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venerdì 25 agosto 2017

Non so gestire queste eventualità.






Fresche le frasche che stormiscono e friniscono estive di cicale puttane e incoscienti nell’ora del tramonto fatto di odori verdi e zanzare, in quell’ansa solitaria dove sorge la Margheritiana Magione che non frequento da un bel po’, ma vè chi c’è!, ma potevi avvisarmi che arrivavi!, ed incede sensuale in ciabatte infradito bluette, ordinarie, attraversando il giardino ubertoso, avrei messo qualcosa nel frigo!, non preoccuparti mia Dama, ecco tre bottiglie di champagne della marca che ami, Barnaut, gelate, oh amore mio grazia! come sei bella, bugiardo, vieni che ti bacio, dio che lingua Margherita segreta, sei senza reggiseno che quel prendisolino con le bretelline ti scopre tanto la schiena abbronzata, sei stata in ferie Mia Signora? un mese a Cervia a tenere il piccolino, ma guarda che pelle che hai fatto e ride di denti bianchissimi e perfetti, stringendo gli occhi, gli occhiali piantati nella chioma argentata, bellissima, il Barnaut è giunto alla base, nel frigone imperiale, ma fatti palpare, sì palpami che sei un maiale, è ben quello che ti piace, non solo e lo sai, sei così bello da svenire Tazino, baciami ancora e scivoliamo contro il frigo con le carni che si scoprono, mutandine di cotone con le cappe sui bordi, che sapore di pelle che ha sudato, meraviglia sublime.

La luce del giorno si arrossa, calmandosi e giacciamo nudi sul letto imponente, di noce e di radica, il suo odore antico di corpo umano femminile sulle lenzuola bianche stropicciate, annuso, dormi nuda mia Dea? sì, mio fido scudiero, e la mano mi strozza i coglioni e graffia di sotto e poi sale con l’unghia fino al buchino del piscio, sorridente, maligna, sei il demonio mia Padrona, sì, sono il maligno che ti fa godere, lasciami giocare, gioca mia maligna, infilami il mignolo nel buchino che so che è cosa che ti piacerebbe farmi da tempo e sento il bruciore, il dolore dell’unghia che scava nel forellino che si dilata e tremo pensando che stavolta lo farà e si fa seria, ammorbata, intenta, decisa e sento la carne del cazzo allargarsi e mi rilasso, promettendole lo stesso trattamento al suo buchino e una voce soffiata e incupita mi sussurra un erotico “accomodati” e comincio a godere di dolore lento e la vista di quella falange ossuta che si infila nell’uretra mi eccita, cerco la sua lingua, salivosa, grossa, calda, bovina e saporita di gusti, la pelle sottile, i suoi movimenti sinuosi, senti dolore?, sì, e ti piace?, da te sì, un soffio aspirato tra i denti la fa somigliare ad una pericolosa vipera e mi piace e la schieno di botto e la vedo sorridere, stavolta ti inculo Margherita Regina, fallo, girandosi di pancia ad offrirmi terga morbide ed arricciate di pelle e tatuate di pallore che celano nel mezzo un carnoso bocciolo estroflesso che mi affretto a colmare di tutta la saliva che posso, spalmandola all’intorno, spingendola al di dentro con un dito, poi due e la mia Regina ansima col capo argentato nascosto tra le braccia incrociate e io premo, il calore, la carne che cede remissiva, un mugolio tra il dolore e il piacere, il retto vellutato e umido, scivolo dentro tutto e la copro, baciandole il collo sudato e mi muovo come un serpente nella tana, a mio agio, sicuro, insolente.

Che intimità nel tuo culo Maggie e sorridi, ma lo sai che mi faccio le seghe pensando alla mia mamma?, un bagliore, un risveglio, un sommesso invito a dirle di più e io snocciolo precisi dettagli, mentre il suo culo da statico comincia ad animarsi e i suoi scomposti grugniti sensuali si addensano, sei la Bestia Tazino, ma lo avresti fatto davvero se lei t’avesse lasciato fare?, credo proprio di sì Maggie e il suo culo contrasta morbidamente i miei affondi signorili, continua Tazino, voglio sapere tutto quello che ti eccita e io continuo, sbrodolo, sbavo nelle sue orecchie le mie voglie, parlandole di cazzi nel culo e di maschietti muscolosi, di un sogno pomeridiano di chiesa estiva, con una Dama che apprezzi il piacere di profanare il sacro, prestandosi a giochi erotici sui banchi in fondo, nel confessionale vuoto e la vedo farsi seria e stringere i denti respirando affannosa e conosco quel modo, la sento stringere esausta quel buco antico e continuando nelle visioni maniache la sento venire tremante, sozza, eccitata di lurido, mentre mi esorta a continuare, occhi chiusi, bocca piangente ed io allora sbatto, nel culo, senza pietà, parlandole di giovani femmine o giovani maschi legati ad un tavolaccio in fondo ad una segreta, per il nostro piacere oscuro perpetrato sino a sentirli bestemmiare di doloroso piacere laido contro natura ed estremo e un sussulto grugnito mi chiede se mi eccita il turpiloquio e io confermo, sollevandola per poterle pizzicare i capezzoli grossi ed estrusi sortendo un gemito nuovo che mi spinge a bestemmiarle sussurrato in un orecchio, insultandola, sentendola aprire le gambe per prenderlo nel culo di più, oscillando come un delicato pendolo che accentua il piacere anale, sei un pervertito, un malato, un depravato, sì, sono tutto questo e anche di più, sono la Bestia che sogni tra le tue sozze dita mentre ti masturbi nell’orto, che il piegarti ti allarga il buco della fica e vorresti essere piena di cazzo ignorante, suino, popolano, ma ancor più articolatamente deviato, amante di piaceri oscuri, neri, notturni e bui e lei sussulta come in preda ad una crisi epilettica e con un tono di voce molto alto mi dice una serie di “sì” assertivi e premianti, ai quali io rispondo strapazzandole l’intestino senza cura attenta verso la sua sacra senilità, ma volta solo alla sua dirompente ed inimmaginabile sessualità complessa, complessa forse al pari della mia e la giro di schiena, deponendola con grazia e devozione sulla pelle madida, ammirando i bagliori che il sudore ha disegnato sul ventre magrissimo e sui piccoli seni irti di cazzetti di carne rugosa e le spalanco le gambe portandole sulle mie spalle, chiedendole in che buco voglia il grancazzo, ricevendo soffiato un “fica” con la “c” a suggello di una liturgia condivisa, della presenza sulla stessa pagina dello stesso libro, a conferma della voglia di incamminarsi e raggiungermi per vedere dove si andrà.

