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martedì 19 settembre 2017

Qualcosa cambia

Qualcosa cambia, non sono più in affitto equo canone alle case POPPOLARI, ma mi sono preso una robina mia, che figata raga, yawn.
Da ora in poi scriverò su:

www.divinotazio.com


Ecco. Poi mi dite, insomma ci vediamo di là.
Figata paura ho i brividi, yawn. 

-.-

sabato 9 settembre 2017

Tutto cambia, niente cambia


In una settimana cambia tutto.
Cambia il panorama, il paesaggio, le facce, le persone, la casa.
In una settimana si sono attuate tutte quelle decisioni che mi porteranno a essere una persona diversa, non so se migliore o peggiore, ma sicuramente diversa.

Sono a Riga.

E quando dico che sono a Riga, intendo dire che ho una casa in affitto, carina, accogliente (grazie al Bergolettone che si è adoperato da un po’), ho un lavoro, quello della galleria, che ora dovrò prodigarmi a sviluppare per poterci vivere, una reputazione ottima negli ambienti dell’arte, reputazione che provvederò prestissimo a rovinare, ho una donna di servizio di nome Lija, o come cazzo si scrive, che quando viene a fare le faccende si spoglia di tutto, toglie il reggiseno e veste come livrea ciabatte, pantaloncini corti ed una canottierina di cotone che sviluppa le sensuali forme dei suoi seni rilassati, dai quali spunta il turgore minimo dei capezzoli che non si appiattiscono mai.
E’ una chiacchierona, che fa un gran bene al mio russo zoppicante. Per il lettone datemi tregua.

Non ho un’auto, ma non mi serve, perché da dove mi ha collocato il Bergo alla galleria sono quattro passi e poi siamo nella zona vecchia della città, dove la vita è adesso.

Ho anche un progetto web, ripulitore, ordinatore, sistematore, che farà affogare questo blog farlocco nei liquami della provincia a fronte di un vero blog nel quale riflettere prima di scrivere o anche il contrario, purché vi sia un senso.

Mi fa vomitare scriverlo, ma voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia, un senso non ce l’ha.

domenica 3 settembre 2017

Lo status di cornuto

“Io vado a letto, grazie di tutto, Tazio” – “Grazie a te, Giacomo, buon riposo”.
E rimango nudo in cucina con la bella Faina Cannibale abbronzatissima che, lasciatemo stare, ma per averci cinquantasei anni dà tanta di quella lana a certe bagagliette sgarrettate che possono andare a nascondersi.

E ci baciamo con la lingua, subito, immorali, col cornuto assente, atto che esalta la sozzeria già consumata della nostra copula davanti a lui, ma adesso lui non c’è e le corna adesso sono quelle vere, quelle pesanti e la Paola Carnivora sembra ben intenzionata a intarsiargliele, ma con calma.

“Senti amore” – mormora sudaticcia e abbarbicata al corpo mio – “te desso non ti mettere a ridere, ma io c’ho fame…” ed io, con la mia proverbiale mente acutissima, intuisco subito il riferimento alla fame alimentare, che a quella cazziale c’ero già arrivato.

E così ci troviamo ad affrontare quel due etti a testa di agliolioeppeperoncino, col suo bel rossone Sangiovesone freddo da frigo, nudi, rutto libero, conversazione sbracata.

“Ma è da tanto che fate?” – chiedo con riferimento al fatto che, durante il ballo seicentododici allo Sciatnuar, avendole io confessato che se la minchia mi rimaneva dura un altro po’ mi ricoveravano in Ornitologia Chirurgica, lei ha rapidamente accettato di passare alla monta, ma solo alla condizione che il “cornuto” (ipse dixit) potesse rimanere a guardare. Ma please, con plasir.

“Son dieci anni che non gli tira più” – mi spiega a voce bassa, arrotolando – “mentre a me non ha smesso di abbaiare neanche in menopausa” e ride, mentre trovo che “smesso di abbaiare” abbia del sublime letterario.
“Per cui vi siete messi d’accordo così” – intervisto con la bocca piena di spaghetti.
“Beh” – dice la carnacea, ma snellea Paola porchea, masticando con le labbra lucide d’olioaglio e la compagnia bella – “diciamo che lui la fissa del cuckoldaggio ce l’ha sempre avuta, anche quando gli tirava il cazzo da giovane, figurati poi. Per cui è bastata una spintarella una vacanza a Urghada, con un ragazzo egiziano dello staff che me la batteva di brutto ed è iniziato tutto…”.

Crudele, selvaggia, spietata, porca, insensibile, disumana, sporca dentro.
Semplicemente stupenda.
E allora insisto, chiedendo se prima, senza che lui sapesse, lei praticasse aviominchie della foresta fitta.

“Beh sì, è cornuto da sempre, per quello” e ride che si vedono gli spaghetti.

Perché, vedete, “cornuto” è uno status, non una condizione in cui si viene messi dal partner.
E bisogna prestare attenzione, amisgi, perché il passaggio non è banale.
E’ cornuto da sempre, ergo non si è mai posto in una condizione di maschio alfa nella coppia, lasciando scoperto il ruolo per chicchessia avesse le attitudini per ricoprirlo.
La Paola, d’altro canto, ha semplicemente posto rimedio al fastidioso abbaiare della sua cagnetta in calore, rendendo disponibile a chi le aggradava il posto vacante di addestratore della bestiola.
Interessante, riflettiamoci prima di incazzarci.

Mi piace la Paola, alta, gambea, culacea sensuale, rizdora porno perfetta e irresistibile, tetta scesa nature, capezzolata grinzosa, abbronzata allo schifo, a meno di un triangolo bianco anteriore, depilata alla morte, lucida di creme e sudore, pedicuratissima da orgasmo e manicuratissima, coifferatissima, biondissima taglio corto, pettinato dal vento di Lanzarote a Maggio, caviglieratissima aurea sottile a sinistra e anellopollicea a destra che sai mai che disgraziatamente non la pensino porcona.

E finiamo la pastazza e fumiamo una Marlboro, ci raccontiamo osceni a gambe aperte e beviamo un limoncello che lo fa lei su ricetta che gliel’ha data una suora, ma te dove cazzo l’hai conosciuta una suora e le mordo una chiappa mentre si appecorina a prendere la bottiglia nel frigo, ride catarrosa, si beve, sposto la sedia e le esibisco il mio Femoredidinosauro Barzeo e Scappelleo, sortendo un sospiro e un “diochemeraviglia” a fiato quasi zero, prima di scivolare in ginocchio e sbocchinarmi sugosa, tirandomi a marmo lucido, pronto alla scena porno della MILFona alla pecora con lo stallone in cucina, checchissenechiava del Cornuto che dorme di là, vaffanculo, muori, inutile cazzomollo dimmerda.
Mi piace, mi eccita.

Che serata di classe sopraffina, che incontro di spessore.
La Paola mi attizza il fuoco nella caverna, mi ispira, mi musa, mi ricorda la Donnabestia nel suo splendido fulgore pre carcinoma, mi lascia intendere d’essere una lavagna da scrivere alla svelta, specie con quelle mie frasi deliziose che la sua sensibilità laida coglierebbe al volo, ma che la sua cultura in materia di liquame morale magari non le suggerisce. Ed è ora di acculturarla. E’ ora di farle qualsiasi cosa il cui termine contenga le quattro lettere “cul”.

Mi accompagna alla porta senza prendersi il disturbo di rivestirsi, tanto a luce spenta sembra Eva Kant di Diabolik in tutina nera, da quanto cotta di vacanze è.
Liturgia dello scambio numerale, trilli vibranti, sorrisi, è ok.

“Ma senti” – le chiedo sulla porta spalancata sul pianerottolo, carezzandole una guancia culea rigata di stupende smagliature – “ma se io ti chiamo, possiamo vederci anche solo io e te o sempre e solo con Giacomo?”
E lei ride.
“Hai progetti, porco?” – “Sì molti, porca.”
“E allora tu chiama, che Giacomo è affar mio.”
Assassina, macellaia, antropofaga.

Bacio lingueo, buonanotte.
Buonanotte un cazzo, è giorno.
Vado a casa e caffettazzo, che lo spaghetto mi ribolle nella panza, che io non lo digerisco di notte.
Sono un esserino delicato, io.

La Paola, eh?

venerdì 25 agosto 2017

Non so gestire queste eventualità.






Fresche le frasche che stormiscono e friniscono estive di cicale puttane e incoscienti nell’ora del tramonto fatto di odori verdi e zanzare, in quell’ansa solitaria dove sorge la Margheritiana Magione che non frequento da un bel po’, ma vè chi c’è!, ma potevi avvisarmi che arrivavi!, ed incede sensuale in ciabatte infradito bluette, ordinarie, attraversando il giardino ubertoso, avrei messo qualcosa nel frigo!, non preoccuparti mia Dama, ecco tre bottiglie di champagne della marca che ami, Barnaut, gelate, oh amore mio grazia! come sei bella, bugiardo, vieni che ti bacio, dio che lingua Margherita segreta, sei senza reggiseno che quel prendisolino con le bretelline ti scopre tanto la schiena abbronzata, sei stata in ferie Mia Signora? un mese a Cervia a tenere il piccolino, ma guarda che pelle che hai fatto e ride di denti bianchissimi e perfetti, stringendo gli occhi, gli occhiali piantati nella chioma argentata, bellissima, il Barnaut è giunto alla base, nel frigone imperiale, ma fatti palpare, sì palpami che sei un maiale, è ben quello che ti piace, non solo e lo sai, sei così bello da svenire Tazino, baciami ancora e scivoliamo contro il frigo con le carni che si scoprono, mutandine di cotone con le cappe sui bordi, che sapore di pelle che ha sudato, meraviglia sublime.

