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venerdì 25 agosto 2017

Non so gestire queste eventualità.






Fresche le frasche che stormiscono e friniscono estive di cicale puttane e incoscienti nell’ora del tramonto fatto di odori verdi e zanzare, in quell’ansa solitaria dove sorge la Margheritiana Magione che non frequento da un bel po’, ma vè chi c’è!, ma potevi avvisarmi che arrivavi!, ed incede sensuale in ciabatte infradito bluette, ordinarie, attraversando il giardino ubertoso, avrei messo qualcosa nel frigo!, non preoccuparti mia Dama, ecco tre bottiglie di champagne della marca che ami, Barnaut, gelate, oh amore mio grazia! come sei bella, bugiardo, vieni che ti bacio, dio che lingua Margherita segreta, sei senza reggiseno che quel prendisolino con le bretelline ti scopre tanto la schiena abbronzata, sei stata in ferie Mia Signora? un mese a Cervia a tenere il piccolino, ma guarda che pelle che hai fatto e ride di denti bianchissimi e perfetti, stringendo gli occhi, gli occhiali piantati nella chioma argentata, bellissima, il Barnaut è giunto alla base, nel frigone imperiale, ma fatti palpare, sì palpami che sei un maiale, è ben quello che ti piace, non solo e lo sai, sei così bello da svenire Tazino, baciami ancora e scivoliamo contro il frigo con le carni che si scoprono, mutandine di cotone con le cappe sui bordi, che sapore di pelle che ha sudato, meraviglia sublime.

La luce del giorno si arrossa, calmandosi e giacciamo nudi sul letto imponente, di noce e di radica, il suo odore antico di corpo umano femminile sulle lenzuola bianche stropicciate, annuso, dormi nuda mia Dea? sì, mio fido scudiero, e la mano mi strozza i coglioni e graffia di sotto e poi sale con l’unghia fino al buchino del piscio, sorridente, maligna, sei il demonio mia Padrona, sì, sono il maligno che ti fa godere, lasciami giocare, gioca mia maligna, infilami il mignolo nel buchino che so che è cosa che ti piacerebbe farmi da tempo e sento il bruciore, il dolore dell’unghia che scava nel forellino che si dilata e tremo pensando che stavolta lo farà e si fa seria, ammorbata, intenta, decisa e sento la carne del cazzo allargarsi e mi rilasso, promettendole lo stesso trattamento al suo buchino e una voce soffiata e incupita mi sussurra un erotico “accomodati” e comincio a godere di dolore lento e la vista di quella falange ossuta che si infila nell’uretra mi eccita, cerco la sua lingua, salivosa, grossa, calda, bovina e saporita di gusti, la pelle sottile, i suoi movimenti sinuosi, senti dolore?, sì, e ti piace?, da te sì, un soffio aspirato tra i denti la fa somigliare ad una pericolosa vipera e mi piace e la schieno di botto e la vedo sorridere, stavolta ti inculo Margherita Regina, fallo, girandosi di pancia ad offrirmi terga morbide ed arricciate di pelle e tatuate di pallore che celano nel mezzo un carnoso bocciolo estroflesso che mi affretto a colmare di tutta la saliva che posso, spalmandola all’intorno, spingendola al di dentro con un dito, poi due e la mia Regina ansima col capo argentato nascosto tra le braccia incrociate e io premo, il calore, la carne che cede remissiva, un mugolio tra il dolore e il piacere, il retto vellutato e umido, scivolo dentro tutto e la copro, baciandole il collo sudato e mi muovo come un serpente nella tana, a mio agio, sicuro, insolente.

