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venerdì 25 agosto 2017

Non so gestire queste eventualità.






Fresche le frasche che stormiscono e friniscono estive di cicale puttane e incoscienti nell’ora del tramonto fatto di odori verdi e zanzare, in quell’ansa solitaria dove sorge la Margheritiana Magione che non frequento da un bel po’, ma vè chi c’è!, ma potevi avvisarmi che arrivavi!, ed incede sensuale in ciabatte infradito bluette, ordinarie, attraversando il giardino ubertoso, avrei messo qualcosa nel frigo!, non preoccuparti mia Dama, ecco tre bottiglie di champagne della marca che ami, Barnaut, gelate, oh amore mio grazia! come sei bella, bugiardo, vieni che ti bacio, dio che lingua Margherita segreta, sei senza reggiseno che quel prendisolino con le bretelline ti scopre tanto la schiena abbronzata, sei stata in ferie Mia Signora? un mese a Cervia a tenere il piccolino, ma guarda che pelle che hai fatto e ride di denti bianchissimi e perfetti, stringendo gli occhi, gli occhiali piantati nella chioma argentata, bellissima, il Barnaut è giunto alla base, nel frigone imperiale, ma fatti palpare, sì palpami che sei un maiale, è ben quello che ti piace, non solo e lo sai, sei così bello da svenire Tazino, baciami ancora e scivoliamo contro il frigo con le carni che si scoprono, mutandine di cotone con le cappe sui bordi, che sapore di pelle che ha sudato, meraviglia sublime.

La luce del giorno si arrossa, calmandosi e giacciamo nudi sul letto imponente, di noce e di radica, il suo odore antico di corpo umano femminile sulle lenzuola bianche stropicciate, annuso, dormi nuda mia Dea? sì, mio fido scudiero, e la mano mi strozza i coglioni e graffia di sotto e poi sale con l’unghia fino al buchino del piscio, sorridente, maligna, sei il demonio mia Padrona, sì, sono il maligno che ti fa godere, lasciami giocare, gioca mia maligna, infilami il mignolo nel buchino che so che è cosa che ti piacerebbe farmi da tempo e sento il bruciore, il dolore dell’unghia che scava nel forellino che si dilata e tremo pensando che stavolta lo farà e si fa seria, ammorbata, intenta, decisa e sento la carne del cazzo allargarsi e mi rilasso, promettendole lo stesso trattamento al suo buchino e una voce soffiata e incupita mi sussurra un erotico “accomodati” e comincio a godere di dolore lento e la vista di quella falange ossuta che si infila nell’uretra mi eccita, cerco la sua lingua, salivosa, grossa, calda, bovina e saporita di gusti, la pelle sottile, i suoi movimenti sinuosi, senti dolore?, sì, e ti piace?, da te sì, un soffio aspirato tra i denti la fa somigliare ad una pericolosa vipera e mi piace e la schieno di botto e la vedo sorridere, stavolta ti inculo Margherita Regina, fallo, girandosi di pancia ad offrirmi terga morbide ed arricciate di pelle e tatuate di pallore che celano nel mezzo un carnoso bocciolo estroflesso che mi affretto a colmare di tutta la saliva che posso, spalmandola all’intorno, spingendola al di dentro con un dito, poi due e la mia Regina ansima col capo argentato nascosto tra le braccia incrociate e io premo, il calore, la carne che cede remissiva, un mugolio tra il dolore e il piacere, il retto vellutato e umido, scivolo dentro tutto e la copro, baciandole il collo sudato e mi muovo come un serpente nella tana, a mio agio, sicuro, insolente.

