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giovedì 29 dicembre 2011

L'uomo, la donna


Fa un freddo canchero e oggi abbiamo passato il pomeriggio come una coppia.
Sentite qua.
Sono tornato dall’aperitivo amaro e sono venuto qui a Domiziopoli, da dove vi scrivo. La Domi aveva preparato da mangiare ed abbiamo mangiato, vedendo RAI News e commentando.
La Domi non è di sinistra, ho appreso. E pazienza.
Però ho anche contestualmente appreso la ferale, lacerante notizia che simpatizza per Casini.
E per amore, solo per amore, mi fermo qui come mi sono fermato lì.
Ma solo per amore.

Poi io c’avevo delle robette da fare e gliel’ho detto e lei mi ha detto nessun problema, tu fai le robette e io mi metto a leggere un libro che ho comperato. Leggere, libro, nessun problema.
Keywords dal sapore misterioso, sino ad oggi.

E così si è composta la scena.
L’uomo seduto al tavolo col tablet che fa le sue cose, la donna stesa sul divano col libro.
Musica di sottofondo, caldo del riscaldamento, profumo di caffè.
Panorama su Domiziopoli che è bella un botto, cielo invernale, luce che comincia a sciamare alle quattordici e trenta.

L’uomo, a un tratto, viene colto da un disturbo. Raggiunge la donna, gliene parla e, dopo aver raccolto la sua affettuosa empatia, se la chiava. Godono, vengono, due volte, la seconda assieme.
Si lavano, si rivestono, prendono un caffè. La donna bacia l’uomo, l’uomo la abbraccia.
Poi lui torna al tablet, lei al libro.

L’eclissi della borghesia di Giuseppe De Rita.
L’uomo guarda la donna, scrivendo un post sul suo blog. La guarda leggere e sente di poter essere nuovamente colto da un disturbo, ma respira a fondo e soprassiede. Perché la scena va avanti bene così.
L’uomo si chiede se questo pomeriggio pigro da borghesi (ma pare siano eclissati, prenderò informazioni) gli piace, oppure se ha nostalgia per l’ano sfibrato ed i clisteri ringhianti della Ade o delle sceneggiature porno di alta qualità della Nica e poi smette d’improvviso di pescare merda dal suo bugliolo e si risponde. Affermativamente.

L’uomo ora capisce come si sta quando si sta bene.
A parte un piccolo disturbo, ma ne parlerà presto con la donna e sarà facile risolvere.

La caduta degli dei


Ho incontrato un vecchio amico, oggi. Ci siamo dati appuntamento per un aperitivo a metà strada: lui scendeva da Milano, io salivo e lì, a metà, ci siamo trovati.
Non ci vedevamo da secoli.
Lui era il patron di una bella agenzia. Una coi tre nomi: Rossi Verdi Bianchi. Senza sigle di major brand. Solo i tre nomi: l’art, il copy e l’account. Perché avevano cominciato così.
Ventuno dipendenti, trent’anni di attività. Nessun brand mozzafiato a portfolio, ma una miriade pazzesca di aziende che producevano il manifatturiero made in italy.
Perché loro si erano specializzati nella comunicazione tecnica ed erano dei draghi.
Bene, dopodomani chiudono.
Col trentun dodici fine, perché quest’anno in casa sono entrati sessantamila euro di lavori e le banche li hanno fatti rientrare. Hanno tamponato coi loro soldi e invece di fallire e aprire voragini INPS e banca, chiudono dignitosamente. Da signori quali sono sempre stati.

Vorrei che questa storia, che poi è uguale a quella dell’operaio che gli hanno fatto tap tap su una spalla e gli hanno detto “Sai che c’è? Da domani sei in ferie a vita” fosse vissuta da qualcuno a palazzo.
Vissuta sulla pelle, sui neuroni, sulle papille gustative. Perché è questa l’Italia che hanno dissestato, quella che faceva il tessuto economico della nazione senza baccani farabutti alla Marchionne, quello che poteva riprendersi e creare posti e non era interessata alle stock options.

Mi è dispiaciuto da morire, come se fosse toccata a me.
Mi ha detto ridendo che lui è sulla piazza, se serve. E io mica ci rido tanto eh. E’ che sarà lui a ridere se gli faccio una proposta. Vedremo. Non è quello.
E’ che siamo proprio soli.
E continuiamo a cadere.
E nessuno ci tira su.

