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sabato 15 aprile 2017

Fusilli dall'ombra del passato

Le cose nella vita capitano tutte d’un tratto e scombinano l’equilibrio che, con fatica sissifiana hai costruito sin lì. Noi si crede di essere in salvo, sciolti nell’abitudine della provincia lontanissima, ma come ciascun fuggiasco, dobbiamo essere consci che arriverà il giorno in cui ci cattureranno o, spesso, decideremo di farci catturare.

Venerdì Santo, ore venticinquantattro; approccio il portone di casa, nella mite piazza di Taziopoli, pronto ad una doccia e ad un ricongiungimento rapido con la brigata sgangherata con la quale sono uso ad unirmi nei lunghi intervalli in cui la mia colta concubina del momento è “impegnata”.
E sotto il portico, nel buio incerto, sbuca da un’auto parcheggiata, forse da tempo, una figura femminile, non alta, seppur issata su tacchi parabolicoiperbolici, jeans attillatissimi, impermeabile nero con cintura strozza fianchi, borsa appesa all’avambraccio, chioma riccia da Moderna Medusa che ben conosco.

“Brutto momento?” soffia quasi irridente dal basso della faccia buia fora dal bianco di occhi sorridenti che ben conosco, così come ben conosco il perché di quell’abbigliamento, di quel profumo, di quelle astrofisicovettoriali peeptoe sulle quali è impennata, facendo fare capolino a quel Rouge Noir che è fonte di vita per le viscere Tazionerchiali.

“No, perché? Ti aspettavo da un po’.” rispondo patetico come un attorucolo di quarta categoria che scimmiotta un cugino di Rick Blaine, ma in viale Forlanini e verso un travone dell’Ecuadòr.

La Riccetta.

Uovo di Pasqua inatteso, privo di biglietto di auguri, sale culea la mia scala per entrare nell’appartamento e stimarlo semisorridente e sbarazzina come una ragazzetta che visiona un lotto in vendita e sin lì conduce lei, sì, senza spiegazioni, senza parole, slacciando l’impermeabile e rimanendo con addosso una maglia lilla aderente e perforata di capezzoli duri che ben ricordo, sedendosi poi sul Divindivano accarezzandolo, quasi a dire “eccoti qui vecchio compagno di chiavate indecenti” e continua a condurre, con quel collo del piede nudo, teso di vene e tendini e quel sorriso trattenuto dal diventare una risata e conduce e io le lascio le briglie, la cassetta e il carro intero, perché sento il cazzo che mi diviene di marmo di Carrara rinforzato con verghe di titanio trattato con Kriptonite di prima selezione e, mentre lei si muove di moine bimbesche, reggendo lo sguardo a sfidarmi insolente, io mi avvicino, facendo suonare sorda la zip, attirando il suo sguardo sotto il mio punto vita, sgusciando il TitanoTazioCazzioDurusErectusBestiam, scappellandolo ed orientandolo verso la sua bocca che, con un sospiro cupo, ad occhi chiusi, ingoia la SommaCappellaVerghea, mentre con le mano mi trae a sé per i fianchi, per suggere quanto più la boccuccia innocente potesse suggere.

La Riccetta.

Succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia e poi tloc tloc, le imponenti calzature da mignotta cadono sul parquet e in un guizzo la maglia denuda il torace sensuale segnato da archetipi di impronte di bikini ed il cazzo le esce di bocca solo per quell’istante utile a far passare la maglia sulla testa e poi ancora succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, succhia, tirandomi alle caviglie pantaloni e mutande, succhiandomi i coglioni, non proferendo parola sul mio irsuto aspetto ben diverso dal glabro stallone di un tempo, forse oggi più montone, od asino, o cane pastore del Caucaso con il quale la farei accoppiare e lei si accoppierebbe, se solo ne avessi uno.
Mi denudo in un guizzo e la stendo sul candore di pelle del Divino, armeggiando con l’incarnito bottone dei jeans, ultimo (e per certo unico) indumento indossato e li sbuccio di dosso, tirandoli a rovescio dalle caviglie, scoprendo un altrettanto irsuto triangolo ficale, denso, arruffato e quando libero la preda dalla morsa di cotone americano, vedo un bagliore che riluce sotto la fica stropicciata e la Schizza si gira, donandomi la vista delle terga sublimi, aprendole con le fantoline mani, offrendomi il luminoso finto diamante dell’allargaculo di classe che un tempo le donai, che cara, che commozione, che tenerezza e le bacio la natiche, la annuso ed odo una roca dichiarazione “Fammi essere la tua troia svuotacoioni” e la frase avrebbe meritato una sbrodolosa analisi, ma l’uomo deve scegliere ed io ho scelto di toglierle secco l’allargaculo e di sostituirlo col mio cazzo a pelle, passandole il raffinato oggetto che, nel gioire del calore bruciante del suo retto, ho visto scomparire nella sua soave bocca della verità per una rumorosa suzione mista a gemiti anali di piacere e divina sozzura fecale.