La luce del giorno si arrossa, calmandosi e giacciamo nudi sul letto imponente, di noce e di radica, il suo odore antico di corpo umano femminile sulle lenzuola bianche stropicciate, annuso, dormi nuda mia Dea? sì, mio fido scudiero, e la mano mi strozza i coglioni e graffia di sotto e poi sale con l’unghia fino al buchino del piscio, sorridente, maligna, sei il demonio mia Padrona, sì, sono il maligno che ti fa godere, lasciami giocare, gioca mia maligna, infilami il mignolo nel buchino che so che è cosa che ti piacerebbe farmi da tempo e sento il bruciore, il dolore dell’unghia che scava nel forellino che si dilata e tremo pensando che stavolta lo farà e si fa seria, ammorbata, intenta, decisa e sento la carne del cazzo allargarsi e mi rilasso, promettendole lo stesso trattamento al suo buchino e una voce soffiata e incupita mi sussurra un erotico “accomodati” e comincio a godere di dolore lento e la vista di quella falange ossuta che si infila nell’uretra mi eccita, cerco la sua lingua, salivosa, grossa, calda, bovina e saporita di gusti, la pelle sottile, i suoi movimenti sinuosi, senti dolore?, sì, e ti piace?, da te sì, un soffio aspirato tra i denti la fa somigliare ad una pericolosa vipera e mi piace e la schieno di botto e la vedo sorridere, stavolta ti inculo Margherita Regina, fallo, girandosi di pancia ad offrirmi terga morbide ed arricciate di pelle e tatuate di pallore che celano nel mezzo un carnoso bocciolo estroflesso che mi affretto a colmare di tutta la saliva che posso, spalmandola all’intorno, spingendola al di dentro con un dito, poi due e la mia Regina ansima col capo argentato nascosto tra le braccia incrociate e io premo, il calore, la carne che cede remissiva, un mugolio tra il dolore e il piacere, il retto vellutato e umido, scivolo dentro tutto e la copro, baciandole il collo sudato e mi muovo come un serpente nella tana, a mio agio, sicuro, insolente.

Che intimità nel tuo culo Maggie e sorridi, ma lo sai che mi faccio le seghe pensando alla mia mamma?, un bagliore, un risveglio, un sommesso invito a dirle di più e io snocciolo precisi dettagli, mentre il suo culo da statico comincia ad animarsi e i suoi scomposti grugniti sensuali si addensano, sei la Bestia Tazino, ma lo avresti fatto davvero se lei t’avesse lasciato fare?, credo proprio di sì Maggie e il suo culo contrasta morbidamente i miei affondi signorili, continua Tazino, voglio sapere tutto quello che ti eccita e io continuo, sbrodolo, sbavo nelle sue orecchie le mie voglie, parlandole di cazzi nel culo e di maschietti muscolosi, di un sogno pomeridiano di chiesa estiva, con una Dama che apprezzi il piacere di profanare il sacro, prestandosi a giochi erotici sui banchi in fondo, nel confessionale vuoto e la vedo farsi seria e stringere i denti respirando affannosa e conosco quel modo, la sento stringere esausta quel buco antico e continuando nelle visioni maniache la sento venire tremante, sozza, eccitata di lurido, mentre mi esorta a continuare, occhi chiusi, bocca piangente ed io allora sbatto, nel culo, senza pietà, parlandole di giovani femmine o giovani maschi legati ad un tavolaccio in fondo ad una segreta, per il nostro piacere oscuro perpetrato sino a sentirli bestemmiare di doloroso piacere laido contro natura ed estremo e un sussulto grugnito mi chiede se mi eccita il turpiloquio e io confermo, sollevandola per poterle pizzicare i capezzoli grossi ed estrusi sortendo un gemito nuovo che mi spinge a bestemmiarle sussurrato in un orecchio, insultandola, sentendola aprire le gambe per prenderlo nel culo di più, oscillando come un delicato pendolo che accentua il piacere anale, sei un pervertito, un malato, un depravato, sì, sono tutto questo e anche di più, sono la Bestia che sogni tra le tue sozze dita mentre ti masturbi nell’orto, che il piegarti ti allarga il buco della fica e vorresti essere piena di cazzo ignorante, suino, popolano, ma ancor più articolatamente deviato, amante di piaceri oscuri, neri, notturni e bui e lei sussulta come in preda ad una crisi epilettica e con un tono di voce molto alto mi dice una serie di “sì” assertivi e premianti, ai quali io rispondo strapazzandole l’intestino senza cura attenta verso la sua sacra senilità, ma volta solo alla sua dirompente ed inimmaginabile sessualità complessa, complessa forse al pari della mia e la giro di schiena, deponendola con grazia e devozione sulla pelle madida, ammirando i bagliori che il sudore ha disegnato sul ventre magrissimo e sui piccoli seni irti di cazzetti di carne rugosa e le spalanco le gambe portandole sulle mie spalle, chiedendole in che buco voglia il grancazzo, ricevendo soffiato un “fica” con la “c” a suggello di una liturgia condivisa, della presenza sulla stessa pagina dello stesso libro, a conferma della voglia di incamminarsi e raggiungermi per vedere dove si andrà.

Ed io fotto, profondo, stalliere maniaco, annusandole le ascelle amare e piccanti di speziato sudore terreno e irrisolto e poi i piedi, aromatici di incenso e formaggio tenero e grasso e godo e mi lascia fare, godendone, seria, presa, compresa, rapita, sopraffatta da una sorpresa che l’ha stupita del non poterla controllare e che, tantomeno, potesse sortire quell’effetto di frusta sui suoi gangli nervosi addormentati da tempo, ma sempre vivi, coscienti, seppur sopiti e mentre sbatto la Minchia Maestra nel buco rilassato di carne frolla, mi chiede in un soffio, a occhi chiusi, quasi timida, se la Bestia necessiti che lei sia la mia mamma e io rispondo di sì, aggiungendo anche che la Bestia richiede che lei sia la sacerdotessa del male, nuda sotto un saio nero mentre si celebra l’oscura condivisione rituale di un giovane corpo nudo, ma anche insospettabile madama nel luogo sacro ai cattolici, a condividere sozzure laddove si imporrebbe devozione e meditazione e mi segue, a bocca aperta, godendo intensa del mio lento affondo e delle mie scellerate proposte.

“Vienimi dentro, subito, adesso” mi intona con drammatica intensità ed io la apostrofo, puttana!, chiedimelo come devi, troia!, voglio sentirti blasfema e volgare e un mite ed incerto “Sborra… sborrami dentro…” giungendo le mani dietro al mio collo, tesa, alienata di piacere nello sguardo, alienazione portata al picco con un mio “vorrei ingravidarti, femmina troia” – “il figlio della Bestia…sborra cazzo, sborrami tutta, scopami…” – “puoi essere di più, insisti…” – “riempimi di sborra l’utero, cazzo, dai, sto venendo, porcamadonna dai…” ed io, estasiato dal mio potere plagiante, dalle mie doti affabulatorie, vengo calcando la mano sui grugniti e le blasfemie che ci portano ad orgasmi vicini, seppur non perfettamente coincidenti.

***
La notte avvolge. E’ la notte di un’estate in calare, seppur ancora piena di suoni di insetti e creature e vita.
Avvolge i nostri corpi avvolti a loro volta di reciproca pelle e di pensieri travolgenti, confusi, esaltanti, in un abbraccio stretto, amorevole, delizioso, odoroso, terrestre, umano.
Sorseggiamo a collo lo champagne di classe che mal concilia con le liquamate versate poco prima.
Cerco la sacca e rollo una canna, senza alcuna levata di scudi.
Mentre lavoro, seduto sul letto, una Dama nuda mi abbraccia da dietro, posando la guancia sulla mia schiena, allungando le braccia sottili sotto alle mie per cercarmi i capezzoli.

Accendo, tiro, trattengo, gliela passo, la assisto, la istruisco appena.
Tira, trattiene, soffia, me la ripassa. E il rito si ripete, sino allo spegnimento.
La Regina gode di torpore, si rilassa, si piace, leggermente ubriaca e “drogata”, come dice lei.
“Mi piaci Tazino, mi piaci tanto tanto tanto, sei come ho sempre sognato una Bestia vera.”
“Anche io ti adoro, mamma, adoro la nostra immorale intimità” e soffia tra i denti, sorridendo sporca.
Silenzio, grilli, timido vento, acqua lontana.

“Morirò, lo sai, vero amore mio? Lo sai, vero?”

No cazzo, mia Regina, non sono affatto pronto.
Non sono affatto in grado di gestire questa eventualità.
Non sono maturo, non ho armi, non ho imparato niente dalla vita, pur avendone prese di forti, pur continuando a prenderne, ma le lezioni a me non servono, sono troppo sottili ed io sono refrattario, ottuso, zotico, io so solo scappare, scappare tentando di detergere, senza lasciare traccia apparente, ma solo apparente.
Non so fare altro. E lo so fare anche molto male.

Ciò che mi consola è pensare che ogni giorno che passa è un giorno in meno verso il momento in cui troverò pace, definitiva, in un modo o nell’altro, sia che non ci sia nulla, sia che ci sia qualcosa, sia che io possa incontrare chi ancora quotidianamente mi manca, sia che non ci siano spiegazioni terrene al dopo o sia che cessi solo l’esistere.

Ed è per questo che, giorno dopo giorno, mi concedo, pigramente, deroghe comportamentali ed alibi, nonché uno stile di vita asociale, artificiale, disingranato, spostato, illusorio, zeppo di ricercata solitudine.
Perché l’inutilità della vita non conduce a null’altro che dolore nel viverla ed io non sono stato nemmeno capace di interromperla, questa farsa, ma ciò non significa che io sia disponibile a sottostare ai suoi dettami e alle sue liturgie.

“Non dirmi che stai morendo, non so gestire questa cosa.”
Un sorriso e un bacio sulla schiena, poi ancora guancia.

“Allora risvegliami il sesso oscuro, quello che ho seppellito per una vita e che oggi tu hai riesumato con un effetto stravolgente. Fammi essere la tua Sacerdotessa, mio Maligno.”
Mentre parla lenta, rollo di nuovo e fumiamo.

La notte fuori parla il suo dialetto orecchiabile e rassicurante.
La notte riposa in attesa del giorno bollente.
Lei si addormenta, avvolta dai fumi rilassanti.
La sistemo con cautela sui cuscini, la copro sino a metà col lenzuolo di sopra, faccio il giro, chiudo tutte le finestre, mi tiro dietro la porta e la lascio sicura nella sua Magione.