Ed io fotto, profondo, stalliere maniaco, annusandole le ascelle amare e piccanti di speziato sudore terreno e irrisolto e poi i piedi, aromatici di incenso e formaggio tenero e grasso e godo e mi lascia fare, godendone, seria, presa, compresa, rapita, sopraffatta da una sorpresa che l’ha stupita del non poterla controllare e che, tantomeno, potesse sortire quell’effetto di frusta sui suoi gangli nervosi addormentati da tempo, ma sempre vivi, coscienti, seppur sopiti e mentre sbatto la Minchia Maestra nel buco rilassato di carne frolla, mi chiede in un soffio, a occhi chiusi, quasi timida, se la Bestia necessiti che lei sia la mia mamma e io rispondo di sì, aggiungendo anche che la Bestia richiede che lei sia la sacerdotessa del male, nuda sotto un saio nero mentre si celebra l’oscura condivisione rituale di un giovane corpo nudo, ma anche insospettabile madama nel luogo sacro ai cattolici, a condividere sozzure laddove si imporrebbe devozione e meditazione e mi segue, a bocca aperta, godendo intensa del mio lento affondo e delle mie scellerate proposte.

“Vienimi dentro, subito, adesso” mi intona con drammatica intensità ed io la apostrofo, puttana!, chiedimelo come devi, troia!, voglio sentirti blasfema e volgare e un mite ed incerto “Sborra… sborrami dentro…” giungendo le mani dietro al mio collo, tesa, alienata di piacere nello sguardo, alienazione portata al picco con un mio “vorrei ingravidarti, femmina troia” – “il figlio della Bestia…sborra cazzo, sborrami tutta, scopami…” – “puoi essere di più, insisti…” – “riempimi di sborra l’utero, cazzo, dai, sto venendo, porcamadonna dai…” ed io, estasiato dal mio potere plagiante, dalle mie doti affabulatorie, vengo calcando la mano sui grugniti e le blasfemie che ci portano ad orgasmi vicini, seppur non perfettamente coincidenti.

***
La notte avvolge. E’ la notte di un’estate in calare, seppur ancora piena di suoni di insetti e creature e vita.
Avvolge i nostri corpi avvolti a loro volta di reciproca pelle e di pensieri travolgenti, confusi, esaltanti, in un abbraccio stretto, amorevole, delizioso, odoroso, terrestre, umano.
Sorseggiamo a collo lo champagne di classe che mal concilia con le liquamate versate poco prima.
Cerco la sacca e rollo una canna, senza alcuna levata di scudi.
Mentre lavoro, seduto sul letto, una Dama nuda mi abbraccia da dietro, posando la guancia sulla mia schiena, allungando le braccia sottili sotto alle mie per cercarmi i capezzoli.

Accendo, tiro, trattengo, gliela passo, la assisto, la istruisco appena.
Tira, trattiene, soffia, me la ripassa. E il rito si ripete, sino allo spegnimento.
La Regina gode di torpore, si rilassa, si piace, leggermente ubriaca e “drogata”, come dice lei.
“Mi piaci Tazino, mi piaci tanto tanto tanto, sei come ho sempre sognato una Bestia vera.”
“Anche io ti adoro, mamma, adoro la nostra immorale intimità” e soffia tra i denti, sorridendo sporca.
Silenzio, grilli, timido vento, acqua lontana.

“Morirò, lo sai, vero amore mio? Lo sai, vero?”

No cazzo, mia Regina, non sono affatto pronto.
Non sono affatto in grado di gestire questa eventualità.
Non sono maturo, non ho armi, non ho imparato niente dalla vita, pur avendone prese di forti, pur continuando a prenderne, ma le lezioni a me non servono, sono troppo sottili ed io sono refrattario, ottuso, zotico, io so solo scappare, scappare tentando di detergere, senza lasciare traccia apparente, ma solo apparente.
Non so fare altro. E lo so fare anche molto male.

Ciò che mi consola è pensare che ogni giorno che passa è un giorno in meno verso il momento in cui troverò pace, definitiva, in un modo o nell’altro, sia che non ci sia nulla, sia che ci sia qualcosa, sia che io possa incontrare chi ancora quotidianamente mi manca, sia che non ci siano spiegazioni terrene al dopo o sia che cessi solo l’esistere.

Ed è per questo che, giorno dopo giorno, mi concedo, pigramente, deroghe comportamentali ed alibi, nonché uno stile di vita asociale, artificiale, disingranato, spostato, illusorio, zeppo di ricercata solitudine.
Perché l’inutilità della vita non conduce a null’altro che dolore nel viverla ed io non sono stato nemmeno capace di interromperla, questa farsa, ma ciò non significa che io sia disponibile a sottostare ai suoi dettami e alle sue liturgie.

“Non dirmi che stai morendo, non so gestire questa cosa.”
Un sorriso e un bacio sulla schiena, poi ancora guancia.

“Allora risvegliami il sesso oscuro, quello che ho seppellito per una vita e che oggi tu hai riesumato con un effetto stravolgente. Fammi essere la tua Sacerdotessa, mio Maligno.”
Mentre parla lenta, rollo di nuovo e fumiamo.

La notte fuori parla il suo dialetto orecchiabile e rassicurante.
La notte riposa in attesa del giorno bollente.
Lei si addormenta, avvolta dai fumi rilassanti.
La sistemo con cautela sui cuscini, la copro sino a metà col lenzuolo di sopra, faccio il giro, chiudo tutte le finestre, mi tiro dietro la porta e la lascio sicura nella sua Magione.

E torno al mio confortevole nulla.
Detergendo a fatica.







sabato 3 settembre 2016

Per futili motivi

Mai, nessuno mai, nessuno mai, nessuno ha saputo creare futili motivi utili a una lite taziocomandata come il sottoscritto Tazio Tazietti di Taziopoli, lo ripeto mai, ma mai-mai eh, ma ieri sera la situazione mi è scappata di mano, direi scappellata di mano, e ora vi conto il picchè.
La Concia è arrivata qui tutta sudata dalle sue “commissioni”, manco fosse una banca, ma non s’è fatta la canonica doccia, no, si è semplicemente messa ai fornelli dicendo che avrebbe sudato ancora e se la sarebbe fatta dopo e così, in men che non si dica, una manza milf abbronzatissima con segno del costume olivastro-latteo, si è liberata degli indumenti- orpello per cucinarmi, in reggiseno e slippone, scalza, le migliori melanzane alla parmigggiana della vita mia.

