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venerdì 14 luglio 2017

'Cuda


Tu ti rendi conto che potrei essere tuo padre, che sono povero in canna, alcolizzato, drogato e maniaco sessuale?”
“Boh, sì.”
“E’ tutto quello che hai da dirmi al riguardo?”
“Boh, sì, credo di sì.” – e ride molle come un marshmallow da abbrustolire.
“Ma a te piace più la speed o la bambolina da sola o la bianca da sola?” – chiede trasognata.
E io adoro queste occasioni di distinzione semantica tra i significanti.
“La bamba è facile, modulare, gestibile anche in chiesa. La speed mi fa scopare come un cazzuto dio medievale che il Trono di Spade lo usava come bidè, la thai da sola tirarla è uno spreco, magari fumarla sì, quello è da posh, ci sta.”
“Giusto, giusto. A me piace fumare la gialla. O farmi le pistine sul tuo uccello. Molto train spotting.”

E chiaviamo.
Moltissimo.

“Tea, lo faresti un film porno?”
“Boh, se son strafatta come adesso, può essere che mi faccia anche un corso di ricamo”
“No, dai, seriamente.”
“Seriamente. Io e te un porno? Ci può stare. Hai le ‘attitudini’…” – e ride scimunita.
“Ma no, io faccio regia, fotografia, luci, sceneggiatura. Tu lo fai con un attore.”
“CON UNO SOLO? Nah, morta lì, poca roba.” – e si ride.

Poi si mette a sedere, nuda, alla luce della lampada gialla, arrotola, inala rumorosa, si massaggia le narici, si stende di fianco a me e mormora baciandomi “Faccio tutto quello che vuoi che faccia, scemo.”

E chiaviamo.
Moltissimo.

***
La Tea è come un’auto di grossa cilindrata, magari una di quelle definite da zingari, ma con un motore da panico. Uno come Max si accontenta d’andarci al bar facendola appena brontolare al minimo. Io voglio premere a fondo fino a farla urlare a settemilagiri in tutte le marce.
Forse fonde, ma non fonde.
Ma al bar non mi ci fermo.
No.

domenica 2 luglio 2017

Amore mio



“Ci son rimasto male, sai?...” – mormoro al suo orecchio mentre nudi come suini ci sfreghiamo l’un l’altro sul mio letto, prodighi di coccole amorose, attori di un segreto improbabile e improponibile.

“Per cosa?” – mi chiede a fil di labbra sbaciucchiandomi rumorosa, muovendosi sinuosa di pelle sudata sulla mia pelle sudata, sicuramente bramante una seconda impalata maestra come quella che le ho dianzi ficcato.

“Perché stai con Max” – sentenzio più greve e sofferente che posso, godendo di quei capezzolini di legno che si piegano duri sui miei mentre ci sfreghiamo ancora in calore.

Pausa secca. Occhi negli occhi.
“Mi prendi per il culo?” – “No, Tea.”
“Cioè spiega bene, te saresti geloso?” – mi faccio smorfioso, non rispondo, guardo in basso e poi la fisso, bella non è bella, ma in certi momenti ha un suo perché, sicuramente di corpo è una silfide erotica, matematicamente ha un culo neoclassico.

“Tazio?” – mi chiede sollevandomi il mento per cercare di guardarmi per bene.
Pausa metodo Tazislawsky.

“Tu mi manchi da morire, Tea.” – soffiato, sibilato, sofferto, straziato, disperato, così ben costruito che a momenti mi innamoro, che bella che sei Tea, che bella amore mio, bella di papà, sì Tazio, ed è un abbraccio, tragico, drammatico, romantico, sentimentalpopolare e mi monta una minchia da paura, che liscia, sudata, odorosa di ormoni aciduli, con quel cinto pelvico disarticolato dal resto che madonnasantissima, come sa menare il culo lei manco l’Immensa Miley Cyrus, scivola, bagnata, viscida, calda, carnosa, aperta, depilata, Barbie Porno, il megacazzo entra come in una caverna, dai piccolo amore, fatti chiavare ancora, whops, voglio far l’amore con te Tea, Tetea, anche io Tazio, ed è bufera, tregenda, tragedia, sento i Bee Gees, sento il favoloso Fausto Papetti, che mi dicono suonasse il sax, perché tanto più che guardar le copertine dei dischi e tirarci le seghe non abbiam mai fatto, così Tea amore, che bel buchino del culo che hai (penso), lo accarezzo, non entro, son rispettoso perché io ti amo amore mio, ma spetta ‘mo che ‘sto fricandò che sto mettendo in piedi funzioni e vedrai come te lo straccio che neanche una troia rumena GILF, amore vengo, vienimi dentro Tazio, non smettere, sì amore, ti vengo dentro, massaicheccazzomenefregamme, come godo, amore mio Tea, come godo Tazio amore mio, Tea amore, Tazio amore e la vita è stupenda.

“Max è un coglione” – sentenzia aspirando la prima boccata della canna che ha, come da regola UE, appena arricciato.
“Perché?” – chiedo sussurrando, mentre le bacio la spalla, ancora steso, mentre lei siede nuda, come in un film francese d’amordolore.
“Si spacca di Campari e alle dieci è cotto. L’altra sera l’ho messo a letto io.”

“Stai con me, ti prego.” – e sbaciucchio, mentre lei mi passa la canna e si abbandona su di me ad occhi chiusi e un sorriso. Sento di aver la cartella giusta per fare tombola e, infatti, di lì a un centesimo di secondo la ninfetta oscena si gira a baciarmi sussurrando “Ci pensavo anche io, sai?”.
E ricominciamo ad avvitarci, passandoci la canna, erotomani, tossici, amorali, indecenti, bugiardi, bastardi, cavalcami dandomi la schiena amore, un balzo, una gazzella, un culo dotato di vita propria inizia un twerking da conversione alla religione Naticoista, un capo dai capelli arruffati mi guarda da sopra la spalla, portando i segni del piacere, piacere sporco, piacere nostro.

A’ la guerre comme à la guerre, giovanotto.

Vualà. Lesgiòsanfè.




lunedì 22 maggio 2017

Domenica, coda.



Un sussulto, ma di stupore credo, poi il dialogo a voce bassa, che siamo nella barca ormeggiata e intorno c’è il mondo che passa è domenica, tutti al porto, “E’ come un dito…”, sì è come un dito, Tea, ti ho infilato quello di silicone, il più piccolo, perché vedi, Tea, il culo va addestrato, lentamente, con piacere, dilatato, reso elastico, pronto ad aprirsi…, ma la mia porno solennità  poetica viene spezzata da “Chefffffffigata questo, l’ho visto in un porno, ma quanti cazzi ne hai di ‘sti affari?” e ride agitando irriverente la coda di vero crine di cavallo (che saranno capelli birmani maschili, se va di culo).

Ne ho tanti, Tea, rispondo pacato come un serial killer e osservo quell’inserto dorato a cui è legata l’elegante coda e penso a quella troiadimmerda della Chiara, che era suo, era il segno di una mai dichiarata appartenenza e sottomissione al Gran Maestro di Quercia Tronchea e poi guardo le chiappette della Tea nuda, che è stesa sul letto di cabina di questammerda che non va più in moto.

Stesa erotica come fosse la Porneleonora Pornoduse e allora le tolgo il silicone taglia XXS e prendo un S, lo ungo, glielo infilo lentamente nell’iperlubrificato ano, mentre lei fissa un punto a cazzo della cabina con un semi sorriso a bocca aperta, poi fa un “ahh” sottovoce, lento, giusto quando è dentro tutto, tutto nel culo, anche se piccolino, ma tutto dentro.

“Questo lo sento mooolto di più”, mi sussurra aprendo le gambe per toccare l’estremità gommosa rimasta di fuori, mentre io mi ungo la Tronkazia che si scappella e comincia a tirare dabbrava e appena tira metto di schiena la Tea, generando un rollio anomalo nella barcammerda, poi le divarico le gambine, le sputo sulla fichetta, che si schiude rosata per accogliere lo Smataflone Aureo e le scivolo sopra, sudatissimo come lei, che ci saranno 220°C dentro, e approfondisco l’argomentocazzeo nella carne viva, annusandole le ascelle, ancora evocanti un antico deodorante della doccia del mattino e spingo dentro il cazzo, ma che belle ruvide e sudate, le lecco eccitato, poi avverto nettamente sulla cappella il ripieno che serba nel buco odoroso del Culo Vergine e lei sorride, guardandomi, sussurrando “Come fosse una doppia…” per poi perdere l’uso della pornoparola youtubbara, lasciando spazio al rantolo contenuto, che si intensifica ad ogni affondo di Minchia Bronzea.


Sbatto dentro senza cura, alla cazzo, la sbatto perché voglio arrivarle alla cervice, voglio che gema di dolore e godimento e le tengo stretti i polsi sopra la testa, spingendo, strizzandola, palpandola senza stile e lei gode, abbandonando le sue gambine eleganti morte sul letto, mentre sbatto, sbatto, sbatto forte, la fotto spingendola al bordo del letto dal quale la testa le cade all’indietro e allora, senza richiesta, le tiro i capelli, fottendo come un cinghiale quella bianca creatura dal petto piatto e sbatto, pensando che è ora che la Coda del Divino Tazio cambi destinataria, vaffanculo la troiadimmerda e la Tea comincia a tremare come un vibratore e mi dice “Vengo..” solo di labiale.

Rimane a bocca aperta a tirar aria e grugnire il suo orgasmo, e io perforo, abbatto, sbatto, ruoto, freso e tornisco l’arrossata fica resa implume da un dozzinale rasoio, mentre la testa della Tea si solleva ad occhi rovesci ed io le sussurro “Voglio sborrarti in faccia…” cosa che, nell’evidenza, induce un inatteso protrarsi dell’orgasmo, rivelatosi solo in seguito, il secondo.


