisco un respiro pesante di piacere.
Come uno schiavo.

E’ delizioso passare da una situazione di carnefice che fotte violentemente la sua scrofa nel capoluogo di provincia taziale, alla situazione di sottomesso volontario che insinua nella sua Dama Erotica possibili scenari di rapporti “particolari” con me.
E io agisco lento, quasi fermo, lasciando che gli eventi ruotino, si avvolgano, si srotolino e sviluppino nuove pieghe lungo le quali muovermi impercettibile.

E accumulo tensione interiore, desiderio di sporcizia morale.
Che poi sfogo nel martoriato ano della mia ZingaraMiettaGipsyQueen.
Con cui parlo del desiderio di allargarla al punto di vederle penzolare il retto fuori dal culo, come se fosse la coda di un cane, di Bukowskiana memoria.
Lei mi bestemmia in faccia che col cazzo che si arriverà mai a tanto ed io le sottolineo che è proprio col cazzo che si arriverà a tanto, ma poi mi annoio.
Mortalmente.

E corro dalla mia Dama Erotica, Margherita, per inginocchiarmi a toglierle i collant, ancora seduti a tavola, dopo cena, per succhiarle le dita dei piedi, salivosamente e  lentamente, mentre lei con pacata voce sensuale mi racconta e si confessa del suo passato normale, fumando Diana rosse, dall’odore acre e pesante, puzzo che adoro.

Lei non mi giudica.
Le sto sgocciolando a rate, come fossi una lurida leccarda zeppa di olio rancido, tutte le mie porcate più infami commesse nella mia buffa esistenza e lei mi sorride, accarezzandomi il viso, rassicurandomi sul fatto che non ho ucciso nessuno e che chi era con me era consenziente.
E io mi spingo tra le sue gambe, scosto le mutande bianche e le lecco il sesso.

Lecco il sesso”.
Adoro scriverlo. Così formale e osceno, così sensuale e appagante, così assente di tempo, che passa senza segni mentre succhio quelle labbra carnose e cerco il clitoride pronunciato che tento di spompinare, avvertendo tra le labbra la sua forma di protocazzo fatto di protoglande e protoprepuzio.

E Margherita gode. Gode ad essere leccata. E’ una cosa che adora visceralmente, lo capisco anche senza che me lo dica. Gode a venirmi in bocca mentre fuma le sue fetide Diana, totalmente vestita, solo con le gambe nude e il sesso scoperto.
Viene sussultando e sorridendo, stringendomi per i capelli e tirandoli dolorosamente, inarcando la schiena e reclinando il capo all’indietro.

E, meravigliosamente, non si catapulta a restituirmi il favore, non si getta in esasperati ed esasperanti stanchi pompini eseguiti come da pornoprotocollo. Ed è così rilassante ritornare a sedere col cazzo di marmo nei pantaloni, per ricominciare a parlare, pacatamente, placidamente, sapendo che prima o poi anche io verrò, ma solo quando le andrà veramente di farmi venire.

E se io uscissi con un altro uomo ti darebbe fastidio, Tazio?”
“Da impazzire” – rispondo io senza nemmeno sapere quel che sto dicendo.
“Oh, tesoro vieni qui” – mi sorride di splendidi denti per abbracciarmi e baciarmi.

Senza rassicurarmi che non lo farà mai.
Senza assicurarmi che non lo farà mai.

Placidamente e corrosivamente.
Com’è giusto che, finalmente, sia.



 

martedì 7 febbraio 2017

La Margherita e il Po



E’ tutta colpa del Po.
La nebbia, la pioggia, le foglie marce, l’acqua minacciosa, la notte che certe volte sembra che non vada mai via.
E’ tutta colpa del Po.

Unghie curatissime e dita delle mani e dei piedi sottili e nodose, sensualissime, ma che belle tette, specie alla sua età, certo sono un po’ scivolate verso il basso, ma sotto sono ancora delle morbidissime sfere intarsiate di carnosi capezzoli dritti come le valvole delle ruote delle biciclette e poi quella pelle piena di efelidi e le rughe, che ci sono eh, ma lavorano poco, perché la Signora è magra, si tiene bene, ha il pube appena peloso, se lo regola, ha lo smalto perlato sulle unghie dei piedi e sa fare delle curatissime seghe tra il doloroso e il piacevole e io apro le gambe, come un cane che dona la sottomissione al padrone e agevolo l’esplorazione gemendo come la troia sozza che sono.