Dirty dancing


Oramai ho coreografato il numero della Tazia in maniera completa, sì.
Musiche, passi, culattonate, tutto.
Gliela voglio far sciogliere tra le gambe, il primo dell’anno.
La Tazia vestirà un tubino di stretch rosso, senza mutande, ma col reggiseno, protesi di silicone incluse.
Perché la Tazia vuole avere piccoli seni palpabili.
Ai piedi indosserà due taccododici di vernice,  rosse.
In testa avrà una parrucca, rossa.
Sarà liscissima e truccata, anche
La Babba Natala che tutti i maschi etero vorrebbero: estremamente figa, ma con una Minchia così.
Perché al maschio etero per bene il cazzo piace eccome.

E ballerà il suo numero sozzo su questa musica.

Provare per credere


Certo che, minchia oh, comincio a capirla meglio la faccenda del ferro e della John Cooper Works.
Quella macchinina è un divertimento allo stato puro, altro che balle. Maneggevole, potentissima, velocissima. Ti ci spinge ad andare forte, altro che balle. Mi ci sono divertito da polli, davvero.
Cazzo, sì. Era da quando avevo vent’anni che non giravo con una macchina per girare. Pazzesco.
Con la John Cooper Works deve essere veramente una roba da andare giù di testa.

Sono stato nella brughiera. Ho acceso, messo a ventitre, portato dentro venti quintali di legna, ho provato ad accendere il fuoco. Come va? Come va? Tutto ok, tutto ok. Mi sono fatto una lunga doccia fumante nella mega doccia del mega bagno che se non fosse nella brughiera quella casa sembrerebbe un loft a Manhattan. Roba da gay, per la finezza ed il gusto con cui è stata arredata e dotata e sistemata.

Poi, alle venti e trenta, direttamente dal teatro operazioni, è arrivata la Domi, felice che il trasloco fosse completato, eccezion fatta per alcuni dettagli che gestirà con tutta la calma necessaria.
E’ arrivata al lurido Miramonti, dove tutti abbiamo appreso che l’appartamento del Povero e Mai Dimenticato Cazzulati è stato dato a dei cinesi. Che urlano moltissimo. Moltissimo e sul terrazzo.
Non me ne frega un cazzo di che razza sono, per me possono venire anche da Klingon, basta che non urlino.

Poi l’ho piegata sul tavolo e le ho leccato il buco del culo e la figa, da dietro, coi jeans abbassati quel tanto necessario a scoprire gli spot che volevo leccare. E ho scoperto, molto più tardi, che queste cose non gliele ha fatte mai nessuno. Che categoria di coglionazzi i maschi, davvero. Non mettono le ragazze nella condizione di esprimere al meglio la lurida troia che alberga tra le loro ovaie.

Mentre le infilavo la lingua nel remissivo, odoroso, amaro, animale e dilatabile sfintere, ho preso coscienza di una cosa. Mi sono interrogato. Ho sentito la completezza della consapevolezza.

La Domi ha trent’anni.
E’ fertile, in età riproduttiva.
Devo cominciare a prepararmi al prospettarsi di scenari complessi.
Devo provare a immedesimarmi nelle sue aspettative.
Perché la Domi ce le ha le aspettative.

E io, che aspettative vere ho?


mercoledì 28 dicembre 2011

Ventotto


Bon jour.
Mancano quattro giorni alla fine dell’anno.
Mi mette sempre una certa ansietà la fine dell’anno. Si imporrebbero dei proponimenti, ma io mi esimo, poiché so che li disattenderei, datosi che si scrive proponimento, ma si pronuncia impossibile. Perché se era possibile sarebbe già stato fatto e non sarebbe nella lista di San Silvestro.

Bon jour.
Quest’oggi la Domizianetta continua il trasloco, complice un’amica. Ed io sono il driver di una aggressiva Mini Cooper S, perché la mia macchina sarà anche un ferro, ma per traslocare e risolvere la vita quotidiana con agio e rilassatezza è la numero uno. Così la Domìna mi ha chiesto di fare cambio.
Non c’è niente da fare, nelle macchine delle donne, sotto tremila profumi, si sente odore di figa.