Attendo, attendo che l’onda si cheti per sgusciare dalla fica e presentarle un impiastricciato cazzo violaceo che lei succhia con non trascurabile devozione, succhia e sega, sbava, lecca, mentre io, col fiatone, ma con voce quasi immobile, sentenzio “La coda va guadagnata, Tea. Non è un plug qualsiasi.”
Lei sorride lurida, sudata, lucida, gonfia, torbida, molle, ad occhi socchiusi – “Bisogna farsi inculare, vero?” - chiede sozza con un filo di voce ansimante ed io scuoto la testa dissentendo, ma comincio a perdere il controllo e le stappo dal culo il plug e lo succhio, sa di culo, sa del suo Culo caldo e Vergine, accarezzo nemmeno tanto perifericamente l’ipotesi di troncarglielo nel retto senza tante liturgie, ma poi accantono, glielo spingo in gola sinché non sento stringere e non sento il conato sordo, poi arretro e poi mi distraggo perdendomi in quella nobile pratica della pompanza, quand’ecco che la mia ancella del Glande mi guarda negli occhi e mi mormora come uno Smiggle “Mi fa male…”, ostentando scellerata la coda delle Ancelle del Sacro Maestro, coda indossata senza permesso, mentre il Divino era assorto nella fottanza del cavo orale.



Brutta puttana che sei, almeno infilatela bene e ruoto senza cura sentendo il proiettile che viene deglutito dall’Ano Ancellare, gridolino, pecorina, aria succhiata tra i denti e esibizione, “Ho la coda…” sculando lenta a destra e manca, dovrei punirti maiala troia, sussurro a denti stretti – “Perché non lo fai?...” – mi provoca, culo all’aria e viso rosso nascosto dal braccio, la minchia sta per scoppiarmi, la sculaccio forte, lasciandole l’impronta della mano, senza toglierle il sorriso, cinque, sei, dieci, prendi puttana cagna, poi mi chino infoiato come un animale ad annusarle sotto le dita dei piedi e sì, sì porcoddio, delizia delle mie narici di porco, sudore di cagna troia lurida, intenso, dolciastro, mi stendo, cavalcami puttana, adesso sei mia, sei la mia ancella puttana e la Tea pompa, con quella coda che le esce dal culo e mi accarezza i coglioni, gemendo di dolore, ma pompa per farmi venire, “Voglio che vieni cazzo!” e inizia una cavalcata furiosa che la barca sbatte di poppa contro il moletto di merda e tin e tun e montami Tea troia.

Sbatti troia, che tanto il tono di voce controllato è andato vaffanculo, perché adesso si monta, si monta abbestia, come sculi cazzo di quella merda e lei sorride godendo come una pappagalla adultera, “Dai, vieni, vieni con me…”, sì ma prima dimmelo cosa sei, dimmelo – “Sono la tua schiava troia… vieni non toglierti… sono la tua troia…schiava…la tua puttana” e esplode come un ordigno deflagrante in un urlo roco di gola, stropicciandosi malamente i capezzoli e io contropompo le sue cavalcate e credo ci abbiano sentito nel giro di un chilometro, ma coi cazzi dei cavalli, amisgi, coi gran cazzi che le ho riempito la fica di sborra, coi cazzoni giganti e nodosi.
In faccia avevo detto ed in faccia ho perpretato, con suo sommo godimento, che di tale pratica pare ghiotta. E va ben, a ognuno il suo. A me, lo sapete, in faccia non piace.
Ma tutto il resto sì.




***
Quiete, riprendo i sensi.
“Alzati e mettiti in punta di piedi, spingendo in fuori il culo, che voglio guardarti”
Esegue, sorridendo da foto, tenendosi i nanoseni come se fossero quelli della Anderson.
Che arco, che profilo di culo con coda in controluce.
Sarà pure bruttina, sì. Ma che fisicata cazzo.

“Guarda che io non scherzavo: chi se la mette nel culo, questa coda, diventa la mia schiava”
“Ho capito sì” e lentamente, con un catalogo di facce del dolore che altro che emoj, si sfila dall’ano il Sacro Vessillo, carezzandosi il muscolo dolente con una faccia a bocca storta.
Poi indossa il suo slippino di cotone rosso e mi dice “Dai, vieni, sediamoci fuori che ci facciamo una birretta e prendiamo aria”.
Resto a osservarla ancora steso, che le vedo appena i piedi e le gambe.
Medito con nettezza ad una cosa. E quindi, sulla sua spinta, agisco.
Frugo farabutto nel suo zaino, che tanto col riflesso non mi vede.
Apro lo scarno portafogli, trovo i documenti.

Primofebbraiomillenovecentonovantanove.

Sollievo, è del secolo scorso.
Il mio stesso.
La mia Schiava è secolare.
La mia Birra è gelata.
La Barcammerda di Malavasi.
Per ora, l’unica inculata l’ho presa io, da Malavasi.
Ma cin Culatea, anche io ti lovvo.
 


domenica 12 febbraio 2017

Siluro


Venerdì tango.
Madame, che eleganza, siete splendida, oh monsieur anche voi non siete male e allora via tra sorrisi e pelle di schiena nuda, la salida, media luna, gancio, gancio, monsieur siete virtuoso, madame per voi questo ed altro, scarpe nere col cinturino, calze di microrete nere e il vestito nero lungo con la schiena nuda e una sola spalla coperta, con relativa manica.

Mi stanno invidiando tutti madame, risata golosa, non dica sciocchezze monsieur, semmai sono io l’invidia delle mie amiche laggiù, mi lusingate madame, gancio, media luna, baldosa, voi madame, siete pura emozione, ti devo dire una cosa Tazio, dimmi Marghe, quando mi dai del voi mi fai diventare… frizzante? Mugolo di piacere e le sussurro “avete un culo irresistibile madame”, “monsieur!”, cosa indossate sotto l’abito madame? Mutandine e le calze da danza monsieur, m’imbarazzate, con voce tremante e roca, gancio, stop alle danze, repentino, abbraccio, bacio di classe in mezzo alla pista, ma le lingue nelle bocche incollate danzano un loro caminito del tutto speciale.

***

A casa mia, nella notte tanguera, già nudi e famelici.
“Adoro leccarvi i piedi madame” – “saranno sudati. monsieur, mi sento in imbarazzo”, ma certo, fa nulla, scusate, ma vi tolgo io dall’imbarazzo madame, spalancate le gambe come una zoccola, che passo alla vostra ficona carnosa, che quella non v’imbarazza, ma non lo dico, lo faccio, allargandole le gambe a dismisura e deglutendo tutta quella carne tenera di femmina, succhiando, tirando, ossessivo, maniaco, per tutto il tempo che mi separa dal suo sussulto un po’ singhiozzato e contorto.

“Vieni” mi invita a mezza voce, scomposta, sudata, tirandomi per le braccia ed io ricerco facilmente un blando invito tra quella carne con suga e saliva e le riempio la sorca in un guizzo elettrizzante, la chiavo, sì la chiavo di brutto, di peso, di reni, di cazzo e coglioni, la pistono, la pompo, la fotto, la sbatto, la monto, la svango, la sformo, la allargo, la riempio e poi odo un bramire di pornocerva erotica in calore e allora accelero, perché la mia Dama deve provare l’orgasmo più squassante del globo e sono unghie nella mia schiena, bacino che accompagna il mio, gambe che mi abbracciano il culo, bocca aperta e occhi chiusi da cui il trucco si scioglie e si disfa, vene delle tempie, del collo, rughe e tendini e un imperativo assoluto “Vieni! Vieni! Vieni! Con me! Adesso! Vieni!” e come deluderla e frullo il mio cazzo di vene e pelle e cappella e le sborro nel più profondo dell’utero godendo con lei.

Ma continuo e scopo di ritmo, con la medesima durezza, “Ti è restato ancora duro…” ed io non rispondo ma la pompo, riprendo il ritmo del motore assatanato mentre lei accenna ad un brivido d’orgasmo a cui fa seguire un “Basta, tesoro, ti prego, basta, basta, basta…”.

E perché basta? Perché mi hai già fatta venire da impazzire, tesoro, vieni qui, abbracciami e io eseguo con ‘sta ceppa bizzarra che mi guarda con un occhio solo e mi dice “mbeh?” e ci facciamo le coccoline deliziose e poi, alla volta delle tre e ventidue vengo richiamato alla veglia, poiché domani è il compleanno di Davide, nipotino prodigio di un’intelligenza astrale e bellezza inumana al pari di qualsiasi bambino di tre anni per la nonna e allora via, nella notte, verso Margheritopoli, da dove la prelevai ieri sera, via nella nottr accompagnato da un racconto lento sulle gesta miracolose di quel nano che, domani, sarà il celebratissimo protagonista di un pranzone emiliano/lombardo in suo onore.

Buonanotte madame, buonanotte monsieur.
Ritorno calmo alla tana, rollandomi una canna bandita in sua presenza e medito lungo le mie aspettative e a com’è usuale il mio piegarle alla realtà, anche quando questa sarebbe assai bella se fosse, ma in realtà non è.

Padrona, feticista, sensuale ed ageè, intelligente, dagli appetiti sopiti poiché mai soddisfatti, ma che delizia taziocerebrale, ma poi siam sicuri?
Perché mi sa che sto per prendere l’ennesima inculata sonora da una bella e colta signora che di farmi da padrona (ad eccezione degli aspetti noiosi e fastidiosi del concetto) non ci sente nemmeno, ma nemmanco mai in vita sua ci si è dedicata, o soffermata per errore, perché a lei piace alla missionaria, che c’ha “l’anca” (penso a me che ne ho due, che eroe) e mi concede le sue estremità inferiori giusto perché la scarsa confidenza non le consente ancora di ritrarle a scatto con una seccata frase di noia, che a suo tempo arriverà e che buona st’erbetta nella notte frescazza e bisogna agire di sorpresa, prima di essere sorpresi, che di ‘sti tempi non se ne sente un gran di bisogno.