La Riccetta.

“Da quanto ce l’avevi in culo troia?” chiedo signorile, animato da attenzione nei suoi confronti, “Da stamattina, lo volevo largo per te” risponde a singhiozzi d’ossigenazione la Signora Riccioluta, mentre io affondo nelle sue viscere con solerte lena, al pari di un coltello caldo nel burro, inculandola come vuole lei e sin lì è ancora lei che conduce e io lascio fare, godendo del mio ruolo secondario senza creare turbamenti allo scorrere dei pianificati eventi.
E poi sulla schiena, chiavandola nel culo alla missionaria, mentre la Puttanissima s’affretta a sfregare le piante dei piedi adorati sul mio viso, anestetizzandomi di quel fetore magnifico di cui sono ancora intossicato e dipendente e poi le apro le gambe a V di vaso, tenendola per le caviglie e pompandole nella fica come un pistone cecoslovacco di uno Vzduchový Kompresor del 1951, affondando sino a farle male, scoprendo in un attimo che quelle ascellette che avevo sempre conosciuto ignude e glabre erano ricoperte di una pelurietta leggera e bagnata, odorosa, acidula, ormonale e mentre le sue gambe mi abbracciavano il culo ed io sbattevo colpi di maglio come non sbattevo da ere, la sue voce erotica mi confessava di essersi lavata per l’ultima volta la mattina del giorno prima “in tuo onore” ed un sentore di zolfo s’è mescolato con gli afrori ed io sono balzato fuori come daino maschio aitante e lei ha avvicinato il volto come suorina inquieta di fronte al nudo crocifisso sensuale ed io ho aperto le valvole inondando incurante, badando solo all’infante manina e all’appuntita linguetta.

La Riccetta.

“Ecco” rantolo sudato, inginocchiato sul DivDiv, “mi hai svuotato i coglioni”, quasi a stendere un improbabile incipit ad una insostenibile svolta del tipo “ora puoi tornare da dove sei venuta” pur sapendo che venuta non era ancora, ma a tanto lavorio di tempie si sostituisce un’inatteso bacio, caldo, salivoso, troppo sottovalutato in questa era orgasmica, troppo devastante nei suoi effetti emotivi ed affettivi.
“E’ bello essere qui” sibila abbracciandomi di pelle sudata, odorosa e vellutata che riaccende i ricordi e riossigena il cuore che tanto stava bene nella sua equilibrata anossia e conduce sempre lei ed io sto per chiedere, come credo lei s’aspettasse da pianificazione io chiedessi, qual malvento di sciagura la conducesse da me, ma interrompo la sua conduzione a binario certo e stappo un quesito imprevisto, che porta d’improvviso la conduzione a me.

“Resti fino a lunedì?” le chiedo accendendo un cannino prerollato dalla saggezza di ieri sera, passandoglielo nella certezza che avrebbe accettato.
“Lunedì?”
“Sì, lunedì?”
“Mi prendi alla sprovvista…” mugola soffiando colei che dall’improvvisata è assai distante per indole, come i fatti sottolineano.
La bacio amorevole, linguale, lei sorride, mi passa la canna, si stende mostrando le ascelle oscene e attraenti e, a occhi chiusi, sorridendo, mormora “Ma certo, sì, sin quando mi vuoi…”

La Riccetta.
Sin quando io la voglio, certo, come no, sì.
E conduce lei, nuovamente, offrendomi la vista della fica aperta, a gambe larghe.
E io provo a fottermene, seppur guardingo, non convinto, sentendomi preso per il culo, ma ricomincio a scoparla per farla venire, sniffandola come bamba, salendo come un ricco rampollo il sabato sera, godendo del contatto, la Squinzy, la Schizza, la Skiz, la Chiara è qui.

Con me.
E basta.
Cazzo.

