Pagine

lunedì 28 ottobre 2013

Etologia

The L world
Per oggi basta.
Ho scartavetrato, lavato, spostato, smontato, colorato, pitturito e pitturato e la mia colombaia comincia ad assumere sembianze terrestri.
Adesso vado a farmi una bella docciona, senza sega che sono finito, che poi sulle venti e trentadue scendo al winebar, che magari incrocio LaMorelli e ci si fan due penne assieme.
Non con la Vespa, due penne di pasta. Il formato, intendo.

Ieri sera sono arrivato tardi in questo paradiso dell'ormone selvaggio e mi sono accoccolato al bancone al mio solito posto, Carlino e Chardonnay, origliando ed osservando di sottecchi. E mi è venuta in mente quella vecchia serie tv dallo scarso successo, The L World. Chi l'ha vista sa a cosa mi sto riferendo, ma per chi non l'ha vista la faccio breve e significativa: c'era una tipetta lesbica che aveva disegnato un grafico su un gran foglione di carta dimostrando che, alla fine, in quel grande giro di lesbiche, tutte si erano fatte tutte. E il mostruoso intreccio di relazioni lo dimostrava con chiarezza.

Ecco, nell'evoluzione del target del winebar, ho la sensazione che presto capirò come tutti si siano fatti tutte, come molte si siano fatte molte, come molti pure e come taluni abbiano giocato a Quattro Salti in Padella in cui si mischiano gli ingredienti sulla base del paradigma ndocojocojo che è un po' il leit motif di questa rinnovata stagione del winebar.

E anche qui, come in ogni agglomerato sociale (ad eccezione del PD) esistono due grandi correnti, due grandi movimenti: il primo, che chiameremo I Pescatori, è formato da gente autenticamente rappresentante il ndocojocojo, delusi dai rapporti, stressati dall'età che avanza, con i coglioni rotti di lolite e toyboy, avvoltoi che si gettano sulle prede morte, Rodolfo Valentino de noantri che mirano al top score.
Poi c'è il secondo movimento, che chiameremo Gli Stercorari. Ciascuno degli Stercorari è lì per aborracciare il primordio della propria pallina di merda, per poi farla rotolare fuori velocissimo, non guardando più a nulla se non a un bel matrimoniazzo salvifico degli sprechi del tempo andato, incurante di cosa sia esattamente quella pallina di merda, se buona oppure no, chissenefrega, che io sarò pure Stercorario, ma lui/lei son palline di merda, intendiamoci ben da subito, che qui si deve fare il Big Kahuna, rapinare il jackpot, sconfiggere la vigogna.
Perchè gli Stercorari maschi sono assillati da un bisogno di prole e le Stercorarie femmine vogliono che tutto quel darla via come se non fosse loro, sempre tirate come delle scorregge, tutte le sere le due di notte, estate e inverno, mezze nude anche quando c'hanno il cimurro e magari sarebbero state meglio sul divano a vedere XFactor, insomma, che tutto questo faticoso troianesimo agè ne sia valso la pena.

Curioso questo nucleo sociale del winebar, davvero curioso. Io ieri sera avevo i cazzi miei begli arrotolati nella testa e nessuna mi ha cagato di strisciazzo. E questo perchè? Perchè non avevo l'aura scopiaola, perchè non vestivo la livrea degli amori dei Pescatori o degli Stercorari. E quindi ero out-of-order, out in tutti i sensi, bad mood, seratadimmerda e entrambi i movimenti, sulla carta, sembrano essere drama free and easy going.
Che non ci crede nessuno.

Speriamo di incontrare LaMorelli stasera.
Ha tanto di quel veleno in corpo da stendere un crotalo.
E conosce i cazzi di tutti.

Rileggo quest'ultima frase e mi rendo conto della sua sovrana ambivalenza.
Ha!

domenica 27 ottobre 2013

Lunghissima estrema sintesi domenicale

Hellow.
Via alla sintesi estrema: Cagnarie a puttane causa ripensamento compagni di merende, venduta la Smartdellammorrretttterrrrno, acquistato Mercedes-Vito-115-blue-metallico-ultrafornito-modello-rumeno-ricco-trafficante-anni-5-garanzia-anni-due-un-affarone, magari solo per il ladro sorridente, trovata minicasa in affitto su palazzo decrepito, canone ridicolo-comico, probabilmente senza agibilità, ma c'ha tutto e poi il Max mi mette i tavoloni di legno per terra da due metri di quelli antichi e c'ha pure una terrazzona da più di settanta metriquadri, acquistato abito Canali modello ultraslim color antracite più abito Zegna ultraslim color blu scuro, scoperto che il winebar è diventato un ritrovo pluriprovinciale per cougar e MILF separate o single o cornificanti patologiche che ivi incontrano sfigatoni over 40 che fanno ancora i fighetti del liceo, in un clima trendy, molto kewl e solo apparantemente up-to-date.

Ho operato una sanguinosa azione di pulizia etica e mi sono reiniettato con cattiveria quasi animalesca nella newextazioagency, creando millanta mila problemi a quel goldone bucato del d.c., che oltre a direttore creativo è un fantastico acronimo per la locuzione estremamente ricorrente nelle mie incursioni di verifica. Se non ti apprezzano e prezzano per le tue innegabili geniali qualità, scassa la minchia perchè ti prezzino per toglierti dai coglioni, che di solito si prende di più.
E io il diritto di sfracellare scroti ce l'ho, perchè sono socio, cazzodellamerda.
Attendo reazioni dei soci di maggioranza.

Rifrequento il winebar da pochissimo e ho conosciuto LaMorelli, Patrizia Morelli detta Pattymorelli, ma più diffusamente Lamorelli, che è una cinquantenne dalla voce roca per le seimila sigarette al giorno, la pelle abbronzata come un biscotto Saiwa e la voglia di cazzo che la si vede da miglia dalla costa, seppur io ancora non abbia fruito della sua rugosissima pantegana cannibale, ma solo per una questione di coincidenze non collimanti.

Al winebar, l'altra sera, ho offerto sessantasette bottiglie di Chardonnay ad una quarantaquattrenne che manco mi ricordo più come si chiama, ma mi ricordo quanto mi è costata di vino, perchè invecchiando le troie bevono come delle idrovore e tu devi essere rapido a calcolare il break even point tra costo del vino, costo del tempo e risultato, perchè tante volte ti conviene andare a troietroie che costa meno e godi di più. Ci vorrebbe una app e c'è da meditarci su. Fortunatamente la Noname, ubriaca come una scimmia putrefatta,  mi ha fatto una signora pompa (senza ingoio) nel lusso sfrenato del mio Mercedes Vito 115duemiladuetuppottieselcentcinguandcaffall, mentre io mi curavo attentamente di non macchiare i sedili di alcantara inperfettostatodiconservazionepraticamentemaiusati.

E' un vero troiaio il winebar, zoccole mascherate da ultrazoccole, carni incuranti del clima, voglie incuranti dell'età, età incurante della decenza e se, con sofisticate apparecchiature, si filtrano le armoniche voce del brusio, sulle frequenze basse si ottiene un tracciato che recita chiaramente "vogliadicazzovogliadicazzovogliadicazzovogliadicazzo" come un glandiano mantra incessante e quasi pauroso, evocativo del mai dimenticato Marasma Glandi.

Il Costa da Praga mi dà, seppur espressamente non richieste, sue notizie quasi quotidiane e mi comunica che ormai è ricamato nel tessuto sociale ceco, a parte il sorvolabile dettaglio che lui non parla nessuna lingua, compreso il ceco. Taziosalitaziosalitaziosali e io mi vado a vedere Googlemaps ed effettivamente sì, per andare a Praga dovrei salire, ma mi pesano già i sei piani di scale del mio condominietto decrepito, figuriamoci salirne altri per andare a Praga.

Ieri mattina, previo preavviso, è arrivato Dimitri Voscovich, detto Vosco o anche Dima, a ritirare quel gioiello della meccanica e del design automobilistico made in Italy dell'Ulysse del Costa, per tentare di portarlo nella ridente Praga.
Ma chi è Dimitri Voscovich detto Vosco o Dima? Un Polacco? Un ceco di Praga? Un russo ex KGB passato alla mala ucraina in Kosovo?
No.

E' un operatore video triestino di origini montenegrine da parte di bisnonno, tanto che lui non solo non c'è mai stato in Montenegro, non solo non sa dov'è sulla cartina geografica, ma sino a qualche anno fa era convintissimo di discendere da un bisnonno produttore di amari.
Il Voscodima è alto otto metri e pesa novecentotrenta chili, ha ventisei anni, rasato e tatuato e tutto ciò contribuisce a conferirgli quell'elegante allure da delinquente croato allevatore di Pittbull da combattimento.
Il Vosco e il Costa, rivisitazione trash di Bibì e Bibò, che se ne potrebbe fare una serie a fumetti che spacca, che se eravamo ai tempi di Primo Carnera editore si faceva il culo a Ranxerox con una rivista intitolata Zanussi.
Questa arriva a pochi, ma pace.

