Laddove la sensuale, sfacciata e oscena Praga vada inducendo ricordi nitidi di inchiostrati passati che nemmeno il buco del culo arrossato e sfondato della giovane candida troia che ha dianzi accettato d’essere sbattuta con furore belluino nel cesso del bar Rocket dove ha ceduto il suo bel corpo di non professionista in cambio di centosei vodke e 25.000 corone, orbene, in tale condizione risulta ancor lecito e sensato, al puttaniere italico dal cazzo di enorme dimensione, valutare l’ipotesi di cercare quella arabescata puttana sublime che tanto sollazzo gli diede e che ora compare insolente nella sua mente offuscata dalle tre fumate di eroina in compagnia della suddetta candida troia, oppure appare più sensato il godere del risultato ottenuto con un’emerita sconosciuta bramosa di farsi sodomizzare, totalmente nuda, appoggiando le mani ai sozzi orinali a muro di quel lurido bar dimmerda?
Ah che quesiti atroci, appena leniti dall’osservare quelle ditina dei piedi separarsi dalla pressione del corpo su quelle piastrelle bianche e nere impreziosite di strappi di carta igienica zuppi di piscia maschile.
Nessuna parola mia ella intende e nessuna sua intendo io, ma il linguaggio del danaro, dell’alcol, della droga e del sozzo superano ogni barriera linguistica e così Fioccodineve mi da il suo arrossato e svangato buco del culo da fottere a pelle sinchè sborra non ci interrompa, mentre io presso come un maglio sognando il buco del culo merdoso di quella stupenda creatura tatuata che il mio dissennato agire ha lasciato dissolvere nel limbo degli archetipi.
Che buco rosso e dilatato, che arte, che artisti, quel budello di merda mi ammalia con le sue ombre e i suoi afrori bestiali quando scivolo artatamente fuori per osservare il progredire dei lavori e, signori, quelle ditina candide che tormentano la vagina che donerà la vita al figlio di un operaio che ella sposerà innocente, sono camei di finissima fattezza.
Vieni Fioccodineve, girati e inginocchiati, che al Tazio internazionale gli prende un morso all’anima che gli procura dolore atroce, vieni e inginocchiati nella piscia, così, bella, tutta nuda e bianca, con quella faccia da drogata troia, vieni e prendi in bocca il cazzone ancora aromatizzato del tuo bell’intestino umido e succhia, succhia forte, succhia e ingoia, pulisci e strizza, sega, lecca, lasciati riempire la bocca di sborra ed ingoia, mentre io socchiudo gli occhi e penso a fotogrammi sbiaditi che mi graffiano e mi fanno godere di affilato dolore.
Bella Praga.
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domenica 29 marzo 2015
Praga e l'inchiostro onirico
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turn on
Ubicazione:
Praga, lurido Bar Rocket
domenica 15 marzo 2015
Considerando
Che io ormai l’ho capita ben che bene la fazenda con le mie due fidanzate eh, che una “c’ha da fare” tutto il giorno e anche tutte le sere con la sua “organizzazione eventi” che “cicci è il mio lavoro, ma ti presto la macchina se vuoi che me non mi serve” e quell’altra invece che ogni sera c’ha ‘na favola nuova da raccontarmi, ma che invece se di giorno mi presentassi alla palestra dell’ardimento in qualsiasi momento, si troverebbe ben che sempre quella mezz’oretta in cui farsi scanalare la cerbiatta pornopelosa nell’ufficetto chiuso a chiave.
C’è ben il suo bel poco da fare: il passato passa e solo gli stolti ignari presuntuosi come me pensano che, se lasciano e se ne vanno, quando tornano trovano la fila a leccargli i coglioni, perchè la vita è questa qui: il Max che si sposa mandandomi le partecipazioni, il Lumbe che c’ha un filarino fresco fresco su cui lavora solerte a piene mani inesperte, quello che se ne è andato, quella che cazzo ne so, facce nuove, bar rifatti, facce che non conosco che mi salutano, facce che conosco che non mi salutano, la vita è un fiume che si muove e tu o sei pesce di quel fiume oppure, se esci a fare il figo nel fiume di là, quando torni è un “vemò chi ghè, ciao ciao, come stai, è da una vita” e vaffanculo.
Tratto e negozio nella lurida notte con la puttana slovacca che batte laggiù e dò sfoggio di ceco che lei ride che s’ammazza, un po’ perchè essendo slovacca sarebbe la fighetta che parla un po’ diverso di suo che attizza i cechi, un po’ perchè le quattro cagate che dico devono averci la cadenza di Stanlio e, in un negoziato, Stanlio non è mica il più autorevole conduttore, ma alla fine lei ride, le sono simpatico e le piaccio e così ci troviamo la quadra e entriamo nel sedile di dietro, fameliche bestie, a ficcare tutti nudi come animali, senza preservativo, sulla bella pelle preziosa della macchina della Ade e ti devo dire, cara la mia SloVacca, che io son un gran bell’esperto di troie, e te mi puoi raccontare tutti i muggiti della vecchia fattoria per prendermi per il culo, ma se sbatti sul mio grembo rumorosa, cercandomi con le mani le mie mani e d’improvviso ti muovi sinuosa che sei uno spettacolo e mi bagni i coglioni beh, mia SloVacca, vuol dire che stai godendo maiala al midollo e se mentre ti sento godere ti slappo in bocca la lingua e mi vai in apnea con la tua serpentella che guizza nella mia, facendo blasfema e sacrilega eccezione al mandato sovrano della troia che dice “mai slinguare col cliente!”, vuol proprio dire che ‘sta tronca di minchia ti piace da pazzi così come il suo possessore e portatore sano e allora sudiamo e grugniamo, bella troia stradale, che ti faccio vibrare il bel corpicino pulitissimo liscio e inodore, inodore anche quando sudi lucida sui fianchi e bagnata sotto le braccia e dopo un’oretta che mi dedico e ti curo che di più non sono capace, ti sento che parti e dimeni il bacino sguaiata ed ipnotica, venendo in un urlo ansimato e io ti ci sborro di dentro a torrenti schizzanti, componendo con te un coretto animale che ci infoia abbestia selvaggia e mi sento ingrifato come un dio bestia cannibale e poi ci puliamo i liquidi sozzi e chiacchieriamo leggeri e ci baciamo dolcissimi da adolescenti al fioretto di maggio e poi me ne torno a casa a schiantarmi nudo sul futon, docciato e profumato e penso.
Penso che lunedì il commercialista e l’avvocato mi danno risposte e che se c’ho i documenti che aspetto monto al più presto sull’aeroplano e volo a Praga, che cazzo me ne frega. Torno a perfezionare il ceco e a rimirare sculettanti chiappe nude usufruibili senza permesso che mi deambulano a una spanna dal cazzo, nel piccolo bordello situato nella vecchia e romantica Praga infernale, bordelletto romantico popolato di troie rumene, moldave e ungheresi che fan finta di essere ceche per i polli italiani che, alla fine delle loro tristi monte, si proiettano rumorosi nel ristorante incorporato a mangiare i rigatoni al ragù e a dormire a grappolini nelle apposite camerette e la domenica sera ripartono felici per tornare a casa tronfi dell’aver annusato sorche esotiche, che così il lunedì mattina possono far la teatrinata al collega maritato, nell’ufficetto meschino, facendo i gran trombeur e la vita, vualà, chiude il cerchio del fiume anche per loro e a me resta solo l’amore del Costafrate, col quale ancora divido avventure d’affari sballate e col quale, ancora, è sensuale strusciarci puttane pornografiche, leccandoci avidi i genitali rasati e l’intenso sudore da uomo, penetrandoci da veri maschi i corpi eccitati, in gran segreto, in una delle stanzetta del bordelletto umido ma onesto.
Va ammesso, amisgi che un tempo numerossi mi seguivate da cassa, che a tutto c’è una fine e un inizio nuovo e va detto, Viaggiatore, che vorrei anche io aver da scrivere (e forse ancor prima da vivere) stralci della provincia inzaccherata di marchese, piscia, sborra, merda e tortellini, ma temo che da quando l’ho lasciata, questa maiala di merda della provincia busona mi abbia cancellato, evolvendo (?) senza di me, offesa e stizzita dal mio osare di abbandonarla e allora mi accontento dei soldi che c’ho (e son tanti stavolta, ma tanti tanti e non resisto dal farci lo sborone dopo tanta miseria vigliacca) e col rimpianto di pelle negra africana sudata che difficilissimamente riuscirò a tornare a leccare (anche se quello è il mio sogno di vita) mi stabilirò per un pochino a est, dove il sesso consumabile la fa da padrone e mi consente di ficcare la minchia d'amblè in corpi anonimi, sfregando in mucose straniere la mia voglia patologica di fica e di orgasmo, perchè è così che va, non c’è niente da fare, mio bel Viaggiatore piemontese raffinato che mi mandi in delirio culattone solo a guardarti il solco della schiena.
Per un po’ sarò un pendolare d’affari con l’affare che pendola, che in bizclass si sposta da là a qua e da qua a là, grufolando suino tra i perizomi macchiati di erotica suga bianca sgocciolata dalle fiche di vacca delle giovani odalische campagnole che si danno per soldi in città, ma si danno anche anche per amor del cazzo e del chiavare (va detto per onestà, amisgi) e poi mi concentrerò ad approfondire se val proprio la pena di indagare su Alina e la mia pseudo paternità moscovita, che se ho proprio voglia di mettere al mondo dei piccoli Tazi o delle piccole Tazie c’ho la fila rumenomoldavaucrainarussacecaslovacca
che non aspetta altro, perchè qui nel paese dei Farlocchi di tutto quello che non c’ho bisogno ce n’è da riempire i fossi e di quel che, invece, c’avrei bisogno non se ne vede traccia da mò e così io, Tazio Tazietti della famiglia Randelli Manganellati della Cappella, ho decretato solenne, stanotte, che la bottega è chiusa, stop, fine, cessata attività di ricerca del sentimento e dell’amore perchè mi sono sfracellato i coglioni dei miei sentimenti e delle mie attese che, amisgi, vengono regolarmente avvolti nel sacchettino e mollati civilmente nell’apposito cestino, perchè si prega la gentile clientela di non gettare nel cesso niente che non sia piscia o merda.