Ed io omo sugno e per la gola mi facetti pigghhhjare.

E che caldo cristodellebraci e che tanfo di fritto Concetta e che sarà mai Tazio e che nera che mi sei tornata acchasa Conchita e che tette che hai e che paccone che hai te e che voglia e che voglie e che caldo e che zanzare e spegni e spegne e slaccia le coppe di titanio e si inginocchia a tetta nuda bianca dondolante e succhia vorace la Mastrominchiarandella che siam tutti nudi davanti agli scuri aperti che giù c’è la piazza ciarliera, ma la bocca sua rapace sugge di voglia vacca e nostalgia saudade e colgo un qualcosa di selvatico che deriva forse da recenti contaminazioni etniche, ma fatto sta che mi tira un Bocchino Maestrale da Didattica del Porno Applicazioni di Laboratorio 1, 2 e 3 che resto senza bestemmie da accompagnare alla mungitura, che il Bocchino ruspante è un apostrofo rozzo tra le parole Troia io t’Ano e così la scofano a novanta sul Busnelli in pelle rossa originale modello “Occhiodellatesta” che campeggia accanto al Divinidivano modello “L’altroocchiodellatesta”, la smutando da mezzadro animale, denudo il rombo scuro tra le natiche bianche che divarico a piene mani, sputo e spalmo, denunciando in chiaro, in tal modo, la mia volontà rettale e ottengo un mugolo roco, sicché umetto di sputo la cappella e spingo tra quelle carni restie, spingo bloccando il butirroso corpo sgambettante a novanta sul design, spingo e godo di bruciore e piene manone di carne cellulitica sublime e poi sento di entrare, caldo, caldissimo, urla soffocate, spingo sinché lo scroto non si unisce in un bacio affettuoso alle polpose labbra lucide e poi ritiro e poi spingo e ritiro e spingo, tenendo bloccata l’agitata vacca in asciutta, forzando come pistone americano le carni sozze dell’ano dimmerda e godo come un porco sino a scoppiarle rapido di sborra bollente nel culo, con un fiotto parossistico e, dopo alcuni tremiti, esco mollando la presa, sudato, maschio e appagato.

Mai, nessuno mai bravo quanto me ad inscenare una lite per futili motivi, no.
Ma mai nessuna è stata così brava a raggelarmi quanto lei, in presenza di una banale sodomia non gradita. Romba roca come uno stormo di Apache pronti alla distruzione biologica un sinistro “Tu mi hai violentata!!!!”, al quale aggiungo, con libertario ancorché libertino piglio “Ma tu mica mi ha detto di no” – “Sei scemo o cosa???? Ma non capisci quando non voglio???” mani giunte al petto, ginocchia flesse, volto tatuato dalla disperazione e dalle lacrime indignate.

Ed il pianto roco l’ha fatta da padrone per ore due e ventisette minuti in cui, rivestiti alla bell’emmeglio, abbiamo discusso di questo mio PERICOLOSISSIMO disturbo mentale e la violinsta di ‘sto archetto randazzo randello mi ha suggerito specialisti per CURARMI da questa mia MALATTIA della quale soffro con spasmi di violenza sorda e io tento di far presente, pacatamente, sommessamente, che glielo avevo già smerigliato nel culo almeno altre trentadue volte, ma no, noooo, NOOOOOO, mai con così tanta violenza orribile e poi si era detto culo basta no????? e ok, lo si era detto, ma siamo seri, ti sei fatta appecorinare e aprire come una cozza le chiappe, ma NON CAPISCI UN CAZZO MOSTRO, questa non era, no, NOOOOOO, non era come le altre, NOOO e poi un disturbo, forse un’infiammazione all’orecchio medio, o forse al dito medio, non so, ma d’un tratto le sue parole si sono tramutate in un “°oooooOOO°OOOoooOOOoooOOOoooh” sunnita, forse camita o semita o, why not,  sumero dell’est della Sumeria antica e tutto, a un tratto, è cessato con una Concia che pronunciava un lapidario e tragico “mmmmmmuuuuUUUUUuuuuuuoooouuuuUUU Uh!” lasciando la Tazio Casa con uno sbattone dell’uscio.

***
Dura, amici. E’ duro ammetterlo, ma stanotte ho dovuto farvi i conti, sì. Supponevo che le cose potessero stare in questo modo, certo. Ma che al secondo doppio Dimple UltraOld da dodici euro al bicchiere, la testa mi girasse così tanto, onestamente no.
C’est la vie. Fortuna che abito davanti al bar e sono andato a piedi e tornato in ginocchio.
Taci va là.
No, perché uno dice dice, ma questi son bei problemi eh.
Ma che dormita stanotte.
Senza Chimicamica, tra l’altro.
Olè.

domenica 7 giugno 2015

Tenero vigliacco

Clima fresco e  sapore deciso, questa Amsterdam domenicomolecolare che mi lascia in bocca il sapore che assaporano quelli veri che la banca gli apre di domenica per un’ora e sei firme e poi andersen, for di bal, sempre nostro graditissimo ospite, mi chiama un taxi? Per dove? Aeroporto, ma certo vualà.
E così eccomi, bello sudaticcio anche se non fa caldo, a scrivere dall’angolino degli sfigati che stazioneranno intere ere geologiche in aeroporto prima di prendere quel budello di latta che li porterà là dove tanto importante pare sia andare.

“Ciao occhidizaffiro, dove sei di bello?”
“Ciao belluomo, che piacere, ci contavo zero che mi chiamassi sai?”

Pomeriggio del buon sole, mi dice la Lidia, a casa della MmmmmmmuuuuUUUUuuuuuuoooo che c’ha quella piscina con la palma disegnata sul fondo che non la si può vedere nemmeno al Campeggio Miramare di Viserbella. Chiedo chi c’è, ma faccio una domanda del cazzo, tanto non ascolto le risposte.

“Com’è andata ieri?” – mi chiede con tranquillità confortevole.
“Ieri, vediamo. Un conflitto nucleare? No, troppo poco, facciamo sette conflitti nucleari e non se ne parli più.”
“Non l’hanno presa bene quindi…” – mi chiede seria.
“Diciamo che fino alla mia cessione ed al subentro c’era della pseudo compostezza, seppur con del gusto di merda in bocca, ma poi quando l’avvocato del “nuovo gruppo” ha preso la parola, sventolando il trentacinque percento di quote come un machete birmano per dipingere a sangue una ristrutturazione che vuole eche la fine del mondo a colori è una figurina Panini in confronto, hanno iniziato ad agitarsi e a bestemmiare, inveendo contro di me che mi premuravo di ricordare che ero lì per introdurre il mio successore e che non c’entravo più un cazzo con le loro puttane…”

E poi a seguire altre trentaduemila dettagli legati al battlefield ed alle reazioni che, come previsto da Lidia la Truce (ante litteram), hanno iniziato da subito a slittare sul sapone con lo scopo preciso di tirarselo nel culo uno con quell’altro.