Bon jour.
Un messaggino mi fa gli auguri. Ha una struttura lessicale interessante.
“Ciao, Tazio. Tanti auguri di Buone Feste” a firma Tanya.
Buone Feste.
Avrei maiuscolato anche auguri e di,già che c’ero.
Ma a prescindere, notate la grevità dell’inizio? “Ciao, Tazio.” con tanto di punto, che significa “Ebbene eccomi. Sto parlando a te. Ora dammi tutta la tua attenzione e ascolta ciò che IO ho da dirti”.
Qualche libro di Noam Chomsky non sarebbe sbagliato leggerlo, Tanya.  Auguroni anche a te.

Bon jour.
Ho mandato un messaggino di auguri a N, quand’era il momento, ma non ho ricevuto niente indietro.
E’ la nuova era del nuovo modo di essere amici. Quando ritorneremo a lavorare, entrerò nel suo ufficio e gli piscerò sulla scrivania. Sono certo gradirà.

Bon jour.
Dovrò andare ad accendere il riscaldamento nella brughiera, oggi. Altrimenti geliamo.
Eh già.

martedì 27 dicembre 2011

Dialoghi brevi


Una piccola chicca, sfuggita dalle maglie della memoria.

Situazione: ieri sera, sul letto, appena finita una. La Domi coi due cuscini è appoggiata alla testiera, seduta. Io sono svaccato che gioco con le sue dita dei piedi. Guardandola.

“Quest’estate te le metti le zeppone da troiona eh? Te le metti?”
“Ho dei sabot che ci andrai giù di testa… vedrai” e sorride.
“E ti dai lo smalto nero e ti fai crescere un po’ le unghie? Eh? Lo fai?”
“Sì che lo faccio…” e sorride.
“E la cavigliera? Te la metti una caviglier…” e non riesco a finire la frase.
“MA CHE VOLGARE…LA CATENINA NO…. CHE VOLGARITA’….” che mi sembra Fiorello quando fa Carla Bruni, stessa espressione di sdegno ai limiti della vomitata. E continua.
“…. ma se la mettono le vecchie sporcaccione che vogliono far vedere di essere ancora sulla piazza… la cavigliera … che ORRORE … è così VOLGARE … fa così prostituta dell’est… fa proprio invito diretto, come aprire le gambe… è OSCENA …. Dio che VOLGARE” e cazzo! è ‘na catenina mica una religione santoddio, quante ne ha sto braccialetto dimmerda?

“Niente cavigliera, ho capito ampiamente” chioso io per non pupparmi mezz’ora di denigrazione.
“Come niente, me la metto, certo. Sinistra o destra?”

Talvolta mi sento spaesato.

Gelosa. No.


Sudata e cavalcante sbatti verso il basso per prendere la Minchia fino in fondo e ti chiedo se ti è piaciuto stare nuda in piscina a pomeriggio e mi dici di sì con la testa che dondola perché sbatti forte in giù, fortissimo, poi ti provoco coi piedi della moretta coi capelli corti e lì esplodi come Napalm e mi dici che quella troia, quella troia là, mi ha guardato il cazzo mentre ero sul bordo, ma me l’ha guardato non come si guarda un cazzo che è grande ok, ma me l’ha guardato da troia, quella troia là, che le si leggeva in faccia la voglia di prenderlo dappertutto il mio cazzo, a quella troia là, che tu li conosci gli sguardi da troia delle troie e quella troia, quella gran troia là, nella sua mente da troia si stava vedendo col mio cazzo in bocca, grandissima troia, che se il marito fosse meno coglione e cornuto l’avrebbe notato subito che la sua troia era in calore, perché tu lo sai che quella troia, quella gran troia là, stava andando in calore per il mio cazzo e che, certo, è facile, quando una troia sta nuda in piscina a farsi guardare la figa e a guardare che effetto fa ai cazzi, come fanno le troie e quindi come fa lei che è troia e glielo si legge in faccia anche dalla foto della carta di identità che è troia, è un attimo che quando la troia vede un bel cazzo va in calore.

