Pagine

mercoledì 16 agosto 2017

ferragosto operaio nella piazza rossa della città rossa chiamata capoluogo di provincia socialcomunista taziale


Cosce bollenti, profumate di creme doposolari lenitive, sudano e si muovono sotto tavolini proletari della Città Rossa, coperte appena da lembi di stoffa leggeri, che pretenderebbero di portare la chimera della freschezza nel clima arroventato dalla temperatura e dagli ormoni ferragostani, che si risvegliano di non lavoro e carne ostentata, condita dal saporito gusto socialpopolare, raro e disperso, in cui l’eguaglianza significa possibilità, opportunità, gioia, appartenenza.

Fiche cannibali masticano orli di perizomi umidi, incastonati nell’opulenza di carnose grandi labbra rese glabre dalle miracolose mani di compagne estetiste del popolo, anche loro glabre per elementari regole di marketing, che abbattono la disparità di classe portando in basso gli agi dell’alto, rendendo sessuali macchine da orgasmo le giumente vere, veraci, ruspanti, sane, che tutta Italia sogna come traguardo di una sessualità bella e sguaiata, unica nella penisola, priva di dogmi e di rituali, in cui il desiderio travalica le convenzioni matrimoniali in tutte le fastidiose declinazioni a tutti note.

Femmine di vera carne sugnosa desiderano più che mai d’essere sodomizzate in piedi, con l’abito sollevato, mentre si poggiano alla porta di legno marcio della porcilaia, godendo sonore del cazzo che hanno reso arzillo e intraprendente, in una pausa asettica dai loro obblighi scelleratamente precostituiti e assicurati a terzi maschili che, nel contempo, non assicurarono vivacità inguinale sufficiente al loro cannibalismo ano-genitale.

Le meraviglie della Città Rossa, intrisa di storia e chiavate, di politica e Stupende Maiale ghiotte di doppie vite apparentemente segrete, ma nella realtà ben pubbliche e ghignate sozzamente nei bar maschili, perché un segreto se rimane tale ti fa godere solo a metà e a metà, lo si sa bene, non lo vogliono neanche le suore.

Piedi nudi sgorgano da sandalini e infradito balneari a ribadire, a volte senza coscienza, la valenza suprema della parte per il tutto, dell’ostentazione di ciò che si ha liceità di ostentare, ma solo affinché il non ostentabile divenga sovrainteso protagonista, essendo esso sempre accompagnato da ciò che si ostenta lecitamente, e così un piede distrattamente liberato dall’infradito diviene d’improvviso un’intimità assoluta condivisa con tutti, poiché quello stesso piede compagno è nudo lì, nella piazza popolare della Città Rossa, così come lo è nell’alcova sovietica, mentre carezza i fianchi del compagno stallone infoiato che la giumenta cinge con le cosce mentre, questi, affonda la verga dura di sangue nella carnosa vagina viscida, che lo ingoia nei suoi bui, lussuriosi e odorosi meandri.

Chiacchierando appoggio la mano sul nudo ginocchio della compagna bionda riccia appena conosciuta e quegli occhi azzurri mi puntano in faccia mentre sparo le mie consuete puttanate d’arrembaggio e attendo la reazione negativa, così aduso a sortirne ultimamente, mentre quel sorrisetto appena accennato, invece, accompagna una eccitante schiusa delle cosce, appena percettibile, lì, nell’affollata Piazza Rossa Popolare della Comunista Città Rossa ferragostana e questo lassismo proletario mi fa tirare il compagno torrone come fosse intarsiato di pregiata trachite prealpina e colgo in tale timida schiusa un invito a non tacere le minchiate e a procedere lungo il sensibile interno coscia e a tre quarti di questo, che la bernarda già emanava il suo calor bianco, le cosce si serrano, le sue labbra buccali si avvicinano, un bacio a fil di fiato si spreca a uso e consumo delle amiche poco lontane, milfone infoiate par suo, mentre un sibilo sensuale mi invita a lasciare quel luogo in nome di più elastici e duttili e consoni locali predisposti alla monta ed io approvo, lasciando con lei l’affollato arengo ormonale della Compagna Città Rossa ferragostana Popolarsocialcomunista.

E siamo ignudi, semplicemente ignudi, sottoproletariamente ignudi e sudati, odorosi di piedi e creme e ascelle acide e salive che si asciugano veloci sulle nostre epidermidi compagne e non me ne frega un cazzo se la compagna bionda è figa esteticamente o meno, perché non ho tempo da perdere con queste cazzate borghesi, io voglio la cellulite, il pelo in ricrescita, le tette molli e fatte come la natura ha previsto che a quella precisa ora, in quel preciso luogo, esse siano fatte ed io, per questa congiuntura meravigliosa mi arrapo come non mi capitava da tempo immemore e sbatto come un maglio quella fregna bollente in astinenza da cazzo e in esperienza di megacazzo mai provato prima e necessario per tutta la vita da ora all’eternità.



Carne, pelle, odori stranieri, respiri ignoti, forme segrete, intimità violate, piacere sozzo, sguaiato, sudato ed arrossato, nel mio appartamento radical-chic fronte Piazza Rossa della Città Rossa Capoluogo di Provincia Taziale, destinato ad uso di foresteria per manager impotenti che credono che le migliori scopaiole siano le russe, per il solo fatto che le puttane che caricano con l’auto aziendale sono russe, mentre chiavare con questa bovina autoctona, di razza estinta, mi fa godere sino al colon e glielo dico, zoccola divina, sei porca, sei troia, sei lercia, sei mia e lei gode e si scatena, si libera dai lacci e lacciuoli di Silvestre memoria e mi succhia il cazzo come l’idrovora del Cavo Napoleonico e mi introduce due dita nell’ano, ricercando con esperienza la prostata affamata che, massaggiata così sapientemente0, fa gocciolare copiosa il limpido e dolce liquido che di lì a breve veicolerà un generoso e riconoscente fiotto di sborra bollente che lei dirigerà sui suoi capezzoluti seni, lucidando la pelle di mille riflessi e sarà stupore, miracolo, segno della croce, vedere che il compagno Cazzodimarmo non osa rammollirsi e, grazie all’erezione insolente che manterrà, sarà pronto a trapanarle nuovamente la gonfia fessura pelosa-ma-non-troppo, producendo l’avvio, l’innesco, l’invito alla lunga corsa della sua venuta condita di urla bestiali soffocate tra gola strozzata dalla mia mano e martellate potenti nella sua cervice uterina.

