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venerdì 24 febbraio 2012

Furbo a palo


Giornata d’inferno. Questa mattina mi chiama la Ale, ma com’è, ma come non è, sei sparito, cosa c’è, ma cosa non c’è, ma su, ma giù, Tazio qui, Tazio là. Sforno a Polaroid una serie di discretamente ben confezionate cazzate siderali e rimando ad un generico “Ti chiamo lunedì mattina, porta pazienza, che se tutto va come deve andare mangiamo un boccone assieme lunedì sera” e la Ale si beve tutto il beverone e a posto.

Mi rimetto sulle mie rogne che di lì a mezz’ora mi chiama la Ines. Ma com’è, ma come non è, ma t’ho fatto qualcosa, Tazio dimmelo sai, sei sparito, nemmeno una telefonata, và che io non sono da una botta e via eh (sì lo so che UNA botta e via non basta, bensì SETTEMILA botte e via)  ma scherzi Ines, ma perlamordiddiosantissimo che dici!! Numi del cielo Ines!!! chi ha mai pensato ad una cosa simile e *zac* caldo delle Polaroid vendute alla Ale, le sgnacco anche alla Ines e via andare che ci sentiamo in settimana te lo prometto, ti chiamo, ti chiamo, ti chiamo.

E mi rimetto lì sulle mie rogne, tempo dieci minuti mi chiama un anonimo.
Porca merda,  mi dico signorile, io di mio non risponderei, ma siccome anonima è anche la stronza della banca che esce anonima come l’anonima sequestri e la Spectre, che banditi pari sono e, considerato che aspetto una risposta da quel mentecatto di direttore, devo rischiare, devo e premo verde.

La Giulia.
No, cazzomerda della figamerda e delle tettemerda, mi si sgretola la cappella, la Giulia no.
Cripta sumera, dialetto arcaico ittita, umore di merda, voce adatta alla frase “esprimo il più sentito cordoglio”. Mi svacco sulla sedia come se fossi un pupazzo di pezza senza articolazioni e accendo l’innesco con l’accelerante: “Ciao Giù, come stai?”. Quale domanda può sortire un effetto più devastante, quale piede di porco può essere più efficace a scoperchiare la pentola dei liquami lamentosi in un clima di tregenda che c’è da toccarsi i maroni ogni due per tre? Crisi madre e figlio, crisi secca irricomponibile con quel coglione di merda che traffica in Romania a far solo dio sa cosa, ma forse nemmeno dio prende informazioni su cosa fa perché lo conosce bene e non vuole sapere, crisi del lavoro, crisi della finanza, crisi dell’economia, crisi dei valori e crisi nervosa, la mia.

Ascolto e mentre ascolto mi immagino di invecchiare al telefono, coi capelli che diventano bianchi e radi, la barba che mi cresce lunghissima e fina e bianca, le rughe che solcano, il pisello che scompare per far posto al catetere e poi compare una flebo, poi una copertina, tossisco, la sedia è diventata una comoda e arriva una badante che mi urla nelle orecchie “DEVI PRENDERE LA MEDICINA PER IL CUORE” e poi mi annusa e dice fortissimo, sempre nel mio orecchio “HAI FATTO QUELLA GROSSA? DEVO CAMBIARTI?” e poi compaiono tutti i miei amici, vecchi, sono attorno al letto io respiro a fatica e mi guardano con gli occhi pieni di lacrime e la Giulia pare essere solo in prossimità del primo dei sette tempi dell’opera che si intitola “Quella troia della tua amica”, ma per fortuna un pip-pip sotto, che lo sente anche lei, mi consente di scattare in piedi dal letto del dolore e dire “SCUSA GIULIA HO UNA CHIAMATA SOTTO CHE LA STAVO ASPETTANDO TI RICHIAMO IO DOPO” e Tardelli scatta in avanti, Tardelli, Tardelli, gooooooooooooooooooool, gooooooooooooooooool, Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!

Chiudo secco e rispondo.
“Ciaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaooooo Cicciammore, ciacciao ciacciao ciacciao, c’è il soleeeeeeeeeeeeeeee”
Scatto a piè pari sul tavolo come un ardito ginnasta del bieco ventennio e con la luce accecante della speranza negli occhi ed un sorriso da drogato chimico urlo “ADEEEEEEEEEEEAMMMOOOOOOREEEEEEEEEEEEEEEEEE TI DEVO LA VITAAAAAAAA” e dall’altra parte sento un urlo di gioia a cazzo, talmente acuto e forte che manda in palla il microfono e sì, è vero, la maturità a un certo momento si vede.