Che intimità nel tuo culo Maggie e sorridi, ma lo sai che mi faccio le seghe pensando alla mia mamma?, un bagliore, un risveglio, un sommesso invito a dirle di più e io snocciolo precisi dettagli, mentre il suo culo da statico comincia ad animarsi e i suoi scomposti grugniti sensuali si addensano, sei la Bestia Tazino, ma lo avresti fatto davvero se lei t’avesse lasciato fare?, credo proprio di sì Maggie e il suo culo contrasta morbidamente i miei affondi signorili, continua Tazino, voglio sapere tutto quello che ti eccita e io continuo, sbrodolo, sbavo nelle sue orecchie le mie voglie, parlandole di cazzi nel culo e di maschietti muscolosi, di un sogno pomeridiano di chiesa estiva, con una Dama che apprezzi il piacere di profanare il sacro, prestandosi a giochi erotici sui banchi in fondo, nel confessionale vuoto e la vedo farsi seria e stringere i denti respirando affannosa e conosco quel modo, la sento stringere esausta quel buco antico e continuando nelle visioni maniache la sento venire tremante, sozza, eccitata di lurido, mentre mi esorta a continuare, occhi chiusi, bocca piangente ed io allora sbatto, nel culo, senza pietà, parlandole di giovani femmine o giovani maschi legati ad un tavolaccio in fondo ad una segreta, per il nostro piacere oscuro perpetrato sino a sentirli bestemmiare di doloroso piacere laido contro natura ed estremo e un sussulto grugnito mi chiede se mi eccita il turpiloquio e io confermo, sollevandola per poterle pizzicare i capezzoli grossi ed estrusi sortendo un gemito nuovo che mi spinge a bestemmiarle sussurrato in un orecchio, insultandola, sentendola aprire le gambe per prenderlo nel culo di più, oscillando come un delicato pendolo che accentua il piacere anale, sei un pervertito, un malato, un depravato, sì, sono tutto questo e anche di più, sono la Bestia che sogni tra le tue sozze dita mentre ti masturbi nell’orto, che il piegarti ti allarga il buco della fica e vorresti essere piena di cazzo ignorante, suino, popolano, ma ancor più articolatamente deviato, amante di piaceri oscuri, neri, notturni e bui e lei sussulta come in preda ad una crisi epilettica e con un tono di voce molto alto mi dice una serie di “sì” assertivi e premianti, ai quali io rispondo strapazzandole l’intestino senza cura attenta verso la sua sacra senilità, ma volta solo alla sua dirompente ed inimmaginabile sessualità complessa, complessa forse al pari della mia e la giro di schiena, deponendola con grazia e devozione sulla pelle madida, ammirando i bagliori che il sudore ha disegnato sul ventre magrissimo e sui piccoli seni irti di cazzetti di carne rugosa e le spalanco le gambe portandole sulle mie spalle, chiedendole in che buco voglia il grancazzo, ricevendo soffiato un “fica” con la “c” a suggello di una liturgia condivisa, della presenza sulla stessa pagina dello stesso libro, a conferma della voglia di incamminarsi e raggiungermi per vedere dove si andrà.

Ed io fotto, profondo, stalliere maniaco, annusandole le ascelle amare e piccanti di speziato sudore terreno e irrisolto e poi i piedi, aromatici di incenso e formaggio tenero e grasso e godo e mi lascia fare, godendone, seria, presa, compresa, rapita, sopraffatta da una sorpresa che l’ha stupita del non poterla controllare e che, tantomeno, potesse sortire quell’effetto di frusta sui suoi gangli nervosi addormentati da tempo, ma sempre vivi, coscienti, seppur sopiti e mentre sbatto la Minchia Maestra nel buco rilassato di carne frolla, mi chiede in un soffio, a occhi chiusi, quasi timida, se la Bestia necessiti che lei sia la mia mamma e io rispondo di sì, aggiungendo anche che la Bestia richiede che lei sia la sacerdotessa del male, nuda sotto un saio nero mentre si celebra l’oscura condivisione rituale di un giovane corpo nudo, ma anche insospettabile madama nel luogo sacro ai cattolici, a condividere sozzure laddove si imporrebbe devozione e meditazione e mi segue, a bocca aperta, godendo intensa del mio lento affondo e delle mie scellerate proposte.

“Vienimi dentro, subito, adesso” mi intona con drammatica intensità ed io la apostrofo, puttana!, chiedimelo come devi, troia!, voglio sentirti blasfema e volgare e un mite ed incerto “Sborra… sborrami dentro…” giungendo le mani dietro al mio collo, tesa, alienata di piacere nello sguardo, alienazione portata al picco con un mio “vorrei ingravidarti, femmina troia” – “il figlio della Bestia…sborra cazzo, sborrami tutta, scopami…” – “puoi essere di più, insisti…” – “riempimi di sborra l’utero, cazzo, dai, sto venendo, porcamadonna dai…” ed io, estasiato dal mio potere plagiante, dalle mie doti affabulatorie, vengo calcando la mano sui grugniti e le blasfemie che ci portano ad orgasmi vicini, seppur non perfettamente coincidenti.