E’ il trionfo del popolo.
El Conquestador ha portato la pace nella fica campesina, stabilendo la nuova democrazia popolare, semplice, diretta, partecipativa, comparativa ed aggregativa e il bene trionfa sul male, ad opera di un uomo e una donna soli che lo hanno fatto per la piazza, la Piazza Rossa della Città Compagna.

Compagna Bionda Riccia, grazie.
Abbracciami. Sei la mia Falce ed io sarò il tuo Martello.
Vieni, compagna, ultimo round della Lotta Con Classe e poi a nanna.
Ha!









martedì 15 agosto 2017

Buon Cazzo di Ferragosto a tutti

“Se ti ho amato, Tazio, dici sul serio? L’amore? All’inizio credevo fosse una cosa fondamentale, capisci, come in tutte le relazioni, ma poi no, poi ho capito che, per stare con te, amarti è una faccenda marginale, è NIENTE rispetto a quello che ci vuole. Perché per riuscire a stare con te bisogna godere nel SUBIRTI, qualunque cosa si faccia. Sei possessiva e gelosa? Tazio migra, parte, decolla, evapora. Sei lassista e libertina allora, che così ci si guadagna anche qualche piccolo godimento personale, sportivo? No. No, perché Tazio si annoia. Lui si annoia con tutte quelle che lo assecondano e allora sai lui cosa fa? Tazio migra, scompare. Perché tu, Tazietto, hai la necessità di costruirti una croce (che non hai) per poterti accoccolare là sopra e recitare il ruolo che conosci a memoria e che ti frutta anche una serie di vantaggi con noi ochette: Tazio, il fenomenale ed unico Tazio E’ SOLO. Solfe su una solitudine che NON patisci, perché ciò che patisci è solo banale noia, ma che scatenano istinti materni in noi coglione pennute che ti vogliamo “salvare”, quando invece faremmo meglio a salvare noi stesse. Perché se assunto in dosi superiori alla prescrizione, Tazietto amore, tu dai dipendenza, sei tossico, sei un tunnel da cui non si esce più.”

“Il sesso con Pierluigi? Unammerda Tazietto, oggettivamente unammerda, siine orgogioso. Non te lo dovrei neanche dire, che ti si gonfia l’ego più del cazzo, che è tutto un dire, ma dopo aver scopato con te o finisci dentro ad una betoniera piena di senegalesi arrapati, oppure tutto va a confronto e perde.”
“In quante betoniere piene di senegalesi arrapati sei finita?”
“Nessuna, per ora.”

“Chiaretta, son passati due giorni e mi sembra un anno nel braccio Salerno del Carcere di Poggioreale, da quante me ne stai dicendo.”
“Nah. Pensa che ti sto riservando la versione Barbie e Ken”

“Ma tu, a parte quella stronza e troia della tua ex moglie, hai mai amato qualcuna nella tua vita? Ah, ferma il carro cowboy: non rispondere ‘te’ che ti infilo quella bottiglia nel culo dal fondo. E’ che ti piacerebbe se lo facessi, brutto culattone debosciato.”

“Perché sono qui, Chiaretta?”
“Perché mi devi strabiliare con dell’acqua che bagna due volte la stessa riva. Ricordi di avermelo detto?”

“Mi hai compromesso la sfera affettiva. Non sono più sincera negli approcci sentimentali. Per colpa tua.”
“Beh, il male di tutti i mali toglie il disturbo. Faccio la borsa. Grazie della squisita ospitalità.”
“Ma dove cazzo vai che sono le tre di notte?”
“Vado via, mi sembra semplice.”


Via via
Vieni via di qui
Niente piu' ti lega a questi luoghi
Neanche questi fiori azzurri
Via via
Neanche questo tempo estivo
Pieno di musiche
E di donne che ti son piaciute
It's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
Good luck my baby
It's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
I dream of you


Buon Ferragosto a tutti.

giovedì 10 agosto 2017

E allora che sia






“Io vado oltre alla malinconia se penso a Borgoverde. Mi viene una gran nostalgia e mi chiedo se è proprio vero che la stessa acqua non bagna mai due volte.”

E da lì una cascata di uazzappi, poi a un tratto la decisione di uazzappare sì, ma via voce e udito e, dopo esserci anche tirati in faccia un paio di capre morte e putrefatte, cannetta bilaterale della pace. Che essa porta sì pace, ma anche tanta allegria e vivacità genitale e allora, già che s’era lì, si sono rimembrati un paio di episodietti del passato, in maniera molle, calda e persino decadente e i dettagli sono fioccati come mosche col napalm e poi, a un tratto, una voce sexy e stanca mi ha chiesto se mi stessi toccando anche io, inducendo l’unica risposta ammissibile, cioè quella affermativa, pur se la verità fosse negativa, così come menzognero era il suo “anche”, pur non avendo certamente iniziato a fare alcunché, ma ravvedendone una conveniente valenza motivazionale.

Perché è vero che la stessa acqua non bagna mai due volte, ma è anche vero che se si comincia e si finisce prendendosi per il culo, difficilmente ci si esimerà dal farlo in un ipotetico nuovo inizio o parentesi di tregua della fine precedente.

Quindi Borgoverde 2017 reloaded sarà e nascerà come tutte quelle vacanze adolescenziali in cui si andava al mare “ad innamorarsi” (condizione di beltà della vacanza mai dichiarata, ovviamente, ma compulsivamente ricercata) in quanto “l’innamoramento” era la condizione che concedeva le attenuanti generiche all’egoismo della battaglia allo scazzo vacanziero, consentendo di affermare, inoltre, che la vacanza era stata una figata per ragioni distintive rispetto a quella del popolo dei segaioli: la figa.