Ma tanto domani è sabato, il sabato taziale.
Va recuperato, con o senza padrona.
Anzi, senza vien anche meglio, secondo muà.




lunedì 24 ottobre 2016

La semplictà

Semplice, è così semplice, ma così semplice che talvolta mi sembra di rubare in chiesa. Compro mutande da Intimissimi, rigorosi boxer di maglina neri e, mentre spazio guardando i pigiami da uomo la incrocio che guarda pigiami da uomo. “Scusami, ma tu sei la proprietaria del Capitano Paff a Strazzabosco Valnuti Villa del Catenazzo, o mi sbaglio?” – “Non ti sbagli, ma ero proprietaria, ho venduto da un secolo, ma come fai a ricordarti di me???” stupore e emozione e sale la lusinga, cresce, ammanta, scalda, sveglia l’autostima con un “oh, sveglia, sono la Lusinga, ma puoi chiamarmi Lusi”, ed allora il Principe Suino affonda, sorride, finge imbarazzo, confessa antichi deboli, mormora sapidi ed educati corteggiamenti inequivocabili, tra mutande e fusò e la lusinga scioglie, fonde, liquefa e umetta labbra nascoste e tempo un’ora e tredici minuti (sottolineo il timing), scopro finalmente, dopo anni di arrovellamento, la geometria del vello pubico della tenera Arianna MILF benissimo mantenutissima, dolente prigioniera del labirinto del matrimonio che la spinge negli inferi della noncuranza, scopro la dolce morbidezza delle sue non perfette dita dei piedi, ma l’estetica scompare di fronte all’intimità proibita e mollemente concessa e godo con lei orgasmi intensi e profumati di deodoranti ascellari all’Alohe Vera e creme da corpo da banco della parafarmacia.

Tradire per riscattarsi, in un lampo, veloce cedimento infatuato di un “io” vessato e compresso e l’urlo della rivoluzione chiama la fica sulle barricate, spogliandola dell’abito di premio assoluto per colui che manco la caga di striscio e la fica bellicosa si veste da spada di battaglia che ferisce ammiccante  per essere ancor ricordata come la fica della proprietaria del Capitano Paff di Strazzabosco Valnuti Villa del Catenazzo, non consapevole che io, porco di razza di consumati razzolamenti sozzi, dopo questa gradita ficcata forestiera la ristabilirò giù, laggiù dove lo sposo la conserva, nell’oblio del nulla, fedifraga e annullata, sporca di una macchia che renderà moralmente insostenibile salire sulle barricate domestiche per una riaffermazione e, mentre io torno a casa coi miei morbidi boxer di maglina, fresco di una doccia consumata in un alberghetto da troie nascosto in città, lei si scioglierà nei vapori della memoria, come succede in questi casi.

Semplice, anche troppo semplice.
Tazio Bastardo Superstar.

Abrasioni

E questo soffitto viola esiste eccome, i muri stanno lì, la stanza ha confini, gli alberi sono finiti e no, l’amore tuo non può disperdersi nel vento con le rose? Ma anche perché non è maggio e sì ‘stu core torn ‘a maggio chissà a maggio dov’io sarò e mia Mia no, no, no, lacrime amare, ricordi una notte di ottobre, noi soli e puri? un capolavoro, ma poi quante volte hai cercato di entrare nel mio presente e io non posso, no, non posso, occuparmi di adolescenziali drammi consumati un po’ tra le cosce di mamma (che vorrò conoscere, per alcuni dettagli svelati che vi dirò) un po’ tra i diari delle amiche e le mestruazioni dolorose e no, Mia, no, non ce la fo, adiò (per la rima).

Abrasioni azzeccate.

martedì 11 ottobre 2016

Venerdì 7 ottobre [Parte prima]: Il fato

E allora son lì che chiudo il cancello, mi avvio nella piazza, controllo se ho tutto, due passi pre cena, venerdì di promesse e poi si avvicina quella ragazzina coi capelli neri lunghissimi, il viso magro un po’ equino, sorride e mi dice “ciao, ti ricordi di me? Sono la Mia, la figlia di Lino il gommista” e io la guardo mentre l’amica ghigna malferma, sperando che tutto le crolli, ma poi io temporeggio, che ho fatto la scuola Stanislavskij, sgombro le nebbie, focalizzo il gommista e mi viene in mente una ragnetta antipatica, smilza e alta, con gli occhi da Misery devi morire abbestia, certo, ma è lei, sei tu, ma cazzo, sei cresciuta di botto, per dio e per tutti i fulmini e si sorride a illuminazione da stadio, mentre la cicciotta vede sfumata la chance di sfanculare l’amica, ma come stai, cosa fai, presentami la cessa della tua amica, sì dai che devo andare, muggisce il bovide, oh che disperazione, ciao amica di merda, oh ma senti Mia, e se andassimo a prendere qualcosa che mi ragguagli sull’ultimo secolo e ridi ridi, ma certo, ma andiamo…, vediamo, vediamo, vediamo, ideona!, andiamo al Centrale?

E siede accavallando elegante le gambe nei jeans e la pelle e cristoddio allora dillo, le ballerine nere senza calze e sopra un felpone blu con sotto non si capisce cosa e armeggia coi capelli sguainandoli ora a destra, ora a manca, ma cosa fai dibbello, le chiedo escludendo che faccia la gommista, ma ho appena finito il linguistico (ma che bel liceazzo rampazzo) e adesso non so, penso che per un anno provo a guardarmi attorno e poi al limite mi iscrivo a lingue orientali, le migliori, chioso con serietà improbabile, ma senti, ma allora tu quantannicciai adesso?, diciannove, faccio i venti a marzo.

Diciannove.
Santa Madre Teresa di Gallura, Tazio, ha diciannove anni, spegni quel porno che hai in testa che arrivano i gendarmi con i pennacchi e con le armi, ma poi si sa, i porno li si devono guardare fino alla fine che altrimenti non capisci un cazzo di chi era l’assassino e allora dai, altri due americani, e tu che fai di bello Tazio?, ma ho appena finito di intonacare il linguistico e adesso non so, penso che per un anno provo a girarmi dattorno e poi al limite scrivo sui muri di lingue orientali che magari l’anno prossimo me li fanno intonacare e si ride, ma lei ride di cuore, mi piace.

Bella non è bella, ma è di quel bruttino che a me mi mette il Tabasco sulla cappella, perché il culino è un capolavorino, col jeans ficcatissimo inside da perizoma odoroso, la figura è asciutta, slanciata, elegante, anche come cammina per andare a far la pipì e poi è senza calze vivagesùnomineddio.
Poi torna, deorinata con sperpero, col viso scuro, il telefonino in mano: l’amica l’ha orrendamente tradita per andare a una festa sulla via Emilia con quel tizio e lei, che la macchina non ce l’ha, non può andarci, ma manco ci andrebbe, perché erano d’accordo cazzo e quella è una stronza, stronza, stronza, magari è invidiosa, allungo io un fendente da squalifica, che sottolinea che lei, la Mia, è più figa e i fatti la cosano al punto che siede al mitico Centrale con un maschio adulto in età copulatoria di sublime bellezza, che sono io.

“Oh ti ci porto io alla festa, cazzo” dico con l’aria di NumboCchi che risolve i problemi e lei sorride dicendomi che son tanto gentile, ma poi penso che magari con un vecchione come me non ha nessuna intenzione di farsi vedere e lei fa gli occhi di Misery deve essere cremata viva e mi incentiva con un semiserio “Che stronzo” che assumo essere un complimento cciovane e allora, mi dice, sai che si fa? No rispondo e lei “due americani” che fan tre a testa e poi è deciso: si va assieme alla festa degli stronzi sulla via Eustronzia a fare stronzare di stronzaggine quella stronza della sua amica Stronza.

Diciannove.
Chemmerda che sono.

martedì 12 maggio 2015

La solitudine solitaria dell'Uomo solo

Alla fine delle fini, l’Uomo diviene solo.
Solo, alieno dal gruppone ruttaiolo che si sbrega di numeri lesbo, travoni, mignotte in sala, alcol, sudore e canne di basso livello qualitativo.
Solo senza dare un avviso, un segnale, garantendo subdolamente la sua presenza come assolutamente certa sino alla fine, evaporando sin dall’inizio.
Egli scompare. Nel nulla.
Irrintracciabile al cellulare, introvabile a casa sulla piazza maestra, introvabile a casa nel capoluogo di provincia, dissolto, scomparso, smaterializzato, magnete attrattivo di vaffanculotestadicazzostronzo e di bestemmie e maledizioni, ma nonostante ciò, egli non è e non sarà.

Perché l’Uomo deve essere solo.

L’Uomo cura i dettagli, cambia persino auto all’autonoleggio nella tarda mattinata (era dovuto, ma nella scena complessiva mi appariva bello e calzante usare il dettaglio), prendendo il possesso di una prestigiosa, elegante e lussuosissima FIAT Punto bianca, auto americana blasonatissima, degna del suo rango di Uomo in Dissolvenza.
Nessun indizio, nessuna traccia, nulla. Solo.

Anche la Donna Altrui che lo redarguisce con un “Ma dai, vacci, guarda che io stasera esco con le ragazze eh” come a dire “non pensare che ci sarò per te” non immagina della smolecolarizzazione dell’Uomo che si dissolverà in iperfantastiliardi di particelle subatomiche che si dissolveranno e saranno qui, in nessun dove ed in ogni dove. La Donna Altrui che lo redarguisce lo fa infantilmente, sperando in cuor suo che, a un tratto della prima notte, un messaggio dica “vediamoci” essendo sin d'ora pronta a dire sì, ma non stasera, no, non questa notte di antimateria.

Stanotte l’Uomo scompare. Da solo.

E l’Uomo scompare annidandosi in buchi neri di profondità incommensurabili, dove spazio e tempo assumono significati relativi che travalicano la scienza, persino quella di Antonino Zichichi. L’Uomo scompare affidandosi ala maestria di una famosissima Maga che sa far scomparire moltissime cose, anche di grandissime dimensioni.
Egli le telefona a pomeriggio ottenendo il suo benevolo appoggio alla smaterializzazione antimaterica.

“Ade devo nascondermi, mi ospiti solo per stanotte?”
“Cazzo Cicci, sei nellammerda?”
“Più o meno”
“Dammi qualche ora cicciamore, che ci pensa la sia Ade al suo cicciammore”


E, amisgi, la sia Ade ci ha pensato lei. Sì. Perché Ella tutto può.
E l’Uomo alle ventuno esatte scompare sotto l’incantesimo adeliano dell'antimateria.
Pfffffsssgggghhhhhhhhhppffffff…
Ha!

venerdì 8 maggio 2015

Il lunghissimo post del mattinale capovolgente che suggella l'imperiale immensità del Tazio Superstar

Olè, olè, olè e allora eccoti, Maggie delle mie seghe interminabili, eccoti che non mi deludi in questa tarda mattinata bella calda, eccoti vertiginosamente sandalata da minchiaiola scandalosa, unghie bianco perlato,  che esci dalla botteghetta e mi vieni incontro con la gonna al ginocchio carta da zucchero e la camicEtta bianca senza maniche sotto la quale si vede il reggiseno bianco importante di lavorazione, eccoti che mi sudi al bar sotto l’ombrellone e mi aloni appena di bagnato sensuale lo scollo sotto l’ascella ed eccoti che mi fai tirare anche il buco del culo al pensiero di leccarti sudata e di annusarti sotto le dita dei piedi.