“E il Costa?” – mi chiede raschiando un qualcosa con una cannuccia da un bicchiere.
“Il Costa moooooolto preoccupato, perché senza il mio appoggio rischia di venire schiacchiato come un tubetto di dentifricio dalle nuove probabili coalizioni/cessioni/defezioni. E imperlato di sudore cercava i miei occhi con quegli occhioni da cerbiatto frocio-sederina-romantica che non vedevo da tempo.”
“Ottimo” – oblitera – “il viaggio in auto? Tutto bene?”
“Con un demente che non ha tolto il piede sotto i centoottanta in quel velluto di stradine, direi un viaggio emozionante.”
E lei ride.

“Sicché da domani sei londinese per non si sa quanto” – vira per scrostare un po’ di merda dal muro.

E io penso.
Penso che stanotte arriverò in un signor albergo a Londra, mi farò una doccia accurata ed andrò a dormire sino a domattina, dove alle ore nove spaccate metterò piede in clinica dove alcuni medici cominceranno a succhiarmi litri di sangue e poi mi metteranno addosso una camicia da notte a fiorellini aperta dietro, sotto la quale dovrò essere totalmente ed obbligatoriamente nudo, mi tumuleranno in un letto mega tecnologico e mi conficcheranno nelle vene delle farfalline pronte ad accogliere simpatici intrugli multifarmaco, così, per ammazzare il tempo in attesa dei risultati delle analisi. E poi se dalle analisi si salva qualcosa, sotto con un’altra mezza carriola di flebo e arrivederci e grazie, si accomodi in amministrazione, viceversa pronti per una bella plasmaferesi a loro scelta e poi, alla fine, arrivederci e grazie, si accomodi in amministrazione, buoni droga party futuri, ci vediamo prestissimo.
E la cosa mi mette un’ansia pari a quella del maiale a cui fanno fare un giro turistico nel famoso megaprosciuttificio.

E non resisto e le comunico la cosa proprio così come ve l’ho detta a voi, sortendo un: “Mh”.
Dopo una pausa che aveva dell’infinito mi dice “Posso salire? Solo che non riesco a prendere un aereo prima del pomeriggio di domani. Ma mi lasci salire, cazzo?”

Può salire?
Può salire frantumando i miei sogni di negritudine puttanissima trina ed apparentata, che coccolo da giorni? Può salire segando in due il Bordeaux, la smaterializzazione, le cantine e Blanche la geisha francese agè?
Può?

“Non sai che sollievo sarebbe, Lidia, ma non voglio romperti coglioni che c’hai da fare.”
“Se invece di leggere nel futuro altrui tu parlassi, cazzo, che con te tutto è una sciarada, un rebus, un cruciverba” – “un ‘Forse non tutti sanno che’ e un po’ di ‘Tenero Giacomo’, anche” – aggiungo per enigmistica precisione.
“Tenero cretino, direi, altro che. Adesso mi muovo subito.”
Ecco.

“Uozzappami albergo e camera di Londra e avvisa che ci sono anche io, che io adesso mollo il Cirque du Soleil delle carampane allupate qui e vado a fare la prenotazione del volo e a preparare il trolley. Ma ti tengono dentro alla notte? C’è un letto di fianco al tuo, eventualmente?”

Non lo so Lidia, non so niente.
Però sono sollevato che ci sia anche tu a tenermi su anche in queste cose.

“Oh, ma senti, ma veramente sei tutto nudo sotto il camice allacciato dietro?” – chiede e poi esplode in una risata crudele.
“Sì, ma ti mostro tutto se ci sei, non preoccuparti.”
“Ci conto davvero, son cose belle fini” e giù a ridere (lei).

E adesso vado a farmi un altro bourbon, che in questo schifo di Schiphol non mi passa più.
Unica nota positiva la signora olandese che ha abbandonato le scarpe sotto il tavolo, ma è un po’ pochino.
Anzi.
Rispetto al non essere soli non è un cazzo di niente-

Nei prossimi, bella gente.









venerdì 15 maggio 2015

Il pranzo della merda

Che bel pranzo.
Un essere dalla testa rasata, grosso come due esseri dalla testa rasata, ingolla una minestra in brodo rovente senza nemmeno alzare gli occhi dal piatto. Un ex guascone ex simpatico e ex cazzaro dall’ex cuore buono, trasformatosi oggi in un odioso roditore bullo e cafone dal cuore di merda, pontifica in una lingua extraterrestre attorno a questioni di quattrini che (ma pensa un po’) sono anche (soprattutto aggiungerei a ragion veduta) i miei quattrini. Con una pseudo padronanza imprenditoriale, resa agghiacciante dalla oceanica ignoranza da ritardato al midollo, prospetta con sicumera grottesca scenari “astuti” che sono, a dir poco, di una assurdità apocalittica ed aggiunge, come non bastasse, dei “dranguill Taz dà ret al Costa” che mi mettono freddo alla schiena.
Siede di traverso, non mangia, martoria uno stuzzicadenti a bocca aperta guardandomi da faina drogata (secondo me ha pippato una riga di troppo) in attesa di un mio esteso consenso.

“Non lo so, ho bisogno di pensare” riesco a dire solamente.

Ma questo viene interpretato come un’esortazione a procedere nel convincimento e la dissennata litania si propaga ancora, mentre l’essere doppio mangia qualsiasi cosa, occhi fissi nel piatto, zero parole, atteggiandosi da duro ritardato (la parte uno gli richiede più impegno della due) che accompagna il “capo” a far visita allo “stronzo che crea casini”, come se io quella testa di cazzo rancida del Vosco non lo conoscessi bene.

“Supponiamo che io non ci stia” – azzardo a secco mentre il Chiar.mo Prof. Costa era all’apice dell’orgasmo dell’astuzia economico-finanziaria.
 “Come non gi shtai?” – chiede l’amadriade minchiocefala.  “Non ci sto vuole dire questo: non mi interessa lo sviluppo che prospetti, non intralcio di sicuro, ma voglio indietro la mia parte corretta opportunamente di alcuni fattori di cui si parlerà al momento opportuno. Ecco cosa vuole dire che io non ci sto.”