E la dialettica autoalimentante provoca un accelerazione del cavalcamento e un discorrere via via sempre più rabbioso. Ti interrompo giusto per dirti che, in ogni caso, era un gran bel figone e c’aveva anche dei gran bei piedi. E tu sbatti e dici che posso averli quando voglio sia i piedi che l’intero figone perché la troia è in calore e basta un cenno che sta già a gambe aperte, ma Domi! Mio Dio! Non t’avevo mai sentita così e mi dici che non te ne frega un cazzo, ma quella è troia e quando una è troia si dice troia, non santa e la cosa mi diverte da morire perché mi chiavi la Nerchia Sumera a una velocità che mi fai godere come un Gramporco.
Incalzo, ti stimolo, ti pongo la scena dei suoi piedini che fanno la sega al cazzone e mi guardi coi denti serrati e gli occhi piccini e ti chiedo se ti piacerebbe e tu scoppi come Jack Nicholson in Codice D’onore, ringhiando che “certo che mi piacerebbe cazzo!, mi piacerebbe da venire senza toccarmi cazzo!, maledetta troia, troia, troia, troia” e non mollo e ti dico che secondo me gliela leccheresti a quella troia là e lì hai un sussulto e mi prendi per i capelli, punti la fronte sulla mia e ringhi “sto paio di coglioni, ME la farei leccare, ma io la figa a una troia non la lecco di sicuro CAZZO!, è lei che VOGLIO che mi lecchi la figa ed il culo” che è un concetto semplice e chiaro, che forse non richiedeva tanta veemenza, ma accetto e rincaro dicendo “lei te la lecca e io le vengo tra i piedi”, ma quest’icona genera un effetto caos, perché mentre un Tazio viene nella fantasia, una Domi comincia a venire nella realtà, sbattendo come un frullino della Kenwood.

E ciò pone a riposo l’enfasi assassina.

“Domi, ma non ti facevo così gelosa”
“Non è quello”
“E insomma….”
“No. Divento gelosa se sei tu che, di nascosto, guardi una donna. Guarda, se mi dicessi ‘Guarda che figa le farei questo e quello’ coinvolgendomi nell’alookata, non sarei nemmeno quello. Credimi.”
“Vabbeh, ma minchia, le hai detto ‘troia’ seimila volte…”
“Perché quella troia, pur vedendo che la vedevo benissimo, se ne è fregata e ti ha straguardato il pisello. Io odio queste schifose. Mi stanno sul cazzo perché sono troie, troie, troie, troie e troie”
“Basta Domi che sembri Sgarbi”
“No, per l’amor di Dio, Sgarbi no”
“Bene”
“Troia”

Relais Resort Relax


Si entra come fosse una sauna. Asciugamano che copre. Quelli femminili c’hanno anche il velcro che li bloccano a tunica sopra le poppe. Proprio nessuno no, eh. Sarà che, ganzamente, oggi al restaurant servivano il buffet vegetariano e/o il buffet Thai, con palese effetto rinfrescante post Natale.
Trovo una delle prime vasche di pietra libere e dò alla Domi il buon esempio. Via la spugna blu, nudo, entrata, seduta, attesa. E la Domi svelcra, depone, entra e siede. Pressione bottone, partiti.
Non siamo tutti nudi, no. C’è una coppia sulla quarantina costumata. Lei in intero bianco, lui in braghettina swimmer nera.
Sbracamento totale nella bolla benefica e nell’acqua calda.
Vedo la Domi un po’ tesa, ma poi se ne chiava di ciò che la circonda e si gode le bolle.

“Ci vorrebbe un cannino” osservo.
“Così prendiamo la residenza qui che non ci muoviamo più” osserva ad occhi chiusi.
Bella la Domipubblica nuda.
Glielo dico che mi piace nuda in pubblico, esposta.
E lei mi guarda con un sorriso che voleva dire “Ci avrei scommesso”.
Poi scivoliamo dal lato aperto della vasca verso la piscina e nuotiamo. Bellissimo.
Nell’acqua calda si fa una gran fatica, ma ne vale la pena. Perché in fondo, la piscina ha un’apertura temporaneamente chiusa da delle liste di gomma larghe trenta centimetri, come quelle dei magazzini. Se nessuno spinge, resta chiuso e il freddo non entra, ma se spingi e passi di là, continui a nuotare all’aperto, nell’acqua calda, che è una figata. Sono idee importate dalle relativamente vicine terme.

Poi rientriamo e ci appendiamo al bordo a chiacchierare, sciallati che era una meraviglia.
In prossimità delle sdraio davanti a noi delle persone chiacchierano.
La Domi osserva e mi dice: “Quella coi capelli corti”.
La guardo, quella coi capelli corti, che è anche una bella figona sui trentacinque, ma non capisco.
“Cos’ha ?” chiedo.
“Guardale i piedi” mi risponde concentrata e telegrafica, braccia conserte sul bordo e mento affogato nelle braccia.
E li guardo. E cazzo sì, piedi del numero uno. Ma buoni buoni eh.
Poi, distrattamente, mi fa la classifica dei piedi meritevoli, di cui quella coi capelli corti è in pole.
Minchia mi dico.
E la vedo presa dalla cosa e allora sussurro “Te la faresti quella coi capelli corti?” e lei mormora con aria cospiratoria di chi non vuol far capire qual è l’argomento: “Mi farei i suoi piedi di sicuro, mentre lei si farebbe te di sicuro da come ti ha guardato prima quando sei uscito dall’acqua”.
Minchia, torno a dirmi.