E torno al mio confortevole nulla.
Detergendo a fatica.







mercoledì 23 agosto 2017

Che puttanaio

Breve nota antefatto:
Mi rendo conto dei “ripescaggi” a distanza di anni, per cui ecco un brevissimo vademecum orientativo:
Nadia – Ex moglie di Max in procinto di rovinarlo. Max è il mio amico artigiano edile.
Kikka – Morosa instabile di Virus, socio di Max.
Antonella – Dalle sembianze del tutto simili a Debora Villa, morosa del Sa-aaarti, furgonista di origini modenesi, amico di tutti noi.
Umbe – Amico buono.
Zack - Amico “cattivo” (badate alle virgolette), ex dipendente della mia ex agenzia.
Betta – Segretaria amministrativa della mia ex agenzia.





Detto questo, ecco il fatto.

Chiamo la Kikka dopo anni ed anni di zero contatti. La chiamo nella speranza che il legame fisico e confidenziale di un tempo non sia morto, perché ho bisogno di orientarmi sulla Nadia che mi lancia tappeti rossi che convergono nella convergenza delle sue cosce.
Ma non svelo subito le mie necessità informative, ma dopo calorose feste di bentrovato, vere o false che fossero, è stata lei ad affondare i denti nella bistecca.
“Hai visto la Nadia, vero? Me lo ha detto” e lo sibila con un sorriso, che io la vedo anche se al telefono. E vedo anche che esiste già della letteratura al riguardo, verso la quale non ho che l’opportunità di sottostare, perdendo il ruolo di protagonista-pilota che avrei desiderato.
“Sì, l’ho vista al Flamingo. Saprai anche già che mi ha chiesto di portarla a cena.” aggiungo serio. Sortendo un lapidario “Certo.” dall’altra parte.
E così eccomi nelle spire dei servizi segreti che, come di consuetudine, potrebbero essere deviati o meno, fornendomi informazioni vere o false, usandomi a loro totale piacimento.
“Ti ho chiamata perché non capisco e mi sento sull’orlo di fare una cazzata e allora ho pensato a te, sapendo che…” – interruzione repentina – “Sì, vuole starci.”

Sinistro e attraente. Sapere di essere il protagonista di un disegno, di essere al centro di qualche progetto, fa sempre un illusorio piacere. Illusorio piacere che potrebbe trasformarsi in un casino epocale, considerando la fine senza appello fatta fare all’Antonella, la guerra con quell’altra acida tardona amicissima della Nadia, considerato l’abbandono delle nozze sotto coscia alla Sara collega di lavoro della Nadia, considerata la sparizione con la Kikka.

E Praga, con i progetti fuorilegge con Frà Costa? E Max? Se la Nadia per piacevole sadismo lo informasse, oppure delegasse qualche sua sodale a farlo? E Riga? E la Ade? E’ proprio giusto non provare a farsi sentire se non in caso di necessità? Ed è proprio il caso di giocare a shangai in mezzo a un groviglio di vipere mortali?

E il uozzappo di stamattina? Dove lo metto in questo puttanaio?
Recitava: “Sono stata una stronza, me ne rendo conto. Scusami infinitamente.” ed era a firma Skizza.

E così ho riso e ho ringraziato la Kikka. Proponendomi come sempre pronto a massaggiarle le superbe dita dei piedi.
“Ci penserò, baciobacio Tà.”

Che puttanaio.

lunedì 21 agosto 2017

Intimità da festina




Beh sai com’è, io al Flamingo ci vado da un bel po’, ok che frequento di sopra a caccia della milf/gilf dei miei sogni cessaioli smanettoni, ma una rampetta di scale per scendere giù nella sala lenti anni ’80, così buia e così “festina”, riesco ancora a farla.

“Oh ma vè chi c’è” dice una voce femminile nota, alle mie spalle, al che mi ruoto e visiono una milfona da urlo, bionda, capello corto a boccoloni, tettona che diograzie, abito lungo nero, sandalo fottimicomesenoncifosseundomani, vualà chi c’è?

La Nadia, moglie pro tempore del Max l’alcolizzato rinconglionito.

Che stupore, amisgi, non credevo che la Nadia mi cagasse, specialmente in assenza del Max, specialmente se in compagnia di alieni amici cciovani.
Puzza di raccolta informazioni, ovviamente. Ed ovviamente io ci sto.

Baci, abbracci, sorrisi, cortesia, come stai e come non stai, ma cosa bevi bella bionda, quello che bevi tu Tazio (che sexy, mi ha sempre messo di buon turgore questa risposta) e allora vieni, la stacco dal gruppone, la piallo al bar, due bourbon lisci, acqua e ghiaccio a parte, cin, cin, ma tu pensa, è da una vita, già, ma dimmi come stai Nadietta.

Tristi racconti di disagio esistenziale appena accennato, perché i dettagli li devo dare io, mica lei, che comunque ‘sto disagio appena accennato mal coniuga con la mise, il locale e gli amici cciovani.
Faccio quello che comprende discreto, ordino un altro giro di burboni birboni, poi mi arriva Rufus e Chaka Khan e cosa vuoi fare? non la inviti a ballare? e si balla ragazzini, canticchiando e ridendo e cristogesùsanto che due tette, io così vicine e nude sotto un capino di stoffa micrometrica non avevo mai avuto il piacere.

E mi fissa sorridente come una ragazzina alla festa che viene raccattata dal bello della scuola e io sorrido di rimando e balliamo soavi, con quelle tettone carneadi che mi premono sullo stomaco attonito e la stringo e la abbraccio, che Chaka Khan era bella che a letto e le carezzo la schiena in questo cheek-to-cheek inaudito, la sua testa sulla mia spalla, la manina nella mia, appoggiata al petto e la mia altra mano che mi sottolinea via radio a canale riservato che è suo dovere preciso indagare se la femmina è perizomata, mutandata o priva e così dò luce verde alla mano che assesta una signora carezza sulla chiappa da giovane rizdora culea, sortendo un “Tazio!” divertito e gioioso (e che comunque la risposta era “perizoma/tanga”) ed allora mi accoccolo a baciarle il collo e a sussurrarle groomer all’orecchio che mi è sempre piaciuta, ma che era irraggiungibile, lontana, schermata, recintata e lei strabuzza, mi prendi in giro? Mo nò che non ti prendo, Nadia, te lo dico che siam qui intimi e si balla stringendoci di più e io mitraglio antichi dettagli irrisori che fanno un effetto stragista (cogliere sempre i dettagli irrisori, memorizzarli e spenderli) e ci appiccichiamo così tanto che era pressoché impossibile non farle avvertire un’erezione estroversa e di carattere, ma la Nadia fa la stupida, ma stupida non è.

E flirtiamo.
E ci strusciamo.
E dopo molto la riammollo al gruppone e lei fruga nella borsa, tira fuori il parlafono e distrattamente mi chiede “Max lo vedi?” a cui io rispondo uno scontato “E’ dà un bel po’ che non lo vedo”

“So che gli è spuntata la passione pedofila” – “La cosa? Ma dai, scema!”
Dai che sai benissimo a cosa mi riferisco, o non sai niente niente?” e mi pianta gli occhi negli occhi ridendo crudele e poi aggiunge rapidamente “Dammi uno squillo che così ho il tuo numero: 347…”.

“Magari mi porti a cena, una sera” aggiunge troia e ammiccante ed io rispondo affermativo, un piacere, magari, sentiamoci presto, baci, ciao Nadia, ciao cciovani, ciao, ciaone.

Puttana falsa, ipocrita e pericolosissima.
Io ci sto, quasi quasi.

E perchè no?








domenica 20 agosto 2017

Costatotò Squinternaci



“Nihend Thaz, hallor, c’è quest siduhazion…” e il soggetto somigliante a un Totò Schillaci post parrucchino e post figlio nero, mi sciorina la sua vision del concept, agitando le tozze manine inanellate a cazzo, coi RayBan Aviator a specchio a fermargli la chioma ciuffea, garantendogli così a pieno titolo visivo l’aura da puttanier-spacciator-mafioso che, in un certo qual modo, gli appartiene di diritto.

Location: la Solita, come si conviene alle tappe della vita più importanti, tavolino per due defilato, come una coppia gay pre out coming, il Costa fuma, fottendosene dei borbottii, perché lui “manco ithaliano sono, cazzo rompetaminc”, sentenza giustissima che pone inevitabilmente l’attenzione su quando cazzo mai lo sarebbe stato, italiano.

Un progetto ambizioso, assolutamente pericoloso ed illegale al punto che chiunque dotato di un briciolo di buonsenso ne avrebbe rifiutato qualsiasi coinvolgimento ed io, pur essendo dotato di men di un briciolo di buonsenso, non ho esitato ad accettare con curiosità e malcelato entusiasmo.

E dopo sette sambuche ed un clima assai più rilassato di quello iniziale, il calabrone ha ripreso il suo traghetto della Tirrenia mascherato da SUV ed ha proseguito il suo tour Soverato – Praga con tappa a Taziopoli giusto per due chiacchiere col Maestro, come giustamente mi definisce.

Nessuna fretta, nessuna pressione, quando ho tempo salgo a Praga e da lì, in “acque amiche” come sinistramente le definisce il Costa, si comincia a fare un’analisi di fattibilità.

Bella lì Costafrate Frà Costa.

Paoletta maledetta cagacazzo


E mi torna dalla balneazione quindicinale con l’epidermide scurissima, i capelli biondissimi lì dove mechati e scurissimi lì dove naturali, inguainata nell’abitino di cotone, issata sui sabot a suolona zeppona di sughero e tomaia di pelle in tinta con l’abitino e mi reca infingarda lo smalto rouge noir che sa che adoro e mi mangia a quattro palmenti una cena-banchetto a cui manca solo la distribuzione delle bomboniere, ribadendo un’indole godereccia che sa che apprezzo e discorriamo, di politica-arte-pittura-geografia-giornalismo-burocrazia-pubblicità-chi-cambia-canale-è-una-bomboniera-impegni-previsioni-la casa!-la casa!- noi giornaliste-voi pubblicitari-loro camerieri-il conto vi supplico.