Insomma ecco.
Per dirvi che sono ancora vivo.
Baci ai genitali e all'ano di tutti e tutte.
Vi amo.

martedì 15 ottobre 2013

Tazioperator

Proficua giornata da tour operator, interrotta solo da una chilometrica telefonata del Costa (a scrocco da un posto in cui sta lavorando) che mi comunica che chullichazzi che torna: ha da lavorare, la gnocca la devi parar via con la racchetta da tennis e il suo amico è grandioso troppofottestotippahttazzz. Gli servirebbe la macchina. Non hai che da venirla a prendere, Costapraga, pensavo che me la potevi apportavi the Taz, non mi sogno nemmanco, è tua e sta qua.

A parte questo, proficua giornata da tour operator.
Le Cagnarie sono zeppe, ve lo dico eh. Però il Tazietti, scaltro come lo stercorario, ha rammendato una situazione very kewl as accomodation, ma un'odissea come viaggio. Sei ore. Minghiaoh, come direbbe in ceco Costakowitz, manco dovessimo andare a Nuova York, che se salgo sul Pirellone la vedo, la Gran Cagnaria.

I miei partner dicono don't worry, stasera si cena assieme ed io espongo.
Molto bene, dico io, qua rinresca e io improvvisamente ho voglia di caldo e compagnia.
Ha!

Non capisco, ma mi adeguo

Allora adesso vi racconto una cosa davvero curiosa.
La settimana scorsa si è tenuta una riunione tra me, la Ade, il magnaccia puttaniere e l'architetto. La Ade deve aver talmente rotto i coglioni che il vecchio marchettaro, pur essendo uno spaccone ganassa dai metodi di merda, ha accettato la mi richiesta.
Per  cui ora cosa succede?
Succede che io traccio a grandi linee colori, loghi un look and feel in generale, ne discuto con l'architetto e questo, dopo aver discusso con me, fa esattamente il cazzo che vuole lui, fottendosene di quello che avevo detto io.
E presenta al marchettaro puttaniere.
Il quale, penna alla mano, stravolge il progetto dell'architetto, dice lui come vanno fatti i loghi e il resto e l'architetto torna a casa e ridisegna.

Mi corre l'obbligo di una telefonata alla Ade, a quel punto. Tanto per capire se d'improvviso il marchettaro si sveglia e dice di sbattermi fuori dai coglioni.
"Ma sei matto cicccciiii? Và che te gli servi un casino eh? Te sei la base che stimola le sue idee."

Ottimo.
Comincerò a spruzzar puttanate a gogo, tanto poi l'architetto le ignora e il ganassa scarabocchia.
Bello, così.

lunedì 14 ottobre 2013

Villeggiatura antiquaria

Bonjour bonsgiur.
E allora si stavano facendo le due del pomeriggio di venerdì quando il parlàfono rabbrividisce e io con lui, a lungo dibattuto se rispondere o meno, ma poi ho detto cazzossì rispondi coglione, non puoi essere così merda che è la sessantaquattresima volta che ti chiama e allora vai di verde.

Era Renè, il marito della Silvana, la coppia bestia formata dal marito bestia e dalla moglie bestia, ve li ricordate?
Beh che festona che mi fa, non mi cazzia affatto, io tento di scusarmi ma lui è un signore e chiosa dicendo che se non ho risposto avrò avuto i miei motivi e così si discorre.
Si discorre della Milly desaparecida, di Inquieta morta, del vecchio giro che si è dissolto nei rivoli dei mille privè fognari e via così, gli affari, la salute, la famiglia, l'amore, gli astri, i tarocchi e dopo quasi un'orata buona il bel Renè mi dice: "Oh ma mangiarci una pizza ignorante? Dici che sia sbagliato?" e io dico che no, che non è sbagliato e ci accordiamo per sabato sera.

Ah la Silvana, che sozza creatura tentatrice e meretrice, rivederla è stato un piacerone. Però io mi ero prefisso una cosa marmorea: si pizza, ma non si fotte. Perchè io mi ci devo riabituare alle persone, dopo tutto questo scollamento dalla realtà.
E loro, che sono persone intelligenti, non hanno forzato nulla e quando s'è fatta mezzanotte hanno aggiornato, così come ho fatto io.

Però a tavola, mentre accennavo sommariamente al mio percorso Italia-Inghilerra-Francia-Canarie-Marocco-Senegal-Italia la Silvana, che è persona di cultura (non scherzo, anche se non c'entra un cazzo a questo punto della sintesi) esordisce dicendo: "Certo che farci una bella settimanina alle Canarie che là ci sono ancora trenta gradi e i prezzi son crollati, non sarebbe male".
E quindi si attacca su quel fronte, che io lo so bene perchè la sozzona vuole andare alle Canarie, dico la mia su quel che so, dicono la loro su quel che sanno e poi il bel Renè mi dice "Dai che facciamo Tazio, sei dei nostri?"

Quindi mi si è prefigurato il seguente scenario: una coppia di tre si sistema in una camera da tre e tutti e tre si disperdono tra le dune sborraiole a cercar cazzi e fiche random aged and random random.
E vi giuro, per la prima volta dopo tanto tanto tempo, mi è venuto un pizzicorino al perineo che mi ha corroborato.
Per cui ho detto di sì, son dei loro.

Andiamo alle Cagnarie.
Un po' di vacanzina me la merito.
Ebeh.

lunedì 7 ottobre 2013

Il massimo

Beh.
Il Costola è andato.
Ce l'ho accompagnato io all'aeropuerco, ieri.
E lui, col valigione, è partito, ieri.
Poi io sono rientrato, ieri, a bordo del suo Ulysse rossobordòmetallizzato.
E ho selezionato alcuni capini invernali dall'ufficio-deposito, che qui si gela.
E poi sono anato a troie, alla sua salute.
Mi sono inchiavardato una cinquantenne niente male, con delle tettone enormi, che posso azzardare una settima, vagamente somigliante a Tina Anselmi. Bravissima eh.
E poi con un corpo tozzo, ma proporzionato. Una ficazza da mercato, mi capite?
Piedi anonimi.
Gran culo.
Puttanissima e a km zero.
E' di Palata Peppoli.

IL Costa scommette sul suo destino.
Bravo.
Complimenti.
Lo invidio.

Anche la puttana di Palata Peppoli lo fa: si depila la ficona adiposa.
Concorre con le Barbie, la stimo, la invidio.
Alla fine c'ha ragione lei: io l'ho caricata. Cento zucconi e una sborrata niente male.
A cazzo nudo, sulla sua pancia.
La concorrenza è drammatica.
Il rischio è necessario.

"Ti chiamo quando arrivo"
Ma manco per il buco della piscia del cazzo, Costa.
Se voglio sapere delle tue merdate ti chiamo io, testicolo.
Sono tua madre, forse, insulso coglione?

La puttana di Palata Peppoli aveva mangiato della roba con troppo aglio.
Ma succhiava il cazzo da dio e senza sforzo.
Lo spacco del culo mi arrapava e ho sborrato guardandoglielo.
Le ho sborrato in bocca.
Forse le ho migliorato l'alito.

Piove.
E io c'ho l'accappatoio corallo sotto il quale mi penzola la minchia randazza scappellate e vogliosa. Ho voglia di tirarmi una sega violenta, schizzando ovunque.

I piedi anonimi, l'aglio, il culo peloso del Costa e due maccheroni al ragù dalla Gelsima a Fecazzone che di lunedì è aperta.
Aperta come il suo culo da settantenne vacca.

Cosa posso volere di più?

mercoledì 2 ottobre 2013

Extra ordinarie

Per dei giorni non succede un cazzo e poi arriva il giorno in cui succedono ben due (2) cose extra ordinarie e io non sono abituato a gestire il succedersi di due (2) cose extra ordinarie.
Su Taziopoli calavano le prime ombre della notte quando il parlàfono, che da immemore tempo non sentiva entrare nel culo una telefonata, inizia a squillare e a lampeggiare una scritta ADE che un po' mi ingolosisce sempre.

"Ciacciao Cicci amo, come staiiii?"
Vecchi ricordi, antichi ani, puttaniadi e stupidiadi, che tenerezza.
La Adelina squittiva nel mio orecchio perchè il suo "ragazzo" (ergo un magnaccia delinquente e puttaniere di sessantacinque anni, proprietario di un naitclebb) ha comperato un nuovo locale che deve venire una figata toppissima da paura. E allora lei, che è ganza come un salmone, le ha detto che il nuovo naitclebb potrà venire una figata da paura toppissima solo se sarò io a fare il "consulente di designER".