E’ colpa del Po.
Ci fa diventare maiali, insaziabili, irrequieti, sempre alla ricerca di una nicchia nella nebbia, una nicchia che ci doni il calore del proibito, del piacere vietato, che ci lasci esprimere al pari di quanto faremmo ai Caraibi, o alle Bahamas, o dove il vietato è consentito.
Per poi rimpiangere la guazza del Po bastardo e sublime.

“Ma tu eri porca così anche a scuola?” le chiedo ansimando, mentre lei giace elegante al mio fianco, lavorando di unghie il buco del cazzo, strizzandomi forte i coglioni, graffiandomi il perineo ora forte, ora lieve, scivolando esperta ne buco del culo, per poi uscirne e tornare a pistonare la mia Mazza Imperiale, che non tirava così per una sega da secoli e lei ride armoniosa e femminile e mi chiede inutilmente di rimando “A scuola?” – “Sì a scuola.” e godo spalancando, offrendo, cane sottomesso, mentre lei pensa e poi dice “Beh, da metà del liceo in poi forse sì, ma ero porca come può esserlo una ragazzina, cioè, insomma, mi davo da fare nel mio…” e ride lavorandomi la cappella, dolorosamente e poi piacevolmente, Signora che fa cose che gli umani adolescenti non hanno visto mai.

Il Po, dicevamo.
Acqua eterna e maestosa, favola bella, a volte mostruosa, con quelle creature straniere che lo popolano e devastano tutto, i siluri, che la navigazione è anche diventata un’arte superiore a quella di evitar le secche e i banchi.



I banchi di scuola, dove mi piace pensare alle mani della Signora che frugano vogliose tra le gambe di maschi ormonoidi che sbuffano sperma masticando sgrammaticati il Titolo Maximo di Grtantroia, ma lei ride e dice nooo, mai fatta na roba così, ma se oggi ci tornassi, oggi sì, ma c’ho sessant’anni quest’anno, amore mio.
Amore mio.

Amore mio detto con amore placido, non pericoloso, non come fosse un guscio delcato e delizioso che cela al suo interno serpi nere pronte ad uccidere quel poco di me che rimane.
Amore mio e mi succhia i capezzoli e li lecca sfarfallando la lingua e poi la passa sulla cicatrice che, messa proprio lì in mezzo, lascia intuire che il mio cuore non regge non solo l’amore, ma forse anche la vita.

Amore placido, che scorre caldo sul gelo della vita, come il fiume che in primavera si sveglia a dà un gran da fare a chi deve capire, mappare, segnare, le battaglie sotterranee di sabbia e detriti che anche quell’inverno, come tutti gli inverni a cui Egli è sopravvissuto, hanno causato.

Placido tepore umido della fica che si schiude e lascia entrare lentamente quel cazzo reso bruciante e dolorante dalle dita creative della Signora. Era forse troppo presto arrivare a questo la prima sera?, chiedo infantile e coglione come di consuetudine e lei sorride soave, con quella bocca da Ava Gardner e mi scompiglia i capelli aprendo le gambe di più, aprendo gli occhi antichi e bellissimi tinti di verde e sussurra un “no” sorridente, senza suoni e io mi immergo nella sua carne, entro in lei, percorro sacrale quel tunnel che ha visto uscire due vite e raggiungo il fondo, dove tutte mugolano di dolore e lei chiude gli occhi aspirando aria tra i denti e io piano piano la faccio godere come dev’essere, com’è giusto, com’è sacra la gratitudine che provo nell’essere ammesso al suo interno e mi fondo nel suo sudore inodore, nella sua mollezza soave, nel suo fiato bollente.

Quante volte ho osservato il Po scorrere, senza mai pormi il quesito di dov’è che andasse quell’acqua sempre nuova e sempre antica. Fortuna che non l’ho fatto, che già lo fece con filosofia immortale chi di cultura vera ne sapeva.
Il Po scorre, la vita anche. E dove cazzo vadano e perché nessuno lo può sapere. In mare, nella tomba. Ma sì. Meglio una cosa semplice che mille inutili supposizioni.

Abbordata al Flamingo nella sera del tango, come fosse una qualsiasi sozza che usa il ballo per prendere il cazzo e invece no, m’ha messo alla sbarra da subito, senza smettere mai di sorridere ed io ho dovuto chiamare a raccolta il cervello per sostenere le piccole prove che (per fortuna!) ho intuito mi stesse ponendo davanti e poi ho passato l’esame e fu lingua e saliva e respiri e poi “andiamo a bere da me?” – “Sì” e ogni suo sì è un sottile sigillo, una elegante bolla pontificia che si sente, si avverte, si respira che non è concessione per tutti.