E così domani parto per la graziosa località con tutta la maturità che la mia età diffonde a piene mani, sapendo che questo episodio di preteso revamping sarà come tritello nel frumento: inutile, dannoso e per nulla esperienziale poiché questa, l’esperienza, è noto essere un’insegnante bastarda che prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione e io la lezione l’ho seguita bene, nell’anno accademico in cui fu tenuta, e non ho certo bisogno di rinfrescarla: ho ancora tutti i miei appunti.

Condiremo di abbondante presa per il culo l’allegra vacanza, poiché tale condimento è la conditio sine qua non affinché la componente vizioso-sessuale, (che sarà sfrenata, se le premesse non muteranno), sia di riempimento alla reciproca noia correlata al periodo.
Trascorso il quale accadrà qualcosa.

Perché così funziona tra adulti, specie se non stupidi: si usa la consapevolezza per alterare i valori dell’illusione nominale, affinché quelli della delusione effettiva siano nettamente al di sotto di essi, consentendoci semplicemente (e spesso inutilmente) di sopravvivere.







P.S.
Spero di non averti deluso, GQ amico mio, mi spiacerebbe.














lunedì 7 agosto 2017

Lunediadi: diario

Ignoro il santo del giorno, ma me ne sbatto, buon lunedì amisgi che rarefatti mi seguite a cassso (nel senso del caso alla brasileiransgi).
Urge agire, miei diletti.
Il Tazio soffre, ma s’offre anche.
Azione, azione, azione.
Si avvicina il ferragosto e voi lo sapete quanto io odi questa terribile milestone dell’anno.
Diverse le pornoidee.


  1. Prendo il culo, raggiungo la Riccetta Puttanissima a Borgoverde e sguazzo nel lordo come un suino depravato, spingendola oltre ogni limite.
  2. Prendo il culo e salgo a Praga, ricontatto la mitica e mai dimenticata Venka e mi ungo di sesso con una MILF/GILF dai pruritini mal sopiti.
  3. Prendo il culo e salgo a Riga, che a chi piace la figa non vada proprio a Riga che così semplice non è, ma io ho il mio socio d’affari Bergolettone che mi organizza delle puttanerie sofisticatissime, che quella gran figa spaziale della moglie è in ferie col pargolo in Spagna.


Quindi azione richiedesi e decisione obbligatoria deve prendersi entro le ore duezeropuntozerozerozulu di stasera.
Che stasera, dalle duezerounopuntozerozerozulu urgono fatti concreti:


  1. Cena all’Ostaria Quellanuova, pietanze fredde e leggere, poco vino, niente bamba, niente merde, mi tengo per qualche canna con gli amici.
  2. Riunione plenaria degli Sfigatidimmerda amici miei con tema “Tea”. Che se la riprendano, che la sfruttino, Tazio scarta, stanco. Ricompattare il plotone e isolare la lavativa. Facciamocela in gruppo, la Tea è di tutti.
  3. Al termine del durissimo lavoro lunediale: tour in solitaria con missione Nadine, che ho bisogno di pelle nera, erba buona e profumo genitale dell’Africa selvaggia.


Vualà.
Ha!


Memories


E allora vado al Gar[b]age a vedere se trovo i ragazzuoli, ma non c’è nessuno e, lo ammetto, ho alzato diverse volte il gomito per portare alla bocca del bourbon, poi arriva ‘sta tipa, con la faccia da fattanza, però non male, sulla ventottina, come dicono a Roma e mi fa: “Prestami dieci sacchi, dai…” e mentre me lo chiede spinge in avanti il pube, con la manina tesa da bimbaminkia e allora mi scatta il genio del male, la tiro per il braccio e le dico “Ti fai di bamba o di molly?” e lei sorride lurida a un millimetro dalla mia faccia, gli occhi abbassati e mi dice “Quello che capita” e allora le dico “Se mi fai una pompa nel cesso te la compero io, dimmi quanta ne vuoi” e lei mi fa “fanculo, bastardo”.
E’ il marketing bellezza, niente di personale.
---

E mi ha ricordato la Frank.
Lei sì che mi aveva edificato un torrione di calcestruzzo al posto del cazzo, dicendomi che era stato suo padre a insegnarle a fare i pompini e io, come un testicolo sgonfio, avido di sozzura ho abboccato e lei ne era fiera, perché aveva fatto centro, aveva lanciato il sasso giusto al centro del liquamaio, perché la Frank era lurida, schifosamente depravata, un’autentica regina del sublime osceno ed io, come con le altre, l’ho spinta ad andarsene. Si fece fare un secondo piercing al clitoride per compiacermi e, in mezzo a quell’arazzo di tatuaggi che le ricoprivano il corpo c’è ancora il mio nome sul polso destro, che si fece fare di sua volontà.
Magari l’avrà coperto, io per colpa di uno come me l’avrei fatto.
Chissà dov’è, chissà se è ancora viva, chissà che fa.

Le sue tettine piercingate, gli inchiostri e tutto il resto erano cosa ben nota al Gar[b]age, dove si esibiva nuda sul cubo, mimando amplessi volgari e masturbandosi senza ritegno, perché godeva, godeva ad essere oscena e pubblica e poi l’ho portata nella Casa e lì era diventata subito un mito, una leggenda, un desiderio sessuale molto acceso nella troia di Milly, e lei era a suo agio nei panni della mia Sub, mentre in realtà era una spietata Mistress sotto mentite (e poi neanche tanto mentite) spoglie.

Sono certo che quei cessi maleodoranti del Gar[b]age se la ricordano ancora, si ricordano la porca demoniaca che si faceva sbattere da me nuda contro il muro di piastrelle schifose, con la porta aperta perché la si vedesse, e a chi si fermava a guardare mimava il gesto della sega, con la faccia gonfia di godimento selvaggio, perché lei era la Frank e guai a chi si fosse messo di traverso.