“Senti. Cicci. Pensavo. Mangiamo al Tennisclebb.”
“Va bene. Adele. Mangiamo al Tennisclebb.”
“Senti. Cicci. Pensavo. Stasera. Io nun c’ù vuglia di undure ul clubb. Te ti spiace?”
“No. Adele. Anzi. Io devo svaccare. Oggi non mi passa. Più”
“Andiamo in un posticino con la musichina e stiamo scialli senza pare e ci facciamo le robine?”
Non so di che robine si parla, ma qualsiasi robina mi fa la Ade a me piace.
“Fatta. Ade. Wine bar, scazz and dance.”
“Sììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì”

“Sai, Adelizia, pensavo a questa primavera, quando potremo andare nella casa del Ruggi, io e te, ci facciamo un week end sempre nudi senza lavarci mai e ti porto fuori a fare la pipì in giardino e…”
“…e anche la cacca?”
“Sì amortossico, anche la cacca e scopiamo come gli alci bretoni incrociati coi cervi birmani tutto il tempo dappertutto”
Gorgoglia e mugola e grugnisce e fa anche snort.
“Cicciporconesozzone mi fai tremare la figona te sei un demonio di furbezza”

Ah beh beh, furbo son furbo eh.
Uuuuuuuh che furbo che sono.
Già.
Furbissimo.
Basta che guardi con che disinvoltura mi son gestito la mattinata.

venerdì 10 febbraio 2012

Serata di merda, variegata all'amarena


Io di mio, a un certo punto, ho avvertito un sensuale desiderio di brodino caldo e pigiama. Però mi sono forzato, perché o ben che ci siamo o ben che non ci siamo e allora, docciato e infighettato Amazing Tazio’s style, ho preso la Marzedes e, non senza difficoltà, sono andato a Zampognazza, al Flamingo.
Uno sparuto gerontocomio inconsapevole dell’anagrafe si dimenava cantando “una mano en la cabeza, una mano en la cabeza, un movimiento sexy, un movimiento sexy…” ma della Giuliana Troiona nessuna traccia. Che poi, Troiona, è tutto un dire. Non bevo nulla, mi girano i coglioni, la moracciona tinta e lampadata mi sorride, sta con l’ometto che assomiglia a Pisapia, esco e salgo nella Marzedes, direzione Baitina.

Alla Baitina, quando finalmente ci arrivo passando per Неве Альта nel cuore della Siberia inospitale, il clima è diverso, molto get down, molto anni settanta. KC and Sunshine Band cantano Shake, Shake, Shake, mentre i miei coglioni si allungano come porta fiorini medievali. Una troietta russa mi abborda al banco dove bevo una Tassoni, perché sentivo di dover bere una Tassoni in quel cagaio di tristezza. Le dico che sono gay e Gesù non piange nemmeno, perché io sono anche gay, all’occorrenza ed all’occasione.

Risalgo sulla fida Marzedes pleistocenica e con le mie fide gomme da neve raggiungo il Fritt’n’Dance, dove finalmente c’è qualcuno che dà un senso alla mia idiota serata gitana. C’è la Ines. Ha! Volti amici, sembra di essere entrati nel bar interstellare di Star Wars, dove esseri alieni provenienti da mille angoli di galassie sperdute si ritrovano a bere cose improbabili. Sono Ian Solo e lei è la bella Leyla. Ciao Leyla, ciao Ian. E ci baciamo col calore dei sopravvissuti alla Morte Nera (Bianca). Mi presenta al presidio di Hobbit di Arda che allietano la sua serata e quella delle tardone imputtanite per l’occasione e poi andiamo al bar a bere e lì sì, lì mi faccio un bourbon doppio con ghiaccio, perché ho bisogno di conforto. Fuori nevica, io non sono Clooney e la Ines non è Jennifer Lopez, questo non è Out of Sight, ma va bene lo stesso.