Paoletta goduriosa e formosa, corpacea e curvacea, molto carnacea e mammellacea, presuntuosa quel giusto da renderla insopportabile, ma poi umana e tenera da indurre l’oblio sulla presunzione, attenta, curiosa, intelligente, decisamente sfacciata da ritenere che, pur non sapendo un cazzo della perdizione e pur non essendosi mai esibita neppure in topless sulla spiaggetta dell’oratorio, nessun limite sia invalicabile per lei e tutto sia naturalmente sperimentabile, senza remore morali, dato che trattasi di un “esperimento” e “cosa sarà”, quando invece lo status di pervertito è un’esigenza, una necessità, non un passatempo pomeridiano in attesa del tè con la contessa.

E di questo si discute dopo una gradevole e vivacissima incularella, stesi sulle preziose lenzuola di cotone egiziano, il cui colore esalta la sensualità dell’abbronzatura interrotta da aree candide che gli appassionati di tan-lines apprezzerebbero con grande eccitazione.
Inaliamo molto scialli il cannellone ripieno di erbetta spinella di non mia fornitura, buona, che sale bene e bastona il giusto e la Paoletta mi tormenta con quesiti incessanti relativi al mondo sommerso delle fogne di Calcutta a cui io appartengo.

La luce aranciata, calda, lei nuda, di pancia sul letto, strabordante di tette schiacciate, il viso tra le mie gambe aperte che esibiscono la maestosità singolare della mia ipermascolinità reattiva, mi diverto a negarle la sua pretesa attitudine porcaiola pubblica e lei si incazza, adducendo sostenibili obiezioni quali “ma scusa, secondo te cosa non ho per potermi mischiare alle tue troie” che mi inorgoglisce, pur essendo conscio che troie di prima mano non ne ho affatto, ma taccio e mi godo il titolo, ricacciando al mittente l’obiezione con un sommario e supponente “ma dai, sei troppo una brava ragazza per queste cose e poi sei poco esibizionista…” che scatena l’inferno sul concetto di “brava ragazza” e su quello di esibizionista poiché, ella sostiene, il non essersi mai trovata nella circostanza adeguata in cui esibirsi non la può bollare come non esibizionista, specie considerano che una donna di trentasei anni che si ritiene figa, specie perché milf formosa, la voglia di mostrarsi ce l’ha.

“E allora domani ti porto lungo il Po e ci spogliamo nudi”, ma l’offerta non basta, viene sminuita a semplice nudismo, aggiungo la variante di una copula dinnanzi ad altri, ma vengo smontato con un “capirai, parliamo di una botta in camporella”, di cui discuto il concetto di “botta” e di “camporella” descritti con così annoiata indole, sferrando un fendente facile “ma tu una botta in camporella te la sei mai fatta dare, specialmente davanti ad altri?” nella certezza, immediatamente confermata, che no, mai le è capitata una simile situazione promiscua.

Sarà stata la stanchezza, l’ora tarda, l’argomento elastico come la pelle dei coglioni, sta di fatto che ho avvertito l’impeto sapendo perfettamente di doverlo trattenere senza successo, ed ho bruscamente interrotto la sua dotta trattazione, resa logorroica anche dal THC, con un plebeo ed esageratamente maschilista “Vieni qui e succhiami il cazzo”, brandendo la verga grassoccia in direzione della sua vicinissima faccia.
“Scordatelo stella, prima ti vai a lavare, ti sei dimenticato dove me l’hai messo?” che avrebbe smontato anche il mitico Rocco, il maestro Nacho Vidal, ma chiunque al mondo.

E mi alzo solerte, senza una parola, direzione doccia, mentre odo dalla camera uno sbadiglio e un “E poi sono stanchissima”, che mi porta nel bagno con un tragitto successivo già costruito, che vede la mia auto, l’alba e la mia casetta come POI.

No, brutta direzione con la Paoletta, bruttissima.
Fortuna che lunedì migra a Roma Capitale.
Io migrerò sulle spiaggette del Po in qualità di onanista osservatore, invece, per la gioia di oscene coppie mature che sanno bene cosa vogliono, senza se e senza ma.
A ognuno il suo.




mercoledì 16 agosto 2017

ferragosto operaio nella piazza rossa della città rossa chiamata capoluogo di provincia socialcomunista taziale


Cosce bollenti, profumate di creme doposolari lenitive, sudano e si muovono sotto tavolini proletari della Città Rossa, coperte appena da lembi di stoffa leggeri, che pretenderebbero di portare la chimera della freschezza nel clima arroventato dalla temperatura e dagli ormoni ferragostani, che si risvegliano di non lavoro e carne ostentata, condita dal saporito gusto socialpopolare, raro e disperso, in cui l’eguaglianza significa possibilità, opportunità, gioia, appartenenza.

Fiche cannibali masticano orli di perizomi umidi, incastonati nell’opulenza di carnose grandi labbra rese glabre dalle miracolose mani di compagne estetiste del popolo, anche loro glabre per elementari regole di marketing, che abbattono la disparità di classe portando in basso gli agi dell’alto, rendendo sessuali macchine da orgasmo le giumente vere, veraci, ruspanti, sane, che tutta Italia sogna come traguardo di una sessualità bella e sguaiata, unica nella penisola, priva di dogmi e di rituali, in cui il desiderio travalica le convenzioni matrimoniali in tutte le fastidiose declinazioni a tutti note.

Femmine di vera carne sugnosa desiderano più che mai d’essere sodomizzate in piedi, con l’abito sollevato, mentre si poggiano alla porta di legno marcio della porcilaia, godendo sonore del cazzo che hanno reso arzillo e intraprendente, in una pausa asettica dai loro obblighi scelleratamente precostituiti e assicurati a terzi maschili che, nel contempo, non assicurarono vivacità inguinale sufficiente al loro cannibalismo ano-genitale.

Le meraviglie della Città Rossa, intrisa di storia e chiavate, di politica e Stupende Maiale ghiotte di doppie vite apparentemente segrete, ma nella realtà ben pubbliche e ghignate sozzamente nei bar maschili, perché un segreto se rimane tale ti fa godere solo a metà e a metà, lo si sa bene, non lo vogliono neanche le suore.

Piedi nudi sgorgano da sandalini e infradito balneari a ribadire, a volte senza coscienza, la valenza suprema della parte per il tutto, dell’ostentazione di ciò che si ha liceità di ostentare, ma solo affinché il non ostentabile divenga sovrainteso protagonista, essendo esso sempre accompagnato da ciò che si ostenta lecitamente, e così un piede distrattamente liberato dall’infradito diviene d’improvviso un’intimità assoluta condivisa con tutti, poiché quello stesso piede compagno è nudo lì, nella piazza popolare della Città Rossa, così come lo è nell’alcova sovietica, mentre carezza i fianchi del compagno stallone infoiato che la giumenta cinge con le cosce mentre, questi, affonda la verga dura di sangue nella carnosa vagina viscida, che lo ingoia nei suoi bui, lussuriosi e odorosi meandri.

Chiacchierando appoggio la mano sul nudo ginocchio della compagna bionda riccia appena conosciuta e quegli occhi azzurri mi puntano in faccia mentre sparo le mie consuete puttanate d’arrembaggio e attendo la reazione negativa, così aduso a sortirne ultimamente, mentre quel sorrisetto appena accennato, invece, accompagna una eccitante schiusa delle cosce, appena percettibile, lì, nell’affollata Piazza Rossa Popolare della Comunista Città Rossa ferragostana e questo lassismo proletario mi fa tirare il compagno torrone come fosse intarsiato di pregiata trachite prealpina e colgo in tale timida schiusa un invito a non tacere le minchiate e a procedere lungo il sensibile interno coscia e a tre quarti di questo, che la bernarda già emanava il suo calor bianco, le cosce si serrano, le sue labbra buccali si avvicinano, un bacio a fil di fiato si spreca a uso e consumo delle amiche poco lontane, milfone infoiate par suo, mentre un sibilo sensuale mi invita a lasciare quel luogo in nome di più elastici e duttili e consoni locali predisposti alla monta ed io approvo, lasciando con lei l’affollato arengo ormonale della Compagna Città Rossa ferragostana Popolarsocialcomunista.

E siamo ignudi, semplicemente ignudi, sottoproletariamente ignudi e sudati, odorosi di piedi e creme e ascelle acide e salive che si asciugano veloci sulle nostre epidermidi compagne e non me ne frega un cazzo se la compagna bionda è figa esteticamente o meno, perché non ho tempo da perdere con queste cazzate borghesi, io voglio la cellulite, il pelo in ricrescita, le tette molli e fatte come la natura ha previsto che a quella precisa ora, in quel preciso luogo, esse siano fatte ed io, per questa congiuntura meravigliosa mi arrapo come non mi capitava da tempo immemore e sbatto come un maglio quella fregna bollente in astinenza da cazzo e in esperienza di megacazzo mai provato prima e necessario per tutta la vita da ora all’eternità.



Carne, pelle, odori stranieri, respiri ignoti, forme segrete, intimità violate, piacere sozzo, sguaiato, sudato ed arrossato, nel mio appartamento radical-chic fronte Piazza Rossa della Città Rossa Capoluogo di Provincia Taziale, destinato ad uso di foresteria per manager impotenti che credono che le migliori scopaiole siano le russe, per il solo fatto che le puttane che caricano con l’auto aziendale sono russe, mentre chiavare con questa bovina autoctona, di razza estinta, mi fa godere sino al colon e glielo dico, zoccola divina, sei porca, sei troia, sei lercia, sei mia e lei gode e si scatena, si libera dai lacci e lacciuoli di Silvestre memoria e mi succhia il cazzo come l’idrovora del Cavo Napoleonico e mi introduce due dita nell’ano, ricercando con esperienza la prostata affamata che, massaggiata così sapientemente0, fa gocciolare copiosa il limpido e dolce liquido che di lì a breve veicolerà un generoso e riconoscente fiotto di sborra bollente che lei dirigerà sui suoi capezzoluti seni, lucidando la pelle di mille riflessi e sarà stupore, miracolo, segno della croce, vedere che il compagno Cazzodimarmo non osa rammollirsi e, grazie all’erezione insolente che manterrà, sarà pronto a trapanarle nuovamente la gonfia fessura pelosa-ma-non-troppo, producendo l’avvio, l’innesco, l’invito alla lunga corsa della sua venuta condita di urla bestiali soffocate tra gola strozzata dalla mia mano e martellate potenti nella sua cervice uterina.