Mi ha amato moltissimo, l’ho capito eccome e non certo dal fatto che si fosse messa il collare e mi avesse dato il guinzaglio, quello era un simbolo del cazzo, era la luce nei suoi occhi, i suoi silenzi, le sue carezze calde sulle mie mani.

Mi ha amato moltissimo e queste cose le capisce anche un coglione miope, spietato e senza cuore come me.
Mi spiace averla persa.
Sì, mi spiace.

domenica 6 agosto 2017

Varie ed avariate




“Sono a Borgoverde in ferie da sola e mi sono venute in mente mille cose belle. Sono malinconica.”
Per un attimo ho pensato di raggiungerla, di imbottirmi di Vicodin e Cialis e ridurle la fica e il culo come un chilo di macinato. Macinato doppio. Son due chili? Lasci.
E invece non ho nemmeno risposto al uozzappo.

Il Po è un fossatello in cui pescare i gò.
Le dimensioni delle spiagge porcone si sono dilatate in maniera impressionante ed il numero di porconi e porcone disponibili a rischiare l’ictus è ridotto come non mai.
Fortuna che nella rada e secca boscaglia, sopravvissuta agli atti vandalici, ci si ritrova tra amici di sempre, che tra di noi non si fanno distinzioni di ceto sociale o, tantomeno, di etnia.
Mi ha lusingato l’aver arrapato un ragazzo magrebino davvero molto sensuale, dal colore ambrato e dal cazzo svirgolato all’insù di non trascurabili dimensioni. Ci siamo divorati come due troie, abbracciati e puzzolenti davanti a un vecchietto che ha tentato invano di menarselo, senza successo.
Io e lui, invece, ci siamo schizzati sui cazzi, menandocelo a hot dog, reciprocamente.
Solo che il caldo è qualcosa di spaventoso e bisogna fare attenzione.

Dopo essersi fatta rimorchiare al Flamingo con facilità quasi deludente, la GILFona ben tenuta, dai sensuali piedi dalle eleganti dita lunghe e nodose, ha accettato di lasciare la macchina in parcheggio e venire con la mia a casa mia.
L’ho aiutata a far scendere la cerniera dell’abito e poi ho iniziato a spogliarmi.
Lei si è tolta tutto e per ultimi i sandali slingback dorati da suarè datata.
E quando è rimasta a piedi nudi sul pavimento ha sfregato le piante per terra come se stesse spegnendo una sigaretta, per asciugare il sudore che sentiva di avere.
Sono partito arrapato abbestia con l’impeto di stuprarla brutalmente e ho ben presto ripiegato su una performancina da patronato, a causa di tutti quei sorridenti veti e consigli e suggerimenti e direttive e manuali e vaffanculo checcoglioni cazzomerda.
Però la sega che mi sono piallato a casa, dopo averla riconsegnata al suo destino, è stata atomica.
Ho anche annusato il pavimento, ma non vi era traccia di odore.
Peccato.

Però ha ragione la Riccetta.
Che bei tempi quelli di Borgoverde.
Se penso che gira nuda in quella casa mi si edifica un gasdotto nelle mutande che se mi vede la Gazprom mi trivella il culo.
Che non è un pensiero malvagio nemmeno quello eh.

lunedì 31 luglio 2017

Ripulito coercitivamente, ma con amore sotterraneo


E rimango in estasi a guardare quella madonna bionda che mi cavalca godendo sommmessa, accanto alla finestra da cui si osserva la Riviera Romagnola dall’alto della Suite dell’Impero dell’Oro e ancora non mi capacito di averle chiesto aiuto e averlo ottenuto, in perfetto stile malavitoso, la tana imperiale full design, il guardiano a quattro ante gentilissimo, il professore dall’accento veneto con le sembianze di un sinistro professor Stratman di Intrigo a Stoccolma, che accorre di domenica mattina a prescrivermi la teoria infinita di flebo, endovene, pastiglie, una liturgia farmacologica consumata, destinata a quei personaggi a cui non appartengo, ma efficace, ripulente, rapida e pericolosa, sicuramente costosissima e lei, la Ade, maglia di questo tessuto molto, ma molto serio, donna di potere, ricca, sporca, ingranaggio asservito a un meccanismo pericoloso fatto di tonnellate della roba di cui mi ha ripulito e ragazze e alberghi e discoteche e un efficiente e nascosto esercito armato, che parla una lingua carpatica.

“Cicciammore mi sei mancato” - mugola durante l’amplesso clandestino che mi suggerisce implicitamente di aver un prezzo altissimo, se scoperto – “Anche tu Adelina amore” e resto sbalordito dalla genialità di una donna che contrasta il rilassamento del seno con una mastoplastica riduttiva che le dona adolescenziali tettine piccole e a goccia, all’insù senza protesi, senza cicatrici, magnifiche, ipnotizzanti.

“Non devi più esagerare con le sostanze, sai Cicci, che quelle che trovi sono merda pura”, ossimoro estremo che sigla senza appello la verità.
E ci rivestiamo veloci, senza aver strafatto, senza numeri estremi, solo un amplesso che ci ha ricongiunti come un bacio di quelli che nella vita se ne hai dati due hai un culo neanche tuo.

Ripulito.
Una settimana nella “clinica” della Ade, un appartamento di una bellezza estetica insuperabile, col fido ed imponente Redo, bodyguard dall’abilità infermieristica insuperabile, programmato per la missione “Tazio non deve morire”, che in giacca scura mi infilzava nell’ago cannula verde ogni sorta di flacone e sacca, somministrandomi sciroppi, pastiglie e dio sa cosa.

Portandomi colazioni, pranzi e cene da ristorante di ultra lusso, in assenza totale di alcolici, in presenza costante di bilanciamenti dietologici perfetti, così come il loro sapore indimenticabile.