“Quand’è che passi a Nizza” mi dice poco prima al telefono la MissMilly umorale che io, caparbio come un montone di marmo, ho richiamato. Ma come “Quand’è che passi a Nizza” stracazzo berbero, che va bene che la geografia è giurassica, ma a Nizza bisogna volerci venire perché non ci si passa per niuna ragione al mondo e faccio presente la cosa, così come sottolineo appena seccato che l’ultima volta non è che avessi ricevuto chissà quale incoraggiamento o segno di piacere nel sentirmi e lì mi becco del “Tazio sciocchino” che detto da quella voce sorridente e calda, maialescamente sussurrata, mi fa increspare il perineo come fosse un capezzolo e la cosa mi turba di piacere femminaschio.

E la Maggie intanto? Siede con l’occhiale da sole in Panavision Multisala incastonato nel cranio che mi ricorda Pamela Prati e chiacchiera fittafitta di argomenti di mio nullo interesse per i quali però, come sempre, fingo di provare un’attenzione pressoché accademica e la conversazione si snoda e io posso rimirare quei piedi scaldacazzi dalle belle dita lunghe e le belle unghie e perdermi a immaginare l’aroma sudato che a mio avviso deve essere molto maschio e, parallelamente, a visualizzare in diverse variazioni il suo pube, ora peloso, ora pelosissimo, ora glabro, ora strippato, ora qualsiasi cosa, ma sempre con la mia minchia di sopra, ma vi dirò che non avverto feeling, non sento trasporto, mi tratta proprio da conoscente, non apre, non lascia la mano, non ride, non concede, non.

Passa a Nizza, dice la Sublime Pervertita Patologica.
Ebbè certo, stupido me, come non averci pensato.
Seppur infastidito cerco di carpire informazioni su cosa, come, dove, chi, quando, perché e per come ella staziona colà e la  bella Padrona Porca e Depravata sorride morbida e mi lascia intuire solo poche, ma sentite, cosucce del tipo che in quel momento è in spiaggia con addosso un tanga ridottissimo che le contiene a malapena i peli e la mente mi si intasa di monumentali tette e superbe natiche, di nerissima villosa e carnosa fica puzzolente, ma non mi perdo d’animo e resisto, continuando a pressare l’indagine e scopro che sì, è lì a Nizza perché sta con un tizio francese, che lei non si prostituisce più da un bel pochetto, ma che sarebbe anche dispostissima a ricominciare datosi che la vita della mantenuta di ultra lusso la annoia mortalmente (potete bestemmiare liberamente, l’ho fatto anche io al telefono con lei, a raffica) e poi rimembriamo i bei lerci tempi andati, i clisteri di detersivo per i pavimenti, le bevute di piscia collettiva, la sua schiava nera, le mie sodomie a maschioni urlanti condotte come se il culo che stavo sfondando fosse il suo, Divina Dea, che mi affiancava mentre inculavo violento e lurido, spingendomi ad essere preciso nei dettagli e alla fine chiedo se, qualora dovesse succedere (e torno a dire “se”), una mia salita a Nizza, questa sia imprescindibilmente legata alla conoscenza obbligatoria del merlo francese e mi viene risposto con una molle risata pornografica che ovviamente no, che si tratterebbe di qualche giorno trascorso con “libertina discrezione” tra vecchi amici lontano da Nizza a rimembrare meglio i bei sudici tempi andati e la volete sapere una cosa amisgi?, mi ci ha quasi convinto a salire a Nizza al più presto, cazzo di quella merda vigliacca.

E la Maggie intanto?
Ella rotea alienata la caviglia destra, quella della gamba destra che scavalla la sinistra ed in tal senso mi parla di Renzi, di Civati, del jobs act, del Movimento a Cinque Stelle e io mi sento di aver voglia di infilarle il cazzo nell’appiccicoso buco del culo sudato stringendole stretti i fianchi come fosse una fattrice al parto, mentre il mio scroto viene farcito di questi interessantissimi discorsi di politicammerda e mi chiedo se può essere ancora plausibile ritenere di poterla chiavare, questa bella cavallona cougarona, avvertendo una sorta di crisi di nervi data dalla dissociazione progressiva tra il centro dei miei interessi carnali bestiali e la sconfinata prateria di cazzate che mi viene somministrata con tono monocorde, politicamente impegnato e noiosamente dissuadente e allora mi appello allo spirito del Taziosaurus Coitis che dorme in fondo alla caverna degli orrori e decido di capovolgere la situazione portandola sul crinale della rottura, sul pericoloso filo del rasoio dal quale ci si può fare soprattutto un bel taglione netto dei coglioni, ma sinceramente basta, non ne posso più di ascoltar di emorroidi gonfie e così attacco, secco, basso, di tackle, spiazzando, virando, avviando una strambata che manco Cino Ricci le ha mai viste così sapienti e le prendo la mano e le bacio le dita, gelandole sulla lingua il soliluquio dell’insussistenza, ricavandomi lo spazio per mormorarle lentamente e sensualmente, da Grandissimo Laido Figlio di Puttana Bastardo Falso Corrotto e Fariseo (quale solo io so deliziosamente essere) che provo una magnetica attrazione nei suoi confronti e che rimango estasiato ad ascoltarla e a guardarla, che anche se mi leggesse il bugiardino dell’Oki per ore lo troverei attraente e sensuale e tutto diventa diverso, si tinge di rossore e risate, di “ma dai scemo!” a segno di un apprezzamento vivace delle mie parole ed il tono scivola dapprima sullo scherzoso, ma poi io incalzo, rafficando una quantità di immani cazzate che nemmeno me le ricordo e delle quali io stesso mi stupisco di esserne fertile produttore, ma che piantano la bella Femmina lì, con gli occhi sorridenti e brillanti a farsi tormentare le dita dalle mie, divertita, interessata, lusingata di signorili apprezzamenti sul suo corpo e i suoi modi magnetici, e non mollo, cesello, intarsio, tornisco e raffino, smonto scene di sabatiadi passate e le rimonto con un raffinato tocco di regia consumata e finalmente, SI’!, finalmente si flirta! cazzo marcio di quella travona della Barbie frocissima, finalmente usciamo dallo schema e quella caviglia smette di roteare mentre lei mi ascolta sino all’ultima sillaba, ebbra delle bugie che da sempre vuole scolarsi avida e poi,  modulando la voce coi toni soavi del filarino, mi dice che la prendo in giro, che non si sente così sexy e bella e attraente e interessante e io mi addresso per il secondo giro, per la ripetizione, per la replica e giuro e spergiuro che PER ME è vero, minacciando di mettermi in ginocchio per essere creduto ed è fatta, fatta, fatta, fatta, finalmente la caldaia non è più in blocco, finalmente il concetto “Tazio Uomo Adulto Single piacere moltamente molto Margherita Donna  Adulta Single”, è chiaro, solido, divertente e flirtaiolo e si tramuta con uno schiocco di dita in cena, stasera, ore ventuno, dopo il suo yoga (va a yoga! Mi voglio ammazzare!) e io sarò un dio greco, bellissimo come solo un Uomo stupendo come il Tazio che vive col suo tempo e la performàns sa essere, corteggiante e intelligente, non frettoloso, perché no, non è stasera, noooooo, NOOOOOOOOOOOOOOO AMISGIIIIIIIIII, ma sarà DOMANI sera la sera in cui sferrerò l’attacco mortale liberando il Taziosaurus Trapanis, riportandola a cena di nuovo, ma senza gruppone questo sabato, in una nuova solitaria spericolata che, come da calendario delle convenzioni internazionali, può legalmente sfociare nella ficcagione selvatica passando dal via e ritirando anche la bella ventimila lire che nessuno può ostare nulla.

E a Nizza?
A Nizza c’è la Padrona che m’Attizza, che aspetta che il TazioPornoDimmerda si dia da fare per procurarle l’occasione utile a cornificare con soddisfazione uterina devastante il francese agiato, per umiliarlo con lo sviluppo carbonaro di blasfeme ghiottonerie sessuali depravate coperte dalla cifra di “libertina discrezione” che, in Italia come in Francia, non vuol dire un cazzo se non “vieni su, porcoddio, che ho bisogno sanguinario di megaminchia di grosso calibro e di uno spostato mentale che la sappia usare bene come solo tu sai fare, perchè ho bisogno di fare la sozza come piace a me e anche a te”.

Non male il risvolto di questo disinvolto mattinale, non male, non male.
Si incomincia a giocare con le cose vere, bene, bene, bene.
Grandissimo Tazio, superberrimo.
As always.






lunedì 13 aprile 2015

Chissà mai se vi chiederete

Questo post ha un titolo che è anche una mia speranza: ma voi mi leggete ancora e vi interessa quello che scrivo vi rompo i coioni annoiandovi, che non mi regalate mai nemmeno un vaffanculo Tazio? Boh.

Ad ogni modo, volevo precisare quanto segue.
La Romi mi piace, ok, ma la mia attesa va al di là della semplice ficcagione. Essere in un paese dell’est con una lingua difficile spinge a una chiusura nell’enclave (parolona nel mio caso) italiana più prossima, deprimendo l’integrazione. Integrazione  che è già resa difficile dal fatto di non essere autoctoni, ma emigrati. Bello che alcuni meditassero sulla mia riflessione.
La pianto lì.