Mi accarezza una gamba con aria sognante e mi chiede cos’ho voglia di fare. Le rispondo che la spoglierei nuda, mi spoglierei nudo e la scoperei davanti a tutti. Obietta che sì, che non le dispiacerebbe affatto, ma che teme che un arresto ed una enucleazione sociale sarebbero inevitabili. Concordo un po’ scoraggiato, ma poi lei dice “Ma…” e sorride e mi chiede un secondo per una telefonata e io glielo concedo, c’ho un secchiello di bourbon da finire e nevica, sembro uno che ha fretta? La Ines telefona e io la guardo e torno a concordare con me stesso che non è niente male ‘sta ragazza. Ragazza, poi. E’ tutto un dire anche quello.

“Mi accompagni a casa poi?” – “Ci mancherebbe, certo” rispondo terrorizzato di dovermi rimettere in macchina, direzione chissà quale punto della tundra gelata. Un saluto agli Elfi e via, nella notte. Chiedo cortesemente dove cazzo stiamo andando e mi dice di non preoccuparmi, che è il modo migliore per mettermi in uno stato di agitazione smodato. Fortunatamente il LORAN in bassa frequenza mi segnala che stiamo facendo prua verso casa e poi il secondo al comando mi segnala di girare qui, poi là, poi parcheggia lì. Nel parcheggetto antistante un nuovo negozio con le tende a pannello tirate, spento, sulle cui vetrine campeggia la scritta “Istituto di Estetica”. E dico no, Kant e la Critica della ragion pura no, non ce la posso fare, non stasera. Ma poi scopro trattarsi di un semplice centro di estetiste e mi rilasso.

Dall’auto col cellulare Falco Uno cerca Falco Due e chiede se Falco Due la copre. Falco Due dice “crzz avanti Falco Uno ti copro forte e chiaro passo”“Falco Due, Falco Uno in posizione passo”“crzz Falco Uno sei in visiva cleared to entrance passo” e scendiamo dalla macchina e la porta del chiuso negozio spento è aperta.
Dietro al banco un sottile neon azzurrino segnala che non è la morte quella che ci circonda, ma solo il riposo. Attraversiamo la sala d’attesa, apriamo un’altra porta e lì è luce! Luce e una bella morazzotta sui venticinque, che indossa solo un asciugamano tenuto sulle tette col velcro ci accoglie baciando la Ines e conducendoci al changing room.

L’after hour dell’estetista mi mancava. Che ingegno noi italiani. Indossiamo ciò che ci viene dato: un asciugamano e due inusuali infradito di paglia cinesi e usciamo, tutti e due con l’asciugamano in vita, perché la Ines non sta tanto lì ad andare per il sottile e le piace mostrar le tettinine da subito. Fa caldo, la morazzotta ci aspettava e ci conduce giù, nell’underground, dove sorge l’area benessere: un bel cento metri quadri con due grosse cabine sauna e una Jacuzzi da sei, più un’area relax a luci basse con lettini e altre cazzate.

Saremo stati, toh, una quindicina di persone. Le femmine a tetta volante, ma a asciugamano in vita, perché la femmina vive male il rapporto col proprio culo, ad eccezione di alcune dee coi culi michelangioleschi, per cui scopre tutto, cazzo gliene frega, ma il culo no. I maschi, invece, nudi. Quando, invece, farebbero meglio a mantenere la riservatezza sulle modestie che li affliggono. Io, pur potendomi abbondantemente permettere di esibire la mia straordinarietà plastica, mantengo la posizione e seguo la Ines ed entriamo in un box sauna. Che anche lì, sauna. Trentatre gradi, ma che sauna e sauna.
Ci piazziamo sulla panca assieme a due tizi e a una coppia. E la Ines si infila tra le braccia mie, avvinghiata come l’edera a respirar il respiro mio.
Bello, mi dico.

Sguardi, carezze, asciugamani che scoprono, mani che toccano, cazzi che si imbarzottiscono. Libertinaggio light, non male. Le chiedo se possiamo scopare, glielo chiedo all’orecchio, ma la Ines mi dice “nooo” e sorride. Ho capito. Siamo quelli del “quasi goal” quelli che “c’eravamo quasi” e mi chiedo: ma che cazzo ci siamo venuti a fare qui? Ma me lo chiedo e non lo chiedo, per non farle dispiacere. Mi sussurra divertita e sorridente “umiliali” e infila l’indice nella cintura dell’asciugamano e lo apre. Ok. Li umilio. E poi? Massì, li umilio gratis, così per simpatia. Apro slinguandola, apro anche le gambe e lascio penzolare il Tarello Gigante, per la gioia della sposona davanti a noi e la depressione degli ometti restanti.