E la Ade era altrove, “impegnata con le serate”, salvo balzare inaspettatamente per verificare di persona i progressi del suo protetto, come una madre premurosa, un’amante segreta, una potenza a cui Redo attestava timoroso riconoscimento di status.

E poi il saluto finale, sulla dormeuse Le Corbusier di pelle bianca, Redo in libera uscita, quasi quello che la Ade mi stava donando fosse l’attestato d’amore con cui mi riconsegnava vivo alla mia approssimativa ed improbabile vita.

E a bordo della mia consumatissima Yaris long term rent, ho lasciato stamattina il buio garage sotterraneo, sciogliendomi nel traffico stradale, mescolandomi ai vacanzieri ad ogni titolo, accendendomi la prima Marlboro da otto giorni, fumandola con gusto mentre alla radio passavano i Radio Head, inforcando l’autostrada che mi ha riportato nel nulla da cui sono venuto.

Grazie Adelina.
E basta, il resto delle emozioni son cose mie.

venerdì 21 luglio 2017

Nespresso velenoso

E fu Nespresso.
Dalla Betta.
Una deliziosa nota rassicurante, materna e casalinga, nel marasma dimmerde che mi sto prendendo e nella piattezza pneumatica dei miei pensieri e della mia volontà.

Caffè, nero e caldo, anche se ci sono mille gradi fuori.
“Aha lo descriveresti così?” ghignavano le mie troiocompagne del liceo, assodando che la mia descrizione del caffè fosse la descrizione di “ciò che mi piace nel sesso” e se lo dice Madonnamoderna ci mancherebbe, puttanamiche, certo che sì.

Nero e caldo. Anche adesso che ci sono mille gradi fuori.
Ma oggi aggiungo anche: muscoloso, sudato, duro, grosso e lungo e in tutti gli orifizi in cui riesce a infilarmelo.
Saggezza dell’età, lo so.

In fin dei conti, però, avevano ragione loro a credere ai test di Puttanamadonnamoderna.
Che l’ho capito bene dopo, nella vita, a botte di antidepressivi e colloqui dimmerda: in fin dei conti Troiadimmerdamoderna è migliore di tanti luminari e luminaresse.

Nespresso e una sfinge muta, riccia, dalle curve mozzafiato.
Il mio, di fiato.
Mozzato dapprima vedendola dal di dietro, con quel culo imperial coloniale, poi dal davanti, dove ci sono sì le mammelle matrondittatoriali, ma soprattutto gli occhi sporchi che ridono.
Perché la Betta ha lo sguardo lurido, non c’è niente da fare. Ce l’ha anche quando non vuole, immaginiamoci se vuole.

“Perché vieni qui Taz? Non mi rispondere ‘per bere il caffè’, sii serio un secondo.” – mi chiede d’improvvsio, placida, con gli occhi lerci.
“Per te, Betta, per vederti, per te insomma...” – rispondo planando dalle natiche al suolo.
 “Per me.” – chiosa la femmina avvelenata, stingendo le labbra buccali, con un punto finale che dice più di cento manuali.
E poi incalza, innervosita, non più sorridente, ma con l’occhio cattivo.

“Cioè mi vuoi scopare.”
“Non ho detto questo.” – che i punti so metterli anche io.
“Ah. Perché siamo ‘amici’ quindi…” – e lì mi infastidisco io, con quel virgolettato fatto con le dita che odio, perché se ti sto sul culo non mi invitare, machiccazzo sei, chiccazzo ti conosce.

“Ok, ho capito, è ora di andare” – e mi alzo deciso, mezza tazzina irrisolta.
Lei non mi ferma e io sono gonfio di incazzatura come un cobra. E se anche fosse stato un “sì ti voglio scopare” che cazzo sono ‘sti atteggiamenti? Nell’albergo sotto la neve mi facevo le seghe o c’eri anche tu, cazzo di quella merdafrocia?

E in una manciata di nanosecondi, i due neuroni che non mi sono bruciato ancora fanno conti, rapidi, fulminei, che uno schiaffone glielo voglio dare, pesante, che faccia male, ma non son sicuro, eppure devo rischiare, non son sicuro, ma devo provare, lo devo a me stesso, lo devo alla salma dell’Immenserrimo TazioSuperstar ora defunto, scomparso, deceduto, certamente venuto meno.
Molto meno.
E me lo devo cazzomerda.

“Ventotto gennaio” – le dico girandomi secco e drammatico come si confaceva al compianto Tazionissimo UltraSuperStar.
“Cosa?” – chiede lei, secca, non capendo. Ed allora a tutto vapore, controfigura di un Uomo, fallo per TazioIlDivino, fallo per la sua memoria immemore stette la salma immobile orba di tanto spiro.

“Ventotto gennaio duemiladodici. La prima volta che ci siamo baciati. Non ricordo quella di quando ci siamo scopati, però.”
E poi via, senza girarmi.

Che i punti qui li metto solo io, cazzomerda.

E poi vaffanculo Betta.
Vacci di corsa.
Vaffanculo.
Tu e il tuo Nespresso dimmerda.

Ma avrà capito?





domenica 16 luglio 2017

Ylenia ti amo


Nella notte calda e solitaria, guido ascoltando i Simple Minds.
Camicia aperta, finestrino aperto, mi sale la voglia, accosto, sfodero il cazzo sotto il lampione giallo e meno, scappello e incappello, lo intosto, mi eccito, mi piaccio, il negrobianco, che cazzo da animale, che cappella, ma dai che si parte, vado a troie, stradali, luride, sudate, stupende.

Guido lento verso la zona e mi accarezzo la minchia, cambio automatico ti amo, senti come tira, mi tira il carro, eccone due, no, più avanti, che posso accostare parlando al finestrino mio, mostrando, esibendomi davanti a una sconosciuta, proviamo quella, sì quella mi arrapa.