E’ il trionfo del popolo.
El Conquestador ha portato la pace nella fica campesina, stabilendo la nuova democrazia popolare, semplice, diretta, partecipativa, comparativa ed aggregativa e il bene trionfa sul male, ad opera di un uomo e una donna soli che lo hanno fatto per la piazza, la Piazza Rossa della Città Compagna.

Compagna Bionda Riccia, grazie.
Abbracciami. Sei la mia Falce ed io sarò il tuo Martello.
Vieni, compagna, ultimo round della Lotta Con Classe e poi a nanna.
Ha!









martedì 15 agosto 2017

Buon Cazzo di Ferragosto a tutti

“Se ti ho amato, Tazio, dici sul serio? L’amore? All’inizio credevo fosse una cosa fondamentale, capisci, come in tutte le relazioni, ma poi no, poi ho capito che, per stare con te, amarti è una faccenda marginale, è NIENTE rispetto a quello che ci vuole. Perché per riuscire a stare con te bisogna godere nel SUBIRTI, qualunque cosa si faccia. Sei possessiva e gelosa? Tazio migra, parte, decolla, evapora. Sei lassista e libertina allora, che così ci si guadagna anche qualche piccolo godimento personale, sportivo? No. No, perché Tazio si annoia. Lui si annoia con tutte quelle che lo assecondano e allora sai lui cosa fa? Tazio migra, scompare. Perché tu, Tazietto, hai la necessità di costruirti una croce (che non hai) per poterti accoccolare là sopra e recitare il ruolo che conosci a memoria e che ti frutta anche una serie di vantaggi con noi ochette: Tazio, il fenomenale ed unico Tazio E’ SOLO. Solfe su una solitudine che NON patisci, perché ciò che patisci è solo banale noia, ma che scatenano istinti materni in noi coglione pennute che ti vogliamo “salvare”, quando invece faremmo meglio a salvare noi stesse. Perché se assunto in dosi superiori alla prescrizione, Tazietto amore, tu dai dipendenza, sei tossico, sei un tunnel da cui non si esce più.”

“Il sesso con Pierluigi? Unammerda Tazietto, oggettivamente unammerda, siine orgogioso. Non te lo dovrei neanche dire, che ti si gonfia l’ego più del cazzo, che è tutto un dire, ma dopo aver scopato con te o finisci dentro ad una betoniera piena di senegalesi arrapati, oppure tutto va a confronto e perde.”
“In quante betoniere piene di senegalesi arrapati sei finita?”
“Nessuna, per ora.”

“Chiaretta, son passati due giorni e mi sembra un anno nel braccio Salerno del Carcere di Poggioreale, da quante me ne stai dicendo.”
“Nah. Pensa che ti sto riservando la versione Barbie e Ken”

“Ma tu, a parte quella stronza e troia della tua ex moglie, hai mai amato qualcuna nella tua vita? Ah, ferma il carro cowboy: non rispondere ‘te’ che ti infilo quella bottiglia nel culo dal fondo. E’ che ti piacerebbe se lo facessi, brutto culattone debosciato.”

“Perché sono qui, Chiaretta?”
“Perché mi devi strabiliare con dell’acqua che bagna due volte la stessa riva. Ricordi di avermelo detto?”

“Mi hai compromesso la sfera affettiva. Non sono più sincera negli approcci sentimentali. Per colpa tua.”
“Beh, il male di tutti i mali toglie il disturbo. Faccio la borsa. Grazie della squisita ospitalità.”
“Ma dove cazzo vai che sono le tre di notte?”
“Vado via, mi sembra semplice.”


Via via
Vieni via di qui
Niente piu' ti lega a questi luoghi
Neanche questi fiori azzurri
Via via
Neanche questo tempo estivo
Pieno di musiche
E di donne che ti son piaciute
It's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
Good luck my baby
It's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
I dream of you


Buon Ferragosto a tutti.

giovedì 10 agosto 2017

E allora che sia






“Io vado oltre alla malinconia se penso a Borgoverde. Mi viene una gran nostalgia e mi chiedo se è proprio vero che la stessa acqua non bagna mai due volte.”

E da lì una cascata di uazzappi, poi a un tratto la decisione di uazzappare sì, ma via voce e udito e, dopo esserci anche tirati in faccia un paio di capre morte e putrefatte, cannetta bilaterale della pace. Che essa porta sì pace, ma anche tanta allegria e vivacità genitale e allora, già che s’era lì, si sono rimembrati un paio di episodietti del passato, in maniera molle, calda e persino decadente e i dettagli sono fioccati come mosche col napalm e poi, a un tratto, una voce sexy e stanca mi ha chiesto se mi stessi toccando anche io, inducendo l’unica risposta ammissibile, cioè quella affermativa, pur se la verità fosse negativa, così come menzognero era il suo “anche”, pur non avendo certamente iniziato a fare alcunché, ma ravvedendone una conveniente valenza motivazionale.

Perché è vero che la stessa acqua non bagna mai due volte, ma è anche vero che se si comincia e si finisce prendendosi per il culo, difficilmente ci si esimerà dal farlo in un ipotetico nuovo inizio o parentesi di tregua della fine precedente.

Quindi Borgoverde 2017 reloaded sarà e nascerà come tutte quelle vacanze adolescenziali in cui si andava al mare “ad innamorarsi” (condizione di beltà della vacanza mai dichiarata, ovviamente, ma compulsivamente ricercata) in quanto “l’innamoramento” era la condizione che concedeva le attenuanti generiche all’egoismo della battaglia allo scazzo vacanziero, consentendo di affermare, inoltre, che la vacanza era stata una figata per ragioni distintive rispetto a quella del popolo dei segaioli: la figa.

E così domani parto per la graziosa località con tutta la maturità che la mia età diffonde a piene mani, sapendo che questo episodio di preteso revamping sarà come tritello nel frumento: inutile, dannoso e per nulla esperienziale poiché questa, l’esperienza, è noto essere un’insegnante bastarda che prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione e io la lezione l’ho seguita bene, nell’anno accademico in cui fu tenuta, e non ho certo bisogno di rinfrescarla: ho ancora tutti i miei appunti.

Condiremo di abbondante presa per il culo l’allegra vacanza, poiché tale condimento è la conditio sine qua non affinché la componente vizioso-sessuale, (che sarà sfrenata, se le premesse non muteranno), sia di riempimento alla reciproca noia correlata al periodo.
Trascorso il quale accadrà qualcosa.

Perché così funziona tra adulti, specie se non stupidi: si usa la consapevolezza per alterare i valori dell’illusione nominale, affinché quelli della delusione effettiva siano nettamente al di sotto di essi, consentendoci semplicemente (e spesso inutilmente) di sopravvivere.







P.S.
Spero di non averti deluso, GQ amico mio, mi spiacerebbe.














lunedì 7 agosto 2017

Lunediadi: diario

Ignoro il santo del giorno, ma me ne sbatto, buon lunedì amisgi che rarefatti mi seguite a cassso (nel senso del caso alla brasileiransgi).
Urge agire, miei diletti.
Il Tazio soffre, ma s’offre anche.
Azione, azione, azione.
Si avvicina il ferragosto e voi lo sapete quanto io odi questa terribile milestone dell’anno.
Diverse le pornoidee.


  1. Prendo il culo, raggiungo la Riccetta Puttanissima a Borgoverde e sguazzo nel lordo come un suino depravato, spingendola oltre ogni limite.
  2. Prendo il culo e salgo a Praga, ricontatto la mitica e mai dimenticata Venka e mi ungo di sesso con una MILF/GILF dai pruritini mal sopiti.
  3. Prendo il culo e salgo a Riga, che a chi piace la figa non vada proprio a Riga che così semplice non è, ma io ho il mio socio d’affari Bergolettone che mi organizza delle puttanerie sofisticatissime, che quella gran figa spaziale della moglie è in ferie col pargolo in Spagna.


Quindi azione richiedesi e decisione obbligatoria deve prendersi entro le ore duezeropuntozerozerozulu di stasera.
Che stasera, dalle duezerounopuntozerozerozulu urgono fatti concreti:


  1. Cena all’Ostaria Quellanuova, pietanze fredde e leggere, poco vino, niente bamba, niente merde, mi tengo per qualche canna con gli amici.
  2. Riunione plenaria degli Sfigatidimmerda amici miei con tema “Tea”. Che se la riprendano, che la sfruttino, Tazio scarta, stanco. Ricompattare il plotone e isolare la lavativa. Facciamocela in gruppo, la Tea è di tutti.
  3. Al termine del durissimo lavoro lunediale: tour in solitaria con missione Nadine, che ho bisogno di pelle nera, erba buona e profumo genitale dell’Africa selvaggia.


Vualà.
Ha!


Memories


E allora vado al Gar[b]age a vedere se trovo i ragazzuoli, ma non c’è nessuno e, lo ammetto, ho alzato diverse volte il gomito per portare alla bocca del bourbon, poi arriva ‘sta tipa, con la faccia da fattanza, però non male, sulla ventottina, come dicono a Roma e mi fa: “Prestami dieci sacchi, dai…” e mentre me lo chiede spinge in avanti il pube, con la manina tesa da bimbaminkia e allora mi scatta il genio del male, la tiro per il braccio e le dico “Ti fai di bamba o di molly?” e lei sorride lurida a un millimetro dalla mia faccia, gli occhi abbassati e mi dice “Quello che capita” e allora le dico “Se mi fai una pompa nel cesso te la compero io, dimmi quanta ne vuoi” e lei mi fa “fanculo, bastardo”.
E’ il marketing bellezza, niente di personale.
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E mi ha ricordato la Frank.
Lei sì che mi aveva edificato un torrione di calcestruzzo al posto del cazzo, dicendomi che era stato suo padre a insegnarle a fare i pompini e io, come un testicolo sgonfio, avido di sozzura ho abboccato e lei ne era fiera, perché aveva fatto centro, aveva lanciato il sasso giusto al centro del liquamaio, perché la Frank era lurida, schifosamente depravata, un’autentica regina del sublime osceno ed io, come con le altre, l’ho spinta ad andarsene. Si fece fare un secondo piercing al clitoride per compiacermi e, in mezzo a quell’arazzo di tatuaggi che le ricoprivano il corpo c’è ancora il mio nome sul polso destro, che si fece fare di sua volontà.
Magari l’avrà coperto, io per colpa di uno come me l’avrei fatto.
Chissà dov’è, chissà se è ancora viva, chissà che fa.