Panorama reattivo vasto: dalla pacca sulla spalla con sorrisone amicale, alla risata isterica, alla serietà improvvisa, all’incazzatura mal celata (momento in cui testa pelata alza gli occhi dalla quinta mela che mangiava per fissarmi afasico) alla minaccia neanche tanto velata, al rinfaccio, alla repentina alzata in piedi con lancio di luride banconote stropicciate sul tavolo (bastava pagasse il conto, mica occorreva facesse una OPA su BNP Paribas) e abbandono dell’allegro consesso con frasi da film:  “Bellomio te lo gonziglio da amigo di pensare acciò che avvuoi fare, fitati. Ci ai una zettiman che io me ne scendo quacchecionn ciù e quant tonn ci vediamo LAH’ a PRACA e non QUAH, che è LAH’ A PRAC che è il lavorare e  i solt che calcola che li facc io anche pettè, ricottatelo. Ci vediamo allo sposalizio dommani stammibbene.”
Molto Quentin Tarantino de noantri devo dire.
Poi parte con la Yukon guidata da due uomini con la testa rasata al posto di guida.

E lo sapevo io che era troppo bello, qui, perché potesse durare. Troppo.
Vabbè, calma. Che piove ed è un attimo scivolare.

giovedì 26 marzo 2015

Giornate mitteleuropee e calabroni amici

Good morning Vietnam, stamattina mi faccio proprio i cazzi miei, che ieri è andata come è andata. Sveglia ore 9:00, raggiunto Humble Brothel ore 10:00 dopo colazione, dove mi trovo la Gema (che invece si chiama Romilda) che vestita di tutto punto era stata cooptata per il colloquio taziale che ho fatto durare mezz’ora con toni del tipo “dai Romilda mettici inpegno, pat, pat” e poi arriva il Costafrate con quel coso americano rivelatosi un GMC Yukon che mi dice “mond” dal finestrino aperto con i RayBan a specchio e io mond, che poi partiamo a razzo direzione Nürnberg sul far delle undici e ventiquattro.
Non so se abbiamo percorso la distanza con le ruote aderenti al suolo o con i sottosospensori magnetici di classe B Pheta, ma sta di fatto che, chiacchierando amenamente (si fa per dire perchè io non è che adori le velocità che superano quella dell’iperspazio) siamo arrivati in Germania alle ore quattoridici e quarantadue.
Lì ci aspettava un altro calabrone amico del Costa, s’è fatto del gran chiacchierare in una saletta riservè di un ristorante molto moderno e molto ficoultrawow di proprietà del calabrone, con delle fighe da conversione di San Paolo Apostolo che ci portavano da bere e da bere e da bere e da bere e da bere sino a che non s’è fatta l’ora di cena che, scherziamo gumbà?, siete ospiti miei e siamo riusciti ad alzare i nostri regali culi dal ristorante kewl alle ventitre e sedici, per fare rientro alle tre e quattro minuti passate del mattino, momento in cui il Costa è andato a dirigere  l’Humble Brothel come un bravo direttore da circo e io mi sono ritirato nella mia pseudosuite solitaria, segnata romanticamente dal tempo, per un doccione rigeneratore.

sabato 23 marzo 2013

Servizietto in camera che agevola riflessioni adolescenziali

Mi sveglio alle dieci, non c'ho voglia di correre per andar giù a prendere un caffè prima che termini l'orario della colazione e allora telefono sotto e chiedo a Hammed se me lo fa portar su e lui fa una pausa e mi chiede "Bertille?" e io sento un brivido tra le natiche e una voglia oscura di farmi un regalo e dico di sì.
"Fra dieci minuti arriva" mi dice frettoloso e io ne approfitto per farmi una doccia e svegliarmi  e son lì che mi sfrego i capelli bagnati che la porta fa toc toc.

Sono a Parigi da un po'e mi sono chiavato una finlandese, una nera, una magrebina, una corsa (Fanny) una pakistana ed ora mi faccio succhiare il cazzo da una puttana che Hammed ha definito "beurette", che vuol dire che è nata in Francia, ma da genitori magrebini. Ma a Parigi ci sono delle parigine?
Che succhiacazzi strepitosa, aveva ragione Hammed. E poi che sturbo che sia nuda sotto il camice.
"Vuoi scopare?" mi chiede con la bocca bagnata, tenendo saldamente la minchia con la mano.
"No voglio che mi fai venire così" e lei ricomincia a spompinare a occhi chiusi.
Sono steso con la schiena appoggiata al cuscino e lei è stesa da odalisca sul fianco, col camice aperto, che scena postribolare magnifica.
Ha le tette piccole, i capezzoli scuri, la fica pelosissima ed è piena di rotolini. Non si taglia le unghie dei piedi e questa sciatteria mi infoia come una bestia carnivora. Età indefinibile, ma sopra i 35 di sicuro.
Ispidi capelli corti, occhi con borse scure da viziosa e una bocca da premio Nobel.
 
Sto lì che godo questo pompino lento, salivoso e bollente e penso che questa volta sono afflitto dal pensiero che, con Sadi, potrei passare dall'altra parte della barricata, potrei correre il rischio di essere io la sua scopata, il suo one night affair e il pensiero non mi rende felice.
Io ieri l'ho chiamata per sentire come stava, per rimarcare che per me NON è stato un one night affair e l'ho sentita sbrigativa. Le ho chiesto se fosse occupata e mi ha risposto che era un brutto momento, scusandosi. E non l'ho sentita più. Forse si apre per me la stagione del contrappasso.

Mi alzo e tolgo il camice a Bertille e le succhio i capezzoli, annusandole le ascelle, mentre lei mi sega con la mano calda e ruvida. Questa beurette è selvatica, sa di sudore acre, è poco pulita, mi piace. Le dico di mettermi il preservativo, porgendoglielo. E lei me lo mette. Le alzo le gambe e le lecco la fica puzzolente per assaggiarla, poi ci sputo sopra per lubrificarla e poi glielo sbatto dentro senza tanto riguardo e la chiavo.

Sadi ha qualcosa di magnetico che mi strega e mi apre orizzonti e scenari e scene che mi emozionano, ma devo essere pragmatico e ricordarmi di essere Tazio a Parigi, per cui, osservando la situazione come se riguardasse un altro, la probabilità che si sia trattato di un one night affair è elevata. Però vi sono dei dettagli che mi rincuorano. Non si dà mai il cellulare a un one night affair. Mai. Per cui, se anche sono stato un one night affair, Sadi non è avvezza a trattarli e la cosa, inspiegabilmente, mi rende felice.

