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domenica 26 aprile 2015

Silvestri meriggi sulle ripe nascoste

Ah amisgi che numerossi mi seguite da cassa che è anche mi cassa, porchè mi cassa es tu cassa  e tu cassa es mi cassa, che bella meriggiata di primavera timida ho trascorso sulle silvestri ripe del fiume porcone che scorre lontano lontano, ma poi neanche così lontano che in meno di un’orata si è là.
Che bel ritrovarsi a casa, tra gli usi e gli (s)costumi che hanno formato la mia gioventù sino alla maturità totalmente immatura di oggi, che bello questo appianamento delle differenze in chiave socialista reale che conduce alla concretizzazione dell’utopico assioma che recita che ciò che è tuo è parecchiamente mio e la ultraminchia che è mia è sicuramente di tua moglie, ma anche un po’ tua se lo vuoa e se mi vuoa, sconosciuto amico dalle invidiabili corna barocche che siedi nudo con la tua femmina di pura Carne di Sozza Suina Viziosa in Calore nuda accanto, ambedue stagionati e sfrizzolati dal morbino del mostrare l’intimo osceno e questo è esattamente il fulcrum della maestosa filosofia superiore che trascende i paradigmi ottusi della società miope, rendendo assolutamente irresistibile l’età, l’imperfezione, la cellulite, il rilassamento dei tessuti, poiché ciò che è difetto per gli standardizzati cervelli morenti è esaltante pregio per noi Eletti Sacerdoti dell’Oscena Sozzura Deviante Amorale.

Senza parole compaio dalle frasche e siedo nudo sul plaid di verde tartan accanto alla Suina Stagionata che scosta le natiche ancora candide per accogliermi accanto a sé, calando l’asciugamano che grottescamente parava sulle spalle come supposta protezione agli sguardi, ben sapendo invece dell’accentratore risultato opposto,  ed io esibisco sfacciato il mio Gran Pezzo di Carne di Porco in tutta la sua scappellata dura magnificenza e un laido sorriso di lei dietro l’occhialone da sole è sintomo dell’inizio della manipolazione genitale alla quale mi dedico con vivacissima ed entusiastica passione, trafficando tra quelle molli cosce a ravanar il plissettato pube nudo, caldo e tenero, mentre il Ramificato Consorte traffica sul suo patetico pisellino rinsecchito e le danze anonime travolgono i sensi, con l’acqua porcona che gorgoglia, la ficona sudante che sciacquetta, la manina strizzante la minchiona ultraterrena e il maritone sbavante da ogni poro conosciuto e sconosciuto.

Bello, superbo e divino sentir l’anticata mano porca che fa appassionata sega esperta mentre il mio occhio cade sulle tozze ditina dei piedi e la mia bocca guadagna la suzione di quei ditali di carne induriti come marmo che svettano sui seni candidi e molli e il grugnir di blasfemi apprezzamenti reciproci al limite della bestemmia ci infoia e ci imbestia, conducendoci a un incollaggio epidermico sensuale, contrapposto dall’armeggiar veloce di duro cazzo e aperta fica, sotto gli occhi estasiati del Fortunato Cornuto che, superata la timidezza iniziale, allunga la pargoletta mano accanto a quella della Puttanissima Consorte per saggiare la consistenza di Mastro Tarello allo stato Ultrasolido.

Bello. Belli il veto e la regola dettati da Madame Sozzona: no lingua, no baci, no leccate di sessi, ma solo manipolazione epilettica e allora che manipolazione epilettica sia, mia Vacca Sozzissima, ancorché codesto armeggiar sguaiato e sapiente mi conduce allo schizzo sborrone di lì a poco, schizzo sborrone che irrora le sue cellulitiche e divine cosce e anche il ginocchio rinsecchito del Corneo Marito stabulante in posizione troppo vicina per evitarlo.

Sono a casa, maestosa casa, sublime casa che mi disintossica di tante torbide pene d’oltre cortina, dove il sesso mercenario è zeppo di perfette forme, ma intriso soprattutto di sbiadite essenze e sono esaltato, compiaciuto, strabiliato da tanta crudeltà sessuale, carne frolla d’uso pubblico che saluto alzandomi senza nemmeno tante cerimonie, ritornando nel fittizio del boschizio per poi dileguarmi tra le gelide frasche che par che butti a piovere ed io ho una serata davanti a me, da condividere con amici porci e depravati nella blasonata Domiziopoli, patria del rotacismo erotico. Casa.