Un pendolo penzola sulle rive del Po.
Si chiama Tazio ed è un fallito totale, pendolare tra il capoluogo di provincia taziale dove una giovane avvocatessa civilista sfodera le sue doti di suzione, invero lodevoli, spesso irresistibili, sempre sonore e umide di saliva sputata e rigurgitata, come il dio porno impone alle giovini che si approccino al cimento del pompino imperiale, pratica ricalcata dall’online a luci rosse, perché a me, che c’ho ‘sto cazzo da sempre, nessuna m’ha mai fatto il porcaio di saliva, rutti, bestemmie e sciacqui, risciacqui e centrifughe che oggi è d’obbligo fare, per fregiarsi nella deep reality del titolo di Pompinara.

La signora spinge il bacino verso il mio, torturandomi lieve i capezzoli duri come i suoi, sorride e ansima, sudando imperlata e muta, parlando col corpo, la lingua il sapore e l’odore, mentre il pendolo mi spinge verso l’avvocatura che bestemmia nell’incitarmi a cose impossibili “spaccami la figa porcodio”, specie valutando che quella figa è palesemente indistruttibile, dato che di cazzi ne ha presi più che a mazzetti, come a mazzetti erano le margheritinee che si coglievano sulle rive del minaccioso Po in primavera.

Minaccioso, maestoso e placido.
Come la Margherita che colgo fortunato, avvolto dal mistero di lei, conosciuta cinque ore fa al Flamingo e che, senza aver fatto nulla che non fosse Tazio, mi gratifica di un placido Amore Mio che nella sua non verità, mi affascina come il Po.

E tant'è.




domenica 29 gennaio 2017

Sorpresona graditona



Capatina casuale nel capoluogo di provincia taziale e * tac * mi salta fuori dall’androne del palazzone nobilone la bella zingarella, ve la ricordate la Gipsyqueen Mietta amica della PutTanya spezzatrice di cuore taziale? Cosa fai, cosa non fai, l’avvocata ricordi?, e tu, lo spaccino, che bello, si ride, ma sì dai non c’è male, piazziamo lì l'implicito oblio sulla sepoltura di un tempo e scorriamo vaselinati passeggiando, "te la fai una cannetta sportiva?" - "ma magari Taziopusher, ma magari, che c’ho da andare allo studio Magabelli Spirlicchi Frazzi Canestrelli Buttafogo Sbrazzadella Franti Cuore Garrone Penna Rossa" - "ma che peccato che so che te l’erba ti piace" - " e mi piace sì Taziusher, ma alla mattina nisba" - "mo senti allora, sempre che non ti faccia schifo e ove nulla osti, ma perché stasera non ci cacciamo una pizza ignorante con una pacca di origano che ce lo porto io quello buono?" - " hahahahaha Tazioosher non cambi mai" - "no invece, sbagli, peggioro che non ti dico" - "allora va bene ci vediamo alla Pizzoteca Bella Portici da Nestore e Gildo alle ore venti punto zero zero zulu", va bene ricciolona cannaiola Mietta Zingarona, fatta, bacio, bacio, risata di simpatia per il mattacchione e si fa.