***
La notte avvolge. E’ la notte di un’estate in calare, seppur ancora piena di suoni di insetti e creature e vita.
Avvolge i nostri corpi avvolti a loro volta di reciproca pelle e di pensieri travolgenti, confusi, esaltanti, in un abbraccio stretto, amorevole, delizioso, odoroso, terrestre, umano.
Sorseggiamo a collo lo champagne di classe che mal concilia con le liquamate versate poco prima.
Cerco la sacca e rollo una canna, senza alcuna levata di scudi.
Mentre lavoro, seduto sul letto, una Dama nuda mi abbraccia da dietro, posando la guancia sulla mia schiena, allungando le braccia sottili sotto alle mie per cercarmi i capezzoli.

Accendo, tiro, trattengo, gliela passo, la assisto, la istruisco appena.
Tira, trattiene, soffia, me la ripassa. E il rito si ripete, sino allo spegnimento.
La Regina gode di torpore, si rilassa, si piace, leggermente ubriaca e “drogata”, come dice lei.
“Mi piaci Tazino, mi piaci tanto tanto tanto, sei come ho sempre sognato una Bestia vera.”
“Anche io ti adoro, mamma, adoro la nostra immorale intimità” e soffia tra i denti, sorridendo sporca.
Silenzio, grilli, timido vento, acqua lontana.

“Morirò, lo sai, vero amore mio? Lo sai, vero?”

No cazzo, mia Regina, non sono affatto pronto.
Non sono affatto in grado di gestire questa eventualità.
Non sono maturo, non ho armi, non ho imparato niente dalla vita, pur avendone prese di forti, pur continuando a prenderne, ma le lezioni a me non servono, sono troppo sottili ed io sono refrattario, ottuso, zotico, io so solo scappare, scappare tentando di detergere, senza lasciare traccia apparente, ma solo apparente.
Non so fare altro. E lo so fare anche molto male.

Ciò che mi consola è pensare che ogni giorno che passa è un giorno in meno verso il momento in cui troverò pace, definitiva, in un modo o nell’altro, sia che non ci sia nulla, sia che ci sia qualcosa, sia che io possa incontrare chi ancora quotidianamente mi manca, sia che non ci siano spiegazioni terrene al dopo o sia che cessi solo l’esistere.

Ed è per questo che, giorno dopo giorno, mi concedo, pigramente, deroghe comportamentali ed alibi, nonché uno stile di vita asociale, artificiale, disingranato, spostato, illusorio, zeppo di ricercata solitudine.
Perché l’inutilità della vita non conduce a null’altro che dolore nel viverla ed io non sono stato nemmeno capace di interromperla, questa farsa, ma ciò non significa che io sia disponibile a sottostare ai suoi dettami e alle sue liturgie.

“Non dirmi che stai morendo, non so gestire questa cosa.”
Un sorriso e un bacio sulla schiena, poi ancora guancia.

“Allora risvegliami il sesso oscuro, quello che ho seppellito per una vita e che oggi tu hai riesumato con un effetto stravolgente. Fammi essere la tua Sacerdotessa, mio Maligno.”
Mentre parla lenta, rollo di nuovo e fumiamo.

La notte fuori parla il suo dialetto orecchiabile e rassicurante.
La notte riposa in attesa del giorno bollente.
Lei si addormenta, avvolta dai fumi rilassanti.
La sistemo con cautela sui cuscini, la copro sino a metà col lenzuolo di sopra, faccio il giro, chiudo tutte le finestre, mi tiro dietro la porta e la lascio sicura nella sua Magione.

E torno al mio confortevole nulla.
Detergendo a fatica.







domenica 12 febbraio 2017

Siluro


Venerdì tango.
Madame, che eleganza, siete splendida, oh monsieur anche voi non siete male e allora via tra sorrisi e pelle di schiena nuda, la salida, media luna, gancio, gancio, monsieur siete virtuoso, madame per voi questo ed altro, scarpe nere col cinturino, calze di microrete nere e il vestito nero lungo con la schiena nuda e una sola spalla coperta, con relativa manica.