“Ciao ammore icomestai? Uh! Sei già pronto ammore, che beggazo che hai, tanta voglia stassera, ma Ylenia ti toglie voglia ammore, sono 70 in macchina boca e figa coguanto…”
“Ascolta tesora, io ti pago anche di più, ma voglio leccarti tutta, dalla testa ai piedi, completamente nuda e poi voglio il culo…”

Si guarda intorno e ci pensa.

“Trecento e facciamo anche un po’ di  roba buona…” – e le faccio il segno internazionale del VickSinex.
Tu hai? Tu fai vedere…” – e mostro di straforo.
“Andiamo…” – e fa il giro della macchina e sale.
“Ho io posto sicuro no problemi, dire strada” – e mi sale l’ansia di venire sgozzato da due rumeni fatti di crack che mi inculano i soldi e la bamba, ma procedo con la minchia di marmo e Ylenia si accende una sigaretta e fa scivolare la sinistra sulla mazza ferrata, carezzandola con garbo.

“Tanto arapato eh? Senti come tira gazo, duro duro” – e ride segandomi leggera con la manina calda. Stupendo.

Nel capannone abbandonato, senza muri e senza porte, sapete quei capannoni che se io fossi un poliziotto in pensione e in dialisi controllerei di continuo?, beh nel capannone ci facciamo due belle curette inalanti veloci, così, per l’inverno, generose, poi lentamente comincio a divorarla come un Pitonsaurus TRex, leccandola, annusandola, facendole diventare i capezzoli due cazzi, che buon odore di femmina giovane da sesso, sudata, apri le gambe amore che te la lecco, depilata, ma con pistina di atterraggio, dio ma quante piste stasera, che traffico aereo, ma anche che sguazzo qui in mezzo, dolce e acida, piscia e lubrificante, odore di fica e puzzo di cesso, divina, secondo me gode davvero quando le lavoro il bottoncino, poi giù, fammi visitare il culetto amore, fammi sentire le crespelle carnose, amarognole, calde, ti contorci e spalanchi eh, ti piace Ylenia rumena zozzona eh? la cura inalante ti ha mandato a palla, come me, che la sto facendo dal pomeriggio, ma io prendo gli antibiotici anche, girati sulla pancia che ti mangio il culo, chiappe molli, ma belle e graziose, segno del costume perizomeo, guarda lì che bocciolone, non vedo l’ora di farmelo, ma intanto giù, via i sabot tacco novantasei e su i piedi, come i piedi no?, non esistono no qui amore, senti che delizia, senti la pelle sudata, la pelle a pezzetti sotto le dita, polverosa e che bel profumo di formaggino fresco di femmina, non stagionato, ti lavi, brava, è il mestiere che logora, senti amore, le senti abbastanza aperte le vie aeree? O è il caso che insistiamo con la cura?, meglio insistere, sono d’accordo.

E insistiamo.

Che botta cristoddio, se anche la polizia fosse in macchina me ne chiaverei, senti, ansimante Ylenia, facciamo cento zucche in più e saltiamo la storia del goldone e blahbla, che fa caldo e poi mi suda il cazzo?, e tiro fuori le cento zucche, mentre lei si dà all’ugola d’oro e mi tira una bocca di qualità medio bassa, ma accetta lo scoperto e la chiavo cabrio senza tanti preamboli.

E’ carina, anzi è proprio bellina, mi piace tanto, no, anzi, tantissimo e la bacio, provo un intenerimento abnorme, una voragine sentimentale e la abbraccio mentre mi abbranca con le gambe i fianchi, ti faccio male amore? “No è belo con-tinua…”, mi fa piacere che madame gradisca, sento che la amo, dal cuore, la voglio, la traforo triturando trucioli, mi abbraccia e la bacio di istinto e lei mi bacia aprendo la bocca, oh!, ma che stranezza, che bella intimità, pompo come un subwoofer innamorato pazzo e lei mugola un dolce canto rumeno, scritto dal Conte Dracula, molto carino, orecchiabile, ritmato da un movimento di bacino, un ballo propiziatorio, credo, ma dai che son contento Yle che sei venuta, sai? ma adesso dammi il buchino odoroso che anche io voglio riempirti di sborrona calda e si rigira, mentre io la fermo, su un fianco amore, entra meglio, mentre sapiente maestro di glandigitalidizzazizzazione, cerco il punto di rottura e spingo, piano, carezzandola, dicendole che è proprio bella e mi piace tanto, ma tantotantotanto e le innesto il  mostro nel culo, mentre lei si rende conto dell’enormità a cui assiste attonita e si attacca alla portiera con le manine, male amore?, no, continuo?, sì, entra, entro, senti come strozza col muscoletto sensuale e poi zac, l’ampiezza tenera del budello odoroso, ma senti che incularella che ci stiamo imbastendo Yle eh? e mi muovo lento, lascio che i muscoli si arrendano e poi comincio a fottere quel culetto dalle chiappe molline, mentre lei riversa il capo all’indietro, guancina sudata a guanciona sudata, ansima, la bacio e le strizzo le mammellette incazzate, la inculo, ti faccio male amore?, “No tu bravo, tu fare bene….” eccerto Ylenia, mica sono un puttaniere così, io sono IL puttaniere, fidati.

E cerca le mie mani e mi stringe con le sue, mentre io aumento il pompaggio e lei cerca di aprirsi più che può, mentre l’odorino di fossa biologica sale lento e caldo, a segnale che il tappo è tolto e si può cominciare a pompar la fogna.
Oh, Ylenia zozzona, ma quanto ti piace il supercazzone nel sederino eh? ciuccia adesso, ciucciamelo col culo, che voglio svuotarti nell’intestino i coglioni, dai, dai, dai e sborro grugnendo, mentre la mia odalisca stradale spinge il culo all’indietro per agevolare il mio, di espurgo.

***

“Ma tu paga putane per farle godere e snifare?” – mi chiede sudata marcia, mentre tenta di rinfrescarsi con delle merde di salviettine umidificate, che gliele avrà fatte il pappa a sputi, considerando che son secche e senza profumo, boh.