Giochiamo solo che c’ho il marchese” – mi dice nuda, segnata di abbronzatura perizomica, con le ricrescite ispide e ampissime sul triangolone del divertimento e sulle ascelle carnose, che sesso quel cordino bianco, ma poi tu figurati se me il marchese mi blocca, toh, accendi Gipsy, che mentre te ti spacchi io ti succhio le dita dei piedi, annuso, me lo meno, nessun odore, non puzzo vè, ma sento maledetta, ma mi vuoi che puzzo e ride e io tiro il cordino, nooooo Taziuuuuus, ma sé, nden nden e in men che non si dica fuori uno e dentro l’altro, madonnasantissima, ti ho fatto male? ma sé male, granbene mi fai, maiale, passa la canna che ci do un tirone, ah Taziovich che benessere, erba spaziale, cazzo alieno, ripasso la porra e le lecco le ispide ascelle e lei mugola, tironando da far luce e io pompo e lei gode, ah Gipsy da quanto tempo non mi impalavo una bella ruspantina e la porra muore nel portacenere Aperol inculato in un bar e io comincio la fresatura di iperfino di quella bernardona labbrosa bisognosa di affetto e affettato, “carne di porco crudo? Quanto faccio? Un chilo e due? E’ due chili e nove, lascio?”, l’erba sale gentile col suo cazzottone al cervello, occhietti piccoli, lingue bovine si sdrumano di saliva bavosa, spaccamela tesoro, ma certo bambina, vengo, vengo, vengo, vieni, vieni, vieni, lasciati andare, molla tutto, piscia se vuoi e questa raffinatezza acutizza, infiamma, arrapa, insuinisce, abbatte l’autocontrollo, “mi sborri sulle ascelle?”, ma certo tesora e sguscio la minchia appiccicosa e me lo strozzo con lei che si tormenta il bottone e schizzo come una seppia mentre lei tiene alto il braccio e si lecca le labbra, spalmando l’unguento miracoloso sulla tetta dura di pelle d’oca e scuri capezzoli increspati come il mare d’inverno, succhiandosi le dita, per poi sparare un’altra venuta digitale e la giro, cristocazzo non ti diventa mai mollo a te?, no santachiarachecoscia, mai se la vacca che monto è in calore come te e allora dai, toro, montami diocane, sbattimelo dentro e via così per mille avventure sugose di sudore suino, condite di sensuali bestemmie che da quella bocca minchiaiola sgorgano laide e soavi come squillanti chiarine del lurido.

Camminerò a gambe larghe oggi, diocantante” mi dice ridendo, ancora dura come un copertone, vestendosi ultrafigattorney, pencilskirt, camicia bianca, calze nere e tacco dodici classicissimo, capelli aconciati, mentre io a letto nudo mi rollo un cannino del buongiorno Taziofallito, “non metterti le calze” suggerisco roco, col cazzo barzotto sotto il piumone, mentre lei ride e dice che in studio non si scaldano cazzi, che già è difficile così, “basta che ti tiri dietro la porta se devi andare, il caffè sai tutto” e scompare dopo un bacio linguale laringoiatrico e un tiretto al cannavacciuolo e io mi sciolgo tra le sue lenzuola col suo profumo di carne addosso e mi riprometto di frugare ovunque per scovare i suoi luridi segreti, ma poi spengo e mi mollo alla nanna, la prima serena, con la finestra aperta e i tetti del capoluogo di provincia taziale gelati, ma che bello, sembra Natale, son sereno, che bel profumo di carne umana e marijuana, vorrei essere nel suo perizoma bianco e pensando a quella figona insanguinata così saporita e odorosa, dormo.
Finalmente.

domenica 22 gennaio 2017

Pegognaga e dintorni

Alle riunioni della AA si cucca con una mano legata dietro la schiena e un occhio bendato. C’è roba inguardabile e delle infette che anche se ce l’hai titanico come il mio, a sbatterglielo dentro è come buttare un salame in un corridoio, ma una volta scremata la sugna liquida e le sue bolle, si riesce a vedere anche della roba sbattibile, come quella smuntina bionda dalle tette grosse che sarà il mio prossimo bersaglio.

“Ciao sono Tazio, non bevo da circa dodici minuti, che mi son fatto un paio di Americani prima di entrare qui” e poi comincio a delirare minchiate, cosa che mi riesce con una certa naturalezza, scivolando anche sul sentimentale che così mostro il cuore, facendogli vedere che ce l’ho. Senza turbare la visuale verso quell’altro organo vitale che, come socio AIDO, ho deciso che prima o poi lo donerò a qualche bisognosa, che lì secondo me ce n’è del gran, di bisogno.
 Tutti mi dicono “Grazie Tazio” la signorina mi osserva per cercare le mie istruzioni sul retro, mi risiedo, fumo che lasciano fumare e poi penso ai cazzi miei osservando le mammifere alcoliche intorno a me.

Certo, sinché non ci prendo la mano possono avvenire piccoli incidenti di percorso, ma chi è che non sbaglia? Solo chi non fa.
E’ ancora fresco l’avere invitato a prendere qualcosa a quella tizia non totalmente da rottamare che, dopo trentanove secondi dall’aver ordinato una tonica, e dopo aver visto me andar da signore a bourbon, mi ha seguito, ammazzandosi di trentasette shot in un lampo, manco fosse Fiuggi e finendo spappolata da dover essere riaccompagnata a casa. Con i rischi che ne son conseguiti, non dimentichiamocelo. Anche avendola mollata nell’atrio e avendo scampanellato alla morte, i rischi ci sono stati.