Mi stanno invidiando tutti madame, risata golosa, non dica sciocchezze monsieur, semmai sono io l’invidia delle mie amiche laggiù, mi lusingate madame, gancio, media luna, baldosa, voi madame, siete pura emozione, ti devo dire una cosa Tazio, dimmi Marghe, quando mi dai del voi mi fai diventare… frizzante? Mugolo di piacere e le sussurro “avete un culo irresistibile madame”, “monsieur!”, cosa indossate sotto l’abito madame? Mutandine e le calze da danza monsieur, m’imbarazzate, con voce tremante e roca, gancio, stop alle danze, repentino, abbraccio, bacio di classe in mezzo alla pista, ma le lingue nelle bocche incollate danzano un loro caminito del tutto speciale.

***

A casa mia, nella notte tanguera, già nudi e famelici.
“Adoro leccarvi i piedi madame” – “saranno sudati. monsieur, mi sento in imbarazzo”, ma certo, fa nulla, scusate, ma vi tolgo io dall’imbarazzo madame, spalancate le gambe come una zoccola, che passo alla vostra ficona carnosa, che quella non v’imbarazza, ma non lo dico, lo faccio, allargandole le gambe a dismisura e deglutendo tutta quella carne tenera di femmina, succhiando, tirando, ossessivo, maniaco, per tutto il tempo che mi separa dal suo sussulto un po’ singhiozzato e contorto.

“Vieni” mi invita a mezza voce, scomposta, sudata, tirandomi per le braccia ed io ricerco facilmente un blando invito tra quella carne con suga e saliva e le riempio la sorca in un guizzo elettrizzante, la chiavo, sì la chiavo di brutto, di peso, di reni, di cazzo e coglioni, la pistono, la pompo, la fotto, la sbatto, la monto, la svango, la sformo, la allargo, la riempio e poi odo un bramire di pornocerva erotica in calore e allora accelero, perché la mia Dama deve provare l’orgasmo più squassante del globo e sono unghie nella mia schiena, bacino che accompagna il mio, gambe che mi abbracciano il culo, bocca aperta e occhi chiusi da cui il trucco si scioglie e si disfa, vene delle tempie, del collo, rughe e tendini e un imperativo assoluto “Vieni! Vieni! Vieni! Con me! Adesso! Vieni!” e come deluderla e frullo il mio cazzo di vene e pelle e cappella e le sborro nel più profondo dell’utero godendo con lei.

Ma continuo e scopo di ritmo, con la medesima durezza, “Ti è restato ancora duro…” ed io non rispondo ma la pompo, riprendo il ritmo del motore assatanato mentre lei accenna ad un brivido d’orgasmo a cui fa seguire un “Basta, tesoro, ti prego, basta, basta, basta…”.

E perché basta? Perché mi hai già fatta venire da impazzire, tesoro, vieni qui, abbracciami e io eseguo con ‘sta ceppa bizzarra che mi guarda con un occhio solo e mi dice “mbeh?” e ci facciamo le coccoline deliziose e poi, alla volta delle tre e ventidue vengo richiamato alla veglia, poiché domani è il compleanno di Davide, nipotino prodigio di un’intelligenza astrale e bellezza inumana al pari di qualsiasi bambino di tre anni per la nonna e allora via, nella notte, verso Margheritopoli, da dove la prelevai ieri sera, via nella nottr accompagnato da un racconto lento sulle gesta miracolose di quel nano che, domani, sarà il celebratissimo protagonista di un pranzone emiliano/lombardo in suo onore.

Buonanotte madame, buonanotte monsieur.
Ritorno calmo alla tana, rollandomi una canna bandita in sua presenza e medito lungo le mie aspettative e a com’è usuale il mio piegarle alla realtà, anche quando questa sarebbe assai bella se fosse, ma in realtà non è.