“Sì” – rispondo io sistemandomi – “ma solo quelle buone, sai, io sono Babbo Nasale” - e lì si ride che non vi dico.
Le annuso per l’ultima volta i formaggini piccolini e delicati come forma e come stagionatura, unghiettine rosse, lei dice nonononononono, ride, si rivolta zampettando come un satiro e mi dà un biglietto, fatto alla stazione, con su il suo nome e il cellulare.

La amo.

E’ splendida e dolcissima. E anche una ragazza tanto cara. Tanto. Eh.
Ma io sono su Saturno, che se stiamo lì un altro po’ me la spoglio e me la richiavo.
E ho amato a mille una cosa, che i puttanieri che mi leggono apprezzeranno: ha messo il cellulare in silenzioso e non ha risposto mai, anche se quel coso illuminava la borsa ogni tre secondi.

Brava.
Bella serata, era da tanto. Grazie Yle, ti amo.
E bacino e sorriso e via.
La amo!

Ah le donne! Come si fa a non amarle, quando son così sincere?
Ha!












Un pensiero a tutti voi

video

venerdì 14 luglio 2017

urlo di servizio: B, Babbi, Neofelys, seagull

Tutto non risponde, BB.
Sogno una notte e la scrivo, ma la casella mi rifiuta.
Riscrivimi, ho bisogno di un gancio in mezzo al cielo.
Grazie.

💔

'Cuda


Tu ti rendi conto che potrei essere tuo padre, che sono povero in canna, alcolizzato, drogato e maniaco sessuale?”
“Boh, sì.”
“E’ tutto quello che hai da dirmi al riguardo?”
“Boh, sì, credo di sì.” – e ride molle come un marshmallow da abbrustolire.
“Ma a te piace più la speed o la bambolina da sola o la bianca da sola?” – chiede trasognata.
E io adoro queste occasioni di distinzione semantica tra i significanti.
“La bamba è facile, modulare, gestibile anche in chiesa. La speed mi fa scopare come un cazzuto dio medievale che il Trono di Spade lo usava come bidè, la thai da sola tirarla è uno spreco, magari fumarla sì, quello è da posh, ci sta.”
“Giusto, giusto. A me piace fumare la gialla. O farmi le pistine sul tuo uccello. Molto train spotting.”

E chiaviamo.
Moltissimo.

“Tea, lo faresti un film porno?”
“Boh, se son strafatta come adesso, può essere che mi faccia anche un corso di ricamo”
“No, dai, seriamente.”
“Seriamente. Io e te un porno? Ci può stare. Hai le ‘attitudini’…” – e ride scimunita.
“Ma no, io faccio regia, fotografia, luci, sceneggiatura. Tu lo fai con un attore.”
“CON UNO SOLO? Nah, morta lì, poca roba.” – e si ride.

Poi si mette a sedere, nuda, alla luce della lampada gialla, arrotola, inala rumorosa, si massaggia le narici, si stende di fianco a me e mormora baciandomi “Faccio tutto quello che vuoi che faccia, scemo.”

E chiaviamo.
Moltissimo.

***
La Tea è come un’auto di grossa cilindrata, magari una di quelle definite da zingari, ma con un motore da panico. Uno come Max si accontenta d’andarci al bar facendola appena brontolare al minimo. Io voglio premere a fondo fino a farla urlare a settemilagiri in tutte le marce.
Forse fonde, ma non fonde.
Ma al bar non mi ci fermo.
No.

domenica 2 luglio 2017

Amore mio



“Ci son rimasto male, sai?...” – mormoro al suo orecchio mentre nudi come suini ci sfreghiamo l’un l’altro sul mio letto, prodighi di coccole amorose, attori di un segreto improbabile e improponibile.

“Per cosa?” – mi chiede a fil di labbra sbaciucchiandomi rumorosa, muovendosi sinuosa di pelle sudata sulla mia pelle sudata, sicuramente bramante una seconda impalata maestra come quella che le ho dianzi ficcato.

“Perché stai con Max” – sentenzio più greve e sofferente che posso, godendo di quei capezzolini di legno che si piegano duri sui miei mentre ci sfreghiamo ancora in calore.

Pausa secca. Occhi negli occhi.
“Mi prendi per il culo?” – “No, Tea.”
“Cioè spiega bene, te saresti geloso?” – mi faccio smorfioso, non rispondo, guardo in basso e poi la fisso, bella non è bella, ma in certi momenti ha un suo perché, sicuramente di corpo è una silfide erotica, matematicamente ha un culo neoclassico.

“Tazio?” – mi chiede sollevandomi il mento per cercare di guardarmi per bene.
Pausa metodo Tazislawsky.

“Tu mi manchi da morire, Tea.” – soffiato, sibilato, sofferto, straziato, disperato, così ben costruito che a momenti mi innamoro, che bella che sei Tea, che bella amore mio, bella di papà, sì Tazio, ed è un abbraccio, tragico, drammatico, romantico, sentimentalpopolare e mi monta una minchia da paura, che liscia, sudata, odorosa di ormoni aciduli, con quel cinto pelvico disarticolato dal resto che madonnasantissima, come sa menare il culo lei manco l’Immensa Miley Cyrus, scivola, bagnata, viscida, calda, carnosa, aperta, depilata, Barbie Porno, il megacazzo entra come in una caverna, dai piccolo amore, fatti chiavare ancora, whops, voglio far l’amore con te Tea, Tetea, anche io Tazio, ed è bufera, tregenda, tragedia, sento i Bee Gees, sento il favoloso Fausto Papetti, che mi dicono suonasse il sax, perché tanto più che guardar le copertine dei dischi e tirarci le seghe non abbiam mai fatto, così Tea amore, che bel buchino del culo che hai (penso), lo accarezzo, non entro, son rispettoso perché io ti amo amore mio, ma spetta ‘mo che ‘sto fricandò che sto mettendo in piedi funzioni e vedrai come te lo straccio che neanche una troia rumena GILF, amore vengo, vienimi dentro Tazio, non smettere, sì amore, ti vengo dentro, massaicheccazzomenefregamme, come godo, amore mio Tea, come godo Tazio amore mio, Tea amore, Tazio amore e la vita è stupenda.