Che intimità nel tuo culo Maggie e sorridi, ma lo sai che mi faccio le seghe pensando alla mia mamma?, un bagliore, un risveglio, un sommesso invito a dirle di più e io snocciolo precisi dettagli, mentre il suo culo da statico comincia ad animarsi e i suoi scomposti grugniti sensuali si addensano, sei la Bestia Tazino, ma lo avresti fatto davvero se lei t’avesse lasciato fare?, credo proprio di sì Maggie e il suo culo contrasta morbidamente i miei affondi signorili, continua Tazino, voglio sapere tutto quello che ti eccita e io continuo, sbrodolo, sbavo nelle sue orecchie le mie voglie, parlandole di cazzi nel culo e di maschietti muscolosi, di un sogno pomeridiano di chiesa estiva, con una Dama che apprezzi il piacere di profanare il sacro, prestandosi a giochi erotici sui banchi in fondo, nel confessionale vuoto e la vedo farsi seria e stringere i denti respirando affannosa e conosco quel modo, la sento stringere esausta quel buco antico e continuando nelle visioni maniache la sento venire tremante, sozza, eccitata di lurido, mentre mi esorta a continuare, occhi chiusi, bocca piangente ed io allora sbatto, nel culo, senza pietà, parlandole di giovani femmine o giovani maschi legati ad un tavolaccio in fondo ad una segreta, per il nostro piacere oscuro perpetrato sino a sentirli bestemmiare di doloroso piacere laido contro natura ed estremo e un sussulto grugnito mi chiede se mi eccita il turpiloquio e io confermo, sollevandola per poterle pizzicare i capezzoli grossi ed estrusi sortendo un gemito nuovo che mi spinge a bestemmiarle sussurrato in un orecchio, insultandola, sentendola aprire le gambe per prenderlo nel culo di più, oscillando come un delicato pendolo che accentua il piacere anale, sei un pervertito, un malato, un depravato, sì, sono tutto questo e anche di più, sono la Bestia che sogni tra le tue sozze dita mentre ti masturbi nell’orto, che il piegarti ti allarga il buco della fica e vorresti essere piena di cazzo ignorante, suino, popolano, ma ancor più articolatamente deviato, amante di piaceri oscuri, neri, notturni e bui e lei sussulta come in preda ad una crisi epilettica e con un tono di voce molto alto mi dice una serie di “sì” assertivi e premianti, ai quali io rispondo strapazzandole l’intestino senza cura attenta verso la sua sacra senilità, ma volta solo alla sua dirompente ed inimmaginabile sessualità complessa, complessa forse al pari della mia e la giro di schiena, deponendola con grazia e devozione sulla pelle madida, ammirando i bagliori che il sudore ha disegnato sul ventre magrissimo e sui piccoli seni irti di cazzetti di carne rugosa e le spalanco le gambe portandole sulle mie spalle, chiedendole in che buco voglia il grancazzo, ricevendo soffiato un “fica” con la “c” a suggello di una liturgia condivisa, della presenza sulla stessa pagina dello stesso libro, a conferma della voglia di incamminarsi e raggiungermi per vedere dove si andrà.

Ed io fotto, profondo, stalliere maniaco, annusandole le ascelle amare e piccanti di speziato sudore terreno e irrisolto e poi i piedi, aromatici di incenso e formaggio tenero e grasso e godo e mi lascia fare, godendone, seria, presa, compresa, rapita, sopraffatta da una sorpresa che l’ha stupita del non poterla controllare e che, tantomeno, potesse sortire quell’effetto di frusta sui suoi gangli nervosi addormentati da tempo, ma sempre vivi, coscienti, seppur sopiti e mentre sbatto la Minchia Maestra nel buco rilassato di carne frolla, mi chiede in un soffio, a occhi chiusi, quasi timida, se la Bestia necessiti che lei sia la mia mamma e io rispondo di sì, aggiungendo anche che la Bestia richiede che lei sia la sacerdotessa del male, nuda sotto un saio nero mentre si celebra l’oscura condivisione rituale di un giovane corpo nudo, ma anche insospettabile madama nel luogo sacro ai cattolici, a condividere sozzure laddove si imporrebbe devozione e meditazione e mi segue, a bocca aperta, godendo intensa del mio lento affondo e delle mie scellerate proposte.

“Vienimi dentro, subito, adesso” mi intona con drammatica intensità ed io la apostrofo, puttana!, chiedimelo come devi, troia!, voglio sentirti blasfema e volgare e un mite ed incerto “Sborra… sborrami dentro…” giungendo le mani dietro al mio collo, tesa, alienata di piacere nello sguardo, alienazione portata al picco con un mio “vorrei ingravidarti, femmina troia” – “il figlio della Bestia…sborra cazzo, sborrami tutta, scopami…” – “puoi essere di più, insisti…” – “riempimi di sborra l’utero, cazzo, dai, sto venendo, porcamadonna dai…” ed io, estasiato dal mio potere plagiante, dalle mie doti affabulatorie, vengo calcando la mano sui grugniti e le blasfemie che ci portano ad orgasmi vicini, seppur non perfettamente coincidenti.