Padrona, feticista, sensuale ed ageè, intelligente, dagli appetiti sopiti poiché mai soddisfatti, ma che delizia taziocerebrale, ma poi siam sicuri?
Perché mi sa che sto per prendere l’ennesima inculata sonora da una bella e colta signora che di farmi da padrona (ad eccezione degli aspetti noiosi e fastidiosi del concetto) non ci sente nemmeno, ma nemmanco mai in vita sua ci si è dedicata, o soffermata per errore, perché a lei piace alla missionaria, che c’ha “l’anca” (penso a me che ne ho due, che eroe) e mi concede le sue estremità inferiori giusto perché la scarsa confidenza non le consente ancora di ritrarle a scatto con una seccata frase di noia, che a suo tempo arriverà e che buona st’erbetta nella notte frescazza e bisogna agire di sorpresa, prima di essere sorpresi, che di ‘sti tempi non se ne sente un gran di bisogno.

Ma tanto domani è sabato, il sabato taziale.
Va recuperato, con o senza padrona.
Anzi, senza vien anche meglio, secondo muà.




venerdì 10 febbraio 2017

Corrosione


In una anziana casa avvolta dall’abbraccio di rami nudi che occhieggiano dai vetri delle finestre, Margherita è nuda su una poltrona ed io, altrettanto nudo, giaccio inginocchiato tra le sue accoglienti gambe aperte, baciandole i radi e biondicci peli del pube.
MI sorride appena, il capo appoggiato alla mano destra, carezzandomi i capelli con la sinistra.

Ha i capezzoli scuri e induriti dal freddo e dalla situazione, lunghi e ruvidi cazzetti carnosi di cui si intravedono i fori a croce, ed ha anche un accenno di pelle d’oca lungo l’esterno delle cosce morbide.
Mi prostro a leccarle il sesso caldo e carnoso, devoto e sottomesso come un suo schiavo.
Godo dentro, quando sortisco un respiro pesante di piacere.
Come uno schiavo.

E’ delizioso passare da una situazione di carnefice che fotte violentemente la sua scrofa nel capoluogo di provincia taziale, alla situazione di sottomesso volontario che insinua nella sua Dama Erotica possibili scenari di rapporti “particolari” con me.
E io agisco lento, quasi fermo, lasciando che gli eventi ruotino, si avvolgano, si srotolino e sviluppino nuove pieghe lungo le quali muovermi impercettibile.

E accumulo tensione interiore, desiderio di sporcizia morale.
Che poi sfogo nel martoriato ano della mia ZingaraMiettaGipsyQueen.
Con cui parlo del desiderio di allargarla al punto di vederle penzolare il retto fuori dal culo, come se fosse la coda di un cane, di Bukowskiana memoria.
Lei mi bestemmia in faccia che col cazzo che si arriverà mai a tanto ed io le sottolineo che è proprio col cazzo che si arriverà a tanto, ma poi mi annoio.
Mortalmente.

E corro dalla mia Dama Erotica, Margherita, per inginocchiarmi a toglierle i collant, ancora seduti a tavola, dopo cena, per succhiarle le dita dei piedi, salivosamente e  lentamente, mentre lei con pacata voce sensuale mi racconta e si confessa del suo passato normale, fumando Diana rosse, dall’odore acre e pesante, puzzo che adoro.

Lei non mi giudica.
Le sto sgocciolando a rate, come fossi una lurida leccarda zeppa di olio rancido, tutte le mie porcate più infami commesse nella mia buffa esistenza e lei mi sorride, accarezzandomi il viso, rassicurandomi sul fatto che non ho ucciso nessuno e che chi era con me era consenziente.
E io mi spingo tra le sue gambe, scosto le mutande bianche e le lecco il sesso.

“Lecco il sesso”.
Adoro scriverlo. Così formale e osceno, così sensuale e appagante, così assente di tempo, che passa senza segni mentre succhio quelle labbra carnose e cerco il clitoride pronunciato che tento di spompinare, avvertendo tra le labbra la sua forma di protocazzo fatto di protoglande e protoprepuzio.

E Margherita gode. Gode ad essere leccata. E’ una cosa che adora visceralmente, lo capisco anche senza che me lo dica. Gode a venirmi in bocca mentre fuma le sue fetide Diana, totalmente vestita, solo con le gambe nude e il sesso scoperto.
Viene sussultando e sorridendo, stringendomi per i capelli e tirandoli dolorosamente, inarcando la schiena e reclinando il capo all’indietro.