E così nei prossimi prendo appena posso e parto, vado nel clima più freddino, ma tanto nel bordelletto paradisiaco è caldo e le giovani puttanazze sculano nude e posso stare nudo anche io, che noi la primavera e l’estate ce la comperiamo o ce la facciamo in casa, così come l’amore, la pasta al ragù, le fidanzate e i fidanzati, che noi nel bordello non ci manca niente, nemmeno l’erbetta spinelluccia o robette più sofisticate, che di quel che voglio le sculanti schiavette non esitano a prodigarsi per darmi e vado a vivere nel limbo dei dannati, dannati e felici, capendo sempre più intensamente la Milly e mangiandomi il fegato ed il pancreas di non riuscire più a rintracciarla, perchè di tutto questo vomito assurdo quel che rimpiango di non aver approfondito di più (e per cui oggi mi ci mangerei il capitale che ammucchio come un criceto cocainomane) è lo stile, l’eleganza, la spietata crudeltà erotica di quella Donna Sublime che chissà dov’è e chissà che fa.
E scrivo e mi tira il cazzo, mi tira da far male, pensando alla Milly e ai suoi fetidi piedi divini, ai culi nudi che ondeggiano anche adesso a Praghemilia, all’odore di pelle nuda, al sapore del cazzo del Costa, al bruciore nel culo dopo essermi fatto sbattere da gruppi di anonimi maschi in una notte di meravigliosa orgia culattona sfogandomi come la troiona in calore che sono e mi chiedo, porcoddio, quanto cazzo vivrò ancora in questo mondo dimmerda, quanto tempo ancora dovrò sopravvivere a questa continua sollecitazione dell’incompiuto e dell’insoddisfatto, mischiando l’ansimare di godimento a quello della fatica di esistere senza dare nulla al mondo e senza variare di un millimetro il suo scorrere lento, che tanto scorrerebbe lento lo stesso e penso alla mia sempre amatissima ex moglie Vale e a quel suo modo troiesco di rientrare a casa togliendosi le mutande, accendendo una Marlboro e asciugandosi rapida un bourbon mentre si preparava la doccia, che chissà di quante sborrate secche era coperta, quella ninfomane maligna puttana e troia e divinamente crudele madonna dei cazzi, e a pensarla mi scappello e rincappello furioso, scrivendovi, con le mani bagnate di gocce limpide, voglioso di scoparvi tutti e tutte, ficcando, sbattendo, inculandovi fino a farvi schizzare piscia dalla pressione, immaginando poi le vostre mani che servono la cena e voi con quel dolorino nel retto che vi inarca appena la bocca in un sozzo sorriso al ricordo della Bestia Sovrana che vi ha montato con furia satanica, che non ne ha mai abbastanza, che non è mai appagato, che non è mai felice e che non è mai sazio, ma che rimane suo malgrado immutatamente Tazio.
Vi amo.
C’è ben il suo bel poco da fare: il passato passa e solo gli stolti ignari presuntuosi come me pensano che, se lasciano e se ne vanno, quando tornano trovano la fila a leccargli i coglioni, perchè la vita è questa qui: il Max che si sposa mandandomi le partecipazioni, il Lumbe che c’ha un filarino fresco fresco su cui lavora solerte a piene mani inesperte, quello che se ne è andato, quella che cazzo ne so, facce nuove, bar rifatti, facce che non conosco che mi salutano, facce che conosco che non mi salutano, la vita è un fiume che si muove e tu o sei pesce di quel fiume oppure, se esci a fare il figo nel fiume di là, quando torni è un “vemò chi ghè, ciao ciao, come stai, è da una vita” e vaffanculo.
Tratto e negozio nella lurida notte con la puttana slovacca che batte laggiù e dò sfoggio di ceco che lei ride che s’ammazza, un po’ perchè essendo slovacca sarebbe la fighetta che parla un po’ diverso di suo che attizza i cechi, un po’ perchè le quattro cagate che dico devono averci la cadenza di Stanlio e, in un negoziato, Stanlio non è mica il più autorevole conduttore, ma alla fine lei ride, le sono simpatico e le piaccio e così ci troviamo la quadra e entriamo nel sedile di dietro, fameliche bestie, a ficcare tutti nudi come animali, senza preservativo, sulla bella pelle preziosa della macchina della Ade e ti devo dire, cara la mia SloVacca, che io son un gran bell’esperto di troie, e te mi puoi raccontare tutti i muggiti della vecchia fattoria per prendermi per il culo, ma se sbatti sul mio grembo rumorosa, cercandomi con le mani le mie mani e d’improvviso ti muovi sinuosa che sei uno spettacolo e mi bagni i coglioni beh, mia SloVacca, vuol dire che stai godendo maiala al midollo e se mentre ti sento godere ti slappo in bocca la lingua e mi vai in apnea con la tua serpentella che guizza nella mia, facendo blasfema e sacrilega eccezione al mandato sovrano della troia che dice “mai slinguare col cliente!”, vuol proprio dire che ‘sta tronca di minchia ti piace da pazzi così come il suo possessore e portatore sano e allora sudiamo e grugniamo, bella troia stradale, che ti faccio vibrare il bel corpicino pulitissimo liscio e inodore, inodore anche quando sudi lucida sui fianchi e bagnata sotto le braccia e dopo un’oretta che mi dedico e ti curo che di più non sono capace, ti sento che parti e dimeni il bacino sguaiata ed ipnotica, venendo in un urlo ansimato e io ti ci sborro di dentro a torrenti schizzanti, componendo con te un coretto animale che ci infoia abbestia selvaggia e mi sento ingrifato come un dio bestia cannibale e poi ci puliamo i liquidi sozzi e chiacchieriamo leggeri e ci baciamo dolcissimi da adolescenti al fioretto di maggio e poi me ne torno a casa a schiantarmi nudo sul futon, docciato e profumato e penso.
Penso che lunedì il commercialista e l’avvocato mi danno risposte e che se c’ho i documenti che aspetto monto al più presto sull’aeroplano e volo a Praga, che cazzo me ne frega. Torno a perfezionare il ceco e a rimirare sculettanti chiappe nude usufruibili senza permesso che mi deambulano a una spanna dal cazzo, nel piccolo bordello situato nella vecchia e romantica Praga infernale, bordelletto romantico popolato di troie rumene, moldave e ungheresi che fan finta di essere ceche per i polli italiani che, alla fine delle loro tristi monte, si proiettano rumorosi nel ristorante incorporato a mangiare i rigatoni al ragù e a dormire a grappolini nelle apposite camerette e la domenica sera ripartono felici per tornare a casa tronfi dell’aver annusato sorche esotiche, che così il lunedì mattina possono far la teatrinata al collega maritato, nell’ufficetto meschino, facendo i gran trombeur e la vita, vualà, chiude il cerchio del fiume anche per loro e a me resta solo l’amore del Costafrate, col quale ancora divido avventure d’affari sballate e col quale, ancora, è sensuale strusciarci puttane pornografiche, leccandoci avidi i genitali rasati e l’intenso sudore da uomo, penetrandoci da veri maschi i corpi eccitati, in gran segreto, in una delle stanzetta del bordelletto umido ma onesto.
Va ammesso, amisgi che un tempo numerossi mi seguivate da cassa, che a tutto c’è una fine e un inizio nuovo e va detto, Viaggiatore, che vorrei anche io aver da scrivere (e forse ancor prima da vivere) stralci della provincia inzaccherata di marchese, piscia, sborra, merda e tortellini, ma temo che da quando l’ho lasciata, questa maiala di merda della provincia busona mi abbia cancellato, evolvendo (?) senza di me, offesa e stizzita dal mio osare di abbandonarla e allora mi accontento dei soldi che c’ho (e son tanti stavolta, ma tanti tanti e non resisto dal farci lo sborone dopo tanta miseria vigliacca) e col rimpianto di pelle negra africana sudata che difficilissimamente riuscirò a tornare a leccare (anche se quello è il mio sogno di vita) mi stabilirò per un pochino a est, dove il sesso consumabile la fa da padrone e mi consente di ficcare la minchia d'amblè in corpi anonimi, sfregando in mucose straniere la mia voglia patologica di fica e di orgasmo, perchè è così che va, non c’è niente da fare, mio bel Viaggiatore piemontese raffinato che mi mandi in delirio culattone solo a guardarti il solco della schiena.
Per un po’ sarò un pendolare d’affari con l’affare che pendola, che in bizclass si sposta da là a qua e da qua a là, grufolando suino tra i perizomi macchiati di erotica suga bianca sgocciolata dalle fiche di vacca delle giovani odalische campagnole che si danno per soldi in città, ma si danno anche anche per amor del cazzo e del chiavare (va detto per onestà, amisgi) e poi mi concentrerò ad approfondire se val proprio la pena di indagare su Alina e la mia pseudo paternità moscovita, che se ho proprio voglia di mettere al mondo dei piccoli Tazi o delle piccole Tazie c’ho la fila rumenomoldavaucrainarussacecaslovacca
che non aspetta altro, perchè qui nel paese dei Farlocchi di tutto quello che non c’ho bisogno ce n’è da riempire i fossi e di quel che, invece, c’avrei bisogno non se ne vede traccia da mò e così io, Tazio Tazietti della famiglia Randelli Manganellati della Cappella, ho decretato solenne, stanotte, che la bottega è chiusa, stop, fine, cessata attività di ricerca del sentimento e dell’amore perchè mi sono sfracellato i coglioni dei miei sentimenti e delle mie attese che, amisgi, vengono regolarmente avvolti nel sacchettino e mollati civilmente nell’apposito cestino, perchè si prega la gentile clientela di non gettare nel cesso niente che non sia piscia o merda.
E così nei prossimi prendo appena posso e parto, vado nel clima più freddino, ma tanto nel bordelletto paradisiaco è caldo e le giovani puttanazze sculano nude e posso stare nudo anche io, che noi la primavera e l’estate ce la comperiamo o ce la facciamo in casa, così come l’amore, la pasta al ragù, le fidanzate e i fidanzati, che noi nel bordello non ci manca niente, nemmeno l’erbetta spinelluccia o robette più sofisticate, che di quel che voglio le sculanti schiavette non esitano a prodigarsi per darmi e vado a vivere nel limbo dei dannati, dannati e felici, capendo sempre più intensamente la Milly e mangiandomi il fegato ed il pancreas di non riuscire più a rintracciarla, perchè di tutto questo vomito assurdo quel che rimpiango di non aver approfondito di più (e per cui oggi mi ci mangerei il capitale che ammucchio come un criceto cocainomane) è lo stile, l’eleganza, la spietata crudeltà erotica di quella Donna Sublime che chissà dov’è e chissà che fa.