Bertille ansima, strizzandosi le poco graziose tette.
"Godi?" le chiedo fottendola duro. "Oui" e si morde il labbro inferiore chiudendo gli occhi.

Io sono un animale molto strano, che probabilmente si è pure rovinato da solo nel corso del tempo. E adesso avrei bisogno di avere quel minimo di esperienza che, invece, pur essendomi scopato seimila donne, non ho. Forse perchè questa volta mi sento in una sorta di stato di inferiorità, rispetto a Sadi. Devo lavorare su questo pensiero, devo approfondirlo.

Annuso sotto le dita dei piedi della zoccola e godo come un porco. Fetidi ed eccitanti. Sporchi, neri, deliziosi. Sguscio fuori dalla sua fica inzaccherata e mi tolgo il preservativo. Lei si siede e mi spompina furiosa. La incito animalescamente e lei esegue. Quando sente che sto per venire mi tira una sega velocissima, sputandomi sul cazzo e io le sparo una gran sborrata sulle tette. Fine.
Com'è semplice, cazzomerda. Non le ho praticamente mai parlato ed ora abbiamo raggiunto il massimo livello di intimità. La guardo mentre, nel bagno, si sciacqua il petto e penso che è deliziosamente semplice, così.

Prendo il portafogli e lei mi dice di no. Mi dice che devo parlare con Hammed.
Prende il vassoio e se ne va. Magnifico.

Voglio rivedere Sadi, ma qualcosa mi dice che sono solo io a desiderare un altro incontro. E questa sensazione mi blocca, mi impedisce di telefonarle, ma il non telefonarle mi rende idiota.

Credevo di aver superato questo stadio alla fine del liceo e invece no.
Dicono che pioverà, oggi.
Speriamo di no.

venerdì 1 giugno 2012

Borgoverde


Bonjour.
Bonjour da Borgoverde. Lo chiamerò così questo posto.
Qui non trema niente, ma noi continuiamo a sentire le scosse. E’ normale, cazzo.
Alle quattro e dieci di questa mattina ho visto, finalmente, la scritta Transfer completed.
Che bella scritta.
La Skizza dormicchiava sul divano e di tanto in tanto veniva a darmi una carezzina e un bacino, chiedendomi se volevo un caffè. Ne ho presi pochi, perché la caffeina, rispetto all’adrenalina che avevo in corpo, avrebbe fatto da calmante.
I ragazzi li avevo mandati via all’una, appena ricontrollato il master per l’ultima volta.
Zack è tornato a casa, il Costa e il Loca sono partiti per Varese, subito.
Alle quattro e dieci ho spento tutto, ho messo uno snap mirror nella borsa, abbiamo portato giù della roba, una tavola grafica, un iMac, due portatili e siamo partiti. A pieno gas, come avevo detto.
E appena siamo partiti la Skizza ha cominciato a dormire.

Siamo arrivati a Borgoverde alle sette meno dieci.
La grande casa puzza di muffa, l’acqua esce arrugginita ruttando, il frigo è vuoto, ma c’è del caffè. Più tardi si va a far la mega spesa. La Skizza è crollata a letto, ma io ho retto ancora, perché alle nove sarebbero  arrivati i ragazzi dello streaming ed io li ho aspettati con Skype aperto.
Piazzato sul tavolone da reggimento che c’è sotto il porticone della casa di Borgoverde.
Altra casa, altro portico. Mica posso lamentarmi, no?

C’è un silenzio surreale, uccellini e aria che muove le fronde. Il tempo è così così, ma fa caldo e si sta bene.
Alle dieci i ragazzi dello streaming hanno finito il controllo e mi hanno scritto (yes) su skype, con quel bel pollice da Fonzie che amo alla follia. E allora mi sono rilassato e ho dormito davanti al portatile a tappe.
Mi ha pingato Zack, poi il Loca. Tutto rego, raga. Poi la Betta mi ha mandato un sms per sapere se eravamo già qui. Poi si è svegliata la Skizza e mi ha anche fatto ridere.

E’ comparsa sull’uscio di casa con addosso solo una canottiera da intimo bianca con le spalline e un fiocchetto ricamato sul davanti. Roba da mia nonna, che però non girava scalza e nuda di sotto. Capelli esplosi per aria, espressione devastata e una canna accesa.
Buongiorno, Chiara! La collina ti rende fresca e vitale come la rugiada sui petali di rosa! Ha!
Mi ha chiesto se tutto era andato per il verso giusto e le ho detto di sì e lei ha detto “Dio grazie”.
Sì, grazie di tutto, veramente, troppo buono.

Bene, ora siamo a Borgoverde e questa è una realtà indiscutibile.
Dovrei dormire, ma non ce la faccio. Non mi preoccupo, perché prima  o poi dormirò.
Prendiamola come una vacanza, và.
Una vacanza dal terrore.
Potrebbe essere piacevole.
A più tardi, dudes.

giovedì 31 maggio 2012

Via


Basta.
Ho deciso a pranzo. I ragazzi tirano alla morte sino a stanotte, chiudiamo la consegna e poi ciascuno è libero di fare quello che vuole. Ci si riaggiorna lunedì mattina, telefonicamente, via Internet, come cazzo si vuole. La Betta raggiunge dei parenti a Trento e passa il fine settimana là.
Il Loca va dai suoi a Varese e ospita il Costa. Gli altri ancora non sanno, ma vedranno il da farsi.
Io e la Skizza ci trasferiamo in collina sotto Pesaro, dove lei ha quella vecchia casa in mezzo al nulla che i suoi usano solo per le ferie. Tanto la troiamerdamadre è a Roma e ci rimane in pianta stabile e suo padre è a Shangai, non vedo grossi problemi. Ci piazziamo là, dormiamo, ci rilassiamo, ci riposiamo e poi decidiamo.
Mettiamo 250 km tra noi e la bestia. Qualcosa sentiremo, ma mai come qua, cazzo. E’ snervante.
La Skizza sta già facendo i bagagli di tutti e due, ma io le ho detto di prendere a caso, che quello che ci manca lo comperiamo, sai che cazzo me ne fotte.
Non ne posso più, ho bisogno di una tregua.
Per cui ora la mano sta a Zack e al Loca.
Prima finiscono, prima si smamma.
A pieno gas.
Poi deciderò il da farsi.

mercoledì 30 maggio 2012

Il Superman della bassa


Entra il Loca. Con aria di terrore e catastrofe.
“Taz, scusami, vorrei dessi un’occhiata a questa” e mi sgnacca il Macbook sul tavolo.
“Guarda” mi dice terrorizzato e io guardo un’orrenda giffona animata che mostra come, dal 19 maggio al 30, lo sciame sismico abbia direzione est – ovest lungo un’ipotetica dorsale ferrarese. E io dico cosa vedo, facilitato anche dalla legenda che dice: Sequenza sismica dal 19 al 30 maggio ore 11:00.
“Ho capito, è lo sciame” dico, ma vengo subito ripreso.
“Noo, Taz” mi dice sottovoce “non è stato uno sciame sismico quello di ieri mattina” e apre la pagina del Resto del Carlino online dove un coglione del Genio (che contraddizione nei termini vergognosa) Civile di Modena, inadatto a predire persino il meteo del giorno prima, dichiara che quello di ieri è stato un vero e proprio terremoto e che adesso lo sciame sismico nuovo si muove verso ovest.
Cioè, ci sta venendo addosso, per usare le parole del positivo ed ottimista Loca.