Buona Pasqua.

lunedì 26 settembre 2016

Tenera è Praga

Praha 1, piazzettina, facciata dell’albergo asburgico dal sapore dorato di Sissi e cavalli bianchi, manca solo Cecco Beppe, bevo il secondo Macallan, dei quattro previsti come prima colazione delle undiciezerozero dal dietologo, respiro a fondo l’aria fresca e considero che qui sono un sovrano e a casa una merda.
Mi voleva uno stacco regale, non vi è che dire.
Mi voleva un risveglio, nel letto presidenziale, con una giovane mora da infarto che dormiva adamitica accanto a me.
Poesia, magia, elevazione dei valori, erba di ottima coltivazione, liquori costosi, locali costosi, albergo costoso, mignotte costose.
Terapia dell'anima e del corpoporco.

Mi tratterrò alcuni giorni, devo.
Le due gemelline incestuose, biondo platino, mostratemi dalla mia mora concubina, non avranno posto per due prima di mercoledì e io ci voglio andare con chi mi ci ha indirizzato, la mora concubina, in un lesbo-orgy-quartet che nemmeno Buddy De Franco con Art Tatum ne hanno fatto di meglio.

Ma bisogna stare attenti.
Bisogna bere con giudizio e farsi con altrettanto giudizio.
Si deve mantenere quello stato ebbro-fatto sempre presente, ma mai preponderante.
Altrimenti si gode a metà.

E’ un sozzo mestiere, ma qualcuno deve pur farlo.

Ha!

mercoledì 3 giugno 2015

E gira gira gira

Meraviglioso.
Vi scrivo in pausa pranzo da Riga, Lettonia, in cui sono precipitato a razzo nella notte, dopo aver trascorso un lunedì da scriba (ventinove post mi pare) in attesa di una risposta della Lidia in merito alla sua compagnia durante questo viaggio di lavoro.
In realtà, se lei fosse venuta, i tempi e gli impegni si sarebbero contratti entro la settimana, ma visto che il “no” ufficiale è giunto sofferentemente solo alle diciannove e zerodue del lunedì (capisco che ci voglia così tanto per capire se tre giorni sono sacrificabili dal’ufficio che si possiede e dà lavoro a quattordici collaboratori) dopo aver disinfettato l’appartamento per tutto il martedì, aver fatto le valige ed essermi procurato un volo a tarda ora, ho deciso che le cose sono un tantino cambiate, dato che la mia cara solitudine mi concede ogni scelta.

Rimarrò a Riga sino a sabato, dove lavorerò fitto con il più bergamasco dei lettoni che sarà a breve il mio futuro socio in una venture nuova di zecca extra lettone, ossia non composta da residenti.

Sabato nel primo pomeriggio partirò per Praga, dove ho già organizzato prima un bell’incontro con un commercialista di mia assoluta fiducia e il galoppino della società olandese anonima (mia) che ha rilevato le mie quote e poi, a seguire, una bella riunione tra i calabroni ed il consiglio tutto dell’Humble Brothel and Hotel, al fine di introdurre loro il nuovo socio e che proporrà da subito una aggressiva ricapitalizzazione sostanziale di tutta la baracca.
I dettaglia a voi riservati, per discrezione, muoiono qui.
Finiremo di litigare a tardissima notte, momento in cui io mi sposterò velocissimo con un’auto a noleggio con conducente verso la più salubre Norimberga, dove pernotterò da re come si confà ad una persona del mio rango.

Domenica all’ora di pranzo sarò ad Amsterdam, dove consumerò un frugale pasto e nel pomeriggio (che privilegi gustosissimi) sarò negli uffici della Banca dalla quale effettuerò alcune operazioni rapide e concluderò definitivamente la questione Praga, rovesciando per interposta persona tavolo, sedie, tappeti, mobilio, sorci e tubi gocciolanti merda.

Nella notte di domenica mi muoverò da Amsterdam a Londra per scopi puramente personali: visite mediche, un centro benessere, un sarto che mi confezionerà abiti di gran classe su misura e permarrò nella perfida Albione il tempo necessario, che stimato ad occhio e croce sarà circa sino a giovedì. Stabulerò nel più prestigioso degli albergoni del centro e sarà un signor bell’andare.