E scrivo e mi tira il cazzo, mi tira da far male, pensando alla Milly e ai suoi fetidi piedi divini, ai culi nudi che ondeggiano anche adesso a Praghemilia, all’odore di pelle nuda, al sapore del cazzo del Costa, al bruciore nel culo dopo essermi fatto sbattere da gruppi di anonimi maschi in una notte di meravigliosa orgia culattona sfogandomi come la troiona in calore che sono e mi chiedo, porcoddio, quanto cazzo vivrò ancora in questo mondo dimmerda, quanto tempo ancora dovrò sopravvivere a questa continua sollecitazione dell’incompiuto e dell’insoddisfatto, mischiando l’ansimare di godimento a quello della fatica di esistere senza dare nulla al mondo e senza variare di un millimetro il suo scorrere lento, che tanto scorrerebbe lento lo stesso e penso alla mia sempre amatissima ex moglie Vale e a quel suo modo troiesco di rientrare a casa togliendosi le mutande, accendendo una Marlboro e asciugandosi rapida un bourbon mentre si preparava la doccia, che chissà di quante sborrate secche era coperta, quella ninfomane maligna puttana e troia e divinamente crudele madonna dei cazzi, e a pensarla mi scappello e rincappello furioso, scrivendovi, con le mani bagnate di gocce limpide, voglioso di scoparvi tutti e tutte, ficcando, sbattendo, inculandovi fino a farvi schizzare piscia dalla pressione, immaginando poi le vostre mani che servono la cena e voi con quel dolorino nel retto che vi inarca appena la bocca in un sozzo sorriso al ricordo della Bestia Sovrana che vi ha montato con furia satanica, che non ne ha mai abbastanza, che non è mai appagato, che non è mai felice e che non è mai sazio, ma che rimane suo malgrado immutatamente Tazio.
Vi amo.
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Provincia busona
martedì 30 aprile 2013
Blue note
E allora ieri sera, così all'improvviso, ho sentito il bisogno di rompere quest'isolamento e ho chiamato colui che mai mi sarei sognato di chiamare in altri, ormai lontanissimi, tempi. E lui, che era a Milano ed era appena rientrato in albergo dalla cena, mi ha ascoltato senza fiatare per tutto il tempo che ci ho messo a sintetizzargli (ma neanche tanto) la situazione.
Poi, quando ho finito con il mio solito "ecco", dall'altra parte ho sentito una risatina e un sospiro profondissimo.
"Sai cosa mi ha sempre fatto girare i coglioni Tazio? Che rivendichi il diritto di avere la sindrome di Peter Pan, che sfanculi chiunque te la contesti, ma poi a cose sbollite sei sempre corso da qualcuno a cercare la benedizione, come si fa con un padre. Ma dico, ti rendi conto?"
Il Ruggi non è un fesso. Lo è quando vuole esserlo, quindi ne è cosciente, per cui non lo è affatto. E, infatti, non ha detto una cosa da fesso. Ha detto una verità. Io ho bisogno di conferme, a periodi variabili, quasi dei checkpoint nei quali qualcuno mi aiuti a fare la cernita delle cazzate dalle cose giuste. Una specie di correttore di rotta, possibilmente non della marca cara a Schettino.
"Cosa vuoi che ti dica Tazio? Magari c'hai ragione tu, che cazzo ne so. Magari l'hai infilata tu la cruna dell'ago e l'Africa è la soluzione migliore per tutti i mal di vivere. Stai lì, mangi bene, vivi bene e paghi un cazzo, ti trombi le nere che sono delle fighe scopaiole da paura, ma che cazzo di senso avrebbe pensare ad una soluzione qui. Qui poi, dove la democrazia cristiana è nuovamente al potere. Però non so, c'è qualcosa che mi sfugge, te lo dico con franchezza."
Sfugge a te e sfugge a me, amico mio, cosa credi? Solo che delle due l'una: o a causa di questo dettaglio misterioso, che rappresenta la nota strana, mollo tutto e torno a casa, o cerco di capire se quella nota strana è una blue note, me ne impadronisco e ci faccio sopra un incredibile blues.
"Se torni io e te ci mettiamo in affari Taz. Stavolta ti ci tiro fuori io dalla merda. I soldi non sono un cazzo in mano ai coglioni. Se tu hai soldi in mano ti costruisci il mondo che vuoi, fatto come lo vuoi tu e vedrai che non sarà necessario sacrificare gli amici, potranno avere un loro posto nel tuo mondo e tu diventerai sereno come ti meriti e ti dirò di più, io sono un egoista e siccome non so usarlo il danaro, vorrei che tu costruissi un mondo dove mi posso accomodare anche io."
Incredibile. E commovente. Lui una volta, ere geologiche fa, era questo. Brillante, capace, rapido, intellettualmente non banale, perchè questa arringa è intellettualmente fine, la apprezzo, mi commuove, capisco che la caduta dell'Impero ha fatto uscire dalla crosta di merda il Ruggi di un tempo antico.
Però il tempo passa, non siamo in Sim City, siamo nella nostra cazzo di vita.
Mi ruotano nelle orecchie nomi che, sino a poco tempo fa, mi mettevano un'euforica pelle d'oca: The Mill, Young&Rubicam, Saatchi, TBWA, Leo Burnett, McCANN.
E adesso mi rendo conto che non me ne frega più un cazzo, ho già dato.
Ho i piedi impolverati col segno delle infradito e mentre telefono Nina dorme nel mio letto.
Non so perchè mi sia rimasta appiccicata, ma mi fa piacere. Non glielo chiedo di certo. Forse crede che sia ricco e che la sposerò, ma tra un po' la sveglio e glielo dico, non voglio essere di ostacolo a una prostituta che cerca di sistemarsi, no, mai.
Chiudo col Ruggi che da lui erano le due, dicendogli che gli voglio bene e che rifletterò senz'altro sulle sue parole, perchè è vero.
Poi mi spoglio e raggiungo la schiena di seta nera di Nina, abbracciandola da dietro.
E l'agitatore fa molto Apocalypse now e forse ogni Apocalisse ha il suo agitatore da qualche parte e Nina si sveglia e mi guarda e mi sorride felice.
La tengo stretta e le carezzo il viso e in italiano le chiedo perchè non la amo e perchè non mi ama e lei mi stupisce, dicendomi felice l'unica cosa che sa in italiano "Ti amo Tassiò".
Che bello, Nina è calda, liscia, morbida. Si potrebbe morire dopo quello che ho sentito sul suo corpo. Varrebbe la pena di aver vissuto una vita intera solo l'averla tenuta a dormire sulla mia spalla, con quelle treccine e quel profumo meraviglioso e quel respiro così diverso e così meraviglioso.
Me la porto a Saint-Louis, ho deciso. E lei ci viene senza difficoltà, anzi, è contenta. Non è mai stata a Saint-Louis. E nemmeno io.
"Cerchiamo una blue note, laggiù, Nina" e lei mi guarda con quegli occhioni e il sorriso bambino di chi non capisce, ma non chiede perchè fa lo stesso.
La bellezza salverà il mondo.
Forse è proprio vero.
Forse sì.
Poi, quando ho finito con il mio solito "ecco", dall'altra parte ho sentito una risatina e un sospiro profondissimo.
"Sai cosa mi ha sempre fatto girare i coglioni Tazio? Che rivendichi il diritto di avere la sindrome di Peter Pan, che sfanculi chiunque te la contesti, ma poi a cose sbollite sei sempre corso da qualcuno a cercare la benedizione, come si fa con un padre. Ma dico, ti rendi conto?"
Il Ruggi non è un fesso. Lo è quando vuole esserlo, quindi ne è cosciente, per cui non lo è affatto. E, infatti, non ha detto una cosa da fesso. Ha detto una verità. Io ho bisogno di conferme, a periodi variabili, quasi dei checkpoint nei quali qualcuno mi aiuti a fare la cernita delle cazzate dalle cose giuste. Una specie di correttore di rotta, possibilmente non della marca cara a Schettino.
"Cosa vuoi che ti dica Tazio? Magari c'hai ragione tu, che cazzo ne so. Magari l'hai infilata tu la cruna dell'ago e l'Africa è la soluzione migliore per tutti i mal di vivere. Stai lì, mangi bene, vivi bene e paghi un cazzo, ti trombi le nere che sono delle fighe scopaiole da paura, ma che cazzo di senso avrebbe pensare ad una soluzione qui. Qui poi, dove la democrazia cristiana è nuovamente al potere. Però non so, c'è qualcosa che mi sfugge, te lo dico con franchezza."
Sfugge a te e sfugge a me, amico mio, cosa credi? Solo che delle due l'una: o a causa di questo dettaglio misterioso, che rappresenta la nota strana, mollo tutto e torno a casa, o cerco di capire se quella nota strana è una blue note, me ne impadronisco e ci faccio sopra un incredibile blues.
"Se torni io e te ci mettiamo in affari Taz. Stavolta ti ci tiro fuori io dalla merda. I soldi non sono un cazzo in mano ai coglioni. Se tu hai soldi in mano ti costruisci il mondo che vuoi, fatto come lo vuoi tu e vedrai che non sarà necessario sacrificare gli amici, potranno avere un loro posto nel tuo mondo e tu diventerai sereno come ti meriti e ti dirò di più, io sono un egoista e siccome non so usarlo il danaro, vorrei che tu costruissi un mondo dove mi posso accomodare anche io."
Incredibile. E commovente. Lui una volta, ere geologiche fa, era questo. Brillante, capace, rapido, intellettualmente non banale, perchè questa arringa è intellettualmente fine, la apprezzo, mi commuove, capisco che la caduta dell'Impero ha fatto uscire dalla crosta di merda il Ruggi di un tempo antico.
Però il tempo passa, non siamo in Sim City, siamo nella nostra cazzo di vita.
Mi ruotano nelle orecchie nomi che, sino a poco tempo fa, mi mettevano un'euforica pelle d'oca: The Mill, Young&Rubicam, Saatchi, TBWA, Leo Burnett, McCANN.
E adesso mi rendo conto che non me ne frega più un cazzo, ho già dato.
Ho i piedi impolverati col segno delle infradito e mentre telefono Nina dorme nel mio letto.
Non so perchè mi sia rimasta appiccicata, ma mi fa piacere. Non glielo chiedo di certo. Forse crede che sia ricco e che la sposerò, ma tra un po' la sveglio e glielo dico, non voglio essere di ostacolo a una prostituta che cerca di sistemarsi, no, mai.
Chiudo col Ruggi che da lui erano le due, dicendogli che gli voglio bene e che rifletterò senz'altro sulle sue parole, perchè è vero.
Poi mi spoglio e raggiungo la schiena di seta nera di Nina, abbracciandola da dietro.
E l'agitatore fa molto Apocalypse now e forse ogni Apocalisse ha il suo agitatore da qualche parte e Nina si sveglia e mi guarda e mi sorride felice.