Continuo sul concetto: un’assistente che mi fa da traduttrice, faccendiera, autista, colf e compagna sessuale è l’ideale, nelle mie circostanze. Mi consente di avere più libertà rispetto allo sciame dei calabroni e di esplorare nuove frontiere di business che possono arrivare anche ad un est più lontano, senza avere paura della barriera linguistica. E’ la persona che mi rende Praga vicina anche quando non ci sono. E questo mi consentirà di essere globetrotter avendo sempre la situazione sotto mano. Potrei partire lasciandole il mio cellulare ceco, istruendola su cosa fare in caso in cui chiamasse Tizioccaio, eccetera, eccetera.
E poi, da un punto di vista umano, toglierla da quellammerda dandole una vita dignitosa, senza porle alcuna limitazione, trascorrendo con lei anche del tempo extraletto ed extralavoro, ma in ogni caso ExtraTazio, è una soddisfazione, è potere. Bello.

Sono contento.
E così questa mattina abbiamo formalizzato dall’avvocato, dopo esserci svegliati come due colombine porno, dopo aver colazionato serviziati in camera e preparati giusti. Bello. Sono contento e lei anche. No, a fare la puttana lei è sprecata e non portata. A lei piace il sesso sì, ma quel sesso che lo si fa con lei e per lei e non perché è portatrice sana di buchi corporei.
Sono contento.

Contento nonostante tutto, perché alle 15:00 di oggi, con anticipo inatteso, una grossa GMC nera è entrata nel vicoletto. Dal suo interno è sceso un calabrone rivitalizzato, ancora convinto di essere nel villaggio della sua tribù, che con una corona di bestemmie atroci e violente invettive rivolte alla troiaemmerd (la Romi, le cui dinamiche gli sono state rese note dal fido Vosco già ieri sera, mentre l’ominide era ancora on the road) ed al testa di cazzo, l’ommemmerd, ‘o professore di staminchiasuca (io che non sarei stato in grado di anticipare e sostituire la Romi).

La parolina mi è stata riportata al telefono da un amico fidato (mica ce li ha solo lui gli amici fidati) che mi ha messo in guardia. Pare, infatti, che il Costa stasera dopo cena mi aspetti per ‘fare brutto’ con me.

Ora, fermo restando che i risvolti della vicenda Romi li sappiamo solo io e la Romi che ci siamo giurati di non parlarne MAI, oggi pomeriggio, all’inizio del serale, quando troie e galoppini non sono a pieno ritmo, piombo là e gli spacco il culo di brutto, in modo che tutti i suoi scagnozzi e le sue troie vedano sulla sua faccia i segni sanguinanti e sulla mia no, trovando in un secondo le differenze tra chi starnazza a cazzo in assenza degli interessati e chi, invece, si pregia di raggiungere l’interessato senza starnazzare.
Ma bastonandolo forte come merita.
Rispetto ci vuole, cazzo.

sabato 4 aprile 2015

Ultimissima e poi vado

Ultima nota che poi mi proietto a cena che c’ho fame.
Ore ventitre e sedici minuti, nel bel mezzo di Centovetrine edizione 2012 in ceco.
Uozzappo estemporaneo.

“Ciao come stai? Ma mi dici perché mi hai cercata l’altra sera?”

Beh, alcune regole base. Innanzitutto non ci si può brasare di seghe mentali per ore in solitaria e poi spurgare un uazzappo cazzometrico come se io fossi lo stimatissimo Divino Otelma che tutto sa e tutto vede. Secondariamente, se il core della comunicazione è la domanda due, perché sporcare il tutto con l’inutile e impersonale domanda uno? In questi casi si mira al cuore. Violenti, tragici, disperati.
Guardate qui:
“Mi dici perché mi hai cercata l’altra sera, dopo tutto questo tempo?”

Emmelodevimettere il “dopo tutto questo tempo” perché sei sì violenta e disperatamente tragica, ma mi devi dare pure il gancio per abbozzare una risposta, benedettocrocevivaddio.
Non ci siamo, anche qui manca il quid.
Apposta stai a Modena e non a New York.

Dopo ragionevole pausa rispondo così:
“In realtà volevo scrivere a un’altra persona, ma mi sono sbagliato col cursore e ho scritto a te.”

Dura, secca, oltraggiosa, violenta, inappellabile. Questo è il motivo per cui io sono stato a New York per lavoro e a Modena per mangiare.
Ebeh.

Non ha fatto seguito uozzappo alcuno.

E mi scappello  furioso mentre Raffa canta “A far l’amore cominci tu” su Planetatv, ancheggiando come la Divina che è.
Che bella Raffa, le mangerei il culo fino a farla rantolare di sozzo godimento con quella porca voce nasale.
E giù di sega imperiale, sperando che Viaggiatore stia stupendamente facendo lo stesso.

venerdì 1 marzo 2013

Giovedì sera

E vado al locale. Mi vede, mi abbranca, mi abbraccia, mi bacia, mi porta in trionfo tra il troiaio luccicante che siede al tavolo VIP, puttane, puttanieri, profumi, belletti, viscide creme e pelli seminude il volgare supera il crinale e diventa nido, tana, covo, maschere e mostri, la coca, ne vuoi?, no grazie, la musica altissima, le puttanelle minorenni che si dimenano per l'eccitazione sudata di luridi porci grassi che sbavano seduti e composti, la cravatta allacciata, il sudore che imperla, l'occhiale appannato, la Ade alterata, ultrafiga, taglio corto e drittissimo, il tizio che sembra sbarcato dal Portorico, con la giacca gessata e sotto nudo, il taglio con cresta, l'occhiale da sole, abbronzato che mastica, un clone di Corona e quella? quella è un clone della Moric e la Ade un clone di chi? ma pesca un numero e la fortuna ti aiuterà, mi sento soffocare, là fuori l'Italia affonda e si spacca, là fuori le menti brillanti faticano a finire la frase pane e salame e  voi nullità, qui dentro, siete nel pieno del baccanale notturno regolare, che va in onda ogni sera, che si nutre di merda ogni sera ed allora tipo, scusa, mi presti il cellu che il mio s'è scaricato? una telefonata breve, tranquillo chiama quanto cazzo vuoi e io chiamo, chiamo il 113 e dico che qui dento la coca gira a fiumi e che vengano a dare un'occhiata e poi restituisco e ringrazio il tipo che mi dice tranquillo ed esco e torno a casa e vado a dormire con settanta gocce di Mr.X.

martedì 22 gennaio 2013

Lunedì: Acciaio chirurgico

Lunedì mattina, puntuale come un esattore di Equitalia, alle ore zeroottotrezero ho varcato la soglia della bottega. Ho salutato la Betta triste che non ha dato parola all'espressione di stupore nel vedermi e mi sono diretto alla mia Nespresso, che un ristrettino capsula nera era esattamente la cura necessaria a caricarmi.

Ho poi infilato la porta del mio ufficio, chiudendola dietro di me, contando i minuti che mi separavano dall'arrivo del Ruggi. Che alle zeronovezerozero, puntuale come ogni galantuomo d'affari che si rispetti, ha varcato la soglia principale della bottega, annunciato successivamente da BettaLaTriste.

Abbiamo discusso ore circaquattro ore di dettagli. Abbiamo spulciato, per ore circaquattro, carte e cartine, file e filini, ho risposto ad ogni domanda, richiesta, quesito. Abbiamo telefonato in banca, al commercialista, all'avvocato ed anche al Mago Otelma. Abbiamo scritto in bella scrittura pagine di punti, note, dettagli, commi, paragrafi, somme, deroghe, balzi e balzelli, codici e codicilli, integrazioni ed estensioni, divieti e concessioni, facoltà ed inabilitazioni e poi, finalmente, siamo andati a pranzo assieme.

E a pranzo, subito dopo aver ordinato, il Ruggi ha sfoderato un sorriso e mi ha detto ok. "Si fa Taz", proprio così mi ha detto. Ed abbiamo pranzato lenti, consci che nella bottega i fagiuoli bollivano, consci che la convocazione della riunione d'urgenza, al nostro rientro, così inaspettata non sarebbe risultata.

E siamo rientrati.
E ho convocato mezzo BettaLaTriste, affinché ella conferisse ancor più un'ufficialità seria, in luogo del classico urlo da Tarzan con cui convoco usualmente le riunioni.
Location: mio ufficio, tavolo lungo. Partecipanti: Betta, Loca, Costa, Zack, Umbe. Al capo del tavolo io, imperante imperatore. Leggermente arretrato rispetto a me, il Ruggi.
Clima da Ok Corral.

Attacco la spiega. 
Spiego lento, ma persuasivo, senza alcuna ansia, senza alcuna fretta, scrivo su un foglio la cifra in euro delle fatture non incassate, faccio un passaggio alla colombella sui cazzi miei all'estero, ricordo che la banca non è un bancomat e che in un mese, salvo saldo fatture, abbiamo asciugato l'affidamento, ergo niente stipendi, niente risorse, niente bollette, niente startup per lavori nuovi, niente di niente e quindi, io cedo quote societarie a chi me le chiede, nonostante si sia messi male.

Silenzio.

Proseguo, presentando il Ruggi, che tanto era inutile perchè lo conoscono sino a Timbuctu, spiego chi è, altra spiegazione inutile e poi vengo al dunque: lui compra l'80 a me resta il 20.
Fine.
E gli cedo la parola.
E l'imperatore imperante arretra, lasciando che l'Eminenza avanzi di posizione. Il gioco degli scacchi della vita.

Il Ruggi è rotto, come si dice qui senza riferimenti al culo, parte dall'inizio, monocorde e asettico, montiano, androide, semina rassicurazioni, semina garanzie, semina tranquillità, progetti, crescita, sviluppo, organizzazione, investimenti, coperture, scenari, semina embrioni di squadra, irrora di lodi, cosparge di stima e poi scopre l'asso nella manica: dice che ci crede così tanto che il 30 del suo 80 è opzionabile, parole note, opportunità, il futuro è nelle vostre mani, poi mixa, sfuma il brano, si cheta e gli scansiona le retine memorizzandole in file separati.

Silenzio.

Chiedo se vi sono domande e nessuno proferisce parola.
Sento la rabbia di dentro, manco so perchè, e dico che se è tutto perfettamente chiaro e a posto, possono tornare a ciò che stavano facendo e mi scuso per il tempo sottratto.
Una transumanza lascia i mio ufficio tra lo strascinamento di sedie e i rumori dei corpi che fendono l'aria.