Le sue tettine piercingate, gli inchiostri e tutto il resto erano cosa ben nota al Gar[b]age, dove si esibiva nuda sul cubo, mimando amplessi volgari e masturbandosi senza ritegno, perché godeva, godeva ad essere oscena e pubblica e poi l’ho portata nella Casa e lì era diventata subito un mito, una leggenda, un desiderio sessuale molto acceso nella troia di Milly, e lei era a suo agio nei panni della mia Sub, mentre in realtà era una spietata Mistress sotto mentite (e poi neanche tanto mentite) spoglie.

Sono certo che quei cessi maleodoranti del Gar[b]age se la ricordano ancora, si ricordano la porca demoniaca che si faceva sbattere da me nuda contro il muro di piastrelle schifose, con la porta aperta perché la si vedesse, e a chi si fermava a guardare mimava il gesto della sega, con la faccia gonfia di godimento selvaggio, perché lei era la Frank e guai a chi si fosse messo di traverso.

Mi ha amato moltissimo, l’ho capito eccome e non certo dal fatto che si fosse messa il collare e mi avesse dato il guinzaglio, quello era un simbolo del cazzo, era la luce nei suoi occhi, i suoi silenzi, le sue carezze calde sulle mie mani.

Mi ha amato moltissimo e queste cose le capisce anche un coglione miope, spietato e senza cuore come me.
Mi spiace averla persa.
Sì, mi spiace.

domenica 6 agosto 2017

Varie ed avariate




“Sono a Borgoverde in ferie da sola e mi sono venute in mente mille cose belle. Sono malinconica.”
Per un attimo ho pensato di raggiungerla, di imbottirmi di Vicodin e Cialis e ridurle la fica e il culo come un chilo di macinato. Macinato doppio. Son due chili? Lasci.
E invece non ho nemmeno risposto al uozzappo.

Il Po è un fossatello in cui pescare i gò.
Le dimensioni delle spiagge porcone si sono dilatate in maniera impressionante ed il numero di porconi e porcone disponibili a rischiare l’ictus è ridotto come non mai.
Fortuna che nella rada e secca boscaglia, sopravvissuta agli atti vandalici, ci si ritrova tra amici di sempre, che tra di noi non si fanno distinzioni di ceto sociale o, tantomeno, di etnia.
Mi ha lusingato l’aver arrapato un ragazzo magrebino davvero molto sensuale, dal colore ambrato e dal cazzo svirgolato all’insù di non trascurabili dimensioni. Ci siamo divorati come due troie, abbracciati e puzzolenti davanti a un vecchietto che ha tentato invano di menarselo, senza successo.
Io e lui, invece, ci siamo schizzati sui cazzi, menandocelo a hot dog, reciprocamente.
Solo che il caldo è qualcosa di spaventoso e bisogna fare attenzione.

Dopo essersi fatta rimorchiare al Flamingo con facilità quasi deludente, la GILFona ben tenuta, dai sensuali piedi dalle eleganti dita lunghe e nodose, ha accettato di lasciare la macchina in parcheggio e venire con la mia a casa mia.
L’ho aiutata a far scendere la cerniera dell’abito e poi ho iniziato a spogliarmi.
Lei si è tolta tutto e per ultimi i sandali slingback dorati da suarè datata.
E quando è rimasta a piedi nudi sul pavimento ha sfregato le piante per terra come se stesse spegnendo una sigaretta, per asciugare il sudore che sentiva di avere.
Sono partito arrapato abbestia con l’impeto di stuprarla brutalmente e ho ben presto ripiegato su una performancina da patronato, a causa di tutti quei sorridenti veti e consigli e suggerimenti e direttive e manuali e vaffanculo checcoglioni cazzomerda.
Però la sega che mi sono piallato a casa, dopo averla riconsegnata al suo destino, è stata atomica.
Ho anche annusato il pavimento, ma non vi era traccia di odore.
Peccato.

Però ha ragione la Riccetta.
Che bei tempi quelli di Borgoverde.
Se penso che gira nuda in quella casa mi si edifica un gasdotto nelle mutande che se mi vede la Gazprom mi trivella il culo.
Che non è un pensiero malvagio nemmeno quello eh.

lunedì 31 luglio 2017

Ripulito coercitivamente, ma con amore sotterraneo


E rimango in estasi a guardare quella madonna bionda che mi cavalca godendo sommmessa, accanto alla finestra da cui si osserva la Riviera Romagnola dall’alto della Suite dell’Impero dell’Oro e ancora non mi capacito di averle chiesto aiuto e averlo ottenuto, in perfetto stile malavitoso, la tana imperiale full design, il guardiano a quattro ante gentilissimo, il professore dall’accento veneto con le sembianze di un sinistro professor Stratman di Intrigo a Stoccolma, che accorre di domenica mattina a prescrivermi la teoria infinita di flebo, endovene, pastiglie, una liturgia farmacologica consumata, destinata a quei personaggi a cui non appartengo, ma efficace, ripulente, rapida e pericolosa, sicuramente costosissima e lei, la Ade, maglia di questo tessuto molto, ma molto serio, donna di potere, ricca, sporca, ingranaggio asservito a un meccanismo pericoloso fatto di tonnellate della roba di cui mi ha ripulito e ragazze e alberghi e discoteche e un efficiente e nascosto esercito armato, che parla una lingua carpatica.

“Cicciammore mi sei mancato” - mugola durante l’amplesso clandestino che mi suggerisce implicitamente di aver un prezzo altissimo, se scoperto – “Anche tu Adelina amore” e resto sbalordito dalla genialità di una donna che contrasta il rilassamento del seno con una mastoplastica riduttiva che le dona adolescenziali tettine piccole e a goccia, all’insù senza protesi, senza cicatrici, magnifiche, ipnotizzanti.

“Non devi più esagerare con le sostanze, sai Cicci, che quelle che trovi sono merda pura”, ossimoro estremo che sigla senza appello la verità.
E ci rivestiamo veloci, senza aver strafatto, senza numeri estremi, solo un amplesso che ci ha ricongiunti come un bacio di quelli che nella vita se ne hai dati due hai un culo neanche tuo.

Ripulito.
Una settimana nella “clinica” della Ade, un appartamento di una bellezza estetica insuperabile, col fido ed imponente Redo, bodyguard dall’abilità infermieristica insuperabile, programmato per la missione “Tazio non deve morire”, che in giacca scura mi infilzava nell’ago cannula verde ogni sorta di flacone e sacca, somministrandomi sciroppi, pastiglie e dio sa cosa.

Portandomi colazioni, pranzi e cene da ristorante di ultra lusso, in assenza totale di alcolici, in presenza costante di bilanciamenti dietologici perfetti, così come il loro sapore indimenticabile.

E la Ade era altrove, “impegnata con le serate”, salvo balzare inaspettatamente per verificare di persona i progressi del suo protetto, come una madre premurosa, un’amante segreta, una potenza a cui Redo attestava timoroso riconoscimento di status.

E poi il saluto finale, sulla dormeuse Le Corbusier di pelle bianca, Redo in libera uscita, quasi quello che la Ade mi stava donando fosse l’attestato d’amore con cui mi riconsegnava vivo alla mia approssimativa ed improbabile vita.

E a bordo della mia consumatissima Yaris long term rent, ho lasciato stamattina il buio garage sotterraneo, sciogliendomi nel traffico stradale, mescolandomi ai vacanzieri ad ogni titolo, accendendomi la prima Marlboro da otto giorni, fumandola con gusto mentre alla radio passavano i Radio Head, inforcando l’autostrada che mi ha riportato nel nulla da cui sono venuto.

Grazie Adelina.
E basta, il resto delle emozioni son cose mie.

venerdì 21 luglio 2017

Nespresso velenoso

E fu Nespresso.
Dalla Betta.
Una deliziosa nota rassicurante, materna e casalinga, nel marasma dimmerde che mi sto prendendo e nella piattezza pneumatica dei miei pensieri e della mia volontà.

Caffè, nero e caldo, anche se ci sono mille gradi fuori.
“Aha lo descriveresti così?” ghignavano le mie troiocompagne del liceo, assodando che la mia descrizione del caffè fosse la descrizione di “ciò che mi piace nel sesso” e se lo dice Madonnamoderna ci mancherebbe, puttanamiche, certo che sì.

Nero e caldo. Anche adesso che ci sono mille gradi fuori.
Ma oggi aggiungo anche: muscoloso, sudato, duro, grosso e lungo e in tutti gli orifizi in cui riesce a infilarmelo.
Saggezza dell’età, lo so.

In fin dei conti, però, avevano ragione loro a credere ai test di Puttanamadonnamoderna.
Che l’ho capito bene dopo, nella vita, a botte di antidepressivi e colloqui dimmerda: in fin dei conti Troiadimmerdamoderna è migliore di tanti luminari e luminaresse.

Nespresso e una sfinge muta, riccia, dalle curve mozzafiato.
Il mio, di fiato.
Mozzato dapprima vedendola dal di dietro, con quel culo imperial coloniale, poi dal davanti, dove ci sono sì le mammelle matrondittatoriali, ma soprattutto gli occhi sporchi che ridono.
Perché la Betta ha lo sguardo lurido, non c’è niente da fare. Ce l’ha anche quando non vuole, immaginiamoci se vuole.

“Perché vieni qui Taz? Non mi rispondere ‘per bere il caffè’, sii serio un secondo.” – mi chiede d’improvvsio, placida, con gli occhi lerci.
“Per te, Betta, per vederti, per te insomma...” – rispondo planando dalle natiche al suolo.
 “Per me.” – chiosa la femmina avvelenata, stingendo le labbra buccali, con un punto finale che dice più di cento manuali.
E poi incalza, innervosita, non più sorridente, ma con l’occhio cattivo.