La tengo stretta e le carezzo il viso e in italiano le chiedo perchè non la amo e perchè non mi ama e lei mi stupisce, dicendomi felice l'unica cosa che sa in italiano "Ti amo Tassiò".
Che bello, Nina è calda, liscia, morbida. Si potrebbe morire dopo quello che ho sentito sul suo corpo. Varrebbe la pena di aver vissuto una vita intera solo l'averla tenuta a dormire sulla mia spalla, con quelle treccine e quel profumo meraviglioso e quel respiro così diverso e così meraviglioso.
Me la porto a Saint-Louis, ho deciso. E lei ci viene senza difficoltà, anzi, è contenta. Non è mai stata a Saint-Louis. E nemmeno io.
"Cerchiamo una blue note, laggiù, Nina" e lei mi guarda con quegli occhioni e il sorriso bambino di chi non capisce, ma non chiede perchè fa lo stesso.
La bellezza salverà il mondo.
Forse è proprio vero.
Forse sì.
sabato 15 dicembre 2012
Infelice
"Và che ti puoi rilassare eh Tazio. Và che i miei casini ce li ho anche io eh. Cioè, non è che se te mi dicessi 'diventa la mia morosa' io ti direi di sì, chiariamo 'sto punto, che io le mie batoste ce le ho belle, vive e scottanti, vè."
Rassicurante, sgomberante, chiarente, appianante, adattante e tranquillizzante. Eccola qua, bella nuda nel suo letto, sotto le coperte assieme a me, che mi spiega con parole adulte che la ficcarella è consentita, poichè non vi sarebbero le condizioni per andare oltre questa stupendammicizia condita di stupendossesso.
Manca solo la stuppendattrans e poi il mondo sarebbe perfetto.
Già, chissà che fine ha fatto la Ade e la Stupendattrans. Boh.
"Ci andresti a letto con una trans?" le chiedo, dando prova di dissociazione mentale, visto che l'argomento era la tranquillità ficcaiola.
"Manco morta, mi fanno schifo" ed io apprezzo la veracità della Mietta, che è avvocatessa e sa della vita.
"E con una donna? Ci andresti? O ci sei già stata?" chiedo, perchè io sono uomo di schemi, a volte liberi, ma pur sempre schemi.
Non l'ho mai dato a una Maiala senza farle, prima o poi, un questionario ed io certe domande le devo fare, mi spiace, è la prassi.
"Ci son stata" e mi guarda come se mi avesse rivelato il sedicesimo segreto della Madonna del Parabrezza. Va ben, Mietta, ti piace la passeragione, sai che novità. E' quasi uno standard per voi ficazze up-to-date, sarei rimasto deluso dal sapere che la fica non l'hai assaggiata mai.
"A me piace il cazzo" esordisco con una tranquillità psicopatologica e lei mi guarda e ride. Cazzo ridi, Mietta, non sto scherzando. E a sostegno di ciò che ho dichiarato produco una dettagliata descrizione di cosa mi piace di un uomo, di come mi piace prenderlo, di come lo succhio e in qualche minuto sento la sua mano che mi agguanta l'uccello sotto le coperte e comincia una lenta sega, al che mi informo se l'argomento che sto trattando la vada annoiando ed ella mi risponde che, anzi, lo gradisce assai e mi prega di continuare ed io continuo, continuo, ci infoiamo e la chiavo.
La chiavo alla missionaria, caricandomi le sue gambe sulle spalle e Mietta gode, gode, gode, gode ed è, onestamente, proprio bello farla godere, perchè quella Femmina è fatta per scopare, va detto e ridetto. Le lecco i piedi, chiavandola. Glieli lecco e, in tema di rivelazioni, le spiego con minuzia dettagliata della mia fissazione feticista e lei pare godere pure di quello. Al che, rincuorato di tanta condivisione ed accettazione proattiva, le chiedo se gli oggetti del mio desiderio siano dotati di aggressivo bouquet, se sapientemente coltivati, ed ella mi risponde che sì, che se sapientemente coltivati essi emanano afrori intensi ed io, allora, la prego di non lavarli, per stasera, sortendo un accondiscendete e sorridente consenso.
Certo che c'è poco da fare i coglioni, i furboni, quelli che giocano a rimpiattino con questa bella ficazza carnosa, perchè può pure starci che lei subodori che io faccio il coglione fingendo di assecondare le sue prevedibili tattiche, ma alla fine la mano vincente è sempre la sua, nel bene e nel male, perchè è incontrovertibile che io sia a letto con lei, che io la stia chiavando, che le stia dando il più grosso cazzo che abbia mai preso, quel cazzo che "credevo esistessero solo nei porno". E poi va detta anche un'altra grande verità, per onestà intellettuale, per non prendermi e prendervi per il culo. Va detto che sono a letto con una Turbotroia a trenta chilometri da casa, al caldino, senza sbattoni, va detto che domani sera me la richiavo quanto e quando voglio, va detto che è furba e asseconda di tutto e io, al momento, da questa situazione traggo solo enormi vantaggi ed enorme godimento sessuale.
E' allettante, è un'eventualità che tenta, che compete, che sta in pista benissimo con la situazione complicatissima e deprimente con la Skizza. Mi sento una merda a dirlo, ma se non lo dicessi sarei ancora più merda. Io amo la Skizza, la amo da morire, ma io sono anche io e non c'ho ventitre anni che per una figa uno va in Alaska con la 50 Special, io sono stanco, fiacco, c'ho una marea di cazzi che anche ieri non vi dico e voglio le cose semplici, semplificate, easy, voglio dei semplici "Domani sera come sei messa? Usciamo?" - "Ok, va benissimo" - "Non metterti mutande e reggiseno e non ti lavare" - "ok…." ecco, io è questo che voglio adesso, poi magari fra una setimana non mi interessa più, ma adesso mi serve, assolutamente, senza dubbi o incertezze.
Son quasi completamente vestito, in piedi di fianco al letto dove lei giace ancora, nuda sotto il piumone.
Mi infilo il maglione e sento che lei mi sbottona le braghe. Guardo in giù.
"Mi piace che non porti le mutande" sussurra prendendomi in bocca l'uccello.
Non è niente, è il pompino della buona notte. E succhia e ingolla la mia minchiona mugolando. "Sai di figa" commenta sospendendo l'azione per quei secondi necessari a dirlo. Fuori piove e c'è la nebbiolina. Fa freddo.
Mi rispoglio.
Dormo qua, con lei, nudi.
Stamattina, quando mi sono svegliato, lei non c'era.
C'era un biglietto in cucina.
"Sono in studio, se hai bisogno chiamami al cell. Il caffè è pronto, basta schiacciare il bottoncino verde. Occhio che sei senza chiavi e se ti tiri dietro la porta, sei fuori. Ci sentiamo più tardi. XXX".
Che bella scrittura che ha.
Ed è cominciato il sabato, il sabato taziale.
Indugio prima di entrare nella doccia, annusando le sue cose.
Mi masturbo sotto l'acqua caldissima e non riesco a pensare a niente.
A niente.
Rassicurante, sgomberante, chiarente, appianante, adattante e tranquillizzante. Eccola qua, bella nuda nel suo letto, sotto le coperte assieme a me, che mi spiega con parole adulte che la ficcarella è consentita, poichè non vi sarebbero le condizioni per andare oltre questa stupendammicizia condita di stupendossesso.
Manca solo la stuppendattrans e poi il mondo sarebbe perfetto.
Già, chissà che fine ha fatto la Ade e la Stupendattrans. Boh.
"Ci andresti a letto con una trans?" le chiedo, dando prova di dissociazione mentale, visto che l'argomento era la tranquillità ficcaiola.
"Manco morta, mi fanno schifo" ed io apprezzo la veracità della Mietta, che è avvocatessa e sa della vita.
"E con una donna? Ci andresti? O ci sei già stata?" chiedo, perchè io sono uomo di schemi, a volte liberi, ma pur sempre schemi.
Non l'ho mai dato a una Maiala senza farle, prima o poi, un questionario ed io certe domande le devo fare, mi spiace, è la prassi.
"Ci son stata" e mi guarda come se mi avesse rivelato il sedicesimo segreto della Madonna del Parabrezza. Va ben, Mietta, ti piace la passeragione, sai che novità. E' quasi uno standard per voi ficazze up-to-date, sarei rimasto deluso dal sapere che la fica non l'hai assaggiata mai.
"A me piace il cazzo" esordisco con una tranquillità psicopatologica e lei mi guarda e ride. Cazzo ridi, Mietta, non sto scherzando. E a sostegno di ciò che ho dichiarato produco una dettagliata descrizione di cosa mi piace di un uomo, di come mi piace prenderlo, di come lo succhio e in qualche minuto sento la sua mano che mi agguanta l'uccello sotto le coperte e comincia una lenta sega, al che mi informo se l'argomento che sto trattando la vada annoiando ed ella mi risponde che, anzi, lo gradisce assai e mi prega di continuare ed io continuo, continuo, ci infoiamo e la chiavo.
La chiavo alla missionaria, caricandomi le sue gambe sulle spalle e Mietta gode, gode, gode, gode ed è, onestamente, proprio bello farla godere, perchè quella Femmina è fatta per scopare, va detto e ridetto. Le lecco i piedi, chiavandola. Glieli lecco e, in tema di rivelazioni, le spiego con minuzia dettagliata della mia fissazione feticista e lei pare godere pure di quello. Al che, rincuorato di tanta condivisione ed accettazione proattiva, le chiedo se gli oggetti del mio desiderio siano dotati di aggressivo bouquet, se sapientemente coltivati, ed ella mi risponde che sì, che se sapientemente coltivati essi emanano afrori intensi ed io, allora, la prego di non lavarli, per stasera, sortendo un accondiscendete e sorridente consenso.
Certo che c'è poco da fare i coglioni, i furboni, quelli che giocano a rimpiattino con questa bella ficazza carnosa, perchè può pure starci che lei subodori che io faccio il coglione fingendo di assecondare le sue prevedibili tattiche, ma alla fine la mano vincente è sempre la sua, nel bene e nel male, perchè è incontrovertibile che io sia a letto con lei, che io la stia chiavando, che le stia dando il più grosso cazzo che abbia mai preso, quel cazzo che "credevo esistessero solo nei porno". E poi va detta anche un'altra grande verità, per onestà intellettuale, per non prendermi e prendervi per il culo. Va detto che sono a letto con una Turbotroia a trenta chilometri da casa, al caldino, senza sbattoni, va detto che domani sera me la richiavo quanto e quando voglio, va detto che è furba e asseconda di tutto e io, al momento, da questa situazione traggo solo enormi vantaggi ed enorme godimento sessuale.