Una bella scorpacciata di piedi nudi e carne, almeno quello. Finalmente donne scalze, poppe, passere depilate, passere pelose. Un surrogato dell’estate un appetizer niente male. E poi, dopo una Jacuzzi ammiccante con una biondona e un salumaio, ci rivestiamo e torniamo nella tormenta.
“Tazio ti farei salire, ma domattina levataccia che ho le analisi del sangue”.
Ian Solo ritorna sulla terra.
Luke Skywalker è andato a dormire, nemmeno una birra per chiudere. Niente.
Ciao Leyla, a proposito. Ci vieni alla Costacena? “Uh Ian, mi spiace, sono da mia sorella che compie gli anni”.
Fa niente Leyla.
Domattina telefono a Chewbacca e al limite ci vado da solo.
Da Ian Solo.

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Sasha Grey col collare lecca il bordo del water guardando in camera con gli occhi più belli e sconvolgenti del mondo. Sarò venuto seimila volte su quella scena e non riesco a sapere il titolo del film, che compererei intero a qualsiasi somma. Se conoscessi Sasha Grey di persona, mi innamorerei perdutamente di lei.
Bidet e a letto.
Che serata di merda.

mercoledì 8 febbraio 2012

Virtualmente spiaggiati


E’ liberatorio da morire poter far cedere la struttura blindata che poniamo attorno alle nostre debolezze che la “morale sociale” bolla come sudicerie pervertite. E’ rassicurante far vedere il proprio debole mondo segreto a chi, come te, ha analoghe segrete debolezze. E’ esaltante gioire dei propri peti con chi ne emette di simili, se non addirittura di più rumorosi e maleodoranti. E’ rivitalizzante.

Ci siamo fatti due scopate nel salotto di casa sua. Un ambiente orridamente arredato con un liberty nuovo e industriale che, per quanto possa esser ben realizzato, si trascina dietro a sé quell’allure grigia da Mercatone Uno di Vladivostok che è deprimente.

La Ines nuda è bella. Anche vestita è bella. Soddisfa i miei particolari canoni di bellezza.
E’ asciutta, magra, allungata, tonica, in forma e poi ha quei micro seni da undicenne, due coni appena accennati alla sommità dei quali svettano due soldatini  di carne molto pronunciati. Lei vorrebbe due tettone così, ovviamente, ma io le sottolineo coi visibili fatti che si erigono tra le mie gambe che, invece, è perfetta com’è.

Poi, dopo due belle scopate in cui mi sono goduto i suoi processi spinali ben visibili e seducenti, la Ines ha aperto la porta del suo stanzino segreto. Che coincide con quella della camera da letto. Barocca, quest’ultima, inguardabile. E a contrasto col barocco, accanto al letto si trova un treppiede in alluminio e plastica nera, simile a un Manfrotto, anche se Manfrotto (comprensibilmente) non è. E sopra al treppiede è attestata una handicam. E sul comodino c’è un portatile.

La Ines fa sesso in cam.
E’ inserita in un folto gruppo di contatti Skype e poi ha altri duemila client di duemila chatroom e alla sera, se non ha compagnia fisica, si diverte a indossare una parrucca e una mascherina e a dare spettacolo, godendosi lo spettacolo che gli altri le danno. Armata di vibratore e cuffietta phone+mic si aggrega a coppie per un privato, oppure raduna del pubblico segante, per lo più ragazzetti e maturi che si smazzano la minchia avanzando richieste che lei cerca di soddisfare.

Ieri sera ho contribuito al suo momento di virtualgloria affollata su un sito che apre tunnel multi client.
Niente parrucca, niente mascherina, solo closeup comandati da remote control sulle parti interessanti. Ed è anche stato divertente, considerando che è stata la mia prima volta virtuale.
Poi abbiamo spento l’occhio elettronico e ho finito quello che avevamo dispersivamente iniziato in cam.

E mentre la montavo come meritava e come meritavo, le ho parlato della spiaggia porcona sul fiume lontano lontano, con la presunzione di aprirle chissà quale mondo, venendo surclassato ed accantonato con garbo, persino erudito, perché la Ines la conosce eccome la mia spiaggia porcona, ma la reputa meno interessante di un’altra di cui mi dà indicazioni e descrizione della frequentazione ed allora io prendo appunti mnemonici. Mi chiede poi se sono mai stato in quel posto o in quell’altro e mi descrive attitudini di ciascuno ed io rimango basito, perché di Ornella Vanoni avrei detto che sì, che è una sciolta e scialla a cui piace saltar la cavallina, ma non l’avrei fatta così hitech e social territory.