Sulla strada del ritorno, un bel po’ dopo, ripenso all’episodio divertente e mi sorge spontanea una considerazione.
“Ma senti Domizeus, ma quest’estate al supermercato, in giro, ovunque, io e te, cioè, sarà tutto un guardare, scovare, osservare e segnalare piedi….”
Ride.
“Ho paura di sì, sai? A meno che non decidiamo che non ci confidiamo i pruriti…”
“No, no, confidiamoceli, confidiamoceli, scherzi?”
E ride.

Sto già sudando.

Fluvio


Dopo aver mangiato in una trattoriola a una decina di chilometri da qua, abbiamo fatto una passeggiata in riva al fiume, lungo una strada non carrabile. Adoro il silenzio rotto solo dal movimento dell’acqua. Queste terre sono fortunate, se ci si pensa bene. Un pugno di provincie vicine tra loro che produce ancora una discreta ricchezza industriale ed agricola, poi c’è la parte dell’arte, poi c’è la parte della natura. Non è male.
E le donne sono molto solari, diciamo.

Passeggiamo e mi racconta, per una sua necessità di dirsi che non è niente ed attendendosi che io glielo confermi, delle cose che deve fare in settimana, dicendo che lei avrebbe voglia di vacanza.
“E vabbè dai Dom, sono quattro cazzate, ci metti pochissimo”
“Eh lo so, ma è che son stanchina, perché quando gli altri festeggiano e te sei in officina a produrre cibo e cibo e cibo, non è che ti riposi”
Vero, sì. Natale non riposa, Natale stanca.

E allora mi scatta l’ideona.
“Ci verresti in un posto veramente bello in cui possiamo farci l’idromassaggio e nuotare nell’acqua calda?”
“Oh sì bello! Ma i costumi?”
“Non servono, è clothing optional, è un club privato”
“Orpo. Nudi?”
“Sì, ma non ci sarà nessuno vedrai. Ti va?”
“Nudi. E vabbeh se dici che è bello…”
“Massì fidati”

E chiamo la Ade, ma la Ade ha il cellulare spento. Appena chiudo la conversazione, mi arriva un messaggino che dice “Buon Natale! Buon Natale! Sono in vacanza per qualche giorno, ritorno il 28 dicembre. Per qualsiasi necessità, contatta pure la mia assistente Malvina al 347…….. Buon Natale! Buon Natale!”
che mi lascia basito, ma chiamo la Malvina, per capire se è aperto e se si può e lei, gentilissima, mi dice che è aperto, che io sono Socio VIP Gold e appena andrò avrò opuscoli, tessera e orari (te li ho fatti io idrocefala) e mi fa preparare le spugne.
Ma vualà, dico, si parte.

Cadeaux


Un maglione davvero fantastico. Con la cerniera davanti ed il collo che rimane su. Punto inglese, grosso, di una morbidissima lana impermeabilizzata, perché è un capo da barca. Melange di nero e grigio antracite. E’, al momento, il più bel maglione che possiedo.
“L’ho visto in vetrina e ho detto ‘suo’ e te l’ho visto addosso, ma nello specifico della visione portavi una canottiera nera a scollo largo sotto, ed il maglione era aperto, con le maniche fatte su e…”
“E?”
“E…insomma…” e ride.
“E la farfalla ha battuto le ali?” dico sorridendo e ride.
“Esatto, lo ha scelto la farfalla” e ride.

Grande, grandissimo, inaspettato successo dei miei due regalini.
Il Troll che le ho regalato ha un nome, lo conosceva. Io l’ho scelto perché mi piaceva. Ha anche gradito la letterina brevissima, che non vi riporto altrimenti tingiamo tutto di rosa qui e installo lo script che fa i cuoricini al passaggio del mouse.