E, meravigliosamente, non si catapulta a restituirmi il favore, non si getta in esasperati ed esasperanti stanchi pompini eseguiti come da pornoprotocollo. Ed è così rilassante ritornare a sedere col cazzo di marmo nei pantaloni, per ricominciare a parlare, pacatamente, placidamente, sapendo che prima o poi anche io verrò, ma solo quando le andrà veramente di farmi venire.

“E se io uscissi con un altro uomo ti darebbe fastidio, Tazio?”
“Da impazzire” – rispondo io senza nemmeno sapere quel che sto dicendo.
“Oh, tesoro vieni qui” – mi sorride di splendidi denti per abbracciarmi e baciarmi.

Senza rassicurarmi che non lo farà mai.
Senza assicurarmi che non lo farà mai.

Placidamente e corrosivamente.
Com’è giusto che, finalmente, sia.



 

martedì 7 febbraio 2017

La Margherita e il Po



E’ tutta colpa del Po.
La nebbia, la pioggia, le foglie marce, l’acqua minacciosa, la notte che certe volte sembra che non vada mai via.
E’ tutta colpa del Po.

Unghie curatissime e dita delle mani e dei piedi sottili e nodose, sensualissime, ma che belle tette, specie alla sua età, certo sono un po’ scivolate verso il basso, ma sotto sono ancora delle morbidissime sfere intarsiate di carnosi capezzoli dritti come le valvole delle ruote delle biciclette e poi quella pelle piena di efelidi e le rughe, che ci sono eh, ma lavorano poco, perché la Signora è magra, si tiene bene, ha il pube appena peloso, se lo regola, ha lo smalto perlato sulle unghie dei piedi e sa fare delle curatissime seghe tra il doloroso e il piacevole e io apro le gambe, come un cane che dona la sottomissione al padrone e agevolo l’esplorazione gemendo come la troia sozza che sono.

E’ colpa del Po.
Ci fa diventare maiali, insaziabili, irrequieti, sempre alla ricerca di una nicchia nella nebbia, una nicchia che ci doni il calore del proibito, del piacere vietato, che ci lasci esprimere al pari di quanto faremmo ai Caraibi, o alle Bahamas, o dove il vietato è consentito.
Per poi rimpiangere la guazza del Po bastardo e sublime.

“Ma tu eri porca così anche a scuola?” le chiedo ansimando, mentre lei giace elegante al mio fianco, lavorando di unghie il buco del cazzo, strizzandomi forte i coglioni, graffiandomi il perineo ora forte, ora lieve, scivolando esperta ne buco del culo, per poi uscirne e tornare a pistonare la mia Mazza Imperiale, che non tirava così per una sega da secoli e lei ride armoniosa e femminile e mi chiede inutilmente di rimando “A scuola?” – “Sì a scuola.” e godo spalancando, offrendo, cane sottomesso, mentre lei pensa e poi dice “Beh, da metà del liceo in poi forse sì, ma ero porca come può esserlo una ragazzina, cioè, insomma, mi davo da fare nel mio…” e ride lavorandomi la cappella, dolorosamente e poi piacevolmente, Signora che fa cose che gli umani adolescenti non hanno visto mai.

Il Po, dicevamo.
Acqua eterna e maestosa, favola bella, a volte mostruosa, con quelle creature straniere che lo popolano e devastano tutto, i siluri, che la navigazione è anche diventata un’arte superiore a quella di evitar le secche e i banchi.



I banchi di scuola, dove mi piace pensare alle mani della Signora che frugano vogliose tra le gambe di maschi ormonoidi che sbuffano sperma masticando sgrammaticati il Titolo Maximo di Grtantroia, ma lei ride e dice nooo, mai fatta na roba così, ma se oggi ci tornassi, oggi sì, ma c’ho sessant’anni quest’anno, amore mio.
Amore mio.