***
La notte avvolge. E’ la notte di un’estate in calare, seppur ancora piena di suoni di insetti e creature e vita.
Avvolge i nostri corpi avvolti a loro volta di reciproca pelle e di pensieri travolgenti, confusi, esaltanti, in un abbraccio stretto, amorevole, delizioso, odoroso, terrestre, umano.
Sorseggiamo a collo lo champagne di classe che mal concilia con le liquamate versate poco prima.
Cerco la sacca e rollo una canna, senza alcuna levata di scudi.
Mentre lavoro, seduto sul letto, una Dama nuda mi abbraccia da dietro, posando la guancia sulla mia schiena, allungando le braccia sottili sotto alle mie per cercarmi i capezzoli.

Accendo, tiro, trattengo, gliela passo, la assisto, la istruisco appena.
Tira, trattiene, soffia, me la ripassa. E il rito si ripete, sino allo spegnimento.
La Regina gode di torpore, si rilassa, si piace, leggermente ubriaca e “drogata”, come dice lei.
“Mi piaci Tazino, mi piaci tanto tanto tanto, sei come ho sempre sognato una Bestia vera.”
“Anche io ti adoro, mamma, adoro la nostra immorale intimità” e soffia tra i denti, sorridendo sporca.
Silenzio, grilli, timido vento, acqua lontana.

“Morirò, lo sai, vero amore mio? Lo sai, vero?”

No cazzo, mia Regina, non sono affatto pronto.
Non sono affatto in grado di gestire questa eventualità.
Non sono maturo, non ho armi, non ho imparato niente dalla vita, pur avendone prese di forti, pur continuando a prenderne, ma le lezioni a me non servono, sono troppo sottili ed io sono refrattario, ottuso, zotico, io so solo scappare, scappare tentando di detergere, senza lasciare traccia apparente, ma solo apparente.
Non so fare altro. E lo so fare anche molto male.

Ciò che mi consola è pensare che ogni giorno che passa è un giorno in meno verso il momento in cui troverò pace, definitiva, in un modo o nell’altro, sia che non ci sia nulla, sia che ci sia qualcosa, sia che io possa incontrare chi ancora quotidianamente mi manca, sia che non ci siano spiegazioni terrene al dopo o sia che cessi solo l’esistere.

Ed è per questo che, giorno dopo giorno, mi concedo, pigramente, deroghe comportamentali ed alibi, nonché uno stile di vita asociale, artificiale, disingranato, spostato, illusorio, zeppo di ricercata solitudine.
Perché l’inutilità della vita non conduce a null’altro che dolore nel viverla ed io non sono stato nemmeno capace di interromperla, questa farsa, ma ciò non significa che io sia disponibile a sottostare ai suoi dettami e alle sue liturgie.

“Non dirmi che stai morendo, non so gestire questa cosa.”
Un sorriso e un bacio sulla schiena, poi ancora guancia.

“Allora risvegliami il sesso oscuro, quello che ho seppellito per una vita e che oggi tu hai riesumato con un effetto stravolgente. Fammi essere la tua Sacerdotessa, mio Maligno.”
Mentre parla lenta, rollo di nuovo e fumiamo.

La notte fuori parla il suo dialetto orecchiabile e rassicurante.
La notte riposa in attesa del giorno bollente.
Lei si addormenta, avvolta dai fumi rilassanti.
La sistemo con cautela sui cuscini, la copro sino a metà col lenzuolo di sopra, faccio il giro, chiudo tutte le finestre, mi tiro dietro la porta e la lascio sicura nella sua Magione.

E torno al mio confortevole nulla.
Detergendo a fatica.







martedì 2 maggio 2017

Er barcarolo va.