La Lucy Perrone and The Chevalier hanno gradito moltissimo, sì. Mi fa piacere vederli sorridenti, cazzo. E’ giusto che sorridano a quell’età, in quello stadio della vita. Uscendo, mentre mi accompagnava alla porta, mi sono girato a baciarla per gli auguri-di-nuovo e le ho sussurrato che io la aspetto sempre, nudo nel mio letto e lei con un sorriso che le comprime gli occhietti mi dice “Sei un mascalzone, valàvalàvalàvalàvalà.”

And then we went over the fuckin Christmas, fortunately.

lunedì 26 dicembre 2011

Prospettive ricalibrate


L’energia del pandoro ci spinge all’ingroppo, le lingue si mischiano tra briciole dolci e farcia alla sborra e vualà, planiamo di là, sul Divino Divano, che ti ci trascino per mano e ti mangio la figa con una passione bruciante e mi scivoli sopra sinuosa ed atletica e me la premi in bocca e sento che mi ingoio la Mazza Randazza e attacchi una pompa che mi risucchi le palle e vualà mi svetta un Cervino di Marmo che lo lecchi al millimetro, che sa di pandoro, è il Cazzo di Natale, il Cazzo Taziale di Natale, mentre lecco e dilato, esploro e succhio, annuso e mi insinuo col naso, le dita, allargo e scopo, succhio, sbavo ed assaggio tutto il proibito che serbi in segreto e che hai svelato solo a me, il Granporco Deviato.

Mi cavalchi ondeggiando il bacino, mi sorridi, sollevi le braccia e ti annusi, sei fiera di essere fiera di essere sudicia e questo è sublime, perché ammicchi, mi provochi, ti annusi ad occhi chiusi e poi fai una “a “ muta a bocca aperta e poi mi guardi col sorrisino da troia, ma lo reggi pochissimo, perché poi ti pieghi e mi baci e mi dici che mi ami e ti dico che ti amo e tu sei così, non reciti, non simuli, non pieghi e adatti, ma sei così come sei, stimolabile, guidabile, ma mai corruttibile.

Ti rimetto di schiena e raggiungiamo la velocità di crociera. Il cazzo pompa a regime di servizio, ci baciamo e ci godiamo, finalmente, dopo tanta attesa. Navighiamo per un bel po’, poi decido che il mare è una tavola e val la pena una corsa ed il regime si alza e comincia a montarti e mi monta anche a me.
E forse ho sbagliato, ma ti sussurro che sto per dirti una cosa e voglio che ti concentri e mi fai sì con la testa.
Ed inizio, ansimante a prospettarti un acquerello fumoso, che raffigura quella stanza e noi due come siamo e a un tratto si apre la porta ed entra un muscoloso africano con il banano dritto e si stende di fianco a noi e tu reclini un pochino la testa all’indietro e sussulti quando ti dico che lui è steso e se lo mena toccandoti le tette e ansimi sempre più forte e poi ti chiedo che ne sarebbe se il guerriero di ebano ponesse il suo randello a favore della tua bocca a un millimetro e tu mi grufoli ansimante che “glielo ciuccerei”
che ti chiedo se ti piace il cazzo di cioccolata nera e mi dici “mi fanno un botto di sesso….” e poi mi chiedi se vorrei che lui ti scopasse e io ho un’illuminazione natalizia, che forse Gesù Bambino ha detto “non puoi essere così coglione Tazio, ti prego” e ho bloccato la risposta numero uno che era “certo” sostituendola con la due “non credo proprio, impazzirei di dolore” che anche se non è vera non è portante, mentre trasmetterti l’amore che provo per te (e che proverei comunque anche se l’africano ti scopasse) è molto, ma molto più portante.

Mi baci e sorridi, poi ti chiedo “e tu te lo scoperesti davanti a me?” e tu dici se sono matto con gli occhi sgranati, ma poi dico “e il pompino?” e mi dici che manco per sogno, che l’hai detto perché volevo sentirmelo dire e ridi, poi mi dici che il massimo a cui arriveresti è lasciarlo guardare, senza toccare od interagire né con me né con te.

E io cresco. Mi affino. Mi regolo. Mi autoregolamento. Mi autocontrollo e sono fiero di me.
Perché non la sto tirando alla deriva, non la sto strozzando e mi rendo conto che a fare così, a comportarsi da giusto, a lasciare che le fantasie siano fantasie e non progetti da realizzarsi, mi sento meglio, mi sento bene. Molto bene. Non mi sento in colpa.
E scopro che, anche se la mia deviazione è solo mia con quell’intensità, c’è spazio lo stesso per dei giochi.
Nostri.
E non solo miei.