Una volta vuota la stanza, il Ruggi mi suggerisce di andarcene a bere un caffè in piazza.
E io accetto.
Una volta lì mi sorride con l'aria di chi ha già visto il film e mi dice che ora si innescheranno tre fasi: la prima è la furia. La seconda, notturna, la preoccupazione. La terza, selezionatrice, filtrerà i fessi caparbi non disponibili a compromessi, da quelli saggi, che ispezioneranno l'opportunità di allearsi col "nemico" per salvaguardare le proprie rendite di posizione. Ed io devo essere fuori scena, per tutte e due le prime fasi, ma non per la terza, dove dovrò diffondere opportunità e disponibilità.

Son fatti così gli affari a un certo livello?
Non ci sono tagliato, ma mi lascio guidare.

E, con una inattesa correttezza, mi ripete per la tera volta in due giorni la storyboard di questa operazione: lui compera, delega il Loca a managing director, lascia inalterate le cose per quei cinque-sei mesi che gli consentiranno di raccogliere elementi per operare decisioni e poi: 1. sposta la sede in un capoluogo di provincia che non sia un paesotto quasi terremotato della bassa, 2. cede il suo 30 a una società che non importa che ne parliamo, 3. investe, allarga, capitalizza, espande e poi incomincia a cercare di venderla. Morti sul campo: tutti. D'altra parte, mi dice, con questa gestione, quanti morti sul campo rimarranno? Tutti.

"Tiraci fuori una bella casa tua, di famiglia, ultrafiga, da quell'ufficio" mi dice sorseggiando un goccio d'acqua. "Là c'è un progetto di ristrutturazione totale, Taz e quello lo fa, te lo garantisco".
E perchè me lo garantisce?
Perchè pur di pisciare sul fiammifero a Caparezza e alla Lidia, il capitale al proprietario ce lo ha messo lui.

Scelta, momento cruciale.
Io odio i momenti cruciali, lo sapete.
Dire la frase "Senti il notaio quando ha un buco" significa mandare a morte la Betta, il Loca, il Costa, l'Umbe e lo Zack.
Del Loca non me ne frega un cazzo, lo dico senza peli sulla lingua, anche perchè la sua donna ce l'ha liscia come la Barbie.
Zack: non riesco a metterlo nella fila dei pensieri, non lo conosco, non mi dà preoccupazione.
Il Costa è un fratello, con quello che prendo posso anche mantenerlo.
L'Umbe è un bravo ragazzo, posso provare ad aiutarlo.
La Betta è triste, ma putrtroppo, sono stati e sono cazzi suoi.

"Senti il notaio quando ha un buco, facciamo in fretta" dico.
E il Ruggi telefona e contratta altezzoso.
Venerdì mattina. Ok.
"Posso darti qualcosa in contanti di mio, se hai bisogno, me li restituisci appena incassi gli assegni."
"Non occorre, grazie, qualcosa a cui dar fondo ce l'ho."

Stretta di mano.

Si gira pagina.

sabato 5 gennaio 2013

Facebook

Che io ero lì che avevo finito di scaippare con la Skiz e meditavo di far arrivare quell'ora e andare a farmi visitare dalla Dr.ssa Nadine che tanto bene mi fa e per accoppare quella mezz'ora, che sapevo che ci voleva, mi apro il mio Facebook ufficiale e mi trovo la richiesta di amicizia della Carla, che è la sorella di un mio compagno di classe del liceo, qualche anno più vecchia di me, che con la richiesta di amicizia di Facebook fanno quattro le volte che ci caghiamo nella nostra intera esistenza e va bene così, sarà successo a tutti quanti.

Mi precipito a leggere il suo profilo e i suoi post più recenti ed evinco con facilità che la Carla è single e sofferente di solitudine e di cazzocarenza, poi vado a guardare il suo album fotografico e dentro ci trovo la solita massa di merdate: alberi di Natale, gattini, cagnini, foto coccoline e massime del cazzo scritte in Arial inguardabile su una varietà di fondi terribili che vanno dal nero al rosso, poi le foto della gerontofesta alfa, beta e gamma, senza intestazioni, senza tag, poi finalmente un po' di polpa ed arrivano le foto dell'anno scorso a Villa Simius assieme ad una che credo di conoscerla, ma poi anche no e, in ogni caso, che cazzo me ne frega, dato che è inchiavabile anche per il Taziocannibale.
E mentre son lì, che non ho ancora fatto a tempo a planare su quelle in costume da bagno, mi poppa in basso a destra la finestrina della chat che è la Carla che mi chatta, che mi ha visto online e ha visto che ho accettato la sua amicizia.

E chattiamo.
Prima mezz'ora abbondante dedicata alla fase 'comestaicheppiacere', in cui io sto sempre bene, ma lei no, lei c'ha avuto di tutto, dalla peronospera al cimurro, ma adesso sta bene, l'appendicectomia superata nonostante pericoli pazzeschi, ma adesso è tutto regolare, ringraziando dio. Poi, nella mezzora due, si passa alla sfera famiglia, la mamma è morta di cancro, babbo ha l'Alzheimer, una pena che non ti dico, ecco brava, non dirmi e passiamo oltre. E navighiamo dritti verso la mezzora tre, in cui si sviscerano gli sfracelli rovinosi della vita sentimentale, lei sa tutto di me, mi chiedo come cazzo fa, ma in ogni caso meno male che mi risparmia del tempo, come stai adesso Tazio?, bene come prima, Carla, ma invece lei no, lei non sta bene, è incazzata con la vita, due storie finite malissimo, ma meglio così, massì Carla dai e la fortuna è che la Carla scrive dei piccoli poemetti che mi lasciano il tempo di tornare a Villa Simius e notare che la femmina non è da buttare per niente, bella porcazza MILF che con quel costume e quelle zizze mi fa anche un pochino impirillare e poi scorro alla ricerca di piedi nudi, ne scorro seicentoquattordici e ta-dah, eccoli!, ma adesso devo leggere il poemetto e rispondere qualcosa di intelligente, stai lì foto, che adesso torno.

E una volta completati i preamboli e i capitoli istituzionali, la notte ci avvolge, anime sole separate da una chat confortevole e ci si scioglie in uno sciroppo di ricordi, di cose vissute, ma soprattutto, da parte mia, di cose mai esistite, come la mia indemoniata attrazione per lei ai tempi del liceo. La Carla all'inizio glissa lusingata, diffondendo faccine sorridenti, ringraziamenti e considerazioni raffreddanti, ma io noto l'imbarazzo e il tentativo di abbassare la temperatura, per cui lancio altre quattro palate di carbone in caldaia e faccio seguire alle considerazioni piccanti sui tempi che furono e sulle frequenti attività manuali in suo onore (mai esistite) alcune considerazioni, formulate con immutato linguaggio giovanile, sullo stato attuale della mia indiavolata attrazione sessuale per lei, considerazioni basate sulle foto di Villa Simius e poi, districandomi con pazienza dalla barriera di rivoli disperdenti che la buona Carla provvede a seminare continuamente sul mio cammino di conquista della sua sorca palesemente affamata, mi espongo con coraggio garibaldino, ponendo il petto di fronte ai colpi di moschetto del nemico e confesso che in quel momento, in quel preciso momento, le avrei leccato la fica.

Ed è quasi mezzanotte e, finalmente, passiamo al sodo e l'orrida chat di Facebook diviene adulta, cruda, disinibita, zeppa di confessioni e giuramenti, massì Carla, la cancello tutta la conversazione, non temere, chiediti piuttosto che cazzo me ne frega di conservarla, ma passiamo oltre, dimmi questo e quello e io ti dico quell'altro e quell'altro ancora e così imparo, scopro, apprendo, vengo a conoscenza di dettagli e no, non se la rapa del tutto, ma lascia solo una strisciolina, perchè l'idea di avercela come quella di una bambina non le piace, di dietro l'ha preso sì, che il suo ultimo ex (quel porco bastardo!) andava matto a piantarglielo nel culo, ma secondo lei non sapeva fare, che le faceva un gran male, le donne non le piacciono, le orge non le ha mai fatte anche se certe volte le piacerebbe provare nella fantasia, i porno li guarda eccome e chi non li guarda, ha cornificato, s'è fatta delle sveltine un paio di volte, ma tutta roba di un tempo passato, si masturba con un Rabbit rosa, buongustaia! e ad un tratto le confesso lo stato di fatto di qua della chat, cioè lo svettare rampazzo di mastro cazzo randazzo e lei allora prende al volo l'occasione e mi chiede se è vero quel che alcune dicevano al liceo, ossia che c'ho un supercazzorandellomanganello in scala 23:1 e io le dico di sì e le chiedo se è eccitata e mi dice che è bagnata e che bello 'sto Facebook, ma taci mi dice, ma senti Carletta e se ci masturbassimo assieme, faccine di riso, ma dai Tazio, ma perchè no Carla e giù di descrizioni precise di cosa le farei se ce l'avessi in grembo adesso e diosanto Tazio sei proprio un porco e tu no, Carletta Maialetta?, ma sì lo sono anche io, hai ragione e se ci trovassimo per una sana spolverata alle parti basse, Carletta?, ma adesso dici Tazietto?, ma per me anche adesso, ossignore Tazietto, non pratico dal mesozoico, ma adesso è tardissimo, ma con chi vivi Carletta?, da sola Tazietto, dai allora domani sera ci si trova e si chiava come le littorine, ridiridiridi, non so Tazietto, senti, facciamo così, ti dò il mio cellulare e domani ci prendiamo un aperitivo e poi vediamo cosa succede.

Ok.

Tre ore di affannosa chat finalizzata ad intortare la Carla.
Tre ore estremamente proficue in cui abbiamo condensato e congleato tutti i dettagli che avrebbero riempito almento tre cene al termine delle quali saremmo arrivati a questo punto. Ma forse anche no, forse saremmo arrivati a punti assai meno chiari.
Ora se ci si trova, dopo l'aperitivo test di collaudo, lo si fa per passare al sodo.
E questo è meraviglioso ed è tutto gratis.
L'avevo sottovalutato 'sto Facebook.
Olè!

lunedì 17 dicembre 2012

Return On Equity

Bonjour, bonjour, bonjour.
E' lunedì, il giorno che sta ad un giorno dal mercoledì, giorno in cui la mia Polpetta di Culo ritorna dal Papone. 
Cos'è successo nel fine settimana taziale?
Procedo con invidiabile sintesi sugli elementi di minimo rilievo.
Sabato sera ho dato degna sepoltura a Mietta, coprendola con un paio di badilate di terra. Ora giace laggiù, nell'orrido bosco, accanto a quell'altra salma.
Dopo averla diffusamente chiavata e spruzzata, l'ho subdolamente coinvolta in una discussione accesissima, basata su assolutamente futili motivi, trascinandola per i capezzoli lungo il crinale più ripido della montagna e, avvolto nelle nebbie degli imprecisi ricordi su Sissifo, l'ho scaraventata giù dal dirupo, così come noi PezzidimmerdaPro sappiamo sapientemente fare. Prima le si strachiavano, dopo le si tumulano.