"Cosa dici Cicci? Ti intrippa l'idea? Dai, dai, dai che ti sento che sei già lì giù a spada con la testolina intelligente che c'hai! Dai lo fai il consulente di designer per la tua Adelina che così lei ti fa anche i giochini sozzoni che ti fanno tirare il pisellone bellissimo?" e sguazza una risata saponosa.
"Gratis?" chiedo io che oramai sono pronto alla dissoluzione nella toposfera di Omega16.
"Maccchegraaaaaaatis Ciccciiiiiiiii! Ma ti pareeeeee? Senti facciamo una roba ganza: la setti prossi vieni qui al locale che Alfredo ritorna da Cuba (…) e ci mettiamo al tavolino e discutiamo di tutti i dettagli eh Cicci? Eh?"

Eh.
E discuteremo di 'sti dettagli.
E già qui poteva essere bastevole. E invece no.

Sul far delle nove rientra il mio fidanzato e ci mettiamo a mangiare quel che avevo preparato con sapiente perizia e squisita creatività. Egli grufola nel suo troguolo e, al termine della razione suina, si netta la bocca impreziosita di sugo divino e, ancora masticando l'ultimo boccone, declama.

"ZentTazz, io e te ci doviamo fare un bel dischorsett da amici fraterni."
Minchia, mi dico, mi sta sbattendo fuori di casa, ma invece no.
"Io atte non lo zo che hidee giai sulla biznez di Praca, ma ioqquà sto finhendo i sodd e non so come minghiaffà. Peccui io te lo dhico angora: vieni a Praca con me che ci proviamo a vedere cosa si può ffhare."

Al che io mi sono sentito di partecipare con sincerità al dischorsett da amici fraterni e gli ho detto che no, che io a Praga non ci vado, a meno che non sia un puttantour pagato che allora cic-ciac pronti via.

"Taz però io hattè ti devo essere zingero. Io a Praca ci vado l'hostess. Indando per qualche temp per chapire se gè dripp peggatt o se non ze ne fa minghia. Tu resht qquà dranguill la casa è atua disposizione gi mangherebb TTazz, però nun ti ingazzare che io gi devo provare."

No peloso porcone minchaiolo e busone, non mi ingazz.
Nom mi ingazz perchè ciòchedicch è ragionevole.

Lui parte e va in esplorativa, io resto qui a scrocco, uso la sua macchina perchè gli pago personalmente l'andata e il ritorno in aereo, meglio di così si muore.
Poi abbiamo fatto i piatti, ci siamo fatti la doccia assieme che ci accende sempre la voglia maiala e siamo andati a troie a Sciangai.

Mi spiace che vada e sono anche preoccupato.
E' così che deve fare una fidanzata no?

lunedì 30 settembre 2013

La mandorla e la fava

L'impero dei culi con gli occhi
"Minghia Tà ma come cazzo è ghe si gghiamava?"
"Cazzo ne so, non capisco un cazzo dei loro nomi. Chiamala Troia e basta"

E lui ride assestandomi una manata sulla scapola.

Sì perchè dovete sapere che col Costa, che è come un fratello per me, abbiamo avviato un task davvero proficuo ed intelligente: attraverso delle altolocate entrature del mio frate, siamo stati ammessi, nella vicina Sciangai, in un bordelletto sommerso dagli occhi a mandorla.
Per cui, dato che entrambi siamo attualmente in attesa che un'occupazione degna del nostro lignaggio ci supplichi di lavorare, trascorriamo le giornate a dormire nello stesso letto nudi e le notti a chiavare puttane del far east.
Che hanno il loro perché. Cioé, ne hanno tantissimi dei perché.

Innanzitutto costano poco, cosa che ci consente un'assidua frequentazione. Secondariamente c'hanno tutte dei bellissimi piedi. E poi dei culini quasi maschili, cosa che per entrambi  ha un significato particolare, belle tettine sode, bei capezzolini neri, la pelle della fica scura, solcata da micropiegoline che ricordano nobili tagli di chateaubriand sul quale la salsa bernese ce la mettiamo noi. Accettano quasi sempre di farlo senza guanto, se lo fanno facilmente mettere ne culo, si fanno schizzare in faccia e non si lavano tantissimo. Insomma, rasentiamo la perfezione.

Quindi le nostre serate raffinate si articolano come segue: io chiavo e il Costa mi filma, nudo a cazzo ritto e quando io vengo prendo la telecamera e filmo lui che chiava. Talvolta ci sbizzarriamo in acrobatiche auto riprese mentre la chiaviamo in due.
Insomma, debbo dire che i contenuti della nostra esistenza si stanno elevando verso vette irraggiungibili per molti, ma non per noi.

Concordemente abbiamo attestato la nostra preferenza verso le filippine, gran gnocche e gran porche, poichè ridono, sono solari, vengono e non fanno alcuna storia. Una sera abbiamo portato in camera una del Laos, una stronza patentata, per cui al momento il top sono le Filippine e il bottom è il Laos.

Ora abito dal Costa, perchè quella topaia di merda nel capoluogo di provincia taziale mi stava dissanguando e, al momento, non vi è alcun motivo di vivere là.
Quindi sto tentando una reintegrazione sociale a Taziopoli, senza particolare entusiasmo.
Il nostro lato omosessuale si sta accentuando in maniera marcata e vi sono momenti, durante la pigra giornata nudista a casa, in cui ci saltiamo letteralmente addosso succhiandoci le lingue e aggrovigliandoci arrapati come tacchini.
Forse la cosa dovrebbe farmi meditare, ma al momento non vi è nulla in grado di indurmi la meditazione.

Il Costa, che forse è più un fidanzato che un fratello al momento, ha la deprimente pretesa di mettere a punto piani di uscita dalla nostra crisi, partorendo idee da incenerire sul nascere.
E martella incessantemente con la Repubblica Ceca dove, a suo dire, c'è uno spazio inenarrabile nel business del porno. Il tizio facciadimerda lo ha pagato e si è anche detto estremamente soddisfatto del lavoro che ho fatto. Un dramma questo, perchè il Costa ora ha un ritornello che fa "te lo havevodett Taz, è uno zerio" e, acclarata la serietà di testadimerda, insiste nel dire che attraverso di lui potremmo mettere in piedi una piccola casa di produzione orientata al web e allo scambio di coppia.
Due maroni così.

La mia vicenda giudiziaria con quei budelli merdosi si è conclusa con una transazione.
Semplice.
Vi faccio due conti: mi dovevano 150.000 euro, abbiamo transato a 10.000 e ritiro delle querele, l'avvocato me ne ha pompati 5.000.
Per cui, ora i 5.000 che mi rimangono ho deciso che li investo in ottima erba, ottimo whisky e ottime puttane mandorline, assieme al mio amico Costafrate.

Almeno sino a quando non tirerò su una scimmia pesante e mi sveglierò a Praga, col Costa sulla schiena che me lo allunga nel culo.
Che è sempre un bel pensare, comunque.

mercoledì 18 settembre 2013

Sollevante

E niente, stavo seduto lì ad aspettare il treno che da Milano mi riportava a casa che c'era 'sta tipa asiatica, scosciata all'inguine, con ai piedi due scarpe che dire assurde è dire poco, che scartabellava compulsiva nei suoi sacchetti pieni di carte e io sudavo dal caldo, che le stazioni e i treni li ho sempre digeriti pochino.

Perché il Ruggi ha fatto “un blitz” su Milano ed io dovevo assssssssolutamente esserci e allora, siccome c'ho solo quel cadavere di Smart del cazzo, mi sono prenotato il mio bel trenone e sono venuto a Milano dove dovevo asssssssssssolutamente essere presente.
E la mia inderogabile presenza era finalizzata a una cenalusso con due “fighe da urlo”, che il Ruggi aveva imbastito dalla Francia non so nemmeno come cazzo, però devo dire che c'aveva ragione: le fighe erano veramente da urlo, ma non nel senso che viene in mente subito, ma nell'altro.

“Tipo immaginati la scena: questo che dice 'sta cosaaaaa no? e io e lei che ci guardiamo tipo allucinaaate [risata vacua] MA TI RENDI CONTO? [risata vacua] allucinaaante!”
Il modello “coppiadifighesimpaticissime” si snoda lungo questo odioso cliché, spargendo vuotezza penetrante, ammorbante, rivoltante e nauseante, capace di coprire ed annullare qualsiasi tratto di chiavabilità (e sulla carta, credetemi, ve ne erano a quadrizzeffe) trasmettendo la sensazione che, prima o dopo, il virus sarebbe penetrato nel tuo corpo, trasformandoti in un mostro neorealista postmoderno preapocalittico.

“Il tuo amico starà dicendo 'ma dove le ha trovate queste due pazze furiose'?” chiede una al Ruggi, con una formula interrogativa che, palesemente, prescindeva dalla mia presenza. E io zitto, osservato da tutti e tre che mi guardavano ghignando. Già.
Perché il template “coppiadifighesimpaticissime” è quasi sempre disponibile anche nella versione “coppiadifighesimpaticissimetotalmentepazzefuriose” che fa più simpatia e più il da ridere di simpatia mista a eccitazione.
Secondo loro.

E mentre stavo lì a sudare aspettando 'sto cazzo di treno dimmerda, l'asiatica si toglie le scarpe dimmerda e, indaffarata a scartabellare, fa prendere aria ai piedi sudati. Cristoddio.
Perchè a me i piedi delle asiatiche attizzano da morire. In particolare quelli ornati da unghie più lunghe di qualche millimetro del dito del piede e smaltate di rosso nero finto Chanel, il famoso rossonero Chinael. Diossantissimo, quella ginnastica stretching piega le dita in giù, piega le dita in su, apri le dita che l'aria passi in mezzo ad asciugare, chiudi, piega in giù, piega in su, accompagnata da una voglia pazza di annusarglieli, ha avuto un effetto di vasodilatazione che ha modellato nelle mie mutande una ceppa di minchia randazza randella che meritava una sega istantanea.

Altro che le cadaveriche “fighe da urlo”.
“Cosa ne dite, ci facciamo quattro salti al Pincopallo che la Nicòl e già là?” dice una mimando l'atto della dance. No, la dance no. E poi 'sta Nicòl (che non so chi cazzo sia) mi evoca pericolose eventualità mostruose che non voglio manco scrivere. Per cui si schiude in me la contessina Tazia, meravigliosa sissy stagionata che, con eleganza, declina adducendo motivazioni relative ad un'improvvisa cefalea, sotto lo sguardo al laser del Ruggi.
Ma fottiti, tu e le tue troie inutilmente costose. Basta che paghi, coglione. Non ti servo io, ma soldi e bamba e ti fanno pure il numerello lesboscicc.

E così torno in albergo, a carico del Ruggi, dove compro film porno sat, a carico del Ruggi, mi bevo il frigo bar, a carico del Ruggi e accoppo il cazzo strangolandolo ripetutamente fino a farlo vomitare.
E poi, la mattina dopo, prendo il sedere e lo metto in un treno.

Con 'na tronca di marmo così, causa piedi asiatici.
E questo apre nella mia testa di puttaniere incallito un nuovo task filed under “Sollevante” folder, che trovo un naming molto smart. Ve lo spiego?
Nah, dai. Lo capisce anche K.

All'interno del mio delizioso loop depressivo mi ritrovo invecchiato ogni giorno molto più di quel che la fisiologia mi riserverebbe. Stagnazione, déjà vu, tritoeritrito, ETA sempre più breve, rottura di coglioni perenne, incapacità di concentrazione, incapacità di immaginazione, assenza di spunto, assenza di stimoli, rifiuto del passato.

E il treno va e mi riporta a casa.
Che anche questo è un modo di dire che dovrei rivedere.

domenica 15 settembre 2013

Om

Hey tu, tipa un po' freak con le ballerine un po' trash e la gonna un po' grunge, ti posso offrire un giro un po' smart? Ma certo tipo un po' old con la faccia da cool che hai bevuto too much, offrimi 'sto giro un po' smart che poi vediamo l'outlook.
Marcella, Taziello, ma chiamami Taz, che visto che c'ho la faccia da cool c'ha il suo perchè  nel segmento bathroom.

E si chiacchiera.
E si beve.
L'outlook ci diceva bene e allora vai, altro giro altra corsa.
Oh tipa, che ink ti sei fatta sulla spalla di left che quando ti slippa la shirt si vede l'upside? E' un ink che si chiama Om, che è un mantra buddhista, capisci? Capisco Marcella, ma quand'ero giovane io se lo facevano i cannaioli e si chiamava bambulè che, allora come oggi, non ho mai capito che cazzo volesse dire, ma ciò non mi ha mai impedito di farmi le canne sino a questa sera. Ma fumi erba allora? Ma sì. Ma dai? Ma sì. Ma sai che sei proprio un bel pezzo di cool, tipo un po' old? Grazie tipa un po' freak, senti che dici se ci facciamo l'ultimo giro e poi ci rolliamo un bel joint? Dico che mi pare molto smart come plan.

E allora, nella penombra dell'arco storico rollo 'sto joint con la tipa un po' freak, cercando di accelerare i tempi verso la fuck, che era quella che maggiormente mi interessava.
Molti giri di rosso e un bel cannone purino senza nemmeno l'ombra di tabacco ci riducono come due idioti che ridono e barcollano, poi la tipa barcolla troppo e mentre sta per cadere la salvo agganciando la mia lingua alla sua e di lì si comincia a limonare duro, nella penombra dello storico arco. Divento una dea Kalì e la palpo a sterminio, mentre lei diventa una polipa che mi palpa a sterminio e il randello si intosta e la tipa lo avverte e ride sbrodolosa e mi dice “ti va di scopare?” e io mi sento un coglione a rispondere di sì, perchè mi pareva un'ovvietà da non sottoporre a ulteriore verifica.

Mi prende per mano e ci facciamo sei viuzze e poi apre un portone messo male e entriamo in un androne puzzolente di muffa e poi, da lì, infiliamo una porticina e entriamo nella sua topaia, metaforico preludio all'entrata nella sua topa. Via le scarpette, piedini non male, via le braghette, via qua, via là e patatam: la tipa un po' freak vive con tre marmotte un po' wild, due accasate sotto le braccia e una in mezzo alle gambe, che resto di stucco che tutto quel pelo su una donna sola non l'avevo mai visto, ma forse neanche su tre. Si stende sul letto e si accarezza i peli guardandomi sozza quel femore di giraffa duro che puntava a Saturno, scappellato, perchè il mio cazzo randazzo è un signore e, davanti a una donna, si scappella sempre.

Ed è subito tafferruglio.
Bella, morbida, capezzolacea e culacea, biancacea, ma soprattutto odoracea, che quando mi dedico all'ispezione linguale delle dita carucce, un aroma di Camembert mi giunge alle nari, ma d'altronde si sa, la ballerina a pelle fa suonare il piedino. L'entusiasmo cresce quando, incuriosito dalle marmotte ascellari, le avvicino per un bacino di bonsuar e l'ascella mi accoglie con un delizioso profumo di sudore che mi manda in bestia animale e il porco mannaro esce, con le sembianze del Taziosaurus Penis che non ritrovavo più da tempo. Per un punto non facciamo settanta, entrambi dediti alla suzione genitale dell'altro e la Marcella, cazzo di quella merda, tira delle pompe selvagge e si incaponisce a volerlo prendere tutto in bocca, infoiata come una scrofa lituana, emettendo dei suoni di vomito che mi spaventano un po'. Lecco la pantegana irsutissima con indomita passione, godendone l'odore ed il muco biancastro che gocciola da quelle carnose labbrone un po' scure e sento che la giovine mi gomma e capisco che è aria di monta.

Monta suina sublime, sudati e infoiati come calamari alla griglia, la Marcy galoppa come Mae West e sbatte in basso quel culo da troia, piantandosi nella cervice uterina la Mazza Taziale, tormentandosi le flaccide tettuzze, ansimando in calore ultraterreno.
Le allargo le chiappe e cerco il buchino dianzi leccato e mi sollevo a sedere con lei che cavalca e le grugnisco sozzo che la voglio inculare e lei mi sorride con quella bocca bellissima e quei denti stupendi e mi chiede “ah mi vuoi inculare...” e io rispondo “sì mi ti voglio inculare...” e lei mi dice scanzonata e sorridente “ti piacerebbe incularmi eh...” e io dico “p******o sì...” e lei mi afferra la testa posando la fronte sulla mia e seria, sozza e violenta sancisce  “fammi venire e poi te lo faccio mettere”.
Benedetta sia l'erbetta, vieni qui tipa un po' freak, che adesso ti faccio fare il giro delle sette chiesette, di lato, di sopra, di dietro, a rovescio, trivello come un texano e la Marcy gode come due troie, viene e riviene e non osa interrompere quell'opera mineraria all'interno della sua ficona, mi lascia fare, lascia che il Taziello ari, fresi, dissodi, estirpi, ranghini ed erpichi, accogliendo con mugolii vicini all'urlo del maiale sgozzato, cotanta dedizione ai suoi punticini sensibili.

Son lì che la pompo alla chiocciola e mi viene da prenderle i piedi e premere le luride piante sulla mia faccia e l'aroma caseario mi fa scivolare il controllo e sento che il getto birichino sale di corsa e mollo tutto e mi sgommo e lei capisce, ma che brava, e si tuffa a spompinare con una foga esemplare che mi prende il tremito e grugnisco e lei rapida se lo toglie di bocca segandomi a palla, dirigendo gli schizzi su quelle mammellette un po' flaccide dai capezzoli rosei, impreziositi di perle di sborra direttamente munte dalla Mazza Randazza Rampazza.

E si giace ansimanti.
Poi la Marcella va in cesso a pisciare e a sciacquarsi le tette e la fica, torna e si stende.
E mi dice che per essere un tipo un po' old con la faccia da cool, c'ho un gran bel pezzo di cock, ma above all, lo usare da god.
Trovo il coraggio e le chiedo da quanto non si shavva le armpit e la cunt e lei mi risponde da tre anni. Mi dice che si shavva solamente le gambe per via del lavoro, ma che se è on vacation manco quelle, perchè lei è fatta così, lei è wild.
E rolla una canna.

Fumiamo tranquilli nel suo monolocale semiinterrato con le finestre ad altezza soffitto che danno sul cortiletto interno. C'ha tutto. C'ha il clima la TV, il frigo i fornelli e la lavastoviglie.
Tutto stipato in un buco microscopico che visto d'impatto pare una cantina con ammassate delle cose e invece tutto c'ha un suo senso.

“Mi devi un'inculata” le rammento scappellando ed incappellando il randello mentre ci passiamo la canna, nudi e odorosi. Lei sorride, che è bella di viso, soffia il fumo e mi dice che sono un gran porco e, seppur convenendone, mi permetto di sottolineare che nemmeno lei è una santa e giaciamo scomposti a fumare l'hashish nel limbo dei nostri pensieri.

Poi mi chiede se sto con qualcuna o qualcuno e io le dico che sono campione di solitudine e lei si affretta a dirmi che sta con una tipa, ma che adesso la tipa è a Glasgow e quindi lei si dà da fare sì, ma non è possibile null'altro. Un monito a non innamorarmi di lei, che accolgo, aggiungendo in ogni caso che l'assfuck non si shifta. E lei ride, chiedendomi inutilmente se mi piaccia veramente così tanto il suo culone e io non le rispondo nemmeno e la metto di pancia leccandole il peloso buco del culo, mentre lei finisce la canna.

Quanti cazzoni avrà preso la tipa un po' freak, dall'aria un po' grunge e dall'odore molto wild, per poter prendere il mio col solo ausilio della saliva?
Poi penso a quella sfigata a Glasgow, convinta che la sua tipa stia a casa alla sera a guardare Piazza Pulita, mentre invece fa piazza pulita di ogni tronco di minchia che le si presenti dinnanzi.

E mi sento un po' triste per lei.
E anche un po' per me.

Però questo non mi impedisce di venirle nel culo quando lei, masturbandosi, viene.
Perché sono una persona adulta e so dominare le emozioni, quando occorre.

mercoledì 4 settembre 2013

Il tempo delle mele

E mentre lei versa libbre di inutili parole scomposte e scoordinate, iniziando decine di discorsi che, immancabilmente, germogliano incisi di mezz'ora che farebbero perdere il filo anche all'attento Poirot, le guardo le dita dei piedi, ben visibili dal sandalo alla schiava che quest'anno va tantissimo e considero che mi sono chiavato traghetti di figa, ma che dei piedi come i suoi forse c'era vicina la Domi, ma a una lunghezza dietro, perchè quei piedi a me mi fan perdere il controllo, anche se lo smalto rosso corallo non mi fa impazzire, ma poi salgo e mi godo la caviglia sulla quale giace mollemente adagiata una ridente catenina d'oro sottile, poi salgo ancora a godermi il polpaccio e la coscia scosciata sotto il vestitino color buccia di patata al selenio e mi chiedo se c'avrà le mutande, sapendo che la probabilità che ce le abbia è inferiore al tre per cento e penso, penso, penso, penso a tante cose, cullato dalla nenia sciocchina dei suoi raccontini pseudo divertenti, al culmine dei quali, per fortuna, vi è il rito della sua mano che mi tocca il ginocchio che è il segnale che è il momento di ridere e io rido.

Rido coglione, non sapendo manco il perchè sto ridendo, ma l'insieme è perfetto, poichè io  me ne sbatto il coglione dei suoi racconti e lei se ne sbatte la fica che io li stia ascoltando o meno, dato che li racconta a se stessa in un esibizionistico onanismo verbale consumato davanti a terzi.

Il Ruggi è in Francia, felice e contento, appassionato di vendemmia, vino, accoglienza e fica pelosa della sua socia, tanto lui da là guida tutto, controlla tutto e decide tutto, mentre qui son rimasti solo i rottami, io, lei, il bar Centrale e solo il ricordo della tensione che si respirava come se spetsnaz in incognito fossero pronti ad agire, uccidendomi.

La guardo mentre squittisce le sue inutili parole e trovo che sia divina con i capelli corti di quel taglio che quest'anno va tantissimo, con quella bocca che mi ricorda pompini teatrali che mi mancano molto, la guardo e mi sembra sempre perfettamente identica, senza una ruga, giovane, vuota, blasfema e volgare come solo lei sa elegantissimamente essere.

Non oso interromperla perchè è una manna poterla guardare senza lo sforzo di dover modulare un concetto che lei sia in grado di comprendere, perchè è così rilassante star seduto al Centrale semi vuoto a guardarla e a rimembrare le dimensioni impressionanti del suo magnifico ano dilatato e poi alla mente mi corre quel pensiero delizioso di falre entrare una mela nel culo, come ho piacevolmente ed entusiasticamente visto in moltissimi pornetti, compagni di sempre di interminabili seghe.

"E tu Cicci? Conta dai! Che fine hai fatto?"
Che peccato, questa domanda conduce la situazione ottimale verso una cosa che rappresenta l'avvio di una dispendiosa contraddizione nei termini, nota con il nome di conversazione.
"Ma niente, Ade, ho lavorato, un po' qui, un po' là" e mi piace muovere la mano come Moretti quando indicava che si muoveva, all'amico che gli chiedeva se passasse tutto il giorno sulla panchina davanti alla scuola.

La Ade, fortunatamente, non è assolutamente mai interessata alle questioni altrui, per cui ogni genere di risposta va bene e smorza un pochetto la 'conversazione', sortendo un "Ahhh" che chiude l'argomento in via definitiva.

Vi chiederete, ragionevolmente, come mai io fossi seduto al Centrale con la Ade e io vi risponderò con precisione: ieri sera, in preda ad un gesto inconsulti, ho deciso di avviare un esercizio forzato di uscita dalla solitudine patologica in cui sono sciolto, sia per congiuntura, sia per volontà, decidendo di tornare al paesello per vedere qualcuno e parlare, visto che (come Rambo in Rambo I) non parlo per giorni con nessuno. Ed allora, a bordo della Smart che, seppur odiandola, è il mio unico mezzo di locomozione, ho coperto quei pochi chilometri che separano il capoluogo di provincia taziale in cui risiedo temporaneamente e ho raggiunto la piazza di Taziopoli.

E lì c'era lei che, per un'incomprensibile ragione, mi ha fatto tante di quelle feste che neanche un Setter irlandese me le avrebbe fatte. Ha abbandonato il gruppuscolo e si è seduta a un tavolino con me ed ha attaccato la macina da mulino ed è quanto.

Chiuso l'argomento in via definitiva, dicevo, rimaneva la concreta possibilità che ripartisse il macchinario, ma invece no. Con un'aria intrisa di troiaggine eccelsa, troiaggine che ho sempre adorato, che adoro e sempre adorerò, ha avvicinato il sandalo alla schiava, che quest'anno va tantissimo, alla mia caviglia facendomi piedino, ha attivato lo sguardo in [mod ficaaffamata on] e mi ha sussurato "Mi sei mancato pisellone" che in un'altra circostanza e con un deterioramento cerebrale più ridotto, mi avrebbe indotto ad una sganasciata sonora, data la pateticità della scena.

Rimanendo nella sceneggiatura porno, ho risposto a quel gancio con un bavoso e cupo "Ti sfonderei su uno di questi tavolini", spingendomi in avanti ad accarezzarle il polpaccio, sortendo un gemito sozzo come da copione.

Ed allora via. "Ce l'hai il mio nuovo numero di cellu?" gorgogliato sempre in modalità ficaaffamata on.
"No Ade" - "Scrivi Cicci".
E Cicci scrive, ridando vita a quella opportunità di veder vibrare di goduria il parlàfono con la scritta ADE, come ai vecchi tempi di merda.

Conforto dell'anima, porto sicuro, azioni e reazioni note, collaudate. Basterà telefonarle proponendole di farle dei clisteri e la bella troiona sarà nel mio letto con uno schiocco di dita, pronta a farsi infilare il cazzo in tutti gli orifizi, pronta ad assecondare qualsiasi perversione mi ammorbi, pronta a fottersene della mia esistenza e dei miei sentimenti e delle mie crisi personali, pronta a scomparire senza segnali, come ai vecchi tempi di merda.

Non so se è carico di qualcuno, non so cosa rischio, non so un cazzo di niente e un cazzo di niente voglio sapere, perchè un ferro da stiro è un ferro da stiro e non potrà mai essere uno scooter. E questa la voglio mandare via email a Bersani, che son certo la apprezzerà.

Io, intanto, nella nota della spesa ho scritto: "Mele, cazzo!".

E adesso vado a bermi un paio di Americani al bar, perchè ho bisogno di schiarirmi le idee e capire se dovrei essere più depresso o no.
Perchè a me mi sa di sì, mi sa che dovrei.

venerdì 30 agosto 2013

Dignità

There's a man I meet
Walks up our street
He's a worker for the council
Has been twenty years
And he takes no lip off nobody
And litter off the gutter
Puts it in a bag
And never thinks to mutter
And he packs his lunch in a Sunblest bag
The children call him Bogie
He never lets on
But I know 'cause he once told me
He let me know a secret
About the money in his kitty
He's gonna buy a dinghy
Gonna call her Dignity

And I'll sail her up the west coast
Through villages and towns
I'll be on my holidays
They'll be doing their rounds
They'll ask me how I got her I'll say
I saved my money
They'll say isn't she pretty
That ship called Dignity

And I'm telling this story
In a faraway scene
Sipping down Raki
And reading Maynard Keynes
And I'm thinking about home
And all that means
And a place in the winter
For Dignity

And I'll sail her up the west coast
Through villages and towns
I'll be on my holidays
They'll be doing their rounds
They'll ask me how I got her I'll say
I saved my money
They'll say isn't she pretty
That ship called Dignity

Set it up set it up set it up set it up set it up set it up
Yeah set it up again set it up again set it up again set it up again
Set it up set it up set it up set it up set it up set it up
Yeah set it up again set it up again set it up again set it up again

And I'm thinking about home
And I'm thinking about faith
And I'm thinking about work
And I'm thinking
How good it would be
To be here some day
On a ship called Dignity
A ship called Dignity
That ship



Quanto lucido buonsenso

Il chiosco

E allora cosa succede, succede che il Tazio, nella sua più buia e travagliata parabola discendente (ammesso che ve ne sia mai stata una ascendente), quella sera si mescola all'estiva plebe di città e va a bersi, rigorosamente in solitaria, un birrino fresco al chiosco del parco che c'ha anche i tavolini di ferro con le sedie di ferro che fanno quello sferragliamento insopportabile sulla ghiaina bianca, avvolto dalla sua aura di sfiga cronica che lo caratterizza in maniera univoca.

Il Tazio sta lì, appoggiato al banco a pensare a fava, sorseggiando una Moretti Baffo D'Oro che, a un tratto, da non sa nemmeno lui dove, sbuca una Cougar, una di quelle d'assalto, una d'arrembaggio, una di quelle made in china per quanta roba finta c'ha addosso, a partire da un improbabile bracciale di Bulgari, per continuare con la lunga biondaggine platinata infingarda, tradita da nera ricrescita dozzinale, per finire con due meloni di silicone purissimo che non le sarebbero stati addosso da veri manco vent'anni prima perchè costei è alta, magra, slanciata e si vede che è (giustamente) da tettina piccola, ma tant'è.

La Cougar abborda il Tazio con la più melensa delle ragioni e il Tazio la guarda nel suo vacuo blaterare e considera alcune cose essenziali, come è nella natura del Tazio riflessivo e di buonsenso: ha veramente dei bei piedi scopabilissimi e delle belle mani, delle belle gambe, dei bei lineamenti del viso, un naso sottile e ben (ri?)fatto, una bella bocca luminosa di denti candidi di fabbrica e un'abbronzatura non esagerata, un buon profumo e, complessivamente, quell'aria da troia che su una Cougar, probabilmente alla soglia dei cinquanta, non guasta affatto.

La Cougar parla e il Tazio le offre da bere, costei ordina un mojito d'ordinanza e si accoccola al banco facendo moine e mossette compulsive, come quella di scodazzare la chioma da una parte per assumere lo sguardo felino a cui manca solo un grrrr d'accompagnamento, sbattendo fatale le ciglione sugli occhi azzurri, il cui colore si auspica non derivi da lenti a contatto colorate.

Il tema si snoda su un noioso "ma io sono convinta che ci siamo già visti" e il Tazio asseconda, un po' per assenza di energia utile al contrasto verso l'agguerita fiera selvaggia, un po' nella pragmatica considerazione keynesiana che non chiava da un pezzo e che 'sto tronco di troia potrebbe porre rimedio ai bisogni innalzando l'utilità marginale e abbattendo il costo della zoccola stradale di prassi notturna in crisi di astinenza.

E così il Tazio, che è farabutto in entrambe le eliche del DNA, comincia a chiedere se conosce la Daniela, il Fausto, la Sonia, Roberto, Marcello, Silvano, Deodato e Raniero, inventando nomi e situazioni inesistenti per allungare il tempo di approccio e sistemare con sapienza, qui e lì, consunte battute in ottimo stato di conservazione, alle quali la Cougar ride con anche troppo entusiasmo, a siglare ce c'è simpatia tra di noe, invitando il Tazio a progredire sul terreno della conquista.

La Cougar gli ricorda blandamente la Ade, seppur ogni paragone con la Ade è pura eresia, perchè la Dea Ade è unica, mitologica, suprema ed inafferrabile, ma tale vago ricordo lo culla sull'onda dei quesiti, quesiti eistenziali e saggiamente adulti, quesiti del tipo "Se la raserà la topa?", "Si farà inculare?" ed altre domande che un uomo che vive col suo tempo e la performàns deve porsi.

Dopo tre mojiti e quattro Baffo D'Oro il Tazio bastardo, perfettamente conscio del ruolo di avvocato difensore dell'alcol, seppure il quantitativo ingerito non fosse utile manco per sogno a troncare i tubi dell'olio dei freni inibitori, pone la sua mano sul sensuale ginocchio della Cougar e, avvicinandosi al suo orecchio, snocciola in maniera asciutta, seppur fascinosa, alcune porcherie riguardanti la sua lingua e le natiche di lei, sortendo un riso molle apparentemente (ed insostenibilmente) imbarazzato e da lì ridi ridi che ti riridi e nell'arco di una mezz'orata il Tazio e la Cougar giacevano ridanciani ed ignudi nella topaia temporanea del Tazio situata nel capoluogo di provincia taziale.

Topa pelata, tatuaggio tribale sopra lo spacco del culo, piercing all'ombelico, tette marmoree causa inserimento protesi, la Cougar era proprio un bel pezzo di scrofa da monta, magari un tantino troppo marcata nella teatralità scesciuale, ma a tale nota fessa il Tazio poneva sapiente rimedio ingozzandola di solido e robusto cazzo rampazzo che le impediva mugugni esagerati, indirizzando la sua bocca verso usi che ne valorizzavano maggiormente le qualità. La linguagione sulle morbide carni trovava ampio spazio, preludendo a crescenti scenari di ficcagione proficua, con sempre più probabili ipotesi di inculagione, dato il piacere che le dita da pianista del Tazio producevano infrattandosi birbone nel polposo ano, leggermente estroflesso da una probabile sofferenza emorroidale. La tensione virava verso l'unica convergenza possibile, ovvero l'occlusione del bucone ficale a mezzo pennone di carne di porco, se non che la Cougarona in calore, con ansimante voce scesciuale pone un quesito alieno, spiazzante, stordente.

"Ce l'hai?", chiede la Cougarona al Tazione, ed egli capisce d'impatto che il quesito non è certo riferito al tronco di puro porco crudo che gli svetta tra le gambe, ma al famigerato preservativo. Il Tazio si vede costretto a dire che no, che lui non ce l'ha, ribaltando il quesito alla Cougar che, sollevando la chioma con aria improvvisamente non più ridanciana e nettamente meno scesciuale, sancisce un secco e financo seccato "No".
Inutili i tentativi del Tazio di proporre ugualmente la ficcagione, poichè la Cougarona, in preda ad un improvviso cambio di umore, non certo vaginale, prende a vestirsi stizzita, borbottando insulti tollerabili al Tazio, sprovveduto e sfigato, imponendogli lezioncine su ciò che si deve avere in casa se si accetta una serata "trasgressiva" e, dopo essersi arrampicata sui sabottoni da cui si era calata nemmeno mezz'ora prima, lo saluta seccata avviandosi alla porta ed il Tazio, meschino e vigliacco, tenta vanamente di strapparle un numero di telefono, puntualmente negato in corrispondenza dello sbattimento deciso dell'uscio della topaia.

Il Tazio siede sul letto osservando la maestosa erezione che svetta incurante dello stato d'animo dell'uomo inutile che scivola lentamente lungo il pendio dell'inettitudine persino nel settore che lo ha visto incontrastato imperatore per secoli e, come gli eventi della sua vita di questi tempi, il Tazio si piega alle necessità del suo trivellone e incomincia una sega lenta, riavvolgendo la bobina delle immagini recenti dei buchi slabbrati di quella vecchia troia di merda che Satana se la porti affanculo e viene, rigorosamente in solitaria, ammantato (seppur ignudo) da una finissima stola di sfiga pregiata.

venerdì 9 agosto 2013

Lunghissima sintesi dell'ennessima cazzata (noioso - non leggere)

A ficcarsi nei cazzi ingarbugliati ci vuole un fisico allenato, mica un fisico da boccette tornito al bar da Adelmo.

Giovedì primo agosto
Col favore delle tenebre e delle ferie dell'agenzia di produzione, di cui io sono ancora socio minoritario ed il Costa è operatore, ci introduciamo nei locali della medesima grazie alla disattivazione dell'allarme ad opera del Costaganzo.
Arraffiamo due cam Canon XL H1S, microfoni, unità audio, banchi luce, spotlight, uno stabilizzatore addominale e una Mark III, più una borsa di obiettivi serie bianca, un generatore, 30 metri di cavo, batterie, due MacBook Pro e li carichiamo nell' Ulysse rossobordò del Costa che ha sostiuito il defunto e mai dimenticato Vito Mercedes verniciato di nero opaco con le bombolette spray.

Riattiviamo l'allarme e mettiamo in moto il catorcio da mille euro con a bordo sessantamila euro di attrezzatura non nostra e sottratta con l'inganno, facendo indomita prua verso il casello dell'autostrada, che abbiamo imboccato alle ore 23:17, destinazione Brennero. Turni di guida fissati: io guido fino a Rosenheim, Germania, dove prende il volante il Costa e guida fino a Praga. Chilometri totali circa mille, tempo di arrivo previsto circa mezzogiorno del due agosto. Un piano che si prefigura perfetto sin dal suo embrione.

Dopo meno di un'ora di viaggio il telefono del Costa squilla, presentando sul display un agghiacciante nome, identico a quello dell'attuale direttore dell'agenzia che, avvisato telefonicamente da un combinatore automatico collegato al sistema d'allarme, ma anche alla locale stazione dell'Arma, era al corrente dell'inusuale disattivazione e riattivazione dell'allarme e stava compiendo una ricognizione su chi era entrato ed aveva attivato e disattivato. Ricognizione condotta in compagnia di due Carabinieri per nulla di buon umore.

Il Costagenio farfuglia due cazzate, avevo lasciato il cellulare e l'ho ripreso, la belva se la beve, i Carabinieri pure e in un mazzetto di vaffanculo del signor direttore la conversazione si chiude ed il Costa mi guarda sdrumandosi la fronte con un sorriso, dicendomi "Ge la ziamo vishta bruttha atTà?" al che io mi premuro di puntualizzare due cose:  1 - TE LA SEI vista brutta perchè 'sta roba è anche mia, 2 - prega san Randazzo da Pistone che i Carabinieri non abbiano chiuso dicendo "Vuole dare una controllata che non manchi nulla?", perchè abbiamo (no, scusa, HAI) saccheggiato pressochè tutto.

E nel silenzio meditabondo la simpatica vetturetta di marca nazionale ha continuato la sua marcia verso il confine austriaco.

All'altezza di una graziosa zona nel meraviglioso nulla notturno, le mie fosche pupille osservano il termometro dell'acqua, vedendo che la sbarazzina lancetta si collocava nella zona rossa che, essendo la lancetta bianca, costituiva un gradevole accostamento cromatico, gradito assai anche dal radiatore che, dopo poche centinaia di metri, entusiasticamente emetteva un giocoso e poderoso geyser di vapore pulcherrimo.
Accosto bestemmiando e domando al Costacazzo se, in visione di un viaggio di mille chilometri, avesse fatto ripassare i fondamentali a quella merda di macchina.

"MinghiaTà sì cazzommmerd, ci ho messo l'olio, lattìsel (il gasuoliuo) e l'acqua del tercigrisdallo".
Giusto.
Quando si fonde è basilare osservare chiramente il panorama. Specialmente di notte.
Però nulla di grave, suvvia: in nemmeno tre ore e mezzo di traversie di cui vi risparmio i dettagli, eravamo nuovamente on the road, che il sole cominciava a farci ciao ciao ed eravamo ancora in Italia.
Per cui direi, per onore del cronoracconto, di aprire un nuovo paragrafo.

Venerdì 2 agosto
Passiamo il Brennero a giorno fatto e tiriamo verso Innsbruck. Non ci si ferma manco per pisciare, l'ho deciso io. Mi pianto a centosessanta, che di più quel papilloma maligno non andava e infrango circa settecentodue articoli del codice della strada austriaco, ma me ne fotto. Io non esisto. L'Ulysse è suo, l'attrezzatura è mia e io non so niente.
Attraverso l'Austria di nervi, non alzo mai il piede dall'acceleratore, me ne fotto del Costa che piagnucola "Ci fai prendere affuoco Tà" e mi fermo a fare carburante col motore acceso, che guai se l'aria condizionata perde un piconano grado che fuori è l'inferno.
Guido come un automa, me ne fotto dei cambi guida e a velocità massima taglio il confine tedesco, con direzione irrevocabile Munchen, che passo, virando a nord est verso la  Repubblica Ceca, a manetta, quando a Vohenstrauss, ad un passo dal confine, mi sento male.

Ore quattordici, molto caldo, quattordici ore di guida a digiuno, traversie, mi sento girare la testa, inchiodo e accosto a destra. Costainfermiera mi bagna, mi idrata, mi salinizza, mi stende, mi massaggia, mi cambia, mi nutre e mi piscia e in un'oretta sono nuovo come uscito dalla fabbrica. E cedo il volante. E finalmente entriamo nella Repubblica Ceca.
Ed alle ore sedici e ventidue, finalmente, vedo un cartello che dice "PRAHA".

Sabato 3 agosto
Abbiamo alloggiato per una notte all'Hotel Tourist in zona Praga 5, una topaia che una cella di Poggioreale sembra l'Hilton. Trasportiamo tutta la roba nel nostro nido d'amore, con l'aria condizionata non funzionante, il linoleum mezzo staccato nel cesso e un water di color verdechirurgico. Mangiamo, nudi sul letto, della roba incomprensibile che il Costa procura all'angolo e poi cediamo al sonno, pur essendo che il culo peloso del Costa qualche pensierino me lo mette.
Ma finalmente viene mattina ed il Costa s'attacca al telefono col suo uomo di fiducia. Più che al telefono si attacca al cazzo, perchè questo sacco di merda non risponde fino alle tre del pomeriggio. Dicendoci che il luogo di incontro sarebbe stato in un quartiere periferico di Praga, Praga 20, in una strada impossibile da capire, ma possibile da leggere via sms, per cui ok, ci dirigiamo lì, dove una certa Veronika ci avrebbe spiegato tutto.

E andiamo, non con poche difficoltà.

Veronika parla inglese alla perfezione, grazie a dio. E' accompagnata da Yashi di Rambo II, un ceco di dimensioni anomale che non parla nessuna lingua, come il Costa.
Ci fanno strada verso un'anonima casetta di un quartiere ancora più in là, che presumo possa essere numerato Praga 99.999. Villettina trasandata anni cinquanta, due piani, giardino secco, strada polverosa e rotta.
In termine tecnico, la location.

"Non si gira sino a lunedì" mi spiega l'anoressica ragazzetta poco più che maggiorenne che scopro rappresentare l'agenzia di casting. "Ok" dico io "ma fino a lunedì possiamo dormire qui che c'abbiamo millantamila miliardi di triliardi di attrezzatura?" - "Certo" mi dice lei, che tanto che cazzo gliene frega?

E ci abbandonano al nostro buffo destino.
"Senti Coso" dico al Costa "vedi se tante volte quel coglione dell'amico tuo viene qui e ci dà la metà dei quattrini come stabilito" e il Costaobbediente si attacca al telefono per delle ore, mentre io mi sollazzo nudo sotto il portico con una birra gelata che il frigo ne era pieno ed io stavo andando a fuoco per il caldo infernale.
Ma l'amico non risponde, non risponde, non risponde sino alle venti, ora in cui dice che lunedì mattina sarebbe stato lì con l'anticipo.

E da lì, l'oblio.
Praga 99.999 non è esattamente il Sunset Boulevard e io avevo fame. Il Costasolerte si veste e va in missione cibi e io rimango lì, nudo, sudato, pervaso da una sensazione di aver toccato il fondo che mi amareggia.
La casa puzza, tutte le stanze sono chiuse a chiave tranne la matrimoniale, il soggiorno, il cesso e la cucina.
Ho una sensazione di depressione sovietica che mi schiaccia in ginocchio.

Dopo un'ora e mezza torna il Costamamma con la pappa: scuri salumi sospetti, un pane sospetto, dei dolci sospetti, venti bottiglie di birra e sei bottiglie di vodka.
Mangiamo come i maiali, ruttando e scorreggiando, ci ingozziamo di birra, ci ingozziamo di vodka e alla fine, duri come delle bestie, sudati e puzzolenti, ci ingozziamo dei reciproci cazzi e culi.
Ci inculiamo avidi per tutta la notte, dolorosamente, appassionatamente, maschilmente.
Veniamo decine di volte e decine di volte ricominciamo, spalmandoci il sudore sulla pelle, leccandoci, grugnendo, puzzando, osceni, stupendi prodotti di questo mondo meraviglioso.
E poi crolliamo addormentati come una coppia innamorata.

Domenica 4 agosto
Sveglia all'alba: ore sedici. Nessuna traccia di caffè in casa, ma cazzomerda Costatroia, non riesci a pensare oltre i venti minuti? Doccia veloce, braghine di maglina, canotta e Hawaianas: caccia al bar. E troviamo una specie di coso che fa caffè turco. Una merda devastante. Ci sediamo, abbondantemente danneggiati e osserviamo.
Osserviamo quella che pare una leggenda metropolitana, ma che invece è una realtà, a Praga 99.997: le donne sono tutte fighe. Tutte. E lavorano con gli occhi che è una roba che ti pare di essere in una clamorosa Candid Camera. Pauroso.
Al Costa spunta un pirillo difficilmente occultabile, ma lo capisco: anche il mio si scappella davanti a culi menati a quel modo e (s)coperti a quel modo.
A un certo punto Costacolto mi sussurra "Oh Tà, minghia, ci andiamo a buttane stasera?" tormentandosi compulsivamente la minchia.

"No Costamore, non stasera. Dobbiamo essere lucidi per domani"

E con aria triste, il mio amico fraterno proveniente dal Pianeta delle Scimmie, accetta con disciplina.

Lunedì 5 agosto
Ore nove dlindlon. Veronika e Yashi sono alla porta. Entrano risoluti, aprono le porte chiuse, Yashi parla duro al telefono, l'anoressica mi chiede se siamo pronti. Il Costa fa "sì" con la testa sorridente e io lo blocco spiegando alla Pelleossa che non siam pronti fava se non arrivano i nostri soldi.
P&O mi dice che non è un problema suo, che lei si occupa del casting, che i nostri accordi con la "produzione" non la riguardano, ma che anzi, ci ritiene responsabili del costo dei "modelli" se non si gira. Al che i coglioni mi vanno al calor bianco e dico al Costa di rintracciare quel sacco di merda, viceversa io carico la macchina e torno nella bassa.
Il Costa si applica, Yashi si innervosisce, l'anoressica gli bestemmia in ceco mentre io bestemmio in italiano al Costa che, ovviamente, non riceve risposta dal sacco di merda.
Passano le ore, arrivano le undici e con le undici arrivano i "modelli" in ordine sparso: una, due, tre, poi quattro, cinque, sei, sette, poi otto, nove, dieci coppie che diventano quindici sul fare dell'una.
Caldo devastante, sudiamo come i maiali, ma del sacco di merda manco l'ombra.
Poi, finalmente, con comodo, alle quindici arriva.

"Ho avuto un contrattempo, scusate" esordisce porgendo al Costa la busta.
"Conta" gli dico io con ira incontenibile.
"Ci sono tutti Tà, la metà secc, te l'avevo dett è namic"
Il sacco di merda mi squadra, le mani in tasca, espressione di disprezzo e dice "Adesso facci vedere tu se li vali, invece di rompere i coglioni".

C'era un film con Al Pacino, non mi ricordo il nome, in cui lui, boss della mala italo americano diceva sempre "Stai pisciando sull'albero sbagliato amico", ve lo ricordate?

Beh, mi è montato il sangue alla testa.
D'istinto l'ho sollevato per la camicia e inchiodato al muro, appoggiando la punta del mio naso al suo, sibilandogli "Stronzo, prova a fottermi e ti giuro sulla testa di quella gran troia di tua madre che ti stano in qualsiasi cagatoio di Praga tu vada a nasconderti."

Il putiferio.
Yashi mi stacca (sti cazzi, meglio averlo per amico) quello urla, Costa urla, tutti urlano. Poi smettono. E nel silenzio solo uno continuava a urlare minchiate sui professionisti, su che pezzo di merda sfigato io fossi, che lui ci si pulisce il culo con quei quattro soldi che ancora mi deve e che a fine girato sarebbe stato qui, coi soldi da sbattermi in faccia.
E se ne va.

Beviamo tutti diverse vodke, ci rilassiamo, ci raffreddiamo, per quanto possibile a 40 gradi.

Dopo un'oretta eravamo in mezzo a trenta esseri umani che davano vita ad un'orgia maleodorante, chiusi in una stanza bollente con le finestre chiuse, a riprendere scadenti prodezze sessuali operate da scadenti corpi di scadente erotismo. Per circa quattro ore, al termine delle quali, negli effluvi di ascella, sborra, piscio e piedi, i "modelli" hanno abbandonato la "location".

Martedì 6 agosto
Nella notte riverso su DVD il materiale e lo preparo, mentre il Costa telefona incessantemente all'amico merda.
Alle tre del mattino gli ordino, non senza ricevere recalcitranti lamentele, di scrivere il seguente sms: "Lavoro finito e riversato. Se entro un'ora non sei qui col danaro partiamo e ce ne andiamo tornando a casa con TUTTO."
Dopo un quarto d'ora l'amico merda si fa vivo e vuole incontrare SOLO il Costa in un locale di Praga 16.550, con i DVD e i master. Mi incazzo e dico che non esiste, ma poi ragiono e dico vai, vai e risolvi e torna coi soldi.
Gli chiamo un taxi, lui parte, io resto.

Mercoledì 7 agosto
Lo rivedo tornare alle sei e dodici.
Senza soldi, senza DVD e master.
"Tà tettidevi calmare frate e rilazzare, quello non ci vuole ingulare."
"No?"
"Mannò Tà è che ccià problemi di liquidità ma quello paga frate, fitati"
"Tu ti fidi di lui Costa?"
"Eccett Tà"
"Ottimo, son contento. Allora adesso ti dico come faremo. Io parto con la MIA metà, ok? Tu aspetti qui la tua. Tanto è ovvio che te li darà, giusto frate? Poi appena hai i soldi, prendi quel budello merdoso con le ruote, parti a razzo e porti la roba in agenzia, che sia mai che qualcuno venga a sapere, mi spiego? Nel frattempo rifletti su cosa dire quando vedranno che l'allarme è stato disattivato e riattivato per la seconda volta. Potresti dire, ad esempio, che ti eri dimenticato il cervello. No, no, il cervello no. Non se la bevrebbero."

Venerdì 9 agosto, ore 00:45
Siedo in infradito, bermuda e camicia nel retro della Solita, bevendo una Nastro Azurro nella mia confortevole solitudine, un po' più ricco e un po' più sfiancato.
La Marghe si accende una Merit e si siede al mio tavolo.
Si è separata dal marito, vive coi figli in un paese qui vicino dove ha trovato un mini.
"Te la bevi una birretta con me Marghe?"
"Massì" e dice a Yussuf di portargliene una.
"Come gira?" chiedo, sapendo la risposta.
"Una merda" mi risponde guardando il bicchiere.

Pausa.

"Erano buoni i gnocchi?" mi chiede.
"Superbi" rispondo e lei sorride triste.

Sono ubriachello, ne ho bevute ventisei e allora mi butto.
"Sai una cosa Marghe?"
"No"
"Ti chiaverei per una settimana intera"

Pausa.

"Sai una cosa Tazio?"
"No"
"Non me ne frega più un cazzo del sesso da anni."
E abbiam bevuto una birra.

Ed eccomi qua.