Ma tu guarda che tempo dimmerda, ma taci che sembra gennaio, scolta‘mo Maxenzio, ma chi è quella donzelletta laggiù in fondo alle sedie e lei ride e lui ride, ma checcazzo ne so, mi risponde sincero e schietto il condottiero di tutta la fica che può, adesso che Tetteinsolentidaquantosongrossechepurestansusenzaausili gli ha chiesto il divorzio e ravana di sotto per fottergli anche la casa, ed allora io invito la donzelletta ad unirsi al gruppetto alcolicissimo pur essendo le undici e zerosette e lei si unisce, giovine carne non bella di viso, ma appetitosa di corpo gazzelleo e come ti chiami tesora, mi chiamo Ancheossute e berrei un Negroni o due, ma tu puoi chiamarmi Tea, ma ti chiamo eccome e quant’anni c’hai o Tea? ne ho fatti diciotto, tranquillo, non c’è la galera e Maxalcolico ride dibbrutto, ride troppo, che l’ebbrezza gli offusca la mente e poi si incaglia in una discazzagione con l’Umbe sulla Juve e la ravafancazzacoglionea e io circuisco come superba serpe adamitica la giovin EvaTea, offrendole il secondo Negroni e parlandone con il fascino alcolico, ma controllato, di un bell’uomo, ma che dico bello, stupendo maschio alfa quale solo un maschio a sfumati tratti culattone come me sa essere, ma senti, ma dimmi, ma lo bevi un terzo Negroni? massì perché no, senti dicevo, ma se ci facessimo una gita rilassante con la mia barca sul fiumone grossone, ma mi pare che butti male Tazio, cosa dici? ma dai che ci facciamo due giri di elica fino all’isola che non c’è e ride e rido e ride, ridi, ridi, pollastrella culea, che vedrai che CirmoloDalTroncoErotico ti piazzo in qualche orifizio ancora in rodaggio, mia OrifizioTea, ma senti Tazio, ma mi sa che sono sbronzetta sai, ma allora andiamo, che magari se piove ci ripariamo all’isola di ‘sto cazzo e ci beviamo qualcosina sulla mia ultrafornitissima barca del cazzo, massì Tazzo Alcolico, speriamo non ti ritirino la patente, sai che c’è ClitoriTea, io non ce l’ho e ride e rido e ridi, ridi, ma dai che ci facciamo l’ultimo giro che poi lascio trecento euro di conto alla cameriera e ci incamminiamo, con le tue clarkettine fetide e il jeansetto strizzafemori che chissà se ero sobrio se ti avrei arpionata, ma si va, si va, si va.

E piove.
E ci rintaniamo sotto coperta dopo esserci incagliati in un banco di sabbia vicino all’Isolotto del Cazzobarzotto, le fetide clarkette morte sul pavimento assieme ai calzini, jeans sbottonato che stringe, t-shirt bianca corta che scopre il piercing e i chiodini anche se è stagione di piopparelli, rollo il cannone dopo altri novantasette Campari sulle note di una musica loungeambientwetcunthardcock, accendo che chi l’arrizza la impizza, la passo alla tacchinella e mi tuffo a succhiarle le ditina dei piedini, 37 poverina, chissà che male e lei ride e io godo della pelle polverosa tra le dita salate, ‘mo no che puzzzzano Tazzzzio, dai, scemo, geme molle e sbronza, ma lascia fare che mi fan tirare il cazzo, ma davvero, ma giuro, vediamo, ecco, guarda e ride, non ci posso credere! ride scemetta l’inculanda, ma che sberla di cazzo cìhai? ti fa schifo? puzza? chiedo infastidito, mentre lei gracchia roca “non credo” e si tuffa a fauci spalancate sulla cappella, tirando due o tre succhioni fatti ben benino e poi molla per comunicarmi “non puzza, sa di cazzo, buono, mi piace…” e giù a succhiare e mi spoglio un pochino e si spoglia un pochino, fichetta implume e liscia come il culo di un bimbo, ma vieni che ti assaggio, FicaTea e lecca e succhia che la barca dondola e la minchia birillola e la fica sbrodola e canna e canna e lecca e succhia che l’inibizione va affanculo per direttissima e sento a un tratto tanto tanto tanto caldo sulla cappella randazza e la Tea mi diventa santa ImpalaTea da Col Prepuzio località Frenulo, sedendosi a gambe larghe con cautela sul Baobab della Pace e si libera anche della magliettina e comincia a sculare di reni, ritmica e soave, elegante e sinuosa, con l’ascella molto importante e umidiccia, che goduria fetida, dosando le misure ciclopiche del maschio maturo con quelle imberbi della fossetta delle Troianne e lenti, ma inesorabili, chiaviamo alla marinara o alla fiumaiola che dir si voglia.

Senti Tea dalle Culatte Marmoree, ma parlando d’altro mentre ti chiavi il mio pezzo d’artiglieria controculea, se ti dico pillola tu cosa mi dici? niente, zero? zero, ma che bello, sto chiavando a pelle una similminorenne, senza avere nemmeno una di quelle gommine, sapete, quelle che sembrano un cazzo, ma invece salvano la vita, ma dai Tazio, tu mi dici e io mi tolgo e ansima come il primo porno che ho visto in vita mia che avevo bucato i sedili della fila davanti, massì certo, ti togli e saggio col dito la superfice sessuale di quel buchino di culo-delizia e lei mi sorride con gli occhi sbarrati ansimando “non ci pensare nemmeno” e allora la schieno, con una chiave articolare degna del miglior Antonio Inoki dei tempi d’oro e mi abbandono al rollio della barca e della sua linguetta sbarazzina pompinea e le irroro il cavo orale con la medicina lattiginosa che converte ogni femmina base in una versione CTA, CazzoTazioAddicted.
“Fammi venire, fammi venire” ella pigolea con la sua vocina querula e nemmeno il tempo di affondare la bocca vorace e cannibale su quella sorchina gioiosa che ecco giungere irriverente e impetuoso, sgraziato e animale, l’orgasmone urlante con rollio di bacino in controtendenza al rollio dello scafo.