“Cioè mi vuoi scopare.”
“Non ho detto questo.” – che i punti so metterli anche io.
“Ah. Perché siamo ‘amici’ quindi…” – e lì mi infastidisco io, con quel virgolettato fatto con le dita che odio, perché se ti sto sul culo non mi invitare, machiccazzo sei, chiccazzo ti conosce.

“Ok, ho capito, è ora di andare” – e mi alzo deciso, mezza tazzina irrisolta.
Lei non mi ferma e io sono gonfio di incazzatura come un cobra. E se anche fosse stato un “sì ti voglio scopare” che cazzo sono ‘sti atteggiamenti? Nell’albergo sotto la neve mi facevo le seghe o c’eri anche tu, cazzo di quella merdafrocia?

E in una manciata di nanosecondi, i due neuroni che non mi sono bruciato ancora fanno conti, rapidi, fulminei, che uno schiaffone glielo voglio dare, pesante, che faccia male, ma non son sicuro, eppure devo rischiare, non son sicuro, ma devo provare, lo devo a me stesso, lo devo alla salma dell’Immenserrimo TazioSuperstar ora defunto, scomparso, deceduto, certamente venuto meno.
Molto meno.
E me lo devo cazzomerda.

“Ventotto gennaio” – le dico girandomi secco e drammatico come si confaceva al compianto Tazionissimo UltraSuperStar.
“Cosa?” – chiede lei, secca, non capendo. Ed allora a tutto vapore, controfigura di un Uomo, fallo per TazioIlDivino, fallo per la sua memoria immemore stette la salma immobile orba di tanto spiro.

“Ventotto gennaio duemiladodici. La prima volta che ci siamo baciati. Non ricordo quella di quando ci siamo scopati, però.”
E poi via, senza girarmi.

Che i punti qui li metto solo io, cazzomerda.

E poi vaffanculo Betta.
Vacci di corsa.
Vaffanculo.
Tu e il tuo Nespresso dimmerda.

Ma avrà capito?





domenica 16 luglio 2017

Ylenia ti amo


Nella notte calda e solitaria, guido ascoltando i Simple Minds.
Camicia aperta, finestrino aperto, mi sale la voglia, accosto, sfodero il cazzo sotto il lampione giallo e meno, scappello e incappello, lo intosto, mi eccito, mi piaccio, il negrobianco, che cazzo da animale, che cappella, ma dai che si parte, vado a troie, stradali, luride, sudate, stupende.

Guido lento verso la zona e mi accarezzo la minchia, cambio automatico ti amo, senti come tira, mi tira il carro, eccone due, no, più avanti, che posso accostare parlando al finestrino mio, mostrando, esibendomi davanti a una sconosciuta, proviamo quella, sì quella mi arrapa.

“Ciao ammore icomestai? Uh! Sei già pronto ammore, che beggazo che hai, tanta voglia stassera, ma Ylenia ti toglie voglia ammore, sono 70 in macchina boca e figa coguanto…”
“Ascolta tesora, io ti pago anche di più, ma voglio leccarti tutta, dalla testa ai piedi, completamente nuda e poi voglio il culo…”

Si guarda intorno e ci pensa.

“Trecento e facciamo anche un po’ di  roba buona…” – e le faccio il segno internazionale del VickSinex.
Tu hai? Tu fai vedere…” – e mostro di straforo.
“Andiamo…” – e fa il giro della macchina e sale.
“Ho io posto sicuro no problemi, dire strada” – e mi sale l’ansia di venire sgozzato da due rumeni fatti di crack che mi inculano i soldi e la bamba, ma procedo con la minchia di marmo e Ylenia si accende una sigaretta e fa scivolare la sinistra sulla mazza ferrata, carezzandola con garbo.

“Tanto arapato eh? Senti come tira gazo, duro duro” – e ride segandomi leggera con la manina calda. Stupendo.

Nel capannone abbandonato, senza muri e senza porte, sapete quei capannoni che se io fossi un poliziotto in pensione e in dialisi controllerei di continuo?, beh nel capannone ci facciamo due belle curette inalanti veloci, così, per l’inverno, generose, poi lentamente comincio a divorarla come un Pitonsaurus TRex, leccandola, annusandola, facendole diventare i capezzoli due cazzi, che buon odore di femmina giovane da sesso, sudata, apri le gambe amore che te la lecco, depilata, ma con pistina di atterraggio, dio ma quante piste stasera, che traffico aereo, ma anche che sguazzo qui in mezzo, dolce e acida, piscia e lubrificante, odore di fica e puzzo di cesso, divina, secondo me gode davvero quando le lavoro il bottoncino, poi giù, fammi visitare il culetto amore, fammi sentire le crespelle carnose, amarognole, calde, ti contorci e spalanchi eh, ti piace Ylenia rumena zozzona eh? la cura inalante ti ha mandato a palla, come me, che la sto facendo dal pomeriggio, ma io prendo gli antibiotici anche, girati sulla pancia che ti mangio il culo, chiappe molli, ma belle e graziose, segno del costume perizomeo, guarda lì che bocciolone, non vedo l’ora di farmelo, ma intanto giù, via i sabot tacco novantasei e su i piedi, come i piedi no?, non esistono no qui amore, senti che delizia, senti la pelle sudata, la pelle a pezzetti sotto le dita, polverosa e che bel profumo di formaggino fresco di femmina, non stagionato, ti lavi, brava, è il mestiere che logora, senti amore, le senti abbastanza aperte le vie aeree? O è il caso che insistiamo con la cura?, meglio insistere, sono d’accordo.

E insistiamo.

Che botta cristoddio, se anche la polizia fosse in macchina me ne chiaverei, senti, ansimante Ylenia, facciamo cento zucche in più e saltiamo la storia del goldone e blahbla, che fa caldo e poi mi suda il cazzo?, e tiro fuori le cento zucche, mentre lei si dà all’ugola d’oro e mi tira una bocca di qualità medio bassa, ma accetta lo scoperto e la chiavo cabrio senza tanti preamboli.

E’ carina, anzi è proprio bellina, mi piace tanto, no, anzi, tantissimo e la bacio, provo un intenerimento abnorme, una voragine sentimentale e la abbraccio mentre mi abbranca con le gambe i fianchi, ti faccio male amore? “No è belo con-tinua…”, mi fa piacere che madame gradisca, sento che la amo, dal cuore, la voglio, la traforo triturando trucioli, mi abbraccia e la bacio di istinto e lei mi bacia aprendo la bocca, oh!, ma che stranezza, che bella intimità, pompo come un subwoofer innamorato pazzo e lei mugola un dolce canto rumeno, scritto dal Conte Dracula, molto carino, orecchiabile, ritmato da un movimento di bacino, un ballo propiziatorio, credo, ma dai che son contento Yle che sei venuta, sai? ma adesso dammi il buchino odoroso che anche io voglio riempirti di sborrona calda e si rigira, mentre io la fermo, su un fianco amore, entra meglio, mentre sapiente maestro di glandigitalidizzazizzazione, cerco il punto di rottura e spingo, piano, carezzandola, dicendole che è proprio bella e mi piace tanto, ma tantotantotanto e le innesto il  mostro nel culo, mentre lei si rende conto dell’enormità a cui assiste attonita e si attacca alla portiera con le manine, male amore?, no, continuo?, sì, entra, entro, senti come strozza col muscoletto sensuale e poi zac, l’ampiezza tenera del budello odoroso, ma senti che incularella che ci stiamo imbastendo Yle eh? e mi muovo lento, lascio che i muscoli si arrendano e poi comincio a fottere quel culetto dalle chiappe molline, mentre lei riversa il capo all’indietro, guancina sudata a guanciona sudata, ansima, la bacio e le strizzo le mammellette incazzate, la inculo, ti faccio male amore?, “No tu bravo, tu fare bene….” eccerto Ylenia, mica sono un puttaniere così, io sono IL puttaniere, fidati.

E cerca le mie mani e mi stringe con le sue, mentre io aumento il pompaggio e lei cerca di aprirsi più che può, mentre l’odorino di fossa biologica sale lento e caldo, a segnale che il tappo è tolto e si può cominciare a pompar la fogna.
Oh, Ylenia zozzona, ma quanto ti piace il supercazzone nel sederino eh? ciuccia adesso, ciucciamelo col culo, che voglio svuotarti nell’intestino i coglioni, dai, dai, dai e sborro grugnendo, mentre la mia odalisca stradale spinge il culo all’indietro per agevolare il mio, di espurgo.

***

“Ma tu paga putane per farle godere e snifare?” – mi chiede sudata marcia, mentre tenta di rinfrescarsi con delle merde di salviettine umidificate, che gliele avrà fatte il pappa a sputi, considerando che son secche e senza profumo, boh.

“Sì” – rispondo io sistemandomi – “ma solo quelle buone, sai, io sono Babbo Nasale” - e lì si ride che non vi dico.
Le annuso per l’ultima volta i formaggini piccolini e delicati come forma e come stagionatura, unghiettine rosse, lei dice nonononononono, ride, si rivolta zampettando come un satiro e mi dà un biglietto, fatto alla stazione, con su il suo nome e il cellulare.

La amo.

E’ splendida e dolcissima. E anche una ragazza tanto cara. Tanto. Eh.
Ma io sono su Saturno, che se stiamo lì un altro po’ me la spoglio e me la richiavo.
E ho amato a mille una cosa, che i puttanieri che mi leggono apprezzeranno: ha messo il cellulare in silenzioso e non ha risposto mai, anche se quel coso illuminava la borsa ogni tre secondi.

Brava.
Bella serata, era da tanto. Grazie Yle, ti amo.
E bacino e sorriso e via.
La amo!

Ah le donne! Come si fa a non amarle, quando son così sincere?
Ha!












Un pensiero a tutti voi


venerdì 14 luglio 2017

urlo di servizio: B, Babbi, Neofelys, seagull

Tutto non risponde, BB.
Sogno una notte e la scrivo, ma la casella mi rifiuta.
Riscrivimi, ho bisogno di un gancio in mezzo al cielo.
Grazie.