Venerdì, col primo TGV disponibile che non ho ancora prenotato, mi sposterò su Parigi, per avviare un week end di sesso dalla pelle nera di grandissimo lusso ed esorbitante costo, fatto di raffinata droga e ottimo champagne. Penso di meritarmelo, anzi me lo merito e basta.

Lunedì, poi, quel che rimarrà di me prenderà il primo volo per Bordeaux, dove incontrerò il Ruggi prima della sua imminente partenza per Bucarest, giusto per discutere di alcune cosette che riguardano un casale di nostra conoscenza, di cui sto lentamente maturando la decisione di entrare in possesso senza soci alcuni. Si vedrà.
L’indomani, in auto con lui, raggiungeremo poi le famose cantine, dove a seguito di una ciceronata sborona (parliamo di 250.000 bottiglie commercializzate world wide) verrò affidato alle cure di Blanche, la sua divorziata “guardiana-amministratrice-coordinatrice” che mi garantirà una presenza smaterializzata (zero cellulari, nessuno saprà che esisto e dove sono) che assai gioverà al mio danneggiato umore.

Il resto sarà storia. Non ho altri programmi, se non la garanzia assoluta di NON incontrare Milly, né di farle sapere che insisto su suolo francese dove, a prova di clamorosa civiltà, non occorre essere registrati da nessuna parte per stazionarvi, ovvero è garantita la possibilità della scomparsa assoluta in un ignoto B&B di proprietà del Ruggi situato ad una certa distanza dallo Chateau.

Spazzando furiosamente il cesso, ieri, ho pensato tutto questo.
E ne sono fiero.
Bell’attività spazzare i cessi no?
Vado a lavorare, pota.

mercoledì 27 maggio 2015

Sala d'attesa

“Ma la dottoressa la aspettava?”
“No, in effetti no, ma ho tempo e aspetto, grazie”

E poi, dopo molto, si apre la porta ed esce un tizio che continua a parlarle delle sue cose e lei è maledettamente professionale, treccia arrotolata e fissata sull’estremità della testa, pencil skirt antracite, camicetta bianca, scarpe Chanel nere che le accentuano le vene sul collo del piedino, che l’avevo vista uscire così anche stamattina, ma contestualizzata è tutta un’altra cosa.

“Si accomodi prego, dottore” – mi dice seria per prendermi per il culo.
Ringrazio e la seguo.
“A cosa devo la sua graditissima visita?” – mi chiede con un sorriso sottile e gli occhietti piccoli, dopo essersi serrata alle spalle la porta insonorizzata di cuoio marrone.
“Sono venuto a leccarle la fica, dottoressa. Spero di non essere stato inopportuno.”
“Tutt’altro, venga qui, la prego” – mi sussurra spostando la sedia dalla posizione direzionale ad una posizione laterale.
Staziono eretto davanti a lei, in ogni senso, osservando l’abbassamento della pencil skirt ed il suo abbandono morto e scomposto, sulla moquette marrone.

“Inginocchiati” – mi ordina con voce bassa e suadente, aprendo le gambe quasi a centoottanta gradi, mantenendo calzate le sensuali scarpe, scostando il perizoma nero di cotone per sbattermi in faccia la vagina carnosa. Ed io mi inginocchio, vestito del mio bell’abito Canali in sintonia con l’ambiente e comincio a leccare. Lecco e gusto, mi sazio di lei, mi inebrio del suo odore, mentre le sue dita  mi accarezzano appena la fronte e i capelli e la sua voce pacata mi racconta i suoi pensieri, lenti, lentamente.
Lecco ovunque vi sia carne sensibile, fica, perineo, ano e lei mi agevola spingendo all’infuori  il bacino, scivolando sul sedile, mormorando “Ci speravo tu passassi… ma non ne ero certa…” e la mia bocca si perde in mille virtuosismi che la portano ad ansimare ritmicamente.

“Dio quanto mi piace Tazio…” – mugola spettinandomi – “…ci metteresti un minuto a farmi venire…” – ed io mormoro un “vieni ti prego” che lei asseconda contraendosi sulla sedia, le mani salde sui braccioli, il capo reclinato all’indietro, mentre io non ho alcuna intenzione di farmi bastare quell’orgasmo e continuo a leccare e succhiare e mordere e mangiare quella fica e quel culo sublimi e lei sussulta sussurrando sorridente “…che bastardo… non ti basta… vuoi distruggermi”, ma esatto cherie, non mi basta, e detto quello faccio sgusciare il cazzo dalla cerniera abbassata e glielo spingo dentro alla viscida e bollente fica, sortendo una vocale d’estasi.