E' allettante, è un'eventualità che tenta, che compete, che sta in pista benissimo con la situazione complicatissima e deprimente con la Skizza. Mi sento una merda a dirlo, ma se non lo dicessi sarei ancora più merda. Io amo la Skizza, la amo da morire, ma io sono anche io e non c'ho ventitre anni che per una figa uno va in Alaska con la 50 Special, io sono stanco, fiacco, c'ho una marea di cazzi che anche ieri non vi dico e voglio le cose semplici, semplificate, easy, voglio dei semplici "Domani sera come sei messa? Usciamo?" - "Ok, va benissimo" - "Non metterti mutande e reggiseno e non ti lavare" - "ok…." ecco, io è questo che voglio adesso, poi magari fra una setimana non mi interessa più, ma adesso mi serve, assolutamente, senza dubbi o incertezze.
Son quasi completamente vestito, in piedi di fianco al letto dove lei giace ancora, nuda sotto il piumone.
Mi infilo il maglione e sento che lei mi sbottona le braghe. Guardo in giù.
"Mi piace che non porti le mutande" sussurra prendendomi in bocca l'uccello.
Non è niente, è il pompino della buona notte. E succhia e ingolla la mia minchiona mugolando. "Sai di figa" commenta sospendendo l'azione per quei secondi necessari a dirlo. Fuori piove e c'è la nebbiolina. Fa freddo.
Mi rispoglio.
Dormo qua, con lei, nudi.
Stamattina, quando mi sono svegliato, lei non c'era.
C'era un biglietto in cucina.
"Sono in studio, se hai bisogno chiamami al cell. Il caffè è pronto, basta schiacciare il bottoncino verde. Occhio che sei senza chiavi e se ti tiri dietro la porta, sei fuori. Ci sentiamo più tardi. XXX".
Che bella scrittura che ha.
Ed è cominciato il sabato, il sabato taziale.
Indugio prima di entrare nella doccia, annusando le sue cose.
Mi masturbo sotto l'acqua caldissima e non riesco a pensare a niente.
A niente.
lunedì 29 ottobre 2012
Uncioccazz
Faccio le telefonate. Le sto facendo, insomma. Mi ingarbuglio con vicende fastidiose mediando saggio come un padre di famiglia, nel tentativo di non alzare l'ebollizione con l'unico scopo di non farmi rompere i coglioni perchè, in realtà, in queste questioni non c'è nulla di essenziale, di esistenziale, di fatale, di vitale, sono solo le solite rotture di coglioni che costano in energia assai di più che risolvere il problema con la semplicità elegante di un quadro di Fontana.
Poi sospendo e faccio le uniche telefonate che veramente mi premono e le faccio a numeri inglesi e non italiani, perchè sono le telefonate che servono ad organizzare la serata e a realizzare la bizzarra (e neanche tanto) richiesta della Skizza, di cui non farò accenno sino a domattina, così vi viene la curiosità e mi leggete, almeno spero, visto che per cavarvi un commento dalla bocca dovrei mandarvi a casa un paio di ragazzotti strafatti di crack con un buon paio di pinze ed una saldatrice.
Faccio le mie cose in questo arraffazzonato ufficio del salotto osceno e penso che dovrei munirmi di una SIM inglese che così non mi dissanguo come una bestia e poi penso che ho detto che torno il tredici e sono già pentito, perchè ve lo dico col cuore in mano e anche con la milza e la parte sana del fegato che mi rimane: io di tornare non ho cazzi.
Poi penso a un uovo, a quello di Colombo, che è fatto di Tazio che si trova un lavoro qui e della Skiz che se ne trova uno che la pagano come deve essere pagata, ma forse tutto ciò è prematuro, magari anche a tratti impossibile, specie sul mio versante, perchè che cazzo me ne faccio dello studio di produzione nella nebbia se io salgo qui?
Minghiaoh 'sto lunedì è partito dimmerda, non c'è che dire, mi sento già stanco e discretamente ansioso che adesso mi sparo quel venticinque gocce di Mr.X palindormo che così mi rassereno, mi faccio una sega e poi ricomincio daccapo.
Io non c'ho cazzi di tornare, raga.
Poi sospendo e faccio le uniche telefonate che veramente mi premono e le faccio a numeri inglesi e non italiani, perchè sono le telefonate che servono ad organizzare la serata e a realizzare la bizzarra (e neanche tanto) richiesta della Skizza, di cui non farò accenno sino a domattina, così vi viene la curiosità e mi leggete, almeno spero, visto che per cavarvi un commento dalla bocca dovrei mandarvi a casa un paio di ragazzotti strafatti di crack con un buon paio di pinze ed una saldatrice.
Faccio le mie cose in questo arraffazzonato ufficio del salotto osceno e penso che dovrei munirmi di una SIM inglese che così non mi dissanguo come una bestia e poi penso che ho detto che torno il tredici e sono già pentito, perchè ve lo dico col cuore in mano e anche con la milza e la parte sana del fegato che mi rimane: io di tornare non ho cazzi.
Poi penso a un uovo, a quello di Colombo, che è fatto di Tazio che si trova un lavoro qui e della Skiz che se ne trova uno che la pagano come deve essere pagata, ma forse tutto ciò è prematuro, magari anche a tratti impossibile, specie sul mio versante, perchè che cazzo me ne faccio dello studio di produzione nella nebbia se io salgo qui?
Minghiaoh 'sto lunedì è partito dimmerda, non c'è che dire, mi sento già stanco e discretamente ansioso che adesso mi sparo quel venticinque gocce di Mr.X palindormo che così mi rassereno, mi faccio una sega e poi ricomincio daccapo.
Io non c'ho cazzi di tornare, raga.
Skype dimmerda
Tanti auguri, tanti auguri, lo vuoi adesso il regalo? non se ne parla Tazione, me lo dai stasera e sorridi che già ti pregusti, com'è giusto che sia, la serata dei festeggiamenti e che bello. Poi parti zompettante verso il viaggio che ti aspetta e io allora mi ricompongo mi sistemo, mi addresso e lancio Skype verso l'inimitabile avventura di ritornare in bottega.
Bonjour Bettina, come va? como estas? todo bien? tres bien anche se è lunedì, Tazio, già, è lunedì anche qui sai? ma dai? ma sì, ma pensa.
Che tette che c'ha la Betta, anche su Skype.
Poi arriva il Loca, trafelato, preoccupato, cosa c'è? niente, solo un merdaio perchè bla e bla e bla e bla. Devo chiamare io? Se puoi mi faresti un favore, ok dopo lo chiamo e poi ti richiamo, ma senti, venerdì liberi tutti eh, ponticello che schifo non fa, non possiamo Tazio siamo nel marasma che oggi finiamo un girato e poi bla e bla e bla e bla, piuttosto, quand'è che ti rivediamo, che dobbiamo parlarti di cose che capitano di là e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e dico che credo che mi abbia detto tutto e lui mi dice di sì, allora dico che ci penso un attimo e lui riattacca, ok, ma quand'è che torni tu? io non torno più, dico scherzando e lui si agghiaccia, poi dico tranky scherzavo, ma non credo prima del 13. Silenzio di ghiaccio. Ma avevi detto il 5. Sì, ma adesso dico il 13, ma che problemi hai senza di me? Hai le redini del comando, sei in pista alla grande, ti manco sotto un profilo sessuale? Ti capisco sai? Vaccagare Tazio, no è che ti devo parlare di persona e non su Skype, devo preoccuparmi Loca? nononononononononono è solo che dobbiamo riorganizzare le cose perchè così diventa difficile, scusa Loca, questa conversazione ci stava dopo otto mesi che non ci vedevamo e sentivamo, ma invece sono solo otto giorni, cosa succede? Bisogna che parliamo Taz, con 'sto coso non ci riesco, ok, allora dopo il tredici, ok, dopo il tredici.
Che ansia.
Bonjour Bettina, come va? como estas? todo bien? tres bien anche se è lunedì, Tazio, già, è lunedì anche qui sai? ma dai? ma sì, ma pensa.
Che tette che c'ha la Betta, anche su Skype.
Poi arriva il Loca, trafelato, preoccupato, cosa c'è? niente, solo un merdaio perchè bla e bla e bla e bla. Devo chiamare io? Se puoi mi faresti un favore, ok dopo lo chiamo e poi ti richiamo, ma senti, venerdì liberi tutti eh, ponticello che schifo non fa, non possiamo Tazio siamo nel marasma che oggi finiamo un girato e poi bla e bla e bla e bla, piuttosto, quand'è che ti rivediamo, che dobbiamo parlarti di cose che capitano di là e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e bla e dico che credo che mi abbia detto tutto e lui mi dice di sì, allora dico che ci penso un attimo e lui riattacca, ok, ma quand'è che torni tu? io non torno più, dico scherzando e lui si agghiaccia, poi dico tranky scherzavo, ma non credo prima del 13. Silenzio di ghiaccio. Ma avevi detto il 5. Sì, ma adesso dico il 13, ma che problemi hai senza di me? Hai le redini del comando, sei in pista alla grande, ti manco sotto un profilo sessuale? Ti capisco sai? Vaccagare Tazio, no è che ti devo parlare di persona e non su Skype, devo preoccuparmi Loca? nononononononononono è solo che dobbiamo riorganizzare le cose perchè così diventa difficile, scusa Loca, questa conversazione ci stava dopo otto mesi che non ci vedevamo e sentivamo, ma invece sono solo otto giorni, cosa succede? Bisogna che parliamo Taz, con 'sto coso non ci riesco, ok, allora dopo il tredici, ok, dopo il tredici.
Che ansia.
lunedì 23 aprile 2012
L'Olimpo delle merde
Mi accingo a lasciare questo luogo imbrattato di merda, concludendo
così la parte fecale del lunedì di merda, qui dentro. Avrò solo un piccolo
richiamo più tardi, come per l’antitetanica, quando chiamerò la Skizza che mi
chiederà com’è andata e io le dirò quanto benonone è andata e lei mi dirà che
era esattamente quello che non dovevo fare, come da accordi, e che sono
un coglione iroso e rissoso come il simpatico Bracciodiferro, ma pazienza, c’ha
ragione, sono il simpatico Boccadimmerda e così ingoierò anche quest’ultimo
stronzo fatto dalla Skizza, che lasciare lì l’ultimo stronzo con i bambini che
muoiono di fame nel Biafra è da autentici stronzi, quale io sono, d’altra
parte.