Ecco.
Ora, a parte l’irresistibile desiderio di mollare quel testicolo del Genio in una cella di isolamento africana con un ergastolano senegalese pluriomicida che non vede essere umano da un anno, che cosa posso dire? Che cosa cazzo posso fare se il terremoto si sente pioniere e va alla conquista del west? Che cosa posso fare più che dichiarare con voce stentorea al mio antelucano arrivo in ufficio che io NON voglio informazioni sul terremoto ma che voglio SOLO informazioni sulla sincronizzazione di quel fottuto commercial dimmerda che mi pende sul cervello come la spada nella roccia con tutta la roccia attaccata ed alcune merde di cane attaccate alla roccia?

“Mi dai due secondi Loca? Vado in bagno, mi metto costume e mantello ed evacuo entro l’ora di cena tutta la bassa fino a Pavia.” dico. Ma non perché voglio fare il fenomeno che non ha paura, perché anche io mi sto cagando il cuore nelle mutande, cazzomerda, ma perché, onestamente: a) non so cosa cazzo fare b) ritengo la fonte semplicemente disprezzabile.

“Fanculo Tazio, con te non si può ragionare mai” ottengo come segno di gratitudine verso la mia generosa proposta supereroica Marvel. E così mi appresto ad andare affanculo, perché è la base che me lo richiede. Però, come ogni supereroe mandato affanculo, mi riservo di seguirlo nella saletta del sudore-lavorativo-dato-per-disperso e faccio presente alcuni fatti che non verranno misurati con l’aiuto di un sismografo, se le cose non vanno come dico io. Lo spiego con la voce da supereroe, che rimane più impressa. Però, come ogni supereroe che si rispetti aggiungo che qualora la mia volontà sia fatta anche a costo di un tour de force non stop per enne ore, sino a riuscire a mandare il fottuto master allo streaming in data giusta, potranno migrare al galoppo verso la sicura Ucraina e non me ne avrò a male se decideranno di lavorare in un kolchoz o di arruolarsi nell’esercito russo.

E spero che la Skizza si sia fatta seicento canne oggi, perché non reggo mica una seconda puntata.
Sono stronzo, lo so, ma anche io c’ho i miei cazzi.
Che sono esattamente uguali ai loro.

VAFFANCULO


Una botta bestiale, da cagarsi addosso, tanto per essere chiari e diretti. La terra non smette di tremare e a me non smettono di girare i coglioni. Ieri è stata una giornata devastante, con i nervi sfibrati e una parossistica caccia alla notizia, tutti shockati e tutti sfiniti. A pomeriggio alle 16:00 ho convocato una riunione di gruppo e ci siamo guardati nelle palle degli occhi. Cazzo facciamo? Trasferiamo la baracca? Spostiamo centinaia di migliaia di euro di attrezzature non nostre altrove? Abbiamo una scadenza importante e a quelli non gliene fotte un cazzo se qui si trema. Cazzo facciamo? Dove cazzo andiamo? Il Costa propone di trasferirci armi e bagagli in Calabria dove in due giorni potremmo sistemare un piccolo capannone industriale che sa lui, ma a me pare un gran cazzata. Cosa ci mettiamo a fare? Quelli che scappano dal terremoto verso una zona ad alta sismicità? Cerchiamo invece di rimanere concentrati e di tirare dritto, dico io. Questa roba finirà, o no? E se non finisce e ci moriamo sotto tutti, vorrà dire che era l’ora. Non risulto simpatico e me ne rendo conto, sicché dico che chi vuole tagliare la corda la tagli, ma me lo dica subito, perché devo trovare sostituti e alla svelta.

Poi ci si tranquillizza e si aggiorna e allora vado verso casa, dove mi sfracello i coglioni di sentire, ovunque, il riproporsi assurdo dei seguenti incessanti quesiti ridondanti come se si fosse in una voliera piena di pappagalli:

  1. Si poteva prevedere?
  2. Come mai sono crollati i capannoni?
  3. Seguiranno altre scosse?

Certo che seguiranno altre scosse, cazzo, cosa ne dite? Vi pare che la situazione stia migliorando? E per quanto riguarda le previsioni ve lo dice il Tazio: un cazzo si poteva prevedere, la sismologia è la scienza del “forse” e del “ma tu pensa, hai visto?”, è una scienza esatta come io sono una Orsolina. Quindi è inutile frassinare il cazzo ai sismologi, quelli stanno lì a vedere quello che succede per cercare di ottenere modelli probabilistici, non so se è chiaro il termine: probabilistici. E ne ho il cazzo gonfio di sentir chiedere incessantemente se tremerà ancora a uno che mi risponde che è probabile che vi saranno scosse di magnitudo superiore allo zero, perché non gli si può nemmeno strizzare il colon a ‘sta gente, che mica li fanno loro i terremoti, questi li studiano dopo che si sono verificati.

Bene.
Tutto ciò premesso, vado a tentare di capire con quanti cazzi di giorni consegneremo in ritardo quella merda di commerciale, perché ho tre personaggi fuori controllo che se cade una cazzo di biro per terra si lanciano giù per le scale. Non gliene faccio una colpa di certo, non è che io sono propriamente rilassato, intendiamoci. Certa è una cosa: io non voglio più essere informato, né guardare più la televisione, né ascoltare più la radio e adesso tolgo anche quel cazzo di feed di Twitter dal blog.
A che cazzo serve?
Se arriva la botta saremo i primi ad esserne informati.