Che signor primero de majo, amisgi, all’insegna della coscienza matura e adulta, dei principi sani e robusti, dello svago con nulla, come ai tempi in cui bastava un cazzo duro e una fica umida per far domenica, che salubrità, che pulizia, che valori, che bacino snodato.

Tutto questo per arrivare a chiarire cosa?
Per chiarire questo: ma se si naviga su un fiume, si tiene la destra verso il mare e la sinistra verso la sorgente o il contrario? E poi ancora: se all’ormeggio si sbatte centosettantaquattro volte con la poppa contro la passerella (sempre lei, sempre lei di mezzo, accidempoli) e si riesce a guadagnare il fermo macchine solo dopo che due robusti ragazzotti a suon di bestemmie mi hanno aiutato a fissare la gomena alla bitta insultando tutta la parte femminile della mia famiglia, ci si può definire già un vecchio lupo di mare?

O un semplice maiale di fiume?
Mah.

Che bacino snodato, comunque. Un poema.



domenica 9 aprile 2017

Shock



“Ti darò tutto quello che non so nemmeno che vuoi” e sopra quelle mammelle giunoniche che dondolano appena, nonostante il suo imbizzarrito cavalcare, compare come un sole su una scatola di tonno un sorriso distratto dal gran godere.

La perfezione assoluta, un corpo divino, curvilineo, culeo e tetteo, capelli d’oro che non mi sono mai piaciuti prima d’invaghirmi di lei, piedi nature con unghie magnifiche e ditina lunghe, un pube liscio e bombato, una passera che si arrossa, ma meglio si arrosa, un cervello che pensa, ben coltivato di studi classici ed università, un lavoro da giornalista professionista, due occhi da cartone animato giapponese e una costante voglia di chiavare.

Se non ce l’ha lei a 27 anni.
“Le misure contano eccome Tazio” mi dice sbrananando un cheesburger da McDonald
ed io mi chiedo, a parte le mie ragguardevoli dimensioni e la mia bellezza hollywoodiana, cosa leghi noi due, ben frequentati per un numero cospicuo di uscite culminate nella madre di tutte le chiavate, che già era di tenore sostenuto nelle premesse ed è divenuta isterica nell’esibizione della fesa di Tacchinosauro Nostrano, che è stata fatta scivolare in ogni dove ben prima che potessi dire “ecco questo è il soggiorno”.

“Mo va là che hai fatto tredici” mi dice il Max un po’ triste.
E forse ha ragione. La Paoletta è un’antagonista degna di sfidare il Tazio nell’agone della vita.

O nell’agonia della vita di Tazio.

martedì 20 settembre 2016

Anzela e Tazzzzzio

E allora lo scazzo si è ripercosso come frustata di fune spezzata sulla mia buffa esistenza allorchè ho appreso che, come funesta fine, il lunediale meschino delle taziadi trascorse nella, spero, temporanea agenzia asilante, ha riservato un prolungamento forzato sino alle ventitre e zero due, causa consegna lavoro promozionante tomaie dozzinali, nonché deprimenti.
Fuggi fuggi del manipolo 0ed io, meschino, con lo stomaco vuoto e le palle piene che fo, nella solitudine forzata, lontano da casa e dagli affetti più cari?

Mi incuneo triste nel vicino localaccio pieno di boriosi lestofanti che bevono e ridono, nell’odore di briciole arse per incuria della sciatta locandiera, un toast e una birretta, pronti che arrivano.
E dopo di loro alcuni Single Barrel, che debbo dimenticar la sorte ria, quand’ecco che al banco mi si affianca una giunonica MILF dagli occhi azzurrissimi, la carnagione biscottata e una chioma leonina assai appariscente.