E ci abbracciamo, scomposti, arruffati, mentre le mormoro “Io sono convinto che le porcherie che mi piacciono le sappia fare benissimo anche tu, che non sei affatto una vuota donna relitto, ma una creatura magnetica da cui io voglio tutto, perché le pozzanghere torbide mi hanno soffocato e io voglio tornare a vivere” e i suoi occhi luminosi si aggrappano ai miei mentre replica ardita “Insegnami a fare tutto quello che ti piace e io lo farò e….” e non c’è nessun “e”, c’è solo l’orgasmo squassante e improvviso, che zittisco con la mano sulla sua bocca, pompandola di forza, mentre diviene rossa, con le vene delle tempie ingrossate e trema e mi stringe e le vengo dentro con forza, con vigore, ma senza alcuna violenza, godendo della camicetta sudatina appena, schizzando felice.

***
Ricomposizione.
Perfetta.
In piedi in mezzo all’ufficio, l’un davanti all’altra, non un dettaglio fuori posto, non un capello.
“Ha impegni per cena, dottoressa?” – chiedo guascone per superare l’attimo di imbarazzo.
“Sì, sono impegnata con te.”
E ci baciamo, abbracciati, in piedi, stringendoci.
“Insegnami a diventare quello che vuoi…”  mormora in un soffio.
“Voglio dell’altro in cambio…” replico fronte sulla fronte.
“Tutto quello che vuoi lo avrai…” e ci ribaciamo, profondi, appassionati, seccati che il pomeriggio sia ancora lungo e la sera lontana.

E me ne vado.
Svelto.
Aprendo e chiudendo il forziere afonico con velocità, attraversando a passi lunghi il corridoio, salutando appena l’assistente, uscendo in strada, prendendo l’auto americana, partendo veloce, per poi rallentare nella campagna vuota, tentando di riordinare il casino che ho in testa e che solo Bill Evans può aiutarmi a calmare.





L’ora che non si fece mai

L’antefatto
Mentre attendo la Sozza, il parlàfono vibra e recita Lidia a chiare lettere.
Come sei messo?, dormi?, disturbo?, è che non riesco a prendere sonno, ma Lidia stai tranquilla che capita anche a me, e tu cosa fai in quei casi?, cosa prendi?, ma io mi faccio un numero x di canne e poi mi masturbo e a volte serve, mi sono masturbata già anche io, Tazio, ma non serve e le canne sai che non sono il mio genere, sei nuda? (risata) ma che nuda, ho il pigiama, e tu sei nudo?, se non voglio che mi arrestino no, ma dove sei?, in macchina parcheggiato, ma aspetti qualcuno allora cazzo, dai che chiudo, ma che qualcuno Lidia!, vengo da te, ti va?, sì che mi va, ma non volevo scombinarti i piani, no, ma quali piani, anzi, sarei proprio felice di stare un po’ con te, allora dai, ti aspetto.
Barbara devi andare affanculo stasera, mi spiace.

Il fatto

“Era a Luchino che piaceva violento e, ok, anche a me piace sentire male, ma non ci vado pazza come ci andava lui che una volta mi ha trafitto un capezzolo con un ago da siringa e a momenti viene facendolo, ma a me piace anche farlo dolcemente, rilassatamente, lentamente…” – e mi bacia morbidissima sulle labbra mentre io siedo sul Busnelli rosso col cazzo di fuori e lei lo cavalca lentissima essendosi tolta solo i pantaloncini del pigiamino.
Si inarca dolcissima in avanti, poi all’indietro, poi ancheggia a destra e sinistra, ma ogni movimento è fatto quasi impercettibilmente e ci cerchiamo le mani e ci baciamo, morbidi, parlando sottovoce come se qualcuno ci potesse sentire, Bill Evans che suona (è il mio paradiso e lei lo sa), la luce bassa di un pallone di plexyglass e specchietti di Patrizia Volpato designer.

Poi la maglina del pigiama passa sopra la testa e resta nuda. E io, per un attimo intensissimo la amo con tutto me stesso, drogato di tanta acerba bellezza così rara in una donna della sua età. La abbraccio e le carezzo la schiena calda, liscia, solcata da quelle ossa tentatrici che ne compongono la spina dorsale e voglio togliermi la camicia e sentirla e lei mi aiuta e restiamo nudi sul Busnelli, abbracciati morbidamente e rispettosamente, muovendoci appena, con qualche stilema sessualstilistico di grande potenza, come il suo arretrare appoggiando le mani alle mie ginocchia, un po’ per mostrarsi, un po’ per sentire meglio di dentro, nella carne, la mia carne.