Poi, con un alito importante a causa di questa bella mangiata di merda
del lunedì fecale, cercherò uno sfogo all’altezza del mio rango, ossia o mi
schianto di canne e di whisky sino a un passo dal ricovero, rischiando di
affogare nel mio vomito come una patetica anziana rockstar incontinente, oppure
mi do una smacchiata alla giacca e vado al Circolo, benché oggi sia lunedì, per
cercare di capire che piroetta con triplo carpiato devo fare perché quella
vecchia troia di merda molli le chiavi della cintura di castità di merda di
quella russa ninfomane troia violenta che se le strizzi la fica riempi tre
secchi.
Un programma di extra classe, come vedete, ma d’altra parte va detto:
quando si mietono risultati d’eccezione grazie alla propria abilità dialettica,
alla visione strategica e tattica ed all’innegabile carisma è giusto premiarsi
con qualcosa di sfizioso e rilassante, per cui credo che l’ipotesi bagno di
vomito a un passo dal coma sia quello che, per evidenti caratteristiche di
stile ed eleganza, risulti indubbiamente il più indicato. Ma vedremo, la
serenità pervade il mio animo e quindi qualunque cosa sarà un successo.
Per un novello Mida come me che ogni cosa che tocca diventa merda, poi,
è garantito.
Per cui stacco, dudes.
Mi lancio nella notte di follie e bollicine dei vincenti, qui nell’Olimpo
delle merde.
A domani.
martedì 3 aprile 2012
L'uragano tra le venti e le venti e trentasette
Erano le venti e trentasette.
Seduta sul divano, col dito indice a far da calzascarpe per quelle
ballerine elastiche. C’aveva scritto Abercrombie Est 1892 sulla T-shirt blu.
“Senti Tazio, volevo chiedevti un
favove: è un pvoblema pev te se nel weekend vengo qui a lavovave?” mi
chiede.
No. Non è un problema. Cioè sì, lo sarebbe. Ma non lo è. Ok. Fatti dare
il doppione dalla Betta, domani.
Sono ancora imbambolato, devo dire la verità.
Erano le venti e stavo chiudendo, ma poi ho visto la luce e sono andato
di là.
“Cosa fai ancora qui?” le
chiedo.
“Viovdino i pvovini, pevchè c’è
qualcosa che non mi convince” mi risponde.
Perché è così, lo so bene. Si prende una tramvata dalla persona con cui
si è assieme da tanto, che mai ci si sarebbe aspettati una tramvata da lui/lei e,
a quel punto, per sopravvivere bisogna riempire gli spazi lasciati dalla
dipartita della carogna estinta. E, generalmente, ci si infila a tutto vapore
nel lavoro. E così la Giogia, che metabolizza questa vedovanza da circa un
mese. Non che me l’abbia detto, intendiamoci. Lo so perché tutti, prima o poi,
vanno a confidarsi dalla Betta. La quale, quando occorre, mi fornisce le
istruzioni per l’uso di atteggiamenti che appaiono, a volte, bizzarri ed
inusuali.
“Queste secondo me sono le
migliovi” mi dice con un sorriso algido scorrendole su Bridge.
Sarei in ritardo, dovrei farmi la doccia, ma mi rompe mortalmente il
cazzo mollarla frettolosamente qui rimarcando che non ha una vita e che è sola
ovunque, vita e lavoro. E così ci sto, guardo i provini e poi chiedo di quell’altro
lavoro e lei mi dice che ha fatto degli sviluppi e andiamo di là.
E’ brava, cazzo. Veramente brava. Ha fatto delle cose veramente fighe.
“Quella macchina è mostvuosa, una
figata da pauva” mi dice osservando i bianchi e neri sul tavolo.
E mi dice le sue perplessità, la ascolto, poi un piccolo mignolo sfiora
il mio grande indice, il mio naso odora il profumo di donna a fine giornata,
così materno e avvolgente, la mia mano viene guidata con decisione sullo
scultoreo fianco nudo, occhi azzurrissimi si fondono nei miei e poi tutto
subisce un’accelerazione centrifuga di mille G, mi trovo con la maglia
sollevata e una bocca mi succhia forte un capezzolo mentre mani femminili senza
nessun segno di cura estetica mi sbottonano i pantaloni e le mie mani fanno lo
stesso in una moviola isterica e i jeans scendono assieme alle mutande, le
ballerine cadono, il suo sedere sale sul tavolo, le gambe si spalancano, la mia
bocca aderisce a quella fica triangolare, appena pelosa e chiarissima, succhio
le pronunciatissime labbra carnose, annuso il profumo acidulo, assaggio il sapore
pungente, mi sciolgo nella tenerezza esaltante, Abercrombie sale scoprendo due
candidi piccoli coni perfetti, appuntiti di lunghi capezzoli durissimi, chiari,
quasi invisibili su quel candore, poi lei mi fagocita, mi spoglia scomposta, mi
inchioda sul divano in mezzo a book e materiale, mi succhia vorace, mi cavalca,
si inarca, sbatte, veloce, la tocco, la palpo, mi lecca, mi morde, la schieno,
la chiavo, troppo tardi per premere stop, le sollevo le gambe, la fotto, le
lecco gli archi plantari, arriccia le dita, si schermisce, non vuole, sbatto
forte, ansima, si masturba il clitoride mentre affondo a maglio serrato, vinco
la guardia, la colgo distratta che ansima forsennata e pianto il naso tra le
dita patrizie e distinte ed annuso l’umanità confortante dell’algida Giogia, a
cui puzzano intensamente i piedi e mi inebrio del sudore della donna uguale anche se diversa
e poi, quando comincia a piangere e a ringhiare
sobbalzando col capo riverso all’indietro, tormentandosi velocissima il
cazzetto rosato, sguscio fuori e le inondo lo scudo di addominali sensuali, col
capo chino in avanti, quasi a non voler incrociare i suoi occhi, stralunato da
tanta furia improvvisa, estasiato dalla statua bianca perfetta, ammaliato dall'avvertire che sotto la pelle sottile scorre sangue bollente, sangue umano.
Imbarazzo, nudità, ambiente sbagliato. Tieni, ti passo i Kleenex che
avevo nei jeans, niente grazie, pulizia rapidissima, resto muto davanti a quel
corpo nudo che è arte neoclassica, recupera i pezzi, mutande, jeans, faccio lo
stesso, presto, vestirsi e dimenticare, vestirsi e dimenticare, vestirsi e
dimenticare, vestirsi e dimenticare, non è successo nulla, nulla, nulla.
“Siamo adulti, vevo Tazio? Posso
contavci che lo siamo?” mi dice armeggiando frettolosa con il recupero
delle ballerine, seduta sullo stesso divano di prima.
“Siamo adulti, puoi contarci Giorgia.
Non ti preoccupare.” rispondo, ma non sortisco alcun seguito, troppo presa
a gestire i marasmi emotivi e i pensieri pesanti che si affollano sotto quel
caschetto di ricci biondissimi. Forse presa anche a gestire un pentimento
analogo al mio?
Venti e trentasette.
Seduta sul divano, col dito indice a far da calzascarpe per quelle
ballerine elastiche. C’ha scritto Abercrombie Est 1892 sulla T-shirt blu.
“Senti Tazio, volevo chiedevti un
favove: è un pvoblema pev te se nel weekend vengo qui a lavovave?” mi
chiede.
“Sì, ok. Fatti dare il doppione
dalla Betty, domani”
“Gvazie” e lascia la stanza,
tornando nella sua, frugando a testa bassa tra borse e giubbotto.
“Tirati dietro la porta e spegni
le luci quando vai” le dico, senza spiegazioni, senza aggiunte né chiose.
Di schiena alza una mano, a metà tra un saluto e un “va bene”.
Scendo in strada, felice di essere fuori di là. Disagio insopportabile.
Ma siamo adulti e possiamo contarci.
Solo gli adulti sanno seppellire bellezze sfolgoranti ed intense
emozioni dietro ad un orrendo “Non è
successo niente”.
Che schifo.
venerdì 24 febbraio 2012
Furbo a palo
Giornata d’inferno. Questa mattina mi chiama la Ale, ma com’è, ma come
non è, sei sparito, cosa c’è, ma cosa non c’è, ma su, ma giù, Tazio qui, Tazio
là. Sforno a Polaroid una serie di discretamente ben confezionate cazzate
siderali e rimando ad un generico “Ti
chiamo lunedì mattina, porta pazienza, che se tutto va come deve andare
mangiamo un boccone assieme lunedì sera” e la Ale si beve tutto il beverone
e a posto.
Mi rimetto sulle mie rogne che di lì a mezz’ora mi chiama la Ines. Ma
com’è, ma come non è, ma t’ho fatto qualcosa, Tazio dimmelo sai, sei sparito,
nemmeno una telefonata, và che io non sono da una botta e via eh (sì lo so che
UNA botta e via non basta, bensì SETTEMILA botte e via) ma scherzi Ines, ma perlamordiddiosantissimo
che dici!! Numi del cielo Ines!!! chi ha mai pensato ad una cosa simile e *zac*
caldo delle Polaroid vendute alla Ale, le sgnacco anche alla Ines e via andare
che ci sentiamo in settimana te lo prometto, ti chiamo, ti chiamo, ti chiamo.
E mi rimetto lì sulle mie rogne, tempo dieci minuti mi chiama un
anonimo.
Porca merda, mi dico signorile,
io di mio non risponderei, ma siccome anonima è anche la stronza della banca
che esce anonima come l’anonima sequestri e la Spectre, che banditi pari sono e,
considerato che aspetto una risposta da quel mentecatto di direttore, devo
rischiare, devo e premo verde.
La Giulia.
No, cazzomerda della figamerda e delle tettemerda, mi si sgretola la
cappella, la Giulia no.
Cripta sumera, dialetto arcaico ittita, umore di merda, voce adatta
alla frase “esprimo il più sentito
cordoglio”. Mi svacco sulla sedia come se fossi un pupazzo di pezza senza
articolazioni e accendo l’innesco con l’accelerante: “Ciao Giù, come stai?”. Quale domanda può sortire un effetto più
devastante, quale piede di porco può essere più efficace a scoperchiare la
pentola dei liquami lamentosi in un clima di tregenda che c’è da toccarsi i
maroni ogni due per tre? Crisi madre e figlio, crisi secca irricomponibile con
quel coglione di merda che traffica in Romania a far solo dio sa cosa, ma forse
nemmeno dio prende informazioni su cosa fa perché lo conosce bene e non vuole
sapere, crisi del lavoro, crisi della finanza, crisi dell’economia, crisi dei
valori e crisi nervosa, la mia.