💔

'Cuda


Tu ti rendi conto che potrei essere tuo padre, che sono povero in canna, alcolizzato, drogato e maniaco sessuale?”
“Boh, sì.”
“E’ tutto quello che hai da dirmi al riguardo?”
“Boh, sì, credo di sì.” – e ride molle come un marshmallow da abbrustolire.
“Ma a te piace più la speed o la bambolina da sola o la bianca da sola?” – chiede trasognata.
E io adoro queste occasioni di distinzione semantica tra i significanti.
“La bamba è facile, modulare, gestibile anche in chiesa. La speed mi fa scopare come un cazzuto dio medievale che il Trono di Spade lo usava come bidè, la thai da sola tirarla è uno spreco, magari fumarla sì, quello è da posh, ci sta.”
“Giusto, giusto. A me piace fumare la gialla. O farmi le pistine sul tuo uccello. Molto train spotting.”

E chiaviamo.
Moltissimo.

“Tea, lo faresti un film porno?”
“Boh, se son strafatta come adesso, può essere che mi faccia anche un corso di ricamo”
“No, dai, seriamente.”
“Seriamente. Io e te un porno? Ci può stare. Hai le ‘attitudini’…” – e ride scimunita.
“Ma no, io faccio regia, fotografia, luci, sceneggiatura. Tu lo fai con un attore.”
“CON UNO SOLO? Nah, morta lì, poca roba.” – e si ride.

Poi si mette a sedere, nuda, alla luce della lampada gialla, arrotola, inala rumorosa, si massaggia le narici, si stende di fianco a me e mormora baciandomi “Faccio tutto quello che vuoi che faccia, scemo.”

E chiaviamo.
Moltissimo.

***
La Tea è come un’auto di grossa cilindrata, magari una di quelle definite da zingari, ma con un motore da panico. Uno come Max si accontenta d’andarci al bar facendola appena brontolare al minimo. Io voglio premere a fondo fino a farla urlare a settemilagiri in tutte le marce.
Forse fonde, ma non fonde.
Ma al bar non mi ci fermo.
No.

domenica 2 luglio 2017

Amore mio



“Ci son rimasto male, sai?...” – mormoro al suo orecchio mentre nudi come suini ci sfreghiamo l’un l’altro sul mio letto, prodighi di coccole amorose, attori di un segreto improbabile e improponibile.

“Per cosa?” – mi chiede a fil di labbra sbaciucchiandomi rumorosa, muovendosi sinuosa di pelle sudata sulla mia pelle sudata, sicuramente bramante una seconda impalata maestra come quella che le ho dianzi ficcato.

“Perché stai con Max” – sentenzio più greve e sofferente che posso, godendo di quei capezzolini di legno che si piegano duri sui miei mentre ci sfreghiamo ancora in calore.

Pausa secca. Occhi negli occhi.
“Mi prendi per il culo?” – “No, Tea.”
“Cioè spiega bene, te saresti geloso?” – mi faccio smorfioso, non rispondo, guardo in basso e poi la fisso, bella non è bella, ma in certi momenti ha un suo perché, sicuramente di corpo è una silfide erotica, matematicamente ha un culo neoclassico.

“Tazio?” – mi chiede sollevandomi il mento per cercare di guardarmi per bene.
Pausa metodo Tazislawsky.

“Tu mi manchi da morire, Tea.” – soffiato, sibilato, sofferto, straziato, disperato, così ben costruito che a momenti mi innamoro, che bella che sei Tea, che bella amore mio, bella di papà, sì Tazio, ed è un abbraccio, tragico, drammatico, romantico, sentimentalpopolare e mi monta una minchia da paura, che liscia, sudata, odorosa di ormoni aciduli, con quel cinto pelvico disarticolato dal resto che madonnasantissima, come sa menare il culo lei manco l’Immensa Miley Cyrus, scivola, bagnata, viscida, calda, carnosa, aperta, depilata, Barbie Porno, il megacazzo entra come in una caverna, dai piccolo amore, fatti chiavare ancora, whops, voglio far l’amore con te Tea, Tetea, anche io Tazio, ed è bufera, tregenda, tragedia, sento i Bee Gees, sento il favoloso Fausto Papetti, che mi dicono suonasse il sax, perché tanto più che guardar le copertine dei dischi e tirarci le seghe non abbiam mai fatto, così Tea amore, che bel buchino del culo che hai (penso), lo accarezzo, non entro, son rispettoso perché io ti amo amore mio, ma spetta ‘mo che ‘sto fricandò che sto mettendo in piedi funzioni e vedrai come te lo straccio che neanche una troia rumena GILF, amore vengo, vienimi dentro Tazio, non smettere, sì amore, ti vengo dentro, massaicheccazzomenefregamme, come godo, amore mio Tea, come godo Tazio amore mio, Tea amore, Tazio amore e la vita è stupenda.

“Max è un coglione” – sentenzia aspirando la prima boccata della canna che ha, come da regola UE, appena arricciato.
“Perché?” – chiedo sussurrando, mentre le bacio la spalla, ancora steso, mentre lei siede nuda, come in un film francese d’amordolore.
“Si spacca di Campari e alle dieci è cotto. L’altra sera l’ho messo a letto io.”

“Stai con me, ti prego.” – e sbaciucchio, mentre lei mi passa la canna e si abbandona su di me ad occhi chiusi e un sorriso. Sento di aver la cartella giusta per fare tombola e, infatti, di lì a un centesimo di secondo la ninfetta oscena si gira a baciarmi sussurrando “Ci pensavo anche io, sai?”.
E ricominciamo ad avvitarci, passandoci la canna, erotomani, tossici, amorali, indecenti, bugiardi, bastardi, cavalcami dandomi la schiena amore, un balzo, una gazzella, un culo dotato di vita propria inizia un twerking da conversione alla religione Naticoista, un capo dai capelli arruffati mi guarda da sopra la spalla, portando i segni del piacere, piacere sporco, piacere nostro.

A’ la guerre comme à la guerre, giovanotto.

Vualà. Lesgiòsanfè.




domenica 25 giugno 2017

Fidanzamento

“Oh, ma il tipo ce l’ha?” - mi chiede la donzella sulla trentacinquina, figa, un po’ anni ’70 col gonnone e l’occhialone ferma capelli – “Non so, sto aspettando anche io” – rispondo guardandole le dita dei piedi nei sandali infradito (che si vede che son di marca) e c’ha le dita nodose e lunghe come piace a me, impolverate dalla merda di calcinacci lì sotto, poi arriva il tizio col cappellino col frontino e mi fa “Quanta ne vuoi?” che io dico “Fai lei poi ci parliamo” e lei mi ringrazia, il tipo incassa e scarica, fa me e poi evapora – “Ma te la fai qui?” – chiedo sommesso e lei – “Un po’ me la farei che il resto lo devo portare a un amica, è che non mi fido qua…” e io la seguo mentre cammina male sui calcinacci e poi si gira – “Te te la fai?” – in un toscanazzo rivelatosi poi fiorentino – “Se mi fai compagnia sì, se no vado” “Sì, sì, ti faccio compagnia se vuoi…” – guardandosi in giro, un po’ affannata che si sale – “Offro io…” – dico magicamente in un soffio ed allora è sì, cazzo sì, se offro è sì, cazzo di tossica dimmerda e ci infratttiamo nel tugurio lurido, ci sistemiamo su una finestra che dà su delle erbacce secolari, si accoccola a gambe aperte con la mutandina candida, sia perché è bianca, sia perché e di cotone per bene, doppia carta di credito, cento euro e si parte, discreta, pensavo meglio, mi vien voglia di chiavarla, ripartenza, vai chemmifrega, pista che devo passare, beh dai sale piano, ma non è male, no infatti – “Ma sai che sei figa?” “Mavaffanculo, te mi vuoi chiavare!” e ride, ride, ride, si ride, le accarezzo i piedi, lei si fa seria e mi fa – “Ma t’ha preso così davvero?” “Sì, cosa devo fare?” e nell’attimo romantico dell’antro di piscio e merda, siringhe e sangue, scatta l’amore, quello vero, col bacio sincero, quello dal cuore e allora propongo a fil di labbra di farci un altro giro di prova e lei sorride e via, liberiamo le vie aeree e respiriamo l’aria degli affetti sinceri – “Vuoi che ti faccia un pompino?” “Per cominciare” “Oh non è peffà la bigotta, ma io qui un ci hiavo t’oddico eh…poi un ciò nemmeno i preservativi..” – ed allora succhia amore della mia vita, succhia bene e lenta e togliti i sandali, stupore, divertimento – “Che sei uno de huei matti che so’ innamorati dei piedi?” – massì, son io uno di quelli, ma senti labbradifuoco, com’è che ti chiamano? Franci, Francesca, bel nome, se avessi una figlia la chiamerei così, grazie – “Oh non mi venìnbocca he non mi piasce” – certo amore, tutto per te, ti avviso, ma tu mi fammi assaggiare quelle ditina nodose, mannò che son zozzi, ma non ti preoccupare che godo abbestia, dai succhia che vengo, sega ultrafast, con moltiplicatore della velocità, brava, bravissima, sborro come un koala siberiano e lei sorride, mordendosi il labbro, che brava che sei Franci, festeggiamo! e ride impiastricciata e mentre si pulisce coi Kleenex io attrezzo le piste che manco a New York al JFK e via che ci si rallegra felici e la tiro in piedi limonandola e la inchiodo al muro di schiena e scivolo nelle mutandine di cotone infantile e le frullo cortese la carnina con la strisciolina di pelino scurissimo, nel triangolo bianco di sole della Versilia e, mentre cede sulle ginocchia abbarbicata a me siffosse ella edera, sgocciola una venuta dignitosa, cantata, dignitosa al punto di poter essere considerata onesta, nell’occasionalità dell’incontro tra consumatori diretti, di cui uno ospitante.

“Tesoro devo andà he sennò mi perdo il treno. Ma te passi mai da Firenze?”“E se ci passassi che cosa succederebbe?” “Un so’, ci si vede”- arrampicandosi a fatica, con quelle infradito.
E perché no, Franceschina pura? Però dammi un numero, che sennò l’è un hasino hiamà tutti pettrovarti, ride, ci squilliamo, abbiamo i nostri numeri, l’amore è stupendo.

La porto alla stazione.
Ci baciamo, siamo praticamente fidanzati.
Queste sono le mie donne.
Viva l’amore vero!