Bonjour.

giovedì 24 maggio 2012

Serata


Sediamo al tavolino io, la Skizza, la Raffa, tale Sergio amico della Raffa e della Skizza, poi arriva una certa Silvia, sempre loro amica, poi suona il telefono, è il Ruggi, gli dico di raggiungermi, arriva, presentazioni, si chiacchiera, si trattiene giusto per un bicchiere perché deve andare a dormire presto che oggi è una giornata campale, poi entrano il Max e il Costa freschi di doccia, prendiamo un tavolino, attaccalo, il Costa bacia e saluta la Skizza, il passato è passato e lui è un Goodfella, raccontano la situazione come reporter di guerra, il Ruggi interviene con altri dettagli, altro giro dai, va bene, ma uno, occhei.
Serata solidale contro la paura, la preoccupazione e il dispiacere. Fanno bene queste serate.

Poi abbandoniamo il campo, tutti.
Passeggio con la Skizza avvolta in una lunga gonna fantasia ecru ed arancio scuro su fondo nero che la costringe a piccoli passi, un golfino nero con i bottoncini e le ballerine color oro. Ha i capelli raccolti in una codona e mi confessa di quanto sia stanca di sua madre e la capisco.
Attraversiamo la piazza, io c’ho la macchina davanti all’ufficio, ti accompagno che facciamo due passi Taz?, ma certo, poi ti porto alla macchina, va bene.

Ma io non ho voglia di mandarti a casa e così tiro dritto fino al parcheggio del Dix, che è fuori mano e poi non c’è nessuno a quest’ora e tu capisci e mi fermo e non occorre che ti dica niente che ti inarchi a ponte e te le togli e me le strofini calde e odorose sul naso e senza rendertene conto fai quello che si fa coi cani, a cui si fa sentire l’odore della preda o dell’ostaggio e loro cominciano a cercare ed in men che non si dica hai la gonnona arrotolata sui fianchi e sei seduta impalata che godi, cavalcando sensuale ed io ti impasto le natiche belle che mi fanno impazzire e tu respiri spettinandomi la nuca, sbattendo a fondo il bacino per sentirlo tutto di dentro e ti sbottono il golfino e sotto c’hai solo le tette ed i fari delle macchine tingono di luce i tuoi capezzoli e non t’importa se chi passa può vederti chiavare, anzi, ti piace quel rischio e mi dici con voce incerta che se non ci fosse l’arresto ti faresti chiavare anche in piazza e io sento le vene del cazzo che scoppiano perché mi piaci da pazzi, a culo nudo, a tette di fuori, in un parcheggio alla portata di tutti, mi piaci sfrontata, arrapata, allupata, svergognata e tu aggiungi “e puttana” ed io dico di sì, che mi piaci puttana da matti e tu impazzisci e cominci a sbattere forte e vieni cantando, la fronte piantata sulla mia spalla e io sento il tuo odore, l’odore del calore animale che l’abitacolo trattiene come un prezioso tesoro ed appena hai smesso di venire scivoli al posto e cominci a succhiarmi l'uccello, impartendomi un inutile ordine di venirti in bocca, che mi basta sentire il calore della tua lingua per riempirti la gola di schizzi che ingoi senza sprecarne una goccia.

Torniamo alla tua macchina.
C’è la gente di fuori, in strada.
E’ successo di nuovo.
Magnitudo 4.3 alle 23:40.

martedì 22 maggio 2012

Strategia


Mi sono davvero impegnato ieri sera. Perché la Chiara è in preda al terrore dell’imponderabile.
Mica si può biasimarla, intendiamoci. Solo che, a un certo momento, bisogna riordinare gli elementi e mettere a punto una strategia, pena il collasso cerebrale.
E questa considerazione l’ho fatta a lei, ma l’ho anche fatta a me, perché c’è poco da fare, che balla ancora lo si sente.
E allora siamo andati all’Osteria Quellanuova, ci siamo fatti una cenetta leggera, che tanto di fame ce n’è poca in giro, e abbiamo incominciato a ragionare.
Questo terremoto è un disastro, ha ucciso sette persone, ha distrutto pezzi di storia meravigliosa, ha modificato incisivamente la vita di circa 5.000 persone sfollate e improvvisamente senza lavoro. Sfollate e improvvisamente senza lavoro, ma vive. Dobbiamo convenirne anche se suona cinico: terremoti di intensità paragonabile hanno fatto sparire più di 300 persone all’Aquila e quasi 1.000 in Friuli, per prenderne due, devastando in maniera indescrivibile.
Possiamo dire che poteva andare molto, ma molto peggio? Sì, possiamo e dobbiamo dirlo.
E allora stringiamoci chi i coglioni, chi la figa, e tiriamo avanti. Balla? Ok, balla e ballerà parecchio per parecchio. Possiamo smettere di vivere abbracciando Scientology e attendendo la morte seduti?
Ma sarebbe una ridicolaggine assurda ed un’offesa sia ai morti che ai vivi in grande difficoltà.
Verrà una scossa micidiale che ci ingoierà tutti nelle viscere della terra? Non lo sa nessuno. Ma intanto siamo vivi. E la probabilità che arrivi non è certamente pari a zero (seppur bassa), ma c’è anche la probabilità che domattina, mentre vado a lavorare, un ubriaco alla guida di un autotreno mi travolga e mi uccida.

Per piccoli passi bisogna scordare il week-end e cominciare a concentrarci sulla fortuna di essere in piedi e senza bua.
Le ho poi fatto il programma di oggi.
Le ho detto di prendere la macchinina (le ho comperato una Smart che è arrivata sabato, ironia della sorte) e di andare a trovare quella squinternata della Raffa, di vedere amici, perché la condivisione dà coraggio. Perché condividendo capirà che la tensione dell’imponderabile è di tutti, nessuno escluso, per gradienti emotivi diversi.
Poi la spesa, con la Raffa. Poi qui per pranzo che a pomeriggio andiamo via assieme che devo andare da un cliente e ho delle cose da sistemare. Piccoli passi. Mattina on her own, pomeriggio, sera e notte con me.
Bisogna reagire.
“Mi sento in colpa a fare una vita normale mentre a pochi chilometri c’è il disastro”
Sbagliato, Skizza. Cazzata pura.
Perché allora è una questione di distanza chilometrica. E lo tsunami e Fukujima, per dirne due? L’Aquila, per dirne una che è dietro l’angolo? Se sono distanti non si soffre empaticamente? E’ un ragionamento del cazzo. E ne conviene, stravolta, terrorizzata, gli occhi lucidi.
Reagire.
Dobbiamo.
Siamo vivi, senza danni, solo con un bel po’ di paura.
Reagire.
La capisco, eh.
La capisco bene.
Ma non c’è storia, bisogna reagire.
No way back.