Poi si richiude in avanti come una conchiglia fatata, inarcandosi e sussurrandomi all’orecchio che le piace come non le era mai piaciuto con me, che le piace così tanto da dimenticare tutte le volte che le è piaciuto da pazzi con un uomo e io respiro forte, baciandola, accarezzandole le braccia, correndo sui glutei tesissimi per seguirne le forme affascinanti.

“Ti piace il mio sedere?” chiede con orgogliosa felicità osservandosi le terga da sopra la spalla e io rispondo di sì baciandola e lei aggiunge appena appena di labiale “diventa bellissimo quando faccio l’amore così” ed è vero, è proprio vero, è molto vero, è stupendo. Poi sale e fa sgusciare l’uccello e se lo punta nel culo, scendendo lentissima, guidandolo con la mano, impiegando moltissimo tempo a farlo entrare tutto, mugolando elegante, sino a dire “mi brucia, ma guarda che bello…tutto dentro…non è bellissimo da vedere?...” ed io resto senza fiato mentre quell’ancheggiare di classe riprende con pari dolcezza e da allora è un continuo cambiare da davanti a dietro, da dietro a davanti, mentre avverto che la carne si fa rovente e molle e la abbraccio, stringendola, mentre ci baciamo garbatamente, seppure profondamente. Poi sale, lo fa scivolare fuori dal culo, si inginocchia tra le mie gambe e lo prende in bocca, succhiandolo lentamente e mormorando “tu ci vai pazzo per queste cose, vero?.... tu ti butti via per queste cose…” e poi risale, riassestandoselo con maggior agio nell’ano.

“Tu sei convinto che le porcherie che ti piacciono le sappiano fare solo certe vuote donne relitto… e ti butti via con loro… senza niente in cambio…sciogliendoti nelle loro pozzanghere torbide” – e affonda i colpi più decisa, stringendo l’ano ritmicamente.

“E’ una dichiarazione?...” - chiedo sorridendo per stemperare l’aria e rallentare la voglia di venirle nel culo e lei mi risponde pericolosa – “se non c’è altro modo per farti capire le cose, bisogna dichiarartele o…op….pure mettertele per iscritto…” – e spinge fonda fino a schiacciarmi forte i coglioni e quel dolorino è un bacio vellutato.
Silenzio.
Sudore.
Respiro.

“Da quant’è che non suoni più il piano di notte nei locali, da solo?” – mi chiede facendomi sentire come uno dei Favolosi Baker – “da una vita, da quando non ho più una donna che si bagna ascoltandomi, appoggiata al pianoforte…” – “io voglio bagnarmi, voglio bagnarmi la fica, le cosce, fino alle dita dei piedi, voglio che suoni per me, voglio venire in mezzo a tutti senza toccarmi, mentre suoni" – e questo mi piace, molto, mi piace molto, mi piace, mi piace, mi fa salire l’eccitazione a mille.

“Non ti buttare via Tazio. Sei un animale troppo speciale e se ti e….e….sstingu…i…” – “se mi estinguo?” – “vengo…. spingi….vieni con me…vienimi dentro….” – e tutto diventa furia, chiusi in un abbraccio mortale, le anche che si disarticolano, velocissimi, il canto, il suo, il mio, strettissimi, fusi, venendo, mischiando i liquidi corporali in un gesto di infinito amore, di quell’amore che parte da quel malinconico buco nero che tutti conoscete, così fondo e così dolce e così struggente e così inesistente, ma essenziale per essere vivi almeno tre minuti.

***

“Dormi qui stanotte” – mi chiede stesa, scomposta, nuda sul Busnelli accanto a me, carezzandomi il viso.
Le carezze sul viso. Leggere, avvolgenti, calde lisce, con quelle piccole manine profumate di sesso e di amore e io come un coglione piango con gli occhi chiusi, facendo di sì con la testa.

Nessuno commenta le mie lacrime.
Nessuno.
Né Bill Evans, né la Volpato, né Busnelli.
Una bocca calda e sottile le bacia, asciugandole.