Ascolto e mentre ascolto mi immagino di invecchiare al telefono, coi
capelli che diventano bianchi e radi, la barba che mi cresce lunghissima e fina
e bianca, le rughe che solcano, il pisello che scompare per far posto al
catetere e poi compare una flebo, poi una copertina, tossisco, la sedia è
diventata una comoda e arriva una badante che mi urla nelle orecchie “DEVI
PRENDERE LA MEDICINA PER IL CUORE” e poi mi annusa e dice fortissimo, sempre
nel mio orecchio “HAI FATTO QUELLA GROSSA? DEVO CAMBIARTI?” e poi compaiono
tutti i miei amici, vecchi, sono attorno al letto io respiro a fatica e mi
guardano con gli occhi pieni di lacrime e la Giulia pare essere solo in
prossimità del primo dei sette tempi dell’opera che si intitola “Quella troia della tua amica”, ma per
fortuna un pip-pip sotto, che lo sente anche lei, mi consente di scattare in
piedi dal letto del dolore e dire “SCUSA GIULIA HO UNA CHIAMATA SOTTO CHE LA
STAVO ASPETTANDO TI RICHIAMO IO DOPO” e Tardelli scatta in avanti, Tardelli,
Tardelli, gooooooooooooooooooool, gooooooooooooooooool, Campioni del Mondo!
Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!
Chiudo secco e rispondo.
“Ciaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaooooo
Cicciammore, ciacciao ciacciao ciacciao, c’è il soleeeeeeeeeeeeeeee”
Scatto a piè pari sul tavolo come un ardito ginnasta del bieco
ventennio e con la luce accecante della speranza negli occhi ed un sorriso da
drogato chimico urlo “ADEEEEEEEEEEEAMMMOOOOOOREEEEEEEEEEEEEEEEEE
TI DEVO LA VITAAAAAAAA” e dall’altra parte sento un urlo di gioia a cazzo,
talmente acuto e forte che manda in palla il microfono e sì, è vero, la
maturità a un certo momento si vede.
“Senti. Cicci. Pensavo. Mangiamo
al Tennisclebb.”
“Va bene. Adele. Mangiamo al
Tennisclebb.”
“Senti. Cicci. Pensavo. Stasera.
Io nun c’ù vuglia di undure ul clubb. Te ti spiace?”
“No. Adele. Anzi. Io devo
svaccare. Oggi non mi passa. Più”
“Andiamo in un posticino con la
musichina e stiamo scialli senza pare e ci facciamo le robine?”
Non so di che robine si parla, ma qualsiasi robina mi fa la Ade a me
piace.
“Fatta. Ade. Wine bar, scazz and
dance.”
“Sììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì”
“Sai, Adelizia, pensavo a questa
primavera, quando potremo andare nella casa del Ruggi, io e te, ci facciamo un
week end sempre nudi senza lavarci mai e ti porto fuori a fare la pipì in
giardino e…”
“…e anche la cacca?”
“Sì amortossico, anche la cacca e
scopiamo come gli alci bretoni incrociati coi cervi birmani tutto il tempo
dappertutto”
Gorgoglia e mugola e grugnisce e fa anche snort.
“Cicciporconesozzone mi fai
tremare la figona te sei un demonio di furbezza”
Ah beh beh, furbo son furbo eh.
Uuuuuuuh che furbo che sono.
Già.
Furbissimo.
Basta che guardi con che disinvoltura mi son gestito la mattinata.
venerdì 13 gennaio 2012
Lezioni di vita in un interno
[Grazie Giò]
Siamo nudi e incastrati l’uno nell’altra. Respiri e io respiro il tuo respiro. Sono pazzo di te, annientato, sedotto alla disperazione dalla tua sessualità e dalla tua sensualità.
Al punto che vorrei essere te e avere il tuo corpo.
Ti scopo lentamente, baciandoti, dicendoti che ti amo, perché è vero, io ti amo.
Però non riesco a trattenermi e ti sussurro all’orecchio che cosa vorrei e tu mi ascolti grattandomi con le dita la nuca, allacciata a me, che mi muovo dentro di te lento. Ti dico che vorrei vederti scopare con un altro davanti a me, tu e lui soli, su un letto, mentre io siedo accanto guardandoti, cercando i tuoi occhi che godono, ascoltando ogni tuo sospiro, guardando ogni millimetro del tuo corpo che gode sotto i colpi di uno sconosciuto e tu rantoli, stringendomi, e mi chiedi se lo vorrei davvero o se è solo una fantasia ed io ti dico di sì, che mi piacerebbe davvero e mi stringi e mi chiedi qual è, di tutto questo, la cosa che mi fa godere e io non te lo so dire, non lo so davvero, non lo so.
Mi baci. E respiri affannosa. Poi silenzio e continuiamo lenti e mi graffi leggera la schiena. Mi chiedi ansimante se mi masturberei, su quella sedia, ma io ti rispondo di no, ti dico che vorrei restare vestito a guardare e che, una volta che l’uomo ha finito e se ne va, vorrei spogliarmi e salire sul letto e fare l’amore con te e l’idea che io ti voglia alla follia ancora sporca di lui ti eccita e mi dici che stai godendo ed io affondo dei colpi secchi, facendoti fare dei piccoli urli stupendi.
Poi silenzio. Poi mi lecchi la spalla e mi dici che quello che mi fa godere è l’idea di vederti fare la puttana e io ti dico che forse è vero, forse è così. Mi baci.
Mi chiedi cosa ne sarebbe di noi dopo e io non lo so, non lo so davvero e non so risponderti. Accelero gli affondi, sei tenerissima e larghissima e bollentissima e godo da impazzire. Mi chiedi se da quando stiamo assieme sono stato a letto con altre donne e ti dico di no e per la prima volta mi rendo conto della debolezza della verità, mi rendo conto della forza inesorabile della menzogna coprente e della debolezza della sincerità.
Mi chiedi come mai non ti chiedo se sei stata a letto con qualcuno e io ti rispondo che se anche è successo non lo voglio sapere, perché tu sei qui, io ti amo e tu mi ami, e anche fosse successo non mi importerebbe e mi baci e sorridi. Continuiamo lenti.
Mi chiedi se ho desiderato, anche solo per un attimo, altre donne da quando stiamo assieme. E io ti dico di sì, ti dico che tutte le donne che vedo diventano subito attrici di un lungometraggio porno ambientato nel mio letto e tu sorridi, calda e sensuale e mi dici che lo sai. Lo sai. Ti chiedo perché lo sai e mi dici che solo una stupida, dopo averlo fatto con me, potrebbe pensare di bastarmi a letto. Precisi che non discuti il mio amore. Me lo precisi due volte. Non è questione d’amore, parliamo di sesso.
Sento i tuoi piedi nudi sui polpacci.
Sei drammaticamente donna, enormemente donna, spaventosamente donna. Spaventosamente, sì.
Spingo, accelero, impenni il respiro. Aspetto che cominci a venire e vengo con te, stringendoti, fondendomi.
Ci riprendiamo. Beviamo. Fumiamo.
E cominci ad uccidermi.
Sorridente mi dici che un’altra al tuo posto mi avrebbe cavato gli occhi e mi chiedi se me ne rendo conto.
Ti dico di no, che non me ne rendo conto e ti chiedo il perché. E tu sintetica mi dici che nell’intimo confessare è emerso che ti voglio mandare a letto con un altro a far la puttana per il mio piacere visivo e che non mi interessa se hai scopato con qualcuno e che mi scoperei tutte le donne che vedo.
E ridi.
Ma hai ragione, è così, merda.
E’ esattamente così.
Fumiamo e mi sento una merda. Mi accarezzi i capelli sorridendo e sei spaventosamente una Donna.
Poi dici.
“Le corna non posso sopportarle, Tazio, te lo dico chiaramente. Ma la debolezza umana è nell’essere umano e una promessa fatta da quello stesso essere umano debole è ridicola. Per cui è inutile che mi prometti che non andrai mai a letto con un’altra. Promettimi, invece, che metterai la massima maniacale cura nel non farmelo sapere mai. La cura puoi promettermela, non ha niente a che fare con l’istinto. Perché se un giorno dovessi venire a sapere che mi hai messo le corna vorrà dire che non ti sei curato di fare le cose per bene, ovvero vorrà dire che non ti è interessato di non farmi soffrire, ovvero vorrà dire che non mi ami più o non mi ami a sufficienza o stai confondendo l’affetto con l’amore o l’abitudine con l’amore. Questa è una promessa che puoi farmi e puoi anche mantenerla.”
Un’incudine mi inchioda al letto.
“Te lo giuro”
“Non giurare, prometti. Se giuri vuol dire che hai due livelli di assicurazione dell’impegno e non è da te.”
Un’altra incudine.
Poi ti appoggi alla testiera ed hai delle tette bellissime.
“Non credo potrò accontentarti in merito alla fantasia, sai Tà? Non scoperò mai con qualcuno davanti a te.”
E sorridi. Poi ti sposti, mi baci e dici di nuovo.
“Io voglio fare cose CON te. Non per te o per me, ma per NOI. Voglio sentire un indissolubile NOI che fa rimbalzare il mondo intorno. Con l’indissolubile NOI posso anche arrivare a fare un’orgia. Saremmo NOI che ci divertiamo “usando” gli altri, senza mettere pezze a carenze o a desideri irrealizzabili perché, purtroppo, siamo assieme. Con un NOI d’acciaio non c’è da preoccuparsi di quel che sarà il giorno dopo, capisci?”
Capisco sì, cazzo. Capisco di essere un coglione che non capisce un cazzo.
Mi guardi con un sorrisino. Sposti le lenzuola e apri le gambe. Le mani ti scivolano sulle cosce.
“Vuoi leccarmi amore?”
Certo che te la lecco.
Fino a consumartela.
Hai la figa da Donna.
E io ti amo.
lunedì 2 gennaio 2012
Disintossicarsi da Tazio
Sull’onda meditativa generata da un post di Viaggiatore, mi pongo dei
quesiti.
E i quesiti partono da alcune considerazioni prodromiche. Mi piace il
lemma prodromico. Lo uso spesso,
anche con tono di banale ovvietà: “Ma
certo, questo è prodromico!” facendo aumentare a milllle la mia popolarità
tra chi, invece, usa spesso il lemma minghiaoh.
Prescindendo, veniamo alle prodromiche.
E’ assodato, verificato e certificato che sono diventato molto bravo.
Ho scansato la Vigilia con la Milly, sono in riga come un soldatino di piombo.
Bravo, in ordine, in assetto, senza graffi, senza scheggiature.