Non l’ho vista più, credo abbia cambiato circolo del ricamo.

Con la BRC (BiondastraRossastraCavalla) si chiava in prontezza operativa; niente pianificazioni, non si può, niente telefonate, chiama lei da un celluarino rosa della Nokia anteguerra che sembra quello della Barbie. Macchè, la Barbie ci piscia sopra a un coso come quello. Però lei sa dove nasconderlo, non suona, non vibra (ahilei) e tutto fila secondo i suoi luridi piani, fatto salvo che io non sia alle riunioni della AA o sfracellarmi in un locale nelle nebbie aromatizzate alla merda nei pressi di  Piacenza, pieno di trans, troie russe ultrafighe e culattoni divertentissimi, dove ho fatto amicizia con una certa Perla, transessualone di elevato appeal carnale, che fa la bartender e infonde al locale quella sfumatura blasé ed elegante che non guasta. Vittoriana direi.

La Perla è in gamba vera, ed è piacevole tirare le quattro o le cinque, aspettando che la musica si abbassi, che le mandrie transumino e che sia possibile quindi far due chiacchiere e tracannare altri sessantaquattro shot con lei.
Di farsela picche porto zero: è la morosa del boss e non fa la squillA. Me l’ha precisato sin dalla prima sera. Credo spenda duemilaquattrocentonove euro al mese di lampade, perché sembra mulatta, quando invece è di Pegognaga.
C’ha un culo da rizdora che mi fa sognare che abbia anche uno zampone da ultimo nell'ano, ma mi sa che insistere a scoprirlo (venendo scoperti) procuri quell’allergia alle ossa che poi si frantumano tutte contemporaneamente.

Chissà se c’ha i biglietti da visita con scritto

Perla

Shemale in Pegognaga


Chiederò domani sera all’AA.
Se sanno me lo dicono, lo so.
Son angeli, sono.

martedì 3 gennaio 2017

I bidoni dell'umido del condimino Rosina

Un no è un no e, quando un no è un no, ti siedi vicino ai bidoni dell’umido del condominio Rosina e consideri che mai, ma dico mai, in vita tua hai supplicato qualcuna perché si rimettesse con te e vaffanculo tutti, amici, amanti, puttane, bar, beghe e seghe di ogni genere e tipo e decidi di schiodare il culo da quella fogna merdosa in cui vivi, decidi che non lavorerai mai più, che non ti innamorerai mai più e che è ora di dedicarsi alla ricostruzione di una reputazione, fatta di una valorizzazione leggendaria dello straordinario pezzo di cazzo di porco crudo che ti pende tra le gambe, donandogli l’aura del mito che merita, centellinandolo solo verso le elette all’Olimpo dell’orgasmo interplanetario, umane selezionate ai piaceri della carne 3.0, dotate degli arcinoti requisiti fisici che alimenteranno il Golem di carne e vene e pelle che dovrà diventare famoso con il nome di battaglia de “il Carnazzone della Bassa”, così come fanno i pugili.

E così il Natale passa in meditazione erbatica solitaria, così come l’ultimo dì dell’anno merdoso, ma senza dolori, assenze, modelli fantasiosi del Mulino Bianco irrealizzabili, ma semplicemente così, come giorni del cazzo qualsiasi, che come precipua caratteristica hanno quella di costringerti a comperare le sigarette all’automatico e nessun’altro disagio.

Sigarette e preservativi, anche, per la prima volta in vita, perché la BiondastraRossastra Cavalla, pescata senza esca né amo in farmacia a Fecazzone ai primi di dicembre, vuole il goldone per far Cervo Cornuto di stile MultipalcoMultintarsioImperiale il marito Becco Imbecille e io indosso, certo che indosso, perché le sue minute tettine sgonfie, dai piccolissimi capezzoli irti e rosati e i suoi piedi di corpo robusto e dita separate, meritano l’erigersi del Carnazzone Assassino della Bassa.

E per ora è tutto qui, in una gelida mattina nebbiosa che solidifica il condominietto anni ’70 di Taziopolis Nueva, paesino mai cagato finora, ma che sembra promettere la tranquillità che merito.
E poi c’è erba buona, robusta, che supererà l’inverno.
In attesa di pianificare un’evaporazione d’oltreoceano, forse.
Ma per ora mi dedico agli umori aciduli della Cavalla BiondastraRossastra ed al suo vorace desiderio di infedeltà.

Buon anno a tutti.