Punti fermi

Scrivo in diretta dal bar Centrale, nell’illusione disillusa che tutto potesse essere com’era.
Vado con ordine, sorseggiando il Campari triplo della colazione.

Punto uno
Il bar Centrale ha subito un cambio di gestione. Ciao poppe esotiche dell’Olivia, ciao. Adesso ce l’ha una certa Raffaella, detta Raffa (che nomignolo originale, ma pensa) che viene da Domiziopoli e ha rilevato tutto. Cinquantenne ben tenuta, non bella, altissima, atletica, sportiva, bionda, mascolina con muscoloso charme lesbico e seni abbozzati, sposata con un babbeo improbabile che rimane avvitato allo sgabello della cassa emettendo rari segni di vita. Magari, rispetto all’Olivia, qualcosa ci si guadagnerà, perché la Raffa c’ha l’occhietto spermodromico e la cosa andrà approfondita.
E’ mio preciso dovere indagare, è il mio lavoro, me lo sono scelto io e lo amo.

Punto due
L’Osteria quella Nuova impera alla grande, al punto di essersi snaturata con un triste ampliamento della gamma d’offerta: serate di musica dal vivo. Niente jazz, ovviamente, solo cover e karaoke. Mi si elonga lo scroto che va assumendo la forma di una mongolfiera in caduta accidentale da seimila metri. Bisognerà studiare orari e programmi, perché io di musica dal vivo, a meno che non sia jazz (e pure buono e non mi pare il caso), non ne voglio sapere. Poi c’è la tristezza della seratona paella, quindi meglio informarsi bene, sì.

Punto tre
Il winebar è irrimediabilmente chiuso. Tristissime vetrine sporche dalle quali si intravede ancora l’arredamento interno polveroso ed un cartello dà le indicazioni su chi chiamare in caso qualcuno fosse interessato a rilevare il mobilio. Per questo l’Osteria quella Nuova si è allargata, perché non ha più competitors di classe.
Quanto costerà rilevare il winebar? Boh.

Punto quattro
Da seicentosette metri di distanza ho visto la Giulia parcheggiare una Punto per andare dal fornaio. Una Punto, capite? Ingrassata non poco (la Giulia, non la Punto), sciatta e dimessa, povera Giulia. Non una cellula epiteliale del mio ano chiacchierato ha avvertito l’esigenza di alzarsi per raggiungerla e salutarla. Sé la vì.

Punto cinque
Sulla leggera ebbrezza dell’ennesimo Campari ho chiamato il bel Renè (coppia bestia ndr) per sentire come era e come non era ed egli, affannato ed eccitato come uno schiavetto voglioso di attenzioni sederiniche, mi ha fatto mille feste, aggiungendo che ora sa sì! dove abita la Milly, che abita a Piacenza, ma non ha ancora reperito il numero di cellulare e che ci sta lavorando.
Stasera ove nulla osti, pizzata con lui e Silvana. Speriamo in un dopocena laido dei nostri, che sbatterlo nel culo con vigore a tutti e due mi farebbe un gran piacerone.

Punto sei
Rimango appeso ad un uozzappico  “Intanto arriva, poi ci si sente, ciao” e medito.
Oscillo in onore di Foucault da un sonoro, spesso, solido e vibrante “vaffanculo, ma chi cazzo credi di essere” ad una liceale emozione speranzosa di ricevere un uozzappo meno glaciale.
Sintesi taziea: sospensione delle attività, nessun uozzappo, finestra, vediamo, vedremo, vedrò.  

Punto sette
La giornata è caldina, mi sembra che tenga il pallido solicello. Quasi quasi, a pomeriggio, in attesa di raggiungere gli amici carissimi a Domiziopoli, mi faccio una strusciata sull’argine porcone del fiume lontano lontano a far mostra del bel cazzone che c’ho in tutta la sua scultorea durezza scappellata a festa.
E perché no? Magari trovo degli amichetti con cui giocare al dottore, chissà.

Alzo gli occhi in alto a sinistra e sorrido sorseggiando l’ennesimo Campari.
Casa.
Bello.