“Ricomincerò a suonare da solo il piano in giro per locali, di notte” – le dico pianissimo – “E io ti troverò” – “Nuda sotto l’abito da sera?” – chiedo sorridendo a occhi chiusi – “Compleamente… voglio che tu mi veda le dita dei piedi bagnate…” – e mi bacia sorridendo calda.

E poi si va a dormire nudi, abbracciati.
E poi il gallo canta.
Ma nessuno mi tradisce.
Non oggi, almeno.
No, oggi no.

venerdì 15 maggio 2015

Linguaggio

“Allora ti volevo dare un salutino che stasera sei fuori per la pizza sbroccona e non ci vediamo” – esordisco io al telefono che ormai è sera.
“Oh, ma guarda che se te non hai impegni mi sa che ci possiamo vedere benissimo lo stesso anche stasera veh?” – risponde d’un fiato.
E no che non ce li ho io gli impegni, no.
“Ma a che ora pensavi di liberarti tu?” – chiedo non perfettamente convinto.
“Ma io dico che per l’una son bella che a casa, considerando che sto andando in là adesso. E poi, porta pazienza, son poi libera di dire che vado via quando voglio eh”.
E porto pazienza e l’una va bene, sì.
“L’una è buona, mi metto in pigiama e ci vediamo da te allora”
Lei ride e dice ok.

Sono ore poco vocate all’intimità notturna segreta: stasera l’addio al nubilato, domani sera cena very relax passatempo per lo sposo teso come un osso (assenti la sposa e i testimoni) e sabato c’è il matrimonio. Poi da domenica tutto dovrebbe ritornare sul binario.

***

“Ma sì, ma ho capito” – mi dice quando, pigiamati entrambi, ci troviamo sulla gradineria notturna rurale intima e segreta e io faccio il ragionamento dei giorni difficili – “però con un minimo, voglio dire, per esempio, domani sera dopo la cena ci si può vedere, stasera ci siam visti, nel senso che volendo anche sabato di riffa o di raffa ‘na cannetta al matrimonio nascosti da qualche parte ce la faremo o niente?” e ride come una scema.
“Una tossica drogata sto diventando, sto” - aggiunge divertita, con quella scivolata modenese inevitabile per chi sta con un modenese.

“La cannetta al matrimonio ce la facciamo sì e anche più di una, ma solo se sarai senza mutande” – aggiungo io ridendo, rendendomi conto che è la prima battuta a sfondo sessuale che le faccio e lei replica rapida “Ahbeh, sai che problema, vorrà dire che o vengo via direttamente senza, o andrò in bagno a togliermele!” –  e si ride moltissimo, complice protagonista la cannabis che aspiriamo con applicazione. Che robe strane.

Son lì che penso, smontando il filtrino dal cannino morto, quando l’Anto mi viene addosso e mi spiaccica nell’angolo tra la porta e il muro che la tiene su.
E ha una lingua grossa e morbidissima, guizzante, dolcissima, piacevole e la slinguo abbracciandola, senza palparla, solo slinguandola e stringendola, accarezzandola più dolce che son capace, non prendendo iniziative, lasciando che sia lei a guidare come vuole, dove vuole e quanto vuole. E ci slinguiamo le gole per un bel po’.

Poi il distacco.
“Cosa c’hai messo dentro stasera?” – mi chiede ridendo, con gli angoli della bocca bagnati di saliva e arrossati dalla mia barba, come succedeva alle festine delle scuole medie.
“La lingua” rispondo riavvicinandomi e ricominciando senza cannibalismo.

Bello.
Questo coso strano è davvero molto bello.
Drammaticamente bello.
Torno a casa nella notte fondissima guidando in pigiama una poderosa FIAT Punto bianca, auto americana top class, dopo aver “limonato” e basta con la ragazza di un amico e, non solo non c’è stato alcun coinvolgimento/epilogo genitale di qualsivoglia natura, non solo non avverto il benché minimo senso di colpa per l’amico, ma mi sento contento, felice e (incomprensibilmente) sereno.

Notti emiliane magiche che neanche al Campo Volo, ragazùa.
Questa roba qua a Praga non ce l’hanno mica eh.
No, non ce l’hanno.