Perché Ornella Ines sa di averne bisogno, ma non vuol lasciare che il morbo prevalga sul resto ed allora lo dipinge con tinte pastello, ridimensionando l’isterismo che, invece, spesso cattura me.
Persona interessante, la Ines.
Mi ha confortato.
E’ la riprova che si può essere ammorbati senza intaccare quel po’ di buono che rimane in noi.
Apre delle speranze.
Disattendibili, ovviamente.

Galleggiamento


Bon jour.
E’ mercoledì e fa un freddo siberiano. Alle ore 6:15 il termometro sul mio lurido terrazzino segnava -11°C.
E’ freddissimo anche dentro, perché il termo di questo buco di merda attacca alle 7:00.
A parte questa ventata di positività del risveglio, oggi mi sono fatto assalire da dei pensieri strani.

Sto chiavando come un porco drogato.
Non faccio altro, ad eccezione di qualche fortunato sprazzo in cui ho pure il culo di portare a casa in scioltezza dei risultati che lasciano intendere agli altri che sono al pezzo.
E invece è solo culo.
Perché l’unico impegno che diffondo è quello di trovare buchi caldi e umidi in cui infilare il cazzo.
Ed ho la sensazione di essere planato in un mondo, quello della pale della Ale, che fiorisce di mille tardone in ottima forma fisica che hanno la mia stessa fissazione. Chiavare.

Ieri sera ho cenato e dopo cenato con la Ines. Che è una donna interessante, lasciando stare il sesso. Mio malgrado mi ha parlato di sè. Io sono un signore e l'ho ascoltata, raccontando di me cazzate, quando mi è stato richiesto di farlo.
La Ines è plasmata attorno al comun denominatore di tutti: un matrimonio fallito dopo dieci anni, un lutto lacerante immediatamente a ruota, la depressione, un’amica che dopo molto tempo e molti sforzi l’ha convinta a uscire dal suo antro buio, la scoperta che il sesso sfrenato e facile, l’alcol e a volte un po’ di droga aiutano ad anestetizzare la bestia.
La Ines parla correttamente inglese, tedesco e francese, perché prima, quando era sposata con quell’uomo lavorava nella grandissima fabbrica là. Poi se ne è andata di suo, per seguire gli ultimi giorni di sua madre e adesso lavora come impiegata in una struttura para pubblica del cazzo, dove fa un lavoro del cazzo e prende  uno stipendio del cazzo.
Ma la casa ce l’ha, l'ha ereditata dalla mamma, debiti grazie a dio no, ha una Citroen Saxo del Paleolitico e dice di essere fortunata.
Che è un’oggettività assoluta. Anche se fortunato non coincide con felice, ma questa è un’altra storia.

Relitti.
Siamo pezzi marci di fasciame di una nave di legno che si è schiantata sugli scogli e galleggiamo nei paraggi. Ogni tanto ci urtiamo gli uni contro gli altri e va bene così, perché l’urto temporaneo lenisce il dolore della nave perduta e ci fa capire che ci sono destini comuni, va benissimo così.
L’unico errore da non commettere mai è credere che due pezzi marci di fasciame, unendosi, possano costruire una barca.
Quello no.
Per quello ci vuole legno nuovo che non abbia la memoria del naufragio.
Per cui, galleggiamo senza distrazioni, su.

martedì 7 febbraio 2012

Senza fine


Ciao Ines sono Tazio, mi sono fatto dare il tuo numero dalla Ale, spero non ti dispiaccia”
“Tazioooo, nooooo, ma scherziiiiiii? Anziiiii, che piacereeeee”
Alla Ines, in fase stupore, le si allungano le vocali finali.
Chiacchieriamo, giusto due parole, poi taglio secco e le chiedo se le farebbe piacere mangiare qualcosa con me, molto rilassati, molto easy, molto readytofuck.
E si incasina, ma poi inizia a dire di sì, convintamente, sì, sì, però un po’ sul tardi.
Chiedo se alle nove va bene e mi dice che sarebbe perfetto.
Ci accordiamo sul come e sul dove e ci salutiamo.
E così esco con Minnie Minoprio con la bocca di Skin.
Cioè esco con la Vanoni, praticamente.