“Max è un coglione” – sentenzia aspirando la prima boccata della canna che ha, come da regola UE, appena arricciato.
“Perché?” – chiedo sussurrando, mentre le bacio la spalla, ancora steso, mentre lei siede nuda, come in un film francese d’amordolore.
“Si spacca di Campari e alle dieci è cotto. L’altra sera l’ho messo a letto io.”

“Stai con me, ti prego.” – e sbaciucchio, mentre lei mi passa la canna e si abbandona su di me ad occhi chiusi e un sorriso. Sento di aver la cartella giusta per fare tombola e, infatti, di lì a un centesimo di secondo la ninfetta oscena si gira a baciarmi sussurrando “Ci pensavo anche io, sai?”.
E ricominciamo ad avvitarci, passandoci la canna, erotomani, tossici, amorali, indecenti, bugiardi, bastardi, cavalcami dandomi la schiena amore, un balzo, una gazzella, un culo dotato di vita propria inizia un twerking da conversione alla religione Naticoista, un capo dai capelli arruffati mi guarda da sopra la spalla, portando i segni del piacere, piacere sporco, piacere nostro.

A’ la guerre comme à la guerre, giovanotto.

Vualà. Lesgiòsanfè.




domenica 25 giugno 2017

Fidanzamento

“Oh, ma il tipo ce l’ha?” - mi chiede la donzella sulla trentacinquina, figa, un po’ anni ’70 col gonnone e l’occhialone ferma capelli – “Non so, sto aspettando anche io” – rispondo guardandole le dita dei piedi nei sandali infradito (che si vede che son di marca) e c’ha le dita nodose e lunghe come piace a me, impolverate dalla merda di calcinacci lì sotto, poi arriva il tizio col cappellino col frontino e mi fa “Quanta ne vuoi?” che io dico “Fai lei poi ci parliamo” e lei mi ringrazia, il tipo incassa e scarica, fa me e poi evapora – “Ma te la fai qui?” – chiedo sommesso e lei – “Un po’ me la farei che il resto lo devo portare a un amica, è che non mi fido qua…” e io la seguo mentre cammina male sui calcinacci e poi si gira – “Te te la fai?” – in un toscanazzo rivelatosi poi fiorentino – “Se mi fai compagnia sì, se no vado” “Sì, sì, ti faccio compagnia se vuoi…” – guardandosi in giro, un po’ affannata che si sale – “Offro io…” – dico magicamente in un soffio ed allora è sì, cazzo sì, se offro è sì, cazzo di tossica dimmerda e ci infratttiamo nel tugurio lurido, ci sistemiamo su una finestra che dà su delle erbacce secolari, si accoccola a gambe aperte con la mutandina candida, sia perché è bianca, sia perché e di cotone per bene, doppia carta di credito, cento euro e si parte, discreta, pensavo meglio, mi vien voglia di chiavarla, ripartenza, vai chemmifrega, pista che devo passare, beh dai sale piano, ma non è male, no infatti – “Ma sai che sei figa?” “Mavaffanculo, te mi vuoi chiavare!” e ride, ride, ride, si ride, le accarezzo i piedi, lei si fa seria e mi fa – “Ma t’ha preso così davvero?” “Sì, cosa devo fare?” e nell’attimo romantico dell’antro di piscio e merda, siringhe e sangue, scatta l’amore, quello vero, col bacio sincero, quello dal cuore e allora propongo a fil di labbra di farci un altro giro di prova e lei sorride e via, liberiamo le vie aeree e respiriamo l’aria degli affetti sinceri – “Vuoi che ti faccia un pompino?” “Per cominciare” “Oh non è peffà la bigotta, ma io qui un ci hiavo t’oddico eh…poi un ciò nemmeno i preservativi..” – ed allora succhia amore della mia vita, succhia bene e lenta e togliti i sandali, stupore, divertimento – “Che sei uno de huei matti che so’ innamorati dei piedi?” – massì, son io uno di quelli, ma senti labbradifuoco, com’è che ti chiamano? Franci, Francesca, bel nome, se avessi una figlia la chiamerei così, grazie – “Oh non mi venìnbocca he non mi piasce” – certo amore, tutto per te, ti avviso, ma tu mi fammi assaggiare quelle ditina nodose, mannò che son zozzi, ma non ti preoccupare che godo abbestia, dai succhia che vengo, sega ultrafast, con moltiplicatore della velocità, brava, bravissima, sborro come un koala siberiano e lei sorride, mordendosi il labbro, che brava che sei Franci, festeggiamo! e ride impiastricciata e mentre si pulisce coi Kleenex io attrezzo le piste che manco a New York al JFK e via che ci si rallegra felici e la tiro in piedi limonandola e la inchiodo al muro di schiena e scivolo nelle mutandine di cotone infantile e le frullo cortese la carnina con la strisciolina di pelino scurissimo, nel triangolo bianco di sole della Versilia e, mentre cede sulle ginocchia abbarbicata a me siffosse ella edera, sgocciola una venuta dignitosa, cantata, dignitosa al punto di poter essere considerata onesta, nell’occasionalità dell’incontro tra consumatori diretti, di cui uno ospitante.

“Tesoro devo andà he sennò mi perdo il treno. Ma te passi mai da Firenze?”“E se ci passassi che cosa succederebbe?” “Un so’, ci si vede”- arrampicandosi a fatica, con quelle infradito.
E perché no, Franceschina pura? Però dammi un numero, che sennò l’è un hasino hiamà tutti pettrovarti, ride, ci squilliamo, abbiamo i nostri numeri, l’amore è stupendo.

La porto alla stazione.
Ci baciamo, siamo praticamente fidanzati.
Queste sono le mie donne.
Viva l’amore vero!