In ogni caso, fine di Mietta.
Perchè?
Perchè ero colpevole. Colpevole di averla fatta avvicinare troppo, colpevole di averle dato l'opportuntià di sapere di me e della Chiara, colpevole di averle concesso la discesa in pista anche se solo per l'arco di una notte, colpevole di aver lasciato che, con la stessa bocca con cui mi succhiava il cazzo, potesse chiedermi "L'hai sentita oggi?". Colpevole, colpevole, colpevole. E, quindi, lungo il profilo di democrazia e giustizia tanto in voga nel nostro Paese, ho sentenziato che, siccome l'errore l'ho commesso io, la punizione spettasse a lei.

Bene.
Ora sono nello spirito dell'Avvento, perchè niente come sentirsi bastardi fa avvicinare tanto al Natale.
Bonjour. 

martedì 4 dicembre 2012

Costatherapy

"Cosa fai stasera?", mi sussurra di soppiatto piazzando la tazzina del caffè ed io riesco a farmi cogliere dalla vertigo di quel Canale di Suez arcinoto, ma sempre nuovo, perchè questa è la magia delle prime cento volte in noi maschi spermatozoicopatologici. Cosa faccio? Cosa faccio? Tu chiedi a me cosa faccio? Azzardo, rischio, allargamento, sconfinamento, sacrilegio e profanazione. Cosa faccio io? Io faccio qualsiasi cosa, stasera, qualsiasi, ma non ti chiavo, no, non ti chiavo manco se mi scoppiasse la vena grossa del cazzo, perchè io ti conosco, mascherina, sei fatta a stampo in Cina e vieni via con quattro centesimi, ti conosco, tu sei la mansueta, docile, adattabile, duttile, accondiscendente e adorante serpentella che lentamente si guadagna strada nelle pliche della mia vita e questo non è nel contratto, anche perchè non c'è nessun contratto cherie, ma non ci sono nemmeno pliche esplorabili, belladipadella, che credi di poter essere della competizione, credi di poter gareggiare per un posto già assegnato e questo è definitavamente ilare e ci penso lucidando il mio fido badile, quello col manico di frassino, quello con cui ti assesterò una mortale mazzata tra coppa e collo, ma una mazzata silente, non dettagliata, non accompagnata da discorsi, proclami ed editti, io ti anestetizzerò con l'oblio dell'assenza incomprensibile e ti farò accomodare nella fossa che sta lì, delle tue dimensioni, scavata da tanto tanto tempo ed io ti ci farò adagiare e ti coprirò con alcune badilate di terra, seppellendo di te il ricordo, il presente ed il futuro, perchè chi si incastra sotto le ruote della motrice taziale viene risucchiato e muore.

"Stasera ho un impegno" e rimesto mentre asciuga compulsiva e sorride con un "ok" di quelli che si dicono tutte quelle come te fatte a Shangai, che accanto all'"ok" di ordinanza aggiungono nelle loro viscere un "poverino magari c'ha un'orrenda giornata, meglio che non dica niente, che lo assecondi, che domani è un altro giorno e in queste cose ci vuole pazienza e noi donne di pazienza ne sappiamo portare all'infinito" e invece no, no, no, sbagliato, errato, cortocircuitato, sopravvalutato e sottovalutato, vergogna, presuntuosa, ma pensi davvero che io cada nelle casalinghe spire di Terital tessute da una maiala alla buona come te, una di quelle che si acquistano in stock con dodicimila lire, perchè voi andate ancora con le lire, da quanto arcaiche e stucchevoli siete nelle vostre pietose strategie di ammaliamento.

E saluto, pago e esco, che fuori fa un freddo bastardo.
Domani sera a quest'ora sarò in viaggio per l'aeroporto e abbandonerò per un po' questo trogolo dimmerda, riprendendo fiato e precisione del pensiero accanto alla donna sbalestrata quanto me, forse più di me, che amo e mi ama e che vorrei ingravidare e farle partorire centinaia di figli, frutto del paradiso del nostro amore tossico.
Via, devo andare via, sono al limite della sopportazione, sono in pressione totale, sono irrequieto, infastidito, nervoso, acido ed insopportabile.
Sto lì a pippare dalla mia sigaretta elettronica, avvolto nel cappotto a gelarmi, che potrei fumare ovunque che quella non fa odore, che d'un tratto scende il Costa, che è come un fratello per me e mi vede e capisce, perchè tra fratelli ci si capisce al volo.

"Oh Tà, che minghia di suggete occ? Sei shtrano, nevvoso, cazzocè?"
Cazzocè, cazzocè, Costafrate, c'è che alla fine, di riffa o di raffa io con la testa mica ci sto tanto e mi capitano giornate dimmerda come questa.
"Ehhhhhhhhhhhh e quantolaffai lunga Tà, chi non gi gapida una ciornataemmerd, che sarà mai?" e mi assesta una sberlazza sulla spalla che deve avere sbloccato la valvola di decompressione, perchè mi giro e lo guardo, che con le mani giunte oscillanti avanti e indietro fa la faccia da guascone e mi viene da ridere.
"Vaffanculo Costa, non ci si puà neanche dedicare alla rotazione scrotale che arrivi tu a fare il pirla"
"Oh Tà, nvece di peddere dembo con 'st' strunzate sappia che miacuggina se ne sale sana sana veneddì sera"
"Sono a Londra fino a domenica Costa"
"EhhhhHHHhhhhHHHhhhhMmmmmmmminghiaoh ma sei probrio da rigovero Tà! Miga se ne dorna accassa quandarriva! Quella se ne resta ammeno una settimana sana sana!"
"Ma le hai accennato che…"


Solenne movimento del capo dall'alto verso il basso con sorrisetto sozzo e occhi chiusi.
"E lei?"

Mi prende sotto il braccio e passeggiamo, fuori campo visivo della Siusy, che qua la faccenda si fa seria.
Passeggiamo e il Costa, tenendomi come la sua fidanzata (non lo sono forse?) scruta davanti e di dietro e poi mormora sghignazzando sotto voce.
"Cioddett che tieni na mingchia danta Tà e quella faceva che non ci credeva e io cioddett che non facesse la fubb che quando te lo vede ci viene lo svenimento e cad in cinuocchio a invocà la Madonna Decavvario e quell se ne esc con 'Staremo a vedere che io di cazzi necri ne ho ciappresi chetticcred'" e ride che a momenti si snarocchia sul bavero del piumino e poi continua "mecchio, ciò dett a quellazzoccol, che quello cozì non fa fatica ad alluncardelo nel gulo" e mi fa il segno internazionale dello sfilatino al prosciutto, con relativa risata.

Che classe, che cultura, che finezza, che Uomo.

Il Costa è come un fratello per me, sì. E' il fratello che non ho mai avuto e la Cugginattroia è la cugina troia che non ho mai chiavato. Sto assorbendo per osmosi la genealogia costense e ne sono entusiasta e fiero, oltrechè onorato, perchè mio fratello Costa mi ha cambiato l'umore.
"Oh Costa e se ci facessimo due pizze da te e un ripassino della cuginetta, stasera?" propongo così, in un mood spensierato.
"Ottomezzo da me Tà che adesso me ne devo scappare o il center mi chiude"

Vai Costafrate, vai.
Che stasera ti faccio una sorpresina che te la ricordi.
Tazia La Pazza si travestirà e ballerà per te.
Te lo meriti fratellone.

Grande Costaterapeutico.

giovedì 29 novembre 2012

Stop, dimentica

Bonsuar è giovedì sera, sul mio letto campeggiano bianche lenzuola fresche di bucato, l'aria non è viziata, il frigo ora ha una dotazione di sopravvivenza minima, il bar una dotazione di sopravvivenza plus, lo scatolino di cuoio una dotazione vegetale disseccata all'altezza delle aspettative. Oggi è giovedì, tutto è dimenticato, come siamo abituati noi bastardi zannuti, oggi è il giorno della soppravvenuta regolarità irregolare regolata, oggi torna la Chiaramazzone che fa vibrare la Londra bacchettona, oltre che la mia, di bacchettona.
Se ve ne sarà occasione dichiarerò l'accoppiamento ripetuto con Labarista, perchè da oggi la Siusy è Labarista e nulla più. Qualora necessario sono pronto a dichiarare, classificando la monta reiterata come succedaneo alla sega in salsa di rilassante THC. Sarò, in altre parole, bastardo sino in fondo, ma un signor bastardo stimabile, non una di quelle checchette del cazzo che fanno ficcarella e poi vanno a sciacquarsi cappella e coscienza nell'esistenza della propria partner.
Per cui stop, dimentica. Fatto.

Partirò questa sera alle ore ventuno e quarantacinque a bordo della mia (mia per dire, della loro, della società di leasing) rombante Mirzidis R350 4matic Lunga Allestimento America Interplanetary Luxury Nolimits Overtheimagination e mi proietterò all'aeroporto in cui, alle ore ventitre, salvo ritardi (impossibili per gli aviogetti di Sua Maestà), un aeromobile britannico toccherà il disastrato suolo della nostra disastrata patria ed io recupererò l'account junior più sessualmente sfrenata dell'emisfero nord del globo per portarla, sana e salva, nella mia fottuta tana a fare la nanna. Molto, ma molto, bello tutto ciò.

So già che non ritornerà lunedì, come da progetti, ma domenica sera, poichè la ninfoaccount ritiene che sia meglio non alzare troppa polvere, specie in considerazione dei benefici che ritiene, con stimabile perfidia, di poter ottenere in questo interregno forzato.   
Si apre il week end della pianificazione, il week end della perversione, il week end della pompetta e dei genitali femminili ipertrofici, il week end che ci spetta come premio assegnato alla nostra resistenza umana nei confronti dei percorsi sconnessi che dobbiamo affrontare.