La scelta è stata semplice: lei ha un bel culo ed è praticamente senza seno.
Senza fine.

Ricostruzioni neuronali


E allora arrivo lì, convinto di uscire a cena con la mia ragazza e mi ritrovo là che ceno con la mia ragazza e la sua amica Ines. Che c’ha 36 anni come me, che ne faccio 42, ma chissenefrega, anzi, meglio. E’ una bella figa, stagionata, usata, ma da corsa. Una Minnie Minoprio bionda, boccolona ma dal taglio a palla come Minnie Minoprio, asciutta, proprio ben fatta, coi seni piccolissimi e con una boccona carnosa da pompini che mi ricorda Skin. Un bel troione, insomma, proprio bella. E cerchiamo di imbastire una conversazione impossibile, impossibile sia per limiti oggettivi, sia perché a un tratto della cena c’erano due piedi che mi facevano piedino e nessuno di questi due piedi aveva calze, calzari o collant, ed un paio dei due aveva dei sandalini che farebbero fresco a Ferragosto.

Oh ragazzi, mi son detto, è solo lunedì.
Ma son convenzioni provinciali, quando c’è l’amore il calendario non conta nulla.
Certo che, se ce n’hai, andare a letto con due donne è una bella storia. La diversità percettiva che ti danno i loro corpi diversi è esaltante. Sentire che ce n’hai una che ti galoppa la minchia, mentre lecchi la figa a quell’altra che ti si è seduta sulla bocca, è edificante. Metterle tutte e due alla pecora, una di fianco a quell’altra, osservando come fanno a lingua in bocca mentre tu ficchi dentro a una e poi ficchi dentro all’altra che si masturba nell’attesa, è ricostituente. Annusare i loro odori diversi, assaporare i loro sapori diversi, godere dei loro tocchi diversi è culturalmente amplificante. Sgusciare da una ed averne un’altra pronta a prenderlo in bocca per poi riposizionarlo dentro all’amica fraterna che nell’intermezzo si masturba, godendo di vista, è socializzante. Intervenire costruttivamente in un loro sessantanove è gratificante. Esplorare forme e dettagli, ascoltare respiri e gemiti, partecipare assertivo al piacere libertino di gruppo, è rassicurante. Venire tra le loro bocche, osservando che lo spreco non è consentito in tempi di crisi, è rinsaldante.

Vado a pisciare con la porta aperta, mentre la mia ragazza nuda versa da bere e l’altra mia ragazza nuda accende una sigaretta. L’intimità debosciata tra di noi è stupenda, siamo un condensato d’amore. Prendo da dietro la Ines nuda e la bacio in gola, mentre lei mi abbraccia passionale e la mia ragazza Ale, sorridente, comunica che i whiskyni sono pronti. Poi ci stacchiamo e la mia ragazza Ale viene a prendere in gola la lingua abbracciandomi passionale e la mia ragazza Ines mette su del jazz sudamericano.
Stiamo nudi, molli, intimi, lascivi. Dissoluti. Mi lascio andare sul divano, mordendo natiche morbidamente, leccando pezzi, mentre le mie due odalische parlicchiano e mi toccano e mi accarezzano, sorseggiando, fumando, baciandomi, baciandosi.

E lenti si ricomincia, avvitandoci, annodandoci, mugolando.
Cosa c’è di più bello dell’amore vero? Niente. Le faccio cantare, una dopo l’altra, ciascuna con la collaborazione di quell’altra che si prodiga ad amplificare quanto è già amplificatissimo, donando valore aggiunto con la bocca, le dita, il corpo, la pelle, il respiro. Corpi. Nudi. Carne, piacere, umori, odori, respiri, suoni, azzeramento della morale, il paradiso.

Giaccio tra loro come un pascià, cingendo le loro spalle, scivolando in toccatine intime gradite e ciascuna flirta con me sorridente e serena. Un’indiana abbronzatissima e nera a destra e una bianca Minnie Minoprio con la boccona di Skin, a sinistra. Mi coccolano, mi accarezzano lì, mi baciano. Ridono morbide, si scambiano teneri bacini, alimentando la mollezza debole ed irresistibile dell’amoralità.

La mia ragazza Ale sarà anche una scoria tossica, non dico di no.
Ma è un lenimento inaspettato.
Mi sto ricostruendo il sistema nervoso, sì.
E le devo dire grazie. Col cuore.