Però, al di là di tutto, una gran sega me la devo fisiologicamente fare.
Più d’una anche, forse, mi sa.
Ha!

domenica 26 aprile 2015

Silvestri meriggi sulle ripe nascoste

Ah amisgi che numerossi mi seguite da cassa che è anche mi cassa, porchè mi cassa es tu cassa  e tu cassa es mi cassa, che bella meriggiata di primavera timida ho trascorso sulle silvestri ripe del fiume porcone che scorre lontano lontano, ma poi neanche così lontano che in meno di un’orata si è là.
Che bel ritrovarsi a casa, tra gli usi e gli (s)costumi che hanno formato la mia gioventù sino alla maturità totalmente immatura di oggi, che bello questo appianamento delle differenze in chiave socialista reale che conduce alla concretizzazione dell’utopico assioma che recita che ciò che è tuo è parecchiamente mio e la ultraminchia che è mia è sicuramente di tua moglie, ma anche un po’ tua se lo vuoa e se mi vuoa, sconosciuto amico dalle invidiabili corna barocche che siedi nudo con la tua femmina di pura Carne di Sozza Suina Viziosa in Calore nuda accanto, ambedue stagionati e sfrizzolati dal morbino del mostrare l’intimo osceno e questo è esattamente il fulcrum della maestosa filosofia superiore che trascende i paradigmi ottusi della società miope, rendendo assolutamente irresistibile l’età, l’imperfezione, la cellulite, il rilassamento dei tessuti, poiché ciò che è difetto per gli standardizzati cervelli morenti è esaltante pregio per noi Eletti Sacerdoti dell’Oscena Sozzura Deviante Amorale.

Senza parole compaio dalle frasche e siedo nudo sul plaid di verde tartan accanto alla Suina Stagionata che scosta le natiche ancora candide per accogliermi accanto a sé, calando l’asciugamano che grottescamente parava sulle spalle come supposta protezione agli sguardi, ben sapendo invece dell’accentratore risultato opposto,  ed io esibisco sfacciato il mio Gran Pezzo di Carne di Porco in tutta la sua scappellata dura magnificenza e un laido sorriso di lei dietro l’occhialone da sole è sintomo dell’inizio della manipolazione genitale alla quale mi dedico con vivacissima ed entusiastica passione, trafficando tra quelle molli cosce a ravanar il plissettato pube nudo, caldo e tenero, mentre il Ramificato Consorte traffica sul suo patetico pisellino rinsecchito e le danze anonime travolgono i sensi, con l’acqua porcona che gorgoglia, la ficona sudante che sciacquetta, la manina strizzante la minchiona ultraterrena e il maritone sbavante da ogni poro conosciuto e sconosciuto.

Bello, superbo e divino sentir l’anticata mano porca che fa appassionata sega esperta mentre il mio occhio cade sulle tozze ditina dei piedi e la mia bocca guadagna la suzione di quei ditali di carne induriti come marmo che svettano sui seni candidi e molli e il grugnir di blasfemi apprezzamenti reciproci al limite della bestemmia ci infoia e ci imbestia, conducendoci a un incollaggio epidermico sensuale, contrapposto dall’armeggiar veloce di duro cazzo e aperta fica, sotto gli occhi estasiati del Fortunato Cornuto che, superata la timidezza iniziale, allunga la pargoletta mano accanto a quella della Puttanissima Consorte per saggiare la consistenza di Mastro Tarello allo stato Ultrasolido.

Bello. Belli il veto e la regola dettati da Madame Sozzona: no lingua, no baci, no leccate di sessi, ma solo manipolazione epilettica e allora che manipolazione epilettica sia, mia Vacca Sozzissima, ancorché codesto armeggiar sguaiato e sapiente mi conduce allo schizzo sborrone di lì a poco, schizzo sborrone che irrora le sue cellulitiche e divine cosce e anche il ginocchio rinsecchito del Corneo Marito stabulante in posizione troppo vicina per evitarlo.

Sono a casa, maestosa casa, sublime casa che mi disintossica di tante torbide pene d’oltre cortina, dove il sesso mercenario è zeppo di perfette forme, ma intriso soprattutto di sbiadite essenze e sono esaltato, compiaciuto, strabiliato da tanta crudeltà sessuale, carne frolla d’uso pubblico che saluto alzandomi senza nemmeno tante cerimonie, ritornando nel fittizio del boschizio per poi dileguarmi tra le gelide frasche che par che butti a piovere ed io ho una serata davanti a me, da condividere con amici porci e depravati nella blasonata Domiziopoli, patria del rotacismo erotico. Casa.