Mi concentro su questo, dimenticando le comparse e salutando con un bacio la sorella che non ho mai avuto, ma che vorrei tanto intensamente avere.
Bonsuar.

Maschietto senza gloria

Che bel sedere, che bel sedere, che bel sedere, che bel sedere che c'hai e non riesco a smettere di dirtelo e di accarezzarti lieve quella pelle calda e liscia, mentre mi ipnotizzo dalla perfezione dell'immagine del mio cazzo venoso e lucido di umore appiccicoso che scivola dentro e fuori dalla tua fica mentre tu sorridi e emetti un "ahhh" di sollievo nel sentirmi nelle orecchie e nella fica, che bel sedere, che bel sedere e chiavo lento, scivolandoti sulla schiena per morderti il trapezio carnoso interrotto da quella plica sensuale e tu aspiri aria tra i denti mentre io affondo i miei, di denti, nella tua carne gustosa e scivolo dentro e fuori, duro come un masso, sussurrando che adoro chiavarti, perchè è dannatamente vero e il senso di colpa mi affligge, perchè dovrei violentarti trattandoti come un buco in cui sfogare il mio cazzo affamato e invece mi piaci, mi piace fondermi in te, mi piace il tuo odore di femmina, il tuo sapore, il tuo respiro, le tue reazioni dell'esatta intensità e nell'esatto momento in cui le vorrei, se potessi comandarle da me, ma poi, in fin dei conti, non le comando forse?, che bel sedere, che bel sedere e mi dici di scopartelo, mi dici che mi vuoi sentire nel sedere e io sguscio dalla viscida frittella di carne per infilare quasi senza sforzo il tortellino carnoso che cede, si apre, si schiude, mi strozza, lo forzo, tu mugoli addolorata e poi sfoci in un "sì" cupo e deliziato, un cupo sì di sollievo nel sentire che l'asta d'acciaio si infila risoluta nel tuo tenero intestino e stringi ritmica sentendo di più, facendomi sentire di più e incularti è la summa, l'arrivo, il traguardo, la corona, il trono, il soglio perfetto da varcare schiacciandoti sulle lenzuola che stringi tra le dita e le unghie mentre io mi assesto nel tuo retto con delicatezza assoluta, svangando e allargando quel buchino odoroso che diviene bucone bollente ed elastico e quando sento che l'aderenza è quella di un guanto di vitella, comincio il cammino profondo e la timida ritirata e guardo le tue unghie conficcate nelle lenzuola azzurrine a cui ti aggrappi persino con il morso dei denti che stringono in un sorriso estasiato ad occhi morigeratamente chiusi, mentre godo del calore del tuo budello erotico e ti palpo ovunque sussurrandoti che mi piaci da impazzire, che è vero, che è dannatamente e pericolosamente vero e tu forse ne godi più di quello che del paletto che ti conficco nella delicata morbidezza del tuo ano, sorridi, mugoli, ti aggrappi, mordi e il piacere ci scioglie come cera alla fiamma e spingo a fondo, facendoti mugolare, ti chiedo se godi e mi stordisci con un sì gutturale ed afono e io premo, sino in fondo, nei meandri, negli antri irrorati di sangue, negli anfratti glassati di feci del tuo tenero budello e abbandono i processi di relativizzazione delle circostanze e di paragone critico delle opportunità e dell'agire e ti chiavo felice, stoltamente gaudente, scriteriatamente attratto dalla tua carne bollente e liscia, vomitandoti nelle orecchie, con registro linguistico garbato e cruda scelta dei lemmi, che t'avrei aperto il culo appoggiata alla macchina del caffè, a pomeriggio, mentre tu in controcanto mi confessi che mi avresti fatto venire coi piedi, seduti al tavolino maestro e io spingo e tu gridi sorridente e gaudente a ogni colpo, supplicandomi di non venirti nel culo, poichè vuoi ingoiare il mio seme, proprio così, me lo dici con tanta delicatezza romantica che mi provochi una  scossa ferale, mortale, terminale, inopponibile e ti scivolo fuori dal culo facendoti male e ti giri di scatto, non ti curi da dove proviene quel cazzo rampante e lo ingoi affamata, dritto in gola, fondo da sforzo di vomito e io vengo e tu affondi le unghie nelle mie cosce e mi scopi la minchia con la più calda e stringente delle gole e io schizzo, nel tuo esofago, sussultando, per poi togliertelo dalla bocca e baciarti profonda a suggellare che lo sforzo supremo di ingoiare la mia minchia insaporita dal tuo culo più fondo deve divenire condivisione estrema e assaggio il tuo sapore amaro e il mio sapore dolce, abbracciati in ginocchio, stretti nell'odore e nel sapore proibito e poi crolliamo, separati, sudati, ansimanti, assorti e storditi.

"Vai a Londra venerdì?" mi chiedi in un soffio.
"No, scende lei domani sera, sino a lunedì" ti rispondo asettico come un bollettino meteo.
Accendi due sigarette e fumiamo, stesi, ammirando il soffitto, affiancati come pali del telegrafo.  
Che ci faccio seduto su questa polveriera, su questo attraente arsenale atomico, che ci faccio?
Faccio il maschietto, ecco cosa ci faccio.
Spero di rinsavire.
Domani sera, magari.
Sì.

mercoledì 28 novembre 2012

Bastardo al midollo

Scendo a prendere un caffè in un tugurio di bar ripieno di salmonella e mucoviscidosi ed una barista castana coi capelli alle spalle mi inonda di denti sorridenti, avvolta nella sua maglia marrone aderente, con le maniche lunghe, da cui spuntano anterioremnte gli abbozzi naturali dei capezzoli ipertrofici (marketing rulez, Seth prendi nota), fasciata da un grembiule nero in abbinata ton-sur-ton con la mini di maglina e la calza/collant coprente che spara diretta, come uno svincolo autostradale, nella ciabatta infermieristica bianca, lisa di grigio e di sozzo.
Mi accoccolo al banco in posizione centrale, accanto a Mohamed, Kassam e Yussuf e la guardo insistente, nè più nè meno di quel che fanno gli amici magrebini dall'abbondante tempo libero.
All'altro capo del banco una scrofa di razza Durock li apostrofa volgare, trattandoli male, sbattendo sul banco le tazzine dei loro caffè, come se questi esseri alieni ed assai discutibili fossero tanto diversi da lei, mignotta inespressa e redditualmente improduttiva, se valutata lungo la sua vera vocazione meretricia.

Guardo la Susy che mi spia sbattendo manette e mi sussurra sorridente e bambina "Caffè?" ed io annuisco guardandola perchè, grazie al taglio renewed and reshaped, le si scopre una plica tra il collo e la spalla nella quale si annida la sacra catenina col Cristo sottile, probabile reliquia della Cresima o della Prima Comunione e ciò è estremamente estetico, estetico sino ai confini dell'erotismo seducente.
Sarà il contrasto del colore della pelle col marrone della maglia, sarà la capigliatura davvero graziosa, ma dal mio cuore plasmato nella merda più fetida si compone un sentimento umano non calcolato a tavolino e, mentre la rinnovata donzella appoggia la tazzina sul piattino, favorisco l'uscita di una frase che mi conforta udire pronunciata dalle mie labbra: "Ma sai che stai davvero bene? Ti valorizza il viso e gli occhi, proprio azzeccato il taglio, sei ancor più carina" che è un piccolo capolavoro di diplomazia che evita pas-faux del tipo "Ma sai che sei diventata bellissima" a rimarcare che prima non lo era affatto, oppure "Mamma mia, perchè non l'hai fatto prima" ad evidenziare un disgusto sopportato appena, dal quale l'intervento tricologico ha posto, finalmente, sollievo. Tutte verità omettibili.

Bastardo, Tazio, lo fai solo per chiavarla stasera e, tutto questo, è facile come rubare in chiesa.
D'altra parte la capponcella non è certo di difficile seduzione né, tantomeno, disdegna il Salamone Intrufolone, ma il punto focale non é certo questo. Il punto focale è lo sfruttamento superficiale di ignote emozioni di fondo. Emozioni sì ignote, ma desumibili, non fosse altro per il fatto che la capponcella genitale si guarda bene dal dichiararle, blindandole dietro ad un apparentemente maturo e robusto "Cazzi miei, me la vedo io" pronunciato più o meno così nell'ultima giunzione carnale del fine settimana.

Bastardo, Tazio, con la fila di Signore Puttane che stanno fuori a inumidirsi le ossa in attesa di un pubblico pagante con auto riscaldata, proprio oggi che il tuo Home Banking ti ha strizzato l'occhio e si è passato la lingua sulle labbra ammiccante al numero in basso a destra non più a tre cifre, ma a cinque, proprio oggi che è il giorno prima di domani che arriva la tua Troia Diletta gonfia di ormoni e voglie selvagge, proprio oggi, Taziobbastardo , non sai resistere alla voglia di vedere che effetto ti fa metterla a novanta, inculandola, con quei capelli castani corti.
Sei un bastardo, Tazio, la pagherai più cara di quello che costa.

"Ti va di mangiare qualcosa assieme, stasera?" le mormori appena, bastardodimmerda, con la cappella umida e odorosa che ti sguscia dal prepuzio, fottendone del Costa e dei ragazzi a cui hai detto che saresti uscito con loro, pezzodimmerda.
"Volentieri" risponde la capponcella, passando la lurida spugna sul lurido banco.
"Devi passare per casa?" chiedi inutilmente, pezzodimmerda, sapendo che la cappona è munita di cambio scopaiolo.
"No" e sorride, senza nemmeno curarsi di cosa, dove e quando sarà la fantomatica cena che, come nella più sozza delle conclamate tradizioni scopaiole di bassa corte, si tramuterà in una pizza a domicilio e, presto, appena avrai il tempo di fare una cazzo di spesa, in una pizza congelata, bastardo.

Sei un bastardo, Tazio. Ricordatelo. La pagherai cara.
Falla almeno stare bene per due ore.
Lei se lo merita.
Tu no.