Amore mio detto con amore placido, non pericoloso, non come fosse un guscio delcato e delizioso che cela al suo interno serpi nere pronte ad uccidere quel poco di me che rimane.
Amore mio e mi succhia i capezzoli e li lecca sfarfallando la lingua e poi la passa sulla cicatrice che, messa proprio lì in mezzo, lascia intuire che il mio cuore non regge non solo l’amore, ma forse anche la vita.

Amore placido, che scorre caldo sul gelo della vita, come il fiume che in primavera si sveglia a dà un gran da fare a chi deve capire, mappare, segnare, le battaglie sotterranee di sabbia e detriti che anche quell’inverno, come tutti gli inverni a cui Egli è sopravvissuto, hanno causato.

Placido tepore umido della fica che si schiude e lascia entrare lentamente quel cazzo reso bruciante e dolorante dalle dita creative della Signora. Era forse troppo presto arrivare a questo la prima sera?, chiedo infantile e coglione come di consuetudine e lei sorride soave, con quella bocca da Ava Gardner e mi scompiglia i capelli aprendo le gambe di più, aprendo gli occhi antichi e bellissimi tinti di verde e sussurra un “no” sorridente, senza suoni e io mi immergo nella sua carne, entro in lei, percorro sacrale quel tunnel che ha visto uscire due vite e raggiungo il fondo, dove tutte mugolano di dolore e lei chiude gli occhi aspirando aria tra i denti e io piano piano la faccio godere come dev’essere, com’è giusto, com’è sacra la gratitudine che provo nell’essere ammesso al suo interno e mi fondo nel suo sudore inodore, nella sua mollezza soave, nel suo fiato bollente.

Quante volte ho osservato il Po scorrere, senza mai pormi il quesito di dov’è che andasse quell’acqua sempre nuova e sempre antica. Fortuna che non l’ho fatto, che già lo fece con filosofia immortale chi di cultura vera ne sapeva.
Il Po scorre, la vita anche. E dove cazzo vadano e perché nessuno lo può sapere. In mare, nella tomba. Ma sì. Meglio una cosa semplice che mille inutili supposizioni.

Abbordata al Flamingo nella sera del tango, come fosse una qualsiasi sozza che usa il ballo per prendere il cazzo e invece no, m’ha messo alla sbarra da subito, senza smettere mai di sorridere ed io ho dovuto chiamare a raccolta il cervello per sostenere le piccole prove che (per fortuna!) ho intuito mi stesse ponendo davanti e poi ho passato l’esame e fu lingua e saliva e respiri e poi “andiamo a bere da me?” – “Sì” e ogni suo sì è un sottile sigillo, una elegante bolla pontificia che si sente, si avverte, si respira che non è concessione per tutti.



Un pendolo penzola sulle rive del Po.
Si chiama Tazio ed è un fallito totale, pendolare tra il capoluogo di provincia taziale dove una giovane avvocatessa civilista sfodera le sue doti di suzione, invero lodevoli, spesso irresistibili, sempre sonore e umide di saliva sputata e rigurgitata, come il dio porno impone alle giovini che si approccino al cimento del pompino imperiale, pratica ricalcata dall’online a luci rosse, perché a me, che c’ho ‘sto cazzo da sempre, nessuna m’ha mai fatto il porcaio di saliva, rutti, bestemmie e sciacqui, risciacqui e centrifughe che oggi è d’obbligo fare, per fregiarsi nella deep reality del titolo di Pompinara.

La signora spinge il bacino verso il mio, torturandomi lieve i capezzoli duri come i suoi, sorride e ansima, sudando imperlata e muta, parlando col corpo, la lingua il sapore e l’odore, mentre il pendolo mi spinge verso l’avvocatura che bestemmia nell’incitarmi a cose impossibili “spaccami la figa porcodio”, specie valutando che quella figa è palesemente indistruttibile, dato che di cazzi ne ha presi più che a mazzetti, come a mazzetti erano le margheritinee che si coglievano sulle rive del minaccioso Po in primavera.

Minaccioso, maestoso e placido.
Come la Margherita che colgo fortunato, avvolto dal mistero di lei, conosciuta cinque ore fa al Flamingo e che, senza aver fatto nulla che non fosse Tazio, mi gratifica di un placido Amore Mio che nella sua non verità, mi affascina come il Po.

E tant'è.