Bevi?, le chiedo avvertendo fumi di zolfo e meretricio, e beviamo, libiamo, pantaloni di pelle nera con cernierine al ginocchio e zatteroni settanta style, ma pure potevano essere del settanta original, come ti chiami, Tazio, Anzela piazere, ma cosa fai qui Tazzzio, ma bevo con te Angela e si ride, bianchissimi denti rifatti, zampette di gallina che si increspano e mi tira d’improvviso il cazzo con quel profumo dolcissimo e dozzinale, consunta bagascia stagionata da dio, che peschi coglioni spaiati come me.

Ma io SONO coglione e io ci sto, ci sto, ci sto sempre e allora Tazzzzzzzio, sentimo qua, ma sei solo?, secondo te Anzela?, ma allora zerchi compagnia? e carezza lurida la pelle soave del mio avambraccio regale, mo sì Anzela, e tu la offri? la compagnia intendo, e giù ridi che di battute così quando mai se ne son sentite, che sagoma che sono, e allora è una rosa mezz’ora da me Tazzzio, una rosa?, cento sacchi mezz’ora e chi sei? Angela Merkel? no sentimo Anzela, famo a capisse come diciamo noi nella bassa, è mezzanotte, sei a secco che se no chi cazzo te lo faceva fare di rimorchiare me, c’hai un’età che non è che mi vai a far budget sul marciapaisis a quest’ora che è umido, donc ti do una rosa e un bocciolo e facciamo tre ore che me mi van via come il pane, me, con quelle mammellone che c’avrai la sesta e che nel complesso, seppur stagionata (da dio), sei una bella vigliaccona da pompar nel didietro, a proposito, lo prendi raidue da te? lo prendo, lo prendo, ma amore, una rosa e mezza per tre ore che è tardi… non facciam niente stasera, allora sentimo qua Anzela l’ideona che zò avuto, ti caccio una rosa bella sana sana e ci ficchiam dentro due orette che se prendi raidue van via come niente, che su raidue fan sempre dei bei film a quest’ora, no Tazzio, vado, grazie del luischi, figurati Anzela, vado anch’io che si è fatta quell’ora.

E dove vado?
Affanculo vado, ecco dove vado.

Allegria e spensieratezza, amisgi!, che laif is nau.

domenica 4 settembre 2016

Testicoli testuali

Picchietto vigoroso sulla tastiera del parlàfono come una cheerleader coi bruciorini al sederino infiammato, stonato come un’apparenza causa abuso di Chimicamica, dopo una Concitiana e Concitata lezione di interminabili dodici minuti e qualche secondo sui miei disguidi neurocerebrali.
Picchietto vigoroso ed adocchio il biglietto con su annotato il nome e il cognome, l’indirizzo ed il numero di telefono di un Professorone bolognese che lui e la psichiatria son così.
Picchietto e attendo, che il sabato sera l’è bel che andèe.
Picchietto e sento salire l’odio per quella Calabrona insolente, ignorante e incompetente che pretende di dare lezioni a me, al grande Tazioski.
Si farà rivedere quando le dirò come sta andando col Professorone, non prima, sospensione del fidanzamento, pausa riflessiva, dice andandosene tronfia e barzotta nell’incedere, forse causa guasto sfinterico.

Picchietto e poi ho soddisfazione del mio picchiettare.
“Come stai?” risponde sommaria l’Antonella evasiva, che recita il ruolo di distaccata amica.
“Da cazzo e tu?” rispondo io, con parziale punteggiatura, ma precisi contenuti.
“Tutti qui” risponde a segnalarmi l’impossibilità d’essere esaustiva e precisa nei tempi e nelle risposte.
Son tutti lì, gli amici di ‘sto Manganello Strazzaculi Rampanterampazzo. Tutti lì a far baracca, è sabato, le fiche sono cannibali in vista del post meeting, mentre io mi preparo (pare vero) per il Professorone Psichiatra di questo cazzo di palle sfondate.

“Ok allora fa niente” rispondo ritirandomi in bell’ordine per poi cedere a Morfinéo, a giudicare dal fatto che quell’esseemmeesse è l’ultima cosa che ricordo di aver fatto fino a due ore fa, momento in cui mi sono svegliato sul tappeto.

“Ma che cazzo combini?” chiedeva poi, verso le tre, mentre io ero in coma farmacologico da ore e ore. Che cazzo combino io? Una mazza strazza di un cazzo di niente del cazzo, cazzo.

“Trova dell’erba che ci vediamo al solito posto notturno e ti racconto tutto” scrivo un’ora fa, senza sortire reazione sino a quando ho cominciato a scrivere questo post dimmerda terapeutica.

“Ok” scrive asciutta.
Occhei, capite?
Capite?

Io no.