Sono poi bravo nel bravo, nel senso che mi comporto con rispetto delle
propensioni sessuali della Domi senza forzature, lasciando che si esprima con
l’intensità che le è consona, senza generare pressioni che risulterebbero
dannose per l’induzione di un’eventuale sensazione di inadeguatezza che
addirittura potrebbe spingerla ad adeguarsi al regime di giri del mio motore
con conseguente grippaggio del suo eccetera,
eccetera, eccetera.
Un bravo nel bravo, insomma.
E fino a ieri dicevo anche: “Certo
che, volendo, non è tutta ‘sta fatica ad essere bravi al quadrato”.
E fermiamo qui le prodromiche.
Ora analizziamo un fenomeno che si è verificato qui, oggi.
Come già detto all’inizio della giornata, la Bettona è coperta di lana
nera da capo a piedi. Knitwear e calze coprenti, stivali a tacco basso di cuoio
nero. Una monaca, praticamente, giusto? Beh, non avete idea dell’arrapamento
che mi ha messo. Sono dovuto andare in cesso a strozzare la cappella due volte.
E sapete perché? Perché continuo ad immaginare una scena inesistente in cui io
e lei siamo su un divano quasi al buio e, dopo averla palpata nella fodera di
lana per ore, comincio a farle scendere i collant coprenti e il nero se ne va e
compare la pelle bianca e liscissima, caldissima e tenera, in mezzo alla quale
campeggia l’arrogante triangolo di pelo nero odoroso di figa di femmina
mammifera in calore.
E questo mi sturba, mi rampazza, mi randazza e mi arrazza che tornerei
a tirarmi una raspa anche subito.
Bene.
Proviamo a riprendere le prodromiche, adesso. Mi appare assai chiaro
che non sono bravo oggi. Perché se uno si fa le seghe pensando di ingropparsi
una che lavora con lui, non è esattamente bravo. Credo ci siano gli estremi per
il senso di colpa anche. Ma questo è complesso, devo pensarci.
Sta di fatto che bravo oggi non sono.
E sta di fatto che ho anche capito il perché delle prodromiche. Sono
bravo quando essere bravo è l’unica alternativa possibile. In fin dei conti
queste vacanze (vacanze?) si sono tradotte in un rapporta para siamese con la
Domi, vorrei vedere anche che non sono bravo. Io gliela chiedo, lei me la dà,
facile.
Ma oggi, al ritorno in mare aperto, è bastato che la prima sirena che
ho incrociato fischiettasse Mas que nada
che mi sono ritrovato smanettante e sborraiolo.
Si aggiunga dell’altro, ora.
Questa sera la Domi vede degli amici. Che mi sembra cosa giusta, visto
che è scomparsa dalla sua scena sociale da prima delle vacanze. Mi ha anche
invitato ad unirmi, ma io ragazzi, sinceramente, non ho cazzi. Non sono ancora
pronto a questo socialismo delle vite ed ho cortesemente declinato, dicendo che
coglievo l’occasione per vedere i miei. Pulito, liscio.
Ma io starò a casa, invece. Perché se esco e mi unisco al Loca e morosa
che c’ha “un’amica figa che non ci credi
Tazio che stasera te la presento, dai vieni che si va alla Taverna del Diavolo
di Fecazzone che quella è una che la salta la cavallina ‘scolta mè”, io,
che sono già schiumante di testosterone per la Bettona che mi sorride da sozza
e non me lo cava dalla testa nessuno che si farebbe scopare eccome, io divento
pochissimamente bravo, perché mi conosco molto ma molto bene all’incirca da una
vita e lo so che divento scarsissimissimamente bravo in queste condizioni.
E così resto a casa. Da solo e con un senso di colpa già confezionato
per essermi sbragagnato la Mazza al pensiero di ingropparmi la Betta e con un
senso di maiale incompiuto sapendo che a Fecazzone c’è una ultrafiga scopaiola che
salta la cavallina facile e con un altro senso di colpa relativo alla
resistenza a conoscere gli amici della Domi.
E concludo dicendo che non so dove, ma mi sa che da qualche parte c’è
qualcosa di sbagliato.
Di molto sbagliato.
lunedì 19 dicembre 2011
Puttanaio
Non la sciupare mi dice Meontheborderline seria, dove condurrai la tua amata mi chiede
Kappa serio, quell’altra mi dice sei innamorato cotto (ed è vero, poche cazzate)
tutti dicono che è un biscottino delizioso e tutti hanno ragione, poi non so
chi dice che anche se non ha fantasia a letto è incantevole ed è tutto vero,
tutto, tutto, tutto.
Ma io sono Tazio, il Tazio sessuomane, il Tazio ipersessuale e quando
una Puttana di Categoria Superiore mi fa scivolare in mano un paio di culotte
con un bianco bacio di figa dentro, prospettandomi sozzerie laide a dir poco
paradisiache, io cosa cazzo devo fare? Cosa cazzo devo fare?
Devo resistere, ovvio, scontato, pacifico, acclarato, assodato, senza
ombre. Ma quanto potrò resistere, ammesso che sin da questa occasione io vi
riesca?
E poi ancora: se non riesco a resistere vuol dire che non amo la Domi?
E’ così che funziona tra voi virtuosi del rapporto solido e solidale cornoprivo?
No, ditemelo per favore, perché io una strategia la devo mettere in campo,
la devo mettere, altrimenti vado al manicomio.
Merda.
Perle di ossidiana demoniaca
Verso mezzogiorno ho chiamato Milly.
Convenevoli, come va, mi ha pensato proprio ieri, ma come mai?, sorride
calda, non può dirmelo al telefono, è in un negozio, sorride calda, sorrido
caldo, ma che melliflua situazione dalle tinte vagamente pornografiche, ma
molto chic.
Le dico che l’ho chiamata per proporle un aperitivo, tanto per farci
gli auguri, che avrei anche un pensiero da darle, ma davvero?, ma che stupore,
ma che caro, non dovevi, anzi no, certo che dovevi, e ride, molto calda, molto.
Ed allora in un quasi lampo sono a Domiziopoli e siedo davanti a
quest’attrice cinematografica che veste un giubbottino di pelle nera con polsi,
bordo e collo di pelliccia antracite a pelo lungo. Gonna a portafoglio nera,
calze nere, scarpe di vernice col tacco killer. Guanti di pecari neri. Occhiali
da sole ampissimi, neri. Rossetto scarlatto e capelli riccissimi.
E si chiacchiera, bevendo alcuni americani.
La situazione della Casa si sta stabilizzando, ma non è ancora ora di
ricominciare, ci vuole calma.
Nessuno ha dato l’avvio a nessuna indagine, com’era ovvio. Elementi
fumosi, assenza di reati, solo una fantasiosa storia raccontata da uno studente
che è stato lasciato dalla fidanzatina, no, non ci sono gli estremi. Tutto
dorme.
Le dò il mio pacchettino, mi guarda con un guizzo infuocato negli occhi
e poi scarta rapida. Apre la scatola e soppesa la collana, dicendomi calda,
molto calda, che gradiva moltissssssssssimo il pensiero, che l’ossidiana la
affascina e che quella è davvero stupenda. E mi bacia.
“Mi mette a disagio non avere un
presente per te” mi dice seria “ma mi
hai spiazzata, non me lo attendevo affatto, grazie ancora”.
Poi va al bagno. Ed al ritorno, con gli occhi che ridono, mi dice a voce bassa:“Pensandoci, però, un pensierino per te ce lo avrei” e detto questo fa scivolare nella mia mano un pacchettino di pizzo nero. Le sue mutande.
Poi va al bagno. Ed al ritorno, con gli occhi che ridono, mi dice a voce bassa:“Pensandoci, però, un pensierino per te ce lo avrei” e detto questo fa scivolare nella mia mano un pacchettino di pizzo nero. Le sue mutande.
Sorridente, diabolica, sussurra a quel punto “Buon Natale anche a te,
Tazio”.
Intasco il preziosissimo dono ancora caldo e, imbarazzato e col cuore
in gola per ciò a cui ho appena assistito, comincio a parlare di programmi,
chiedendole quali siano i suoi per Natale. Programmi migratori: il pomeriggio
del giorno di Natale partirà per Napoli, per incontrare un’amica con la quale
voleranno alle Canarie per trascorrere San Silvestro là. Che bello.
“E tu Tazio? Che programmi hai?”
“Solitudine e sofferenza”
rispondo sorridendo e mangiando un pistacchio.
“Niente parenti? Niente famiglia?”
“Niente, Milly.”
“Io non parlo con mia madre da
due anni. Non ci sentiamo nemmeno per gli auguri” seria, arrabbiata,
sinistra, cattiva, bellissima.
Poi mi guarda, nuovamente sorridente e malignamente sensuale.
“Potremmo trascorrere la Vigilia
di Non Natale assieme. Un paio di bottiglie di bourbon, la collana di ossidiana
che mi hai regalato… potrei colorarmi i capezzoli di rosso… oppure
di nero… mmmh sì… che ne dici?”
Direi che ho già la minchia dura, ma non lo dico. I capezzoli colorati
mi fanno impazzire. Neri sono pazzeschi, da sbavare. Con solo quella collana
addosso poi. Ma io devo resistere, resistere, resistere.
E per farlo dico la verità. Le dico che voglio fare il bravo perché sto con una ragazza che mi piace.
“Ah, beh, allora. Capisco,
capisco bene. Ma… senti Tazio, ma la tua ragazza dov’è la sera della Vigilia?”
“Con la sua famiglia. Sai, i
cenoni tradizionali”
“Mh. E tu resti a casa da solo… ad
aspettarla… “
“In un certo senso…”
“Virtuoso Tazietto… sei sexy così
virtuoso… In ogni caso puoi dirmelo anche all’ultimo momento, se cambi idea…
chissà…magari quando giocherai con il mio “regalo” potresti cambiarla…“
Tentatrice, ora che sai della mia ragazza è una sfida aperta, maledetta puttana.
“Perché sai, così, pensandoci
meglio, ci potrebbero essere diverse opzioni per il nostro Non Natale. Potremmo
sgattaiolare di soppiatto nella Casa e lì improvvisare una cena con le mani…
magari nudi… seduti sul pavimento davanti al frigo oppure aspetta, aspetta,
oppure potrei convocare una Sorella e potremmo usarla come piatto… mangiando sul
suo corpo nudo e poi… beh… poi improvviseremo… sempre che tu il Non Natale non
lo voglia con un "tratto religioso",
perché in quel caso potrei vestirmi da superiora… e tu da prete… e la
Sorella da novizia… e potremmo impartirle della rigida educazione religiosa…
dopo che l’hai confessata ed avremmo appreso i suoi luridi peccati… “
E nei suoi occhi c’è la fiamma della tentazione, la fiamma del demonio.
Resisti, Tazio, resisti per l’amor del cielo!
--