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domenica 18 settembre 2016

Fama

Arrivo stimato per le ore diciannove zerozero zulu e alle diciannove zerouno zulu era qui, bella come il solleone, garbata, elegante, sexy, ma con modo, né troppo, né troppo poco, sandalo aperto nero con cinghie larghe incrociate sulle dita e cinturino dietro al tallone, zeppetta, tacco, pantalone blu a sigaretta, camicia bianca col collo rivoltato e scollata quel tanto da dichiarare un Canale di Suez a me ben noto sino allo sbocco panciale, coprispalla blu cobalto di cotone a maglia larga che fa vedere il bianco della camicia e coprire decentemente la cula, borsa nera a spalla un po’ demodé, ma di ottima fattura, capelli raccolti in uno chignon elaborato, occhiali da sole in testa,  RayBan, aviator, specchiati.
Si chiacchiera, ho l’erba, che dice la Kikka, ma niente solito, slinguo accurato, palpata di tette e poi via, nel mulinello sozzo della Padania Ex Rossa e Gaudente.

Inodore come materia inesistente, lecco i piedi e godo a metà, ma so aspettare e intanto mi assaporo il pompino che v’è da dire che li fa davvero bene e poi apri le gambe che ti impalo, esecuzione immediata, ficona bisteccona barbuta già zuppa e pronta all’impianto e io ficco e godo che è bollente e lei gode e le sbrodolo porcate su quel che ho fatto aspettandola, calcando la mano anche su mezze verità e lei sorride e gode ad occhi socchiusi e testa all’indietro e arriccia le dita dei piedi mentre viene, abbrancandomi come una pianta carnivora che non vuole mollare la preda, ma chi molla Antonerchia, chiavarti è un piacere che persino io non mi spiego.

Canna.
Amica erba che da tempo immemore non ti succhio più, fumosa, intossicante, appagante, rilassante, eccitante, non nociva, è quella del Virus, la riconosco a un chilometro, giaciamo, ha fatto le cannette a casa, ma che tesoro, sorride appagata come una Geisha pronta al suo Signore della Dinastia Minch.

“Facciamo un film porno?” chiedo passando lo spino annerito, dai profumi esotici “Ma neanche in sogno!” risponde ridendo e io incalzo “Ma dai, ma sai quanti cazzi rizzeresti?” – “Non mi interessa, a me basta far rizzare il tuo” e ripassa il cannino, giocando tenera con la minchia barzotta.
Cucio rapidissimo e penso che forse nemmeno il Fiume Porcone mai la vedrà in azione e, dopo breve fraseggio rammollito, assumo la notizia che mai e poi mai e poi mai è successo nemmeno che abbia preso il sole in topless, ad esclusione degli anni di acerbissima infanzia.

L’Antonella è una ragazza normale, nell’accezione più stimabile del termine, fa le corna, le piace tanto il cazzo di chi dice lei (poco quello del Sarti che alberga in passere casuali e diomeneliberi), ha fantasie porn driven (tra cui la pisciata, come noto) si masturba saltuariamente, possiede un vibratore base senza diavolerie, ma le piacciono di più le dita, non se lo fa mettere nel culo, non ha mai avuto esperienze lesbiche, ma forse con la donna “giusta” e un stato di modesta alterazione potrebbe cedere per sola prova, dove per donna “giusta” intendesi una trentacinque-quarantenne molto, ma molto fitness, coi muscoli, ma no culturista, scura di pelle, abbronzata, tette piccolissime, capelli cortissimi, tutta depilata e molto decisa che fa tutto lei, insomma si definisce una “bi-curious” (sua definizione porn style, ma per fortuna ride), guarda i porno, specialmente da sola, certamente saltuariamente, ma non li usa preterintenzionalmente per masturbarsi, bandisce il sesso nei giorni di lavoro poiché deconcentra (dice), non le piace il cazzo nero, non è felice, non è soddisfatta della sua vita, beve troppo (vero) e adora le canne perché le mettono voglia.

“E te vai fuori di testa per i piedi” dice guardandomi sorridente di tre quarti “Eh sì, ebbene sì” ammetto con facilità, falciato da un “Lo sapevo da prima prima” – “Ah sì?” dico io con finto stupore “Lo sanno tutte” risponde felice, girandosi per prendermi la minchia tra i piedi e cominciare a segarmi.

La mia fama mi precede.
Divinamente noto.
Mi amo.



domenica 17 maggio 2015

Chill out

E capisco cosa mancava alla ex casa Reguzzoni perchè diventasse totalmente Tazietti: mancava la figa, la figa fresca, la figa giovane, la figa nuda, la figa sfacciata, sregolata, senza limiti, perfetto elemento collante tra scampoli già perfetti dati dal Divindivano nuovamente in blasonata auge, dalla libreria ricercatamente librante, lo stereo suonante, un nuovo Sony da 50 pollici porneggiante senza audio, le luci studiate, il pavimento di legno antico e segnato, la bossa accarezzante che ben si accosta al mugolio di noi due cervi in accoppiamento che trombiamo assassini in un furor di stupende tette terremotanti e poi il whisky barricato, il bong rimesso in uso, l'erba deliziosa, l'MD della mia concubina, le righine timide che batte con la carta di credito e le nasatone forti, tirate da nudoni come ci piace stare.

Finalmente un po' di umanità vera, di sincerità, di sentimento, di profumo corporale, di ascelle carnose e bagnate, di sotto alluci intensamente odorosi, di ani polposi anch'essi dolciastramente odorosi, di carni lucidate da lubrificanti commestibili, di capelli arruffati, cappelle prossime all'esplosione violacea, di occhi gonfi e serissimi, quasi sinistri per il sensuale trucco crollato, di bocche ansimanti, di blasfemie, di azzeccate induzioni al turpiloquio che, liberatorio, diviene irrinunciabile componente della monta sguaiata, siglata a due firme in fondo alla pagina “Ho bisogno di chiavare vigliaccamente” e tutto ciò è, finalmente, reale.

“Dimmi che per te sono una chiavata e via, una delle tante” - le chiedo piantandole con foga la minchia nel buco fradicio marcio della fica - “ti eccita vero? Vorresti tanto che fossi una troia che la dà in giro a tutti vero?” - “Sì, da impazzire, ma dimmi che lo sei” - “Sì lo sono, sono una gran troia, ma tu figlio di puttana bastardo scopi così bene con questo cazzo mostruoso che dovrei essere pazza a farmi dare una sola botta e via” e si gode, si sguazza, si ficca, ci si gira, si sniffa, si beve, si beve, si beve, si fuma dal bong che “me lo infilerei tutto nella figa dalla voglia che mi metti” segando il tubo da cui sciama il fumo, sbracando, perdendo l'ormeggio, lo spazio, il tempo e la morale, gioendo di quelle ditina dei piedi scimmiescamente abbarbicate alla mia fava violacea mentre la sua ficona aperta, pelata e inscurita dal sangue mi guarda tenera e allora giù, dentro, sbattendo, di fianco, tenendole sollevata la gamba - “ti potrei inculare da messi così” - “perchè non lo fai?”, stretto forellino che cede e la fava inzaccherata di fica, saliva e KY entra nel budello della merda non certamente vergine, ma proprio per nulla vergine e pompo nei suoi rochi urli animali di piacevole dolore, ricamati di gutturali neoclassici “mi stai spaccando il culo pezzo di merda”, dispersi nel mare del vuoto ed è così che deve essere cazzo, troia che mi fai godere come un alce frocio, altro che notti emiliane e grilli e pigiami dimmerda foderati di finzione calcolata, altro che sussurri di 'sto cazzo e rotoballe di maria a lubrificare il nulla, ecco la figa assoluta, amorale, sguaiata, vogliosa di cazzo e orgasmo, disponibile, lurida, decorativa, imprescindibile, porca e, soprattutto, dannatamente giovane.

“Se vuoi ho un'amica arredatrice che ti può aiutare con la casa al capoluogo” - biascica spompata che è ormai l'alba - “ma è troia quanto te? Si fa chiavare subito come te?” - chiedo succhiandole le dita dei piedi puzzolenti di guerriglia - “Sì, anche se sono più porca io, ma lei ci sa fare bene” - “e allora presentamela subito che ci  facciamo una porcata a tre” - e si ride, perchè è sveglia, furba, falsa, senza sentimenti, un numero, una sera, un niente, un nulla fatto di carne da sesso stupenda ed è questa la mia donna obiettivo, altro che amicizie deludenti e offensive mascherate da Dame di San Vincenzo, this is my church and this is my religion, mi ripeto mentre lei appunta che - “appena torna da Roma usciamo tutti e tre” - “ma allora ti piace anche la figa” chiedo bavoso e un sorriso con sospiro bovino chiude con un sussurrato “a me piace tutto quello che mi fa venire” e a me viene un po' in mente anche la vecchia fattoria dove c'è il cane, il maiale e il cavallo e questo è verismo, onestismo, obbietivismo, sincerismo e vaffanculismo  degli scalini e vaffanculo soprattutto me che ho doti sublimi che mi consentono di convincerla a sussurrare sozza un artistico - “chiavami ancora porcoddio” - che è estetica di rarissima fattura oscena, apprezzabile visceralmente solo da una ridotta minoranza di minorati sessodipendenti sbandanti come me di cui lei, se mi frequenterà, diverrà parte integrante con meriti ed on(d)ori, anche se io so già che non la cercherò MAI più perchè, cari amisgi, dovete sapere che una sola era, è e resterà l'imbattuta originale e le altre sono tutte copie cinesi e io mi sono rotto i coglioni di aver capito COSA dovrei fare, cioè affrontare con fatica immane mille e mille e mille volte la strada modenese al termine della quale mi verranno sbattute in faccia porte, portoni e portali senza nessuna garanzia di rianimare il passato così com'era anche nella più rosea delle eventualità, e così chiavo la Sara come una bestia, porcoddio, perchè voglio che venga da svenimento e voglio diventare, domani, l'argomento della piazza del capoluogo, nella buffa e infantile convizione di costruire una fama che mi possa precedere, dimenticando lucciole, grilli, erbe, cazzate, prese per il culo e strumentalizzazioni dimmerda.

Più figa ci vuole in questa casa, più figa, tanta più figa no pay e tutta giovane.
Più troianesimo estremo, estetico, arredante e lenente, impreziosente e soddisfacente, disimpegnante e, soprattutto, non illudente.
Con le illusioni ho dato abbastanza, direi.
Sì mi sento di dire di sì.

venerdì 17 aprile 2015

Culo, skyline

[Oggi pomeriggio, suitona lussuosona dell’albergone lussuosone.]

Quei jeans stretch blu grigi le fanno un culo da capitello della venerazione ad ogni crocevia.
Cammina con le ciabattine di spugna dell’albergo, senza calze, un maglione verde sottobosco scollato a barchetta, i lucidi capelli corvini raccolti in una coda.
Reggiseno e perizoma di cotone nero, brava la mia Romi.

Mi piace stare qui a scrivere al Mac con l’occhio che va dal suo stupendo culo allo skyline di Praga, sapendo benissimo che al termine delle mie memorie le salterò addosso per scoparla come se non avessi scopato mai. E questo è bello, come pensiero, mentre l’occhio va dal suo stupendo culo allo skyline.

Culo, skyline.
Lei cerca casa come da mansioni affidatele, diligente assistente dalle piccolissime poppette chiodate, mentre io mi godo la coda di balena del perizoma nero che le esce dai jeans e, tra me e me, considero che la vita della puttana non faceva per lei semplicemente perché lei NON è una puttana. Non ha il mood, la propensione, né l’avida attitudine della puttana da bordello.
Forse, boh, non so. Sta di fatto che chiavare con me le piace eccomeddiolosa che le piace, che se avesse chiavato con i clienti come chiava con me, altro che Galina. Ed è in progress, eh. C’ha anche venticinque anni, è giusto che sia in progress.

Culo, skyline.
Che tranquillità assoluta, che piacere. L’aroma dell’ottima maria si diffonde grosso per tutta la suite, il cielo si addensa promettendo forse pioggia, la temperatura è caldina, culo, skyline, che bello. Questa sera ristorante italiano, sì, deciso. Ce n’è uno toscano qui vicino che promette delle belle fiorentine, vedremo. La carne qui, comunque, è fantastica.  Ho un bel po’ di voglia di Italia a tavola, ma la voglia a letto è sozzamente moldava. Per il momento, almeno.

Culo, skyline.
Domenica bisogna fare le valige e domani dobbiamo controllare cosa ci manca e andare a comperarlo, perché a Riga fa tanto, ma tanto, freddo. Sono emozionato dal pensiero di poter andare a camminare in riva al Baltico. Bello.
Poi il tutto potrà essere ancora più bello se certe cose andranno in porto, lassù.
Sarà difficile a dirsi sul subito, ma i negoziati devono sempre avere un inizio.

Culo, skyline.
“Ne ho segnati due tre che bisogna andare a vedere” dichiara all’improvviso con voce concentrata. Poi si alza, ciabatta in camera e torna con l’acetone e lo smalto bianco perlato. Comincia a sverniciarsi le mani e so che lo farà anche sui piedi. “Fai a meno di metterlo, dopo. Anche sui piedi”. Alza gli occhi con la faccia ridente stupita e mi chiede se sono davvero serio e dico di sì, dico che non ho mai visto le sue unghie al naturale e lei risponde ‘ok’ continuando l’operazione con un sorriso pacifico.
“Mi piacerebbe vederti la fica pelosa anche” aggiungo trasognato pensando al bel triangolo nero che deve avere.
“Ehhh? No caro, mi spiace, mi fa schifo. Questo devo dire il no. Tropo abituata”
E allora che il no vada detto e sia, va benissimo Romi.

Culo, skyline.
Avrei mille e mille richieste pervertite da fare a quella bella moldavina dalle minuscole poppette chiodate e perfette, ma mi trattengo.

Che fretta c’è?
Lunedì andiamo a Riga e sai mai cosa può succedere di notte laggiù.
E adesso aspetto che finisca di sverniciarsi per poi andare a infilarle tutta la lingue nel buco del culo, sotto gli occhi della stupenda skyline.


giovedì 9 aprile 2015

Progettualità signorile

“Ma allora tu qui ci vieni spesso!” dico dopo averlo sentito parlare in rumeno nella hall dell’albergo-stazione-intergalattica-del-danaro al rientro.
“Beh sì è da parecchio. Diciamo che ci vengo il minimo indispensabile perché io odio la Romania, ma gli affari sono affari”
Eccerto.
E allora stamattina, giusto per immedesimarmi di più in quegli affari, senza fatica trovo QUESTO simpatico articoletto che mi ha tanto aiutato a capire gli immani sforzi imprenditoriali di un uomo con cittadinanza olandese. Paese in cui ha domiciliato molte delle sue società che si appoggiano tutte a banche del Lussemburgo che là, pare, il clima deteriori meno le banconote.
In Italia, il Ruggi, non c’ha neanche più i ricordi.
Direi che il pezzo sulle motivazioni del Ruggirumeno possa essere completo.

“Ma tu” mi chiede versando del J.D. single barrel a entrambi, sedendo comodamente nella suite imperialdivina “in queste lande sfigatissime cosa ci fai?”
“Beh, sono anche io qui per affari” dico con una certa serietà “da un po’ sono entrato in società con amici italiani e cechi nella gestione di un bordello con annesso hotel a Praga. E’ un’attività italians-driven, per la maggior parte del flusso di entrata.”
E invece di sortire ammirata condivisione tra colleghi, a momenti mi sputa il JD in faccia dal ridere. Mi fa giurare sedici volte che non lo stavo menando pel culo, poi si fa serio e inizia a delirare.

“La società spero non sia solo una e non sia domiciliate in cechia” mi sfuda con occhio mefistofelico, torbido e beffardo.
Dico che sì, che sono registrate a Praga e lui ride chiedendomi se sono coglione e, da lì, parte un pippone che mi dà il capogiro attorno allo scorporo della società in un’immobiliare ceca che detiene i muri (perché in cechia il settore immobiliare blah blah blah e snocciola percentuali) il cui asset è detenuto al 100% da una società lituana (perchè lì blah blah blah) che controlla il 90% della società slovacca (e non ceca caro Tazio, perchè blah blah blah) che gestisce l’albergo e il “night” e io sento il sonno che mi avvinghia come l’edera perché io di ‘ste cose non c’ho mai capito una mazza e mai ci capirò. Ciò che so è che non sono il socio di maggioranza e quindi non decido una minchia e che quelle buste gialle che ritiro ogni giorno contengono dai 3 ai 4 stipendi di un operaio e la cosa, da buon vetero comunista, un po’ mi mette anche a disagio, ma poi, da buon vetero comunista, mi passa subito.

“Domani sera se ci va di culo c’è anche la Divina” e me lo dice con un sorriso al neon e la notizia mi libera subito dall’edera. Sì, perché dovete sapere che da sempre il Ruggi è segretamente innamorato di Sandra Romain, la famosa pornostar rumena, che ora conosce grazie all’amico dell’amico e che costei, oramai ritirata dal porno, di tanto in tanto si concede come coordinatrice di festini come quello che il Ruggi ha organizzato per stasera in due e due quattro.
Staremo a vedere. Non mi spiacerebbe affatto assaggiarla, la Romain, vi dirò.

“Oh Tazietti senti qui  che progettino che mi ronza: io e te venerdì sera partiamo da questa mmerda con l’ultimo volo per Amsterdam. Ci piazziamo belli come il sole a casa mia e lì ci rintroniamo come dei paracarri con della roba seria, mica quella che trovi nei coffee-shop. Poi ti presento un paio di femminuzze che mi dirai grazie. Ma aspetta: domenica sera, max lunedì mattina prendiamo l’aereo e voliamo a Bordeaux, dove ti faccio vedere i vigneti, le cantine e la Maison d’Hote e conosci anche Ninì” e sorride.

Parliamone, che lunedì c’ho scuola.
Però l’idea di una calata nel Bordeaux mi mette allegria e mi stimola.
Vanno centellinate queste opportunità, nel mare magnum delle mie paranoie.

venerdì 20 marzo 2015

Premiazioni

Ti premio.
Ci sei stata come se non fosse passato un giorno e io ti premio, mia Vacca.
Ti premio indossando i Paramenti Sacri della Premiazione, mentre ti tormenti allupata e sbavante la Gran Sorca Sozzissima, osservando e mormorando “oddio”: indosso l’anello sotto la cappella, poi indosso il triplo anello che mi strozza la base del cazzo e mi gonfia i coglioni, mi ungo d’olio il Bastone Imperiale mentre esso comincia a divenire scurissimo, viola e intarsiato di vene sublimi, perché il premio prevede che tu sia battezzata dalla mia bestia in veste devastatrice e disumanamente devastante.
Ti premio, quindi, ficcandoti quell’arma letale di carne da sesso nei tuoi buchi slabbrati.
Assegnandoti il premio a prescindere dalle tue urla di dolore, perché vai premiata ovunque.
E il premio ti va assegnato selvaggiamente, come se fossi sordo e cieco, esattamente come lo hai sognato tu, Regina della Stalla e io, Gran Fattore Imperiale delle Vacche Sozze.
Ti premio per ore, orgoglioso di glassarti la faccia di sborra urlando blasfemo, rimanendo comunque mostruosamente  duro e sensualmente deforme, pronto per rientrarti nel culo ferito e assegnarti premi minori, inzaccherandomi di liquide feci del piacere.
Ti premio sudando, godendo della tua fetida sporcizia animale.
Ti premio sino ad esalare l’ultimo rantolo di piacere, a quel punto, abbracciato al tuo untuoso corpo lurido, lasciando che lentamente il fenomeno ultratererreno riassuma fogge umane.
E a conclusione della premiazione brindiamo, dapprima urinandoti in bocca io, gioendo di come ingoi il Millesimato di Gran Vescica Imperiale che ho riservato per te, Vacca delle Vacche, Regina della Fiera della Bovina della Sborra, secondariamente bevendo avido i diversi schizzi di piscia rovente che mi spari in gola tenendo aperta la tua carnosa farfalla odorosa.

***
Torni dal cesso, mentre io giaccio sublime sulle tue coltri, fumando.
“Mi fa sangue il buco del culo” mormori assestandoti due pieghe di carta igienica tra le chiappe.
“Vieni qui” dico io, Padre e Padrone, Toro Loco e Montone, accogliendoti sotto il mio braccio, consentendoti di accoccolarti.
“Come mai niente smalto?” chiedo placido osservando quelle dita dei piedi sublimi da cui sorgono cresciute unghie giallastre, non per questo senza il loro fascino sensuale da favelas merdosa, anzi.
Fra poco Taz, fra poco che arriva la primavera. Ma se te resti anche domani!...” e ridi.

Resto?
Non lo so se resto Siusibestia, è complicato, ma sii certa che se resto tu lo saprai.
Sei la Regina, la Premiata, la Bovina Campionessa, per cui sì, mettiti lo smalto.
E mi rilasso inalando l’acre profumo di ascelle, sessi, piscia, sborra e merda, beato di beatitudine, commosso di accoglienza.
E un po’ in colpa di aver, nel passato, tanto bistrattato quella Donna che, alla fine, si è dimostrata l’unica persona che tiene a me.
E io non posso che ricambiarla con tanto, tanto, tanto amore.
La Susy.
Ha!

venerdì 9 agosto 2013

Lunghissima sintesi dell'ennessima cazzata (noioso - non leggere)

A ficcarsi nei cazzi ingarbugliati ci vuole un fisico allenato, mica un fisico da boccette tornito al bar da Adelmo.

Giovedì primo agosto
Col favore delle tenebre e delle ferie dell'agenzia di produzione, di cui io sono ancora socio minoritario ed il Costa è operatore, ci introduciamo nei locali della medesima grazie alla disattivazione dell'allarme ad opera del Costaganzo.
Arraffiamo due cam Canon XL H1S, microfoni, unità audio, banchi luce, spotlight, uno stabilizzatore addominale e una Mark III, più una borsa di obiettivi serie bianca, un generatore, 30 metri di cavo, batterie, due MacBook Pro e li carichiamo nell' Ulysse rossobordò del Costa che ha sostiuito il defunto e mai dimenticato Vito Mercedes verniciato di nero opaco con le bombolette spray.

Riattiviamo l'allarme e mettiamo in moto il catorcio da mille euro con a bordo sessantamila euro di attrezzatura non nostra e sottratta con l'inganno, facendo indomita prua verso il casello dell'autostrada, che abbiamo imboccato alle ore 23:17, destinazione Brennero. Turni di guida fissati: io guido fino a Rosenheim, Germania, dove prende il volante il Costa e guida fino a Praga. Chilometri totali circa mille, tempo di arrivo previsto circa mezzogiorno del due agosto. Un piano che si prefigura perfetto sin dal suo embrione.

Dopo meno di un'ora di viaggio il telefono del Costa squilla, presentando sul display un agghiacciante nome, identico a quello dell'attuale direttore dell'agenzia che, avvisato telefonicamente da un combinatore automatico collegato al sistema d'allarme, ma anche alla locale stazione dell'Arma, era al corrente dell'inusuale disattivazione e riattivazione dell'allarme e stava compiendo una ricognizione su chi era entrato ed aveva attivato e disattivato. Ricognizione condotta in compagnia di due Carabinieri per nulla di buon umore.

Il Costagenio farfuglia due cazzate, avevo lasciato il cellulare e l'ho ripreso, la belva se la beve, i Carabinieri pure e in un mazzetto di vaffanculo del signor direttore la conversazione si chiude ed il Costa mi guarda sdrumandosi la fronte con un sorriso, dicendomi "Ge la ziamo vishta bruttha atTà?" al che io mi premuro di puntualizzare due cose:  1 - TE LA SEI vista brutta perchè 'sta roba è anche mia, 2 - prega san Randazzo da Pistone che i Carabinieri non abbiano chiuso dicendo "Vuole dare una controllata che non manchi nulla?", perchè abbiamo (no, scusa, HAI) saccheggiato pressochè tutto.

E nel silenzio meditabondo la simpatica vetturetta di marca nazionale ha continuato la sua marcia verso il confine austriaco.

All'altezza di una graziosa zona nel meraviglioso nulla notturno, le mie fosche pupille osservano il termometro dell'acqua, vedendo che la sbarazzina lancetta si collocava nella zona rossa che, essendo la lancetta bianca, costituiva un gradevole accostamento cromatico, gradito assai anche dal radiatore che, dopo poche centinaia di metri, entusiasticamente emetteva un giocoso e poderoso geyser di vapore pulcherrimo.
Accosto bestemmiando e domando al Costacazzo se, in visione di un viaggio di mille chilometri, avesse fatto ripassare i fondamentali a quella merda di macchina.

"MinghiaTà sì cazzommmerd, ci ho messo l'olio, lattìsel (il gasuoliuo) e l'acqua del tercigrisdallo".
Giusto.
Quando si fonde è basilare osservare chiramente il panorama. Specialmente di notte.
Però nulla di grave, suvvia: in nemmeno tre ore e mezzo di traversie di cui vi risparmio i dettagli, eravamo nuovamente on the road, che il sole cominciava a farci ciao ciao ed eravamo ancora in Italia.
Per cui direi, per onore del cronoracconto, di aprire un nuovo paragrafo.

Venerdì 2 agosto
Passiamo il Brennero a giorno fatto e tiriamo verso Innsbruck. Non ci si ferma manco per pisciare, l'ho deciso io. Mi pianto a centosessanta, che di più quel papilloma maligno non andava e infrango circa settecentodue articoli del codice della strada austriaco, ma me ne fotto. Io non esisto. L'Ulysse è suo, l'attrezzatura è mia e io non so niente.
Attraverso l'Austria di nervi, non alzo mai il piede dall'acceleratore, me ne fotto del Costa che piagnucola "Ci fai prendere affuoco Tà" e mi fermo a fare carburante col motore acceso, che guai se l'aria condizionata perde un piconano grado che fuori è l'inferno.
Guido come un automa, me ne fotto dei cambi guida e a velocità massima taglio il confine tedesco, con direzione irrevocabile Munchen, che passo, virando a nord est verso la  Repubblica Ceca, a manetta, quando a Vohenstrauss, ad un passo dal confine, mi sento male.

Ore quattordici, molto caldo, quattordici ore di guida a digiuno, traversie, mi sento girare la testa, inchiodo e accosto a destra. Costainfermiera mi bagna, mi idrata, mi salinizza, mi stende, mi massaggia, mi cambia, mi nutre e mi piscia e in un'oretta sono nuovo come uscito dalla fabbrica. E cedo il volante. E finalmente entriamo nella Repubblica Ceca.
Ed alle ore sedici e ventidue, finalmente, vedo un cartello che dice "PRAHA".

Sabato 3 agosto
Abbiamo alloggiato per una notte all'Hotel Tourist in zona Praga 5, una topaia che una cella di Poggioreale sembra l'Hilton. Trasportiamo tutta la roba nel nostro nido d'amore, con l'aria condizionata non funzionante, il linoleum mezzo staccato nel cesso e un water di color verdechirurgico. Mangiamo, nudi sul letto, della roba incomprensibile che il Costa procura all'angolo e poi cediamo al sonno, pur essendo che il culo peloso del Costa qualche pensierino me lo mette.
Ma finalmente viene mattina ed il Costa s'attacca al telefono col suo uomo di fiducia. Più che al telefono si attacca al cazzo, perchè questo sacco di merda non risponde fino alle tre del pomeriggio. Dicendoci che il luogo di incontro sarebbe stato in un quartiere periferico di Praga, Praga 20, in una strada impossibile da capire, ma possibile da leggere via sms, per cui ok, ci dirigiamo lì, dove una certa Veronika ci avrebbe spiegato tutto.

E andiamo, non con poche difficoltà.

Veronika parla inglese alla perfezione, grazie a dio. E' accompagnata da Yashi di Rambo II, un ceco di dimensioni anomale che non parla nessuna lingua, come il Costa.
Ci fanno strada verso un'anonima casetta di un quartiere ancora più in là, che presumo possa essere numerato Praga 99.999. Villettina trasandata anni cinquanta, due piani, giardino secco, strada polverosa e rotta.
In termine tecnico, la location.

"Non si gira sino a lunedì" mi spiega l'anoressica ragazzetta poco più che maggiorenne che scopro rappresentare l'agenzia di casting. "Ok" dico io "ma fino a lunedì possiamo dormire qui che c'abbiamo millantamila miliardi di triliardi di attrezzatura?" - "Certo" mi dice lei, che tanto che cazzo gliene frega?

E ci abbandonano al nostro buffo destino.
"Senti Coso" dico al Costa "vedi se tante volte quel coglione dell'amico tuo viene qui e ci dà la metà dei quattrini come stabilito" e il Costaobbediente si attacca al telefono per delle ore, mentre io mi sollazzo nudo sotto il portico con una birra gelata che il frigo ne era pieno ed io stavo andando a fuoco per il caldo infernale.
Ma l'amico non risponde, non risponde, non risponde sino alle venti, ora in cui dice che lunedì mattina sarebbe stato lì con l'anticipo.

E da lì, l'oblio.
Praga 99.999 non è esattamente il Sunset Boulevard e io avevo fame. Il Costasolerte si veste e va in missione cibi e io rimango lì, nudo, sudato, pervaso da una sensazione di aver toccato il fondo che mi amareggia.
La casa puzza, tutte le stanze sono chiuse a chiave tranne la matrimoniale, il soggiorno, il cesso e la cucina.
Ho una sensazione di depressione sovietica che mi schiaccia in ginocchio.

Dopo un'ora e mezza torna il Costamamma con la pappa: scuri salumi sospetti, un pane sospetto, dei dolci sospetti, venti bottiglie di birra e sei bottiglie di vodka.
Mangiamo come i maiali, ruttando e scorreggiando, ci ingozziamo di birra, ci ingozziamo di vodka e alla fine, duri come delle bestie, sudati e puzzolenti, ci ingozziamo dei reciproci cazzi e culi.
Ci inculiamo avidi per tutta la notte, dolorosamente, appassionatamente, maschilmente.
Veniamo decine di volte e decine di volte ricominciamo, spalmandoci il sudore sulla pelle, leccandoci, grugnendo, puzzando, osceni, stupendi prodotti di questo mondo meraviglioso.
E poi crolliamo addormentati come una coppia innamorata.

Domenica 4 agosto
Sveglia all'alba: ore sedici. Nessuna traccia di caffè in casa, ma cazzomerda Costatroia, non riesci a pensare oltre i venti minuti? Doccia veloce, braghine di maglina, canotta e Hawaianas: caccia al bar. E troviamo una specie di coso che fa caffè turco. Una merda devastante. Ci sediamo, abbondantemente danneggiati e osserviamo.
Osserviamo quella che pare una leggenda metropolitana, ma che invece è una realtà, a Praga 99.997: le donne sono tutte fighe. Tutte. E lavorano con gli occhi che è una roba che ti pare di essere in una clamorosa Candid Camera. Pauroso.
Al Costa spunta un pirillo difficilmente occultabile, ma lo capisco: anche il mio si scappella davanti a culi menati a quel modo e (s)coperti a quel modo.
A un certo punto Costacolto mi sussurra "Oh Tà, minghia, ci andiamo a buttane stasera?" tormentandosi compulsivamente la minchia.

"No Costamore, non stasera. Dobbiamo essere lucidi per domani"

E con aria triste, il mio amico fraterno proveniente dal Pianeta delle Scimmie, accetta con disciplina.

Lunedì 5 agosto
Ore nove dlindlon. Veronika e Yashi sono alla porta. Entrano risoluti, aprono le porte chiuse, Yashi parla duro al telefono, l'anoressica mi chiede se siamo pronti. Il Costa fa "sì" con la testa sorridente e io lo blocco spiegando alla Pelleossa che non siam pronti fava se non arrivano i nostri soldi.
P&O mi dice che non è un problema suo, che lei si occupa del casting, che i nostri accordi con la "produzione" non la riguardano, ma che anzi, ci ritiene responsabili del costo dei "modelli" se non si gira. Al che i coglioni mi vanno al calor bianco e dico al Costa di rintracciare quel sacco di merda, viceversa io carico la macchina e torno nella bassa.
Il Costa si applica, Yashi si innervosisce, l'anoressica gli bestemmia in ceco mentre io bestemmio in italiano al Costa che, ovviamente, non riceve risposta dal sacco di merda.
Passano le ore, arrivano le undici e con le undici arrivano i "modelli" in ordine sparso: una, due, tre, poi quattro, cinque, sei, sette, poi otto, nove, dieci coppie che diventano quindici sul fare dell'una.
Caldo devastante, sudiamo come i maiali, ma del sacco di merda manco l'ombra.
Poi, finalmente, con comodo, alle quindici arriva.

"Ho avuto un contrattempo, scusate" esordisce porgendo al Costa la busta.
"Conta" gli dico io con ira incontenibile.
"Ci sono tutti Tà, la metà secc, te l'avevo dett è namic"
Il sacco di merda mi squadra, le mani in tasca, espressione di disprezzo e dice "Adesso facci vedere tu se li vali, invece di rompere i coglioni".

C'era un film con Al Pacino, non mi ricordo il nome, in cui lui, boss della mala italo americano diceva sempre "Stai pisciando sull'albero sbagliato amico", ve lo ricordate?

Beh, mi è montato il sangue alla testa.
D'istinto l'ho sollevato per la camicia e inchiodato al muro, appoggiando la punta del mio naso al suo, sibilandogli "Stronzo, prova a fottermi e ti giuro sulla testa di quella gran troia di tua madre che ti stano in qualsiasi cagatoio di Praga tu vada a nasconderti."

Il putiferio.
Yashi mi stacca (sti cazzi, meglio averlo per amico) quello urla, Costa urla, tutti urlano. Poi smettono. E nel silenzio solo uno continuava a urlare minchiate sui professionisti, su che pezzo di merda sfigato io fossi, che lui ci si pulisce il culo con quei quattro soldi che ancora mi deve e che a fine girato sarebbe stato qui, coi soldi da sbattermi in faccia.
E se ne va.

Beviamo tutti diverse vodke, ci rilassiamo, ci raffreddiamo, per quanto possibile a 40 gradi.

Dopo un'oretta eravamo in mezzo a trenta esseri umani che davano vita ad un'orgia maleodorante, chiusi in una stanza bollente con le finestre chiuse, a riprendere scadenti prodezze sessuali operate da scadenti corpi di scadente erotismo. Per circa quattro ore, al termine delle quali, negli effluvi di ascella, sborra, piscio e piedi, i "modelli" hanno abbandonato la "location".

Martedì 6 agosto
Nella notte riverso su DVD il materiale e lo preparo, mentre il Costa telefona incessantemente all'amico merda.
Alle tre del mattino gli ordino, non senza ricevere recalcitranti lamentele, di scrivere il seguente sms: "Lavoro finito e riversato. Se entro un'ora non sei qui col danaro partiamo e ce ne andiamo tornando a casa con TUTTO."
Dopo un quarto d'ora l'amico merda si fa vivo e vuole incontrare SOLO il Costa in un locale di Praga 16.550, con i DVD e i master. Mi incazzo e dico che non esiste, ma poi ragiono e dico vai, vai e risolvi e torna coi soldi.
Gli chiamo un taxi, lui parte, io resto.

Mercoledì 7 agosto
Lo rivedo tornare alle sei e dodici.
Senza soldi, senza DVD e master.
"Tà tettidevi calmare frate e rilazzare, quello non ci vuole ingulare."
"No?"
"Mannò Tà è che ccià problemi di liquidità ma quello paga frate, fitati"
"Tu ti fidi di lui Costa?"
"Eccett Tà"
"Ottimo, son contento. Allora adesso ti dico come faremo. Io parto con la MIA metà, ok? Tu aspetti qui la tua. Tanto è ovvio che te li darà, giusto frate? Poi appena hai i soldi, prendi quel budello merdoso con le ruote, parti a razzo e porti la roba in agenzia, che sia mai che qualcuno venga a sapere, mi spiego? Nel frattempo rifletti su cosa dire quando vedranno che l'allarme è stato disattivato e riattivato per la seconda volta. Potresti dire, ad esempio, che ti eri dimenticato il cervello. No, no, il cervello no. Non se la bevrebbero."

Venerdì 9 agosto, ore 00:45
Siedo in infradito, bermuda e camicia nel retro della Solita, bevendo una Nastro Azurro nella mia confortevole solitudine, un po' più ricco e un po' più sfiancato.
La Marghe si accende una Merit e si siede al mio tavolo.
Si è separata dal marito, vive coi figli in un paese qui vicino dove ha trovato un mini.
"Te la bevi una birretta con me Marghe?"
"Massì" e dice a Yussuf di portargliene una.
"Come gira?" chiedo, sapendo la risposta.
"Una merda" mi risponde guardando il bicchiere.

Pausa.

"Erano buoni i gnocchi?" mi chiede.
"Superbi" rispondo e lei sorride triste.

Sono ubriachello, ne ho bevute ventisei e allora mi butto.
"Sai una cosa Marghe?"
"No"
"Ti chiaverei per una settimana intera"

Pausa.

"Sai una cosa Tazio?"
"No"
"Non me ne frega più un cazzo del sesso da anni."
E abbiam bevuto una birra.

Ed eccomi qua.

sabato 15 settembre 2012

Che classe

"Che cazzo è 'sta roba?" chiedo al Costa.
"Un pornazzo dei puffi"
Svaccato sul divano di casa sua, senza pantaloni, ma con la Lacoste, in slippone bianco sgambato con rigonfiamento della minchia, che guarda un porno con dei deficienti tinti di blu che fanno i puffi sozzi. Mi permetto di obiettare, spinto dalla deformazione professionale che dovrebbe avere anche lui: "Sì, ma che cagata, ma non vedi che mentre chiavano cazzi e fighe tornano rosa che gli va via la tinta e gli va via pure dove sudano? E' uno schifo".
Non si scompone e mi dice "Me mi piglia lo stesso" e la conversazione è finita. 

Allora vado in cucina, dove Max e il Loca si stanno girando un cannellone ripieno alle erbette pazzesche pazzeschissime.
Chiacchieriamo e sfumazziamo rimanendo in cucina, perché 'sto pornazzo dei puffi fa cagare a tutti.
Poi, alle dieci, arriva l'Umbe, suona e sale, sale recando in dono una bottiglia di vodka russa che guarda è una bomba e mi ricordo della bomba che c'aveva il Costa in congelatore che sono rimasto svenuto per due giorni.
Poi arriva l'uomo di Neanderthal che i puffi avevano finito, con la minchia mezza dura e si siede a rovescio su una sedia della cucina.

"Vero ominidi" dico puntando lui e l'Umbe "andate via domenica sera, sì? Che lunedì mattina comincia alle nove l'ambaradan." e loro annuiscono bovini.
Sì, perché dovete sapere che ho comperato un drone. No, non voglio attaccare la Libia, questo drone serve a portare in volo una telecamera per le riprese aeree.
E' un elicotterino radiocomandato del costo di diecimila euro che ho ribattezzato drene visto che, per l'appunto, ho dovuto vendere un rene per comperarlo.
E lunedì i due androidi vanno vicino a Trieste per una settimana di corso di formazione al volo.

"Minghiaoh io c'ho voglia, andiamo a troie" sentenzia didascalico il dotto Costascienziato palpandosi la minchia sopra le mutande.
"Ma sei ha chiavato come un toro per un mese! Cazzo rompi i coglioni!" esordisce Max con mani giunte e aria da "eddai".
Sì perché il calabro saudita è stato un mese intero giù in Carabia, dove ha pompato serrato e massiccio la cugina racchia. Racchia, ma porca come poche, a suo dire. La donzella, con la quale si unisce carnalmente dall'età di sedici anni, è fidanzata, ma ciò non le ha impedito di prendere tutto il giorno il tarello del nostro prode bardo, per poi congiungersi all'amato fidanzato e promesso sposo nella primavera dell'anno prossimo, nel dopo cena.
Un' organizzazione perfetta, debbo dire. Belle cose, anche, mi sento di dire.

"Ci potevi venirci pure te che te l'avevo addetto" risponde piccato. Perché la cugina racchia e porca ce n'ha per tutti eh. La proverbiale ospitalità meridionale.
"E' pelosa di sotto" chiedo all'infastidito Costa che si gira, mi mette una mano sul braccio e mi sussurra "dibbrutto Tà" e io annuisco con sacrale serietà, mentre il Max spara una risata schioccante battendo le mani e il Costa si solleva dalla sedia, con la minchia mezza dritta dicendo "Oh minghia ridi porcodd** mi stai facendo girare ai goglioni te stasera" ed io tento una mediazione immediata, appellandomi al fair play per cui siamo conosciuti worldwide e mi giunge in aiuto il Loca, che in tutto questo signorile dialogo ha incessantemente letto la Gazza, che a voce alta legge parole e nomi a me incomprensibili, ma che appaiono di un appeal irresistibile al branco di amadriadi, appeal così intenso  da spostare l'obiettivo dalle irsute pudende della cugina racchia-ma-porca, alle sorti di qualche calciatore amato od odiato al punto di coinvolgerli tutti, ma tutti, in una lite sportiva che fa dimenticare il mondo, i Puffi, le troie, la Calabria e la cugina pelosa RMP.

E mentre assisto alla lite non capendo un cazzo di quello che dicono, penso.
Penso intensamente ai fatti miei, ai miei vuoti, alle mie nostalgie, alle mie paure, alle mie delusioni e mi alzo e saluto ed esco di casa, scendo, prendo la macchina, guido, guido, guido, guido e poi mi fermo per far salire Nadine che mi sorride fluorescente nella notte italiana.
Che venerdì sera di classe.

giovedì 13 settembre 2012

Formattiamo Sara Tommasi

Il ritorno dei guasconi ha portato una folata di cultura cosmopolita nelle nostre misere vite. Agevolati dalla pausa pranzo, irrompono nel mio ufficiuolo recando un portatile aperto ed un ghigno sulla faccia. Parcheggiano il portatile sul tavolo delle riunioni. Chiedo sommessamente, ma con bestemmia rafforzativa, che cazzo sta succedendo e il Loca preme invio e dichiara con mistica soddisfazione "Il film porno della Tommasi in alta…."
Io manco sapevo che avesse  fatto un film porno e stavo proprio bene nella mia ignoranza.
Ci sediamo come tre mammalucchi ad adorare il MacBook e il filmone ha inizio.
"La mia prima volta" si intitola il tristissimo film deprimente ed io mi auguro che sia anche l'ultima, di cuore.
E' un film a menu completo: masturbazione con vibratori e dito nel culo, scena lesbo con una bionda, threesome con pecora e pompino, triplice pompino con sborrata in bocca e poi altra threesome in cui si becca la doppia penetrazione. Nessuna trama, episodietti separati, una roba da vergognarsi ad averla prodotta.
Ma il produttore dovrebbe vergognarsi di essere al mondo, al di là di motivi tecnici.

Tutto inizia con una dotta prolusione a cura della stessa Dottoressa Tommasi vestita da camerierina francese che, brandendo un vibratore, recita quanto segue:
"Ciao sono Sara Tommasi e ciuccio bene i vasi. Mi piacerebbe fare la pornostar non per rubare il lavoro a delle altre che hanno già fatto un sacco di carriera come Laura Perego e la Eva Henger, ma solamente per divertirvi, divertirmi, ciucciare bene i vasi e.. che dire… fare bene l'amOre perché mi piace tanto fare l'amOre e soprattutto fare tanto sesso con tanti bei ragazzi e tante belle ragazze, ma basta anche che c'è un CAZZO, una figa o qualcosa che mi piace e mi attira e che godo, perché a me piace tanto godere, proprio tanto tanto tanto tanto tanto, sono una ternana doc, sì perché vengo dall'Umbria, una città noiosissima, ma qui mi diverto tanto, perché l'Italia è un posto dove si fa solo tanto sesso, tutti amano il sesso e ci sono sempre le tre "s" di mezzo: soldi, sesso e successo e allora più fai sesso, più hai soldi e più hai il successo"
Si vede che è laureata alla Bocconi, non c'è niente da fare, altro spessore, altro stile.

Da lì l'inizio della grande depressione. Occhio sbarrato e perduto, assenza di mimica facciale, una faccia da marionetta di gesso, fastidioso mugolare artefatto, nessuna partecipazione, impacciata, sicuramente strafatta. Mi assento un paio di volte per futili motivi, lasciando Costa e Loca di guardia alla visione, perché proprio provo disgusto, disagio e depressione.
E poi, ci si approssima alla fine con una scena bucolica, un parco, una panchina e la Dottoressa che si masturba e ci regala una considerazione:
"A me mi piace di essere violentata, mi piace quando mi fanno le sorprese, tanti maschi che mi prendono e mi stuprano, a schiaffi, a sberle e a cinghiate, lancio un messaggio agli italiani per essere stuprata collettivamente, che farebbe tanto bene al cuore e all'anima." e devo dire che sì, parteciperei volentieri alla parte delle sberle e delle cinghiate, perché non ci si può, no, non ci si può ridurre in 'sto modo, no. Vergogna.

Poi via verso la monta a tre, ultimo atto della prima e ultima volta.
Un manzo sotto, lei in mezzo, un manzo alle spalle, nella doppietta già citata. Lei emette una vocale, la "a" continuativamente senza pause e questo è di per sé molto fastidioso. La sirena dura un pochino, poi arriva il primo piano, lei si gira alla telecamera, regalando un'altra perla indimenticabile.
"…sì dai, sborratemi dentro, insieme, dentro, uno dentro e uno NELL'ANO, CHE GODURIA.", con voce isterica, finta e questa maschera di cera sinistra, da brividi.

Poi, finalmente la pena finisce. Nessuno dice una parola, poi il Loca si appropria del computer e formatta la chiavetta.
Formatta la Tommasi, com'è giusto che sia.
Tristezza.
Mi ha colpito.

sabato 5 maggio 2012

Il lungo post dei lunghi piaceri


La serata al Circolo volge al termine.
Un venerdì pigro, come ogni venerdì. Milly sosta in corridoio, chiacchierando col Giovanotto Solitario.
La raggiungo e la saluto. Mi accarezza sorridente il viso, dicendomi che non sperava di vedermi e che è contenta della sorpresa.

Mi prende sottobraccio e camminiamo sino al Salone Principale.  Inquieta non c’è, è già andata via. Me lo dice con un guizzo negli occhi. Le verso da bere, mi chiede come sto. Come sto. Già. Come sto?
Le accarezzo le natiche sopra il vestito nero di organza di seta. Credo sia una risposta esaustiva.
Mi avvicino al suo orecchio e le sussurro, in una tirata sintetica senza pause, la mia visione della scena mai vissuta, di lei non lavata e discinta come una vacca da postribolo decadente, delle sue sudice infradito e dei suoi piedi da leccare, del pavimento della sua cucina, di Habana dietro di me nudo, carponi, che le offro culo, coglioni e cazzo da mungere.

Occhi sozzi, sorriso affilato, sopracciglia che si sollevano e si riabbassano in un guizzo maligno.
“Vai di là e fatti dare da Haby un accappatoio e aspettatemi… ne avrò per poco… cercate di resistervi… non vorrei dovervi punire entrambi se vi colgo a copulare…” sibilato a un millimetro dalla mia bocca. Profumo di whisky e nicotina mescolati a un parfum dolce, sensuale e lascivo.

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Lecco. Nudo, oscenamente inginocchiato su quel deprimente pavimento fatto di piastrelline dal colore ospedaliero. Lecco le stringhe di gomma dozzinali, con la lingua piatta, sentendo la pelle nuda ai bordi. Succhio le dita della Padrona, godendo del profumo della sua pelle sudata che muta tonalità allo spargere della mia saliva. Lecco e succhio. Succhio le dita una ad una, lecco la suola della ciabattina estiva impressa dell’impronta scura del suo sudore mischiato alla polvere e allo sporco. Strofino la faccia bagnandomi le guance. Spingo all’infuori il culo come una puttana, offrendo alle sapienti cure di Habana il mio buco del culo ed i miei genitali.
Milly fuma, lenta, compiaciuta, puzzolente tanfo di sigaretta popolare francese che mi eccita.
Sollevo lo sguardo, di tanto in tanto, per cogliere il suo piacere.
Le dita di Habana si fanno strada dentro di me, la sua mano impugna gentile il cazzo, mungendo, tirandolo verso il basso, piegandolo all’indietro. Unghie che graffiano appena, strozzature esaltanti, lingua leggera, dita che allargano, due, tre, quattro.
Mi deformo la bocca accogliendo tutte le dita di Milly, che si muovono sensuali sulla mia lingua ed il mio palato. Olfatto, gusto, vista, tatto e udito.

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Mentre dedico tutto me stesso a leccare la fica pelosa di Milly, Habana indossa quello strapon nero. Talmente grosso da fare paura e gola allo stesso tempo. Milly me lo fa sbocchinare e la cosa mi eccita. Mi chiama lurida troia, perché lo sa bene che godo ad essere chiamato così. I capezzoli di Haby sono stretti, duri, sporgenti. Succhio, sono la loro lurida troia. Non voglio altro.

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La Dea Nera mi agguanta saldamente per i fianchi mentre ficca veloce nel mio culo. E’ delizioso, sono in delirio, in coma, in estasi. La sento ansimare dall’eccitazione. Milly mi graffia la schiena, mormorando che adora vedermi sotto. Sotto. Sì, voglio stare sotto come una lurida troia in calore. Mi tira per i capelli guidando la mia bocca verso la sua fica. Milly adora che le si lecchi la fica. La fica e il culo. Incita Haby a sbattermi più forte e io sento il mio buco teso bruciare caldo come poche volte l’ho sentito in vita.

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Una macchia di lucido sudore tra i seni di Haby la rende ancor più irresistibile. Mi ricopro di gel lubrificante il cazzo, mentre Milly sale su Haby impalandosi la fica con quel cazzo finto gigante. Resta curva su di lei, aspettandomi. Mi sistemo e le entro nel culo. E sincronizziamo il movimento, l’onda, l’andatura. La carne nel panino. Mi lampeggia nella mente quella frase della Ade. Sudiamo tutti e tre, godendo, faticando intensamente per dare alla Padrona il piacere che merita. Odoriamo di umanità sudata, lurida.
Godiamo senza freni.
Mordo la spalla di Milly che laida bestemmia dio sotto voce, gradendo, incitandomi a morderla ancora.
Le mordo la nuca, inculandola forte. Come un leone fa con la leonessa e Milly sbava di godimento.

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Un urlo nella notte, un rantolo osceno, turpiloquio irripetibile, blasfemia che mette in imbarazzo anche me.
Poi carezze, capelli sudati appiccicati alla faccia macchiata di trucco sbavato, denti felini che sorridono la soddisfazione, baci, saliva, fiatone. La Padrona è venuta ed ora si scioglie nell’umano degrado molle del dopo. Rimaniamo io e Habana, serpi arrapate, fedeli servitori dei piaceri carnali della Bestia, a guardarci, a sperare in un segno indulgente della Miss appagata.
Milly sorseggia dell’acqua, nuda, in piedi, accanto al letto su cui giaciamo io e la Bella d’Ebano, incapaci di non tormentarci ciascuno i propri genitali, pendendo dalle labbra della Belva.
“Sbranatevi” impartisce secca, dopo aver acceso una fetida Gauloise.

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La lingua nel culo. Gliela spingo divaricandole le natiche, assaggiando i sapori amari esotici ed erotici di quella Bambola di Carne Nera. La voglio ripagare del godimento anale che mi ha regalato e la inculo. Forte, sentendo il cazzo che brucia mentre le violo il buco scuro, godendo del suo urlo di piacere. Ficco nell’intestino bollente, estasiato dalla sensualità della sua schiena e della sua testa nuda. Lecco pieghe tenerissime, sudore salato, pelle del cranio unta e lucida. La abbraccio sbattendole il cazzo nel culo, cercando di generare tenerezza nell’abbraccio al suo corpo e violenza deliziosa negli affondi isterici. Mi piace, mi fa impazzire, sento le sue mani lievi che mi carezzano la pelle mentre abuso, svangandolo, del suo ano.

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La Miss giace accanto a noi, fumando, godendo sgualcita della bestialità di quell’amplesso furioso. Non smetterei mai di scoparla, è una Divinità Nera, sovrannaturale, stupenda. La lecco ovunque, la assaporo ovunque, mi sciolgo nei suoi occhi scuri che mi raccontano quanto le stia piacendo essere trafitta a quel modo. Sudata, lucida, odorosa, saporita. Le lecco la sommità del cranio, non riesco a resistere e lei mugola di tenero piacere quando la mia lingua lascia una scia bagnata sulla sua pelle. La faccio urlare battendo i pugni due, tre, quattro volte, resistendo, sentendo una voragine gonfia aprirsi dentro al cazzo, ma non smetto, ficcandomi in bocca i suoi piedi, fino al momento in cui non posso più non cedere.

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Esco impugnando il cazzo e la Bella di Ebano scatta felina e si accoccola ai miei piedi, chinando il capo ad indicarmi dove vuole essere colpita dal mio seme rovente. Strofino la cappella su quel cranio sensuale e poi strozzo veloce e macchio di lattiginose gocce abbondanti il suo capo, con lei che mugola piacere sottile  e Milly sorride mormorando un “aaah” gutturale di stupito piacere. Le dita di Milly spalmano lente, mentre io mi chino ad abbracciare la Dea Nera, leccandole via dal cranio ciò che le ho spruzzato. Le sue dita mi accarezzano lievi e i suoi occhi sono chiusi. La bacio. Guardo Milly. Stringo Haby. La annuso. Accarezzo Milly che si avvicina all’abbraccio mormorando in inglese, per essere sicura che Haby comprenda, che sarò l’unico Maschio con cui avrà facoltà di accoppiarsi. Un regalo sublime, la ringrazio baciandola.

Superba serata. Superba.

lunedì 30 aprile 2012

Un nuovo mondo


Guarda, ecco qui. Indossala. Indossa questa catsuit di latex nero lucido con la cernierina a due cursori sul cavallo. Aprila che potrai metterla anche con il buttplug nel culo, che poi ti mostro una cosa. Anzi due. Tirala, è stretta, ma poi ci suderai dentro e la sentirai meglio, mettitela. Mi guardi con gli occhi della lussuria e mormori che è una figata e cominci lenta a indossare la muta di plastica che ti lascerà scoperti solo i genitali. Ti contorci, a bocca aperta, a bocca sozza, godi di quel feticcio visto e stravisto, ma mai immaginato di poter indossare e poi *zip* chiusa la cerniera sul davanti e *zip* chiusa la cerniera genitale, avvicinando i due cursori alla zona dalla quale quel tappo fa capolino seducente.

Ma non basta, Chiaretta Mignotta, ora mi devi far godere l’ipotalamo e indossare queste platform vertiginose di vinile nero, mettitele e guarda quanto sai alta. Una Troia slanciata e convieni anche tu che sì, che sono da Troiona Imperiale e ti guardi allo specchio, ti chini, commenti che è bollente e che già cominci a sudare e la mia ipofisi si scappella e godo a toccarti, ma non è ancora finita. Sono giorni che colleziono pezzi per te e sono giorni che aspetto il pomeriggio nuvoloso e tranquillo in cui giocare con te alla bambola e allora chinati, vieni, ti metto il collare e il guinzaglio e tu sbavi di sozzura e mi confessi che quella roba ti ha sempre arrapato e adesso ce l’hai vieni che allaccio ed aggancio il moschettone del guinzaglio a catena e sei davvero attraente, ma non basta, Chiaretta Troietta, il pezzo forte deve ancora venire.

Ed estraggo dal mio sacchetto delle meraviglie l’anal plug dei miei sogni e dei tuoi, quello con la coda di crine lunghissima e lo guardi dicendo che non ci puoi credere e accarezzi quel crine lucidissimo e morbido ed è arrivato il momento in cui ti devi chinare perché ora c’è il cambio dal buttplug normale a quello animale e mi chiedi di vedere allo specchio quanto ti rimane aperto il buco del culo e io ti accontento, ponendo lo specchio a favore di culo e cominciando a ruotare e a tirare, mentre tu a novanta gradi osservi nello specchio il miracolo del parto del cono di gomma e io ti dico di non stringere, altrimenti si chiude, di rimanere rilassata e annuisci rossa in viso ed io tiro e, cazzomerda, ti rimane aperta una voragine buia contornata di carne arrossata e tu emetti un “oooh” soddisfatto e anche stupito, quando con ambedue gli indici tendo quel buco odoroso per mostrarti che grotta oscura hai in mezzo alla chiappe.

E poi, senza cura, introduco la coda, serrando i cursori della cerniera affincè fuoriesca dalla catsuit senza null’altro dare a vedere e ti alzi. Ti tocchi la fica e mi dici che la cerniera di metallo ti sfrega il clitoride e mi dici che ti eccita a morte quella suit che ti dono e oscilli il bacino per far ondeggiare la coda e mi chiedi che animale voglio tu sia e io ti rispondo che voglio tu sia una sensuale asina e non smetti di guardarti allo specchio ed io mi spoglio, nudo, col cazzo di marmo che sfrego sulla plastica nera lasciando una bava umida e visibile sul tuo culo e ti strizzi le mammellette davanti allo specchio e mi dici di essere in calore e allora ti piego, a novanta, scorro i cursori e ti sfilo dal culo la coda e al suo posto ci infilo il cazzo senza trovar resistenza e sorridi e mugoli, constatando che siamo due depravati schifosi ed è ben vero, sì lo è, ma possiamo dire che la nostra condizione non ci doni serena felicità?

Sudore, sperma, umori, saliva e bava.
Ti lecco dappertutto, imperlata di sudore, dopo averti denudata della suit stuzzicante.
Mi accarezzi i capelli con gli occhi sognanti e mi dici che sono proprio pazzo ed io ho un guizzo di orgoglio eccitato. Ci sfreghiamo, scivoliamo, ci baciamo, rilassandoci dopo aver goduto ed urlato senza freni.

“Vorrei mi portassi in uno di quei locali, vestita così, con la coda” mi dici con lo sguardo assassino.
“Vedremo” taglio corto leccandoti le ascelle ruvide appena, ancora madide.
“Sappi, comunque, che quelle platform strafighe io me le metto anche senza catsuit”
“Magari con la mini rosa….”
“Proprio con quella…” gorgogli sudicia baciandomi ovunque.
Immagino la scena ad un bar affollato e ho un principio di sincope.

E’ una soddisfazione quando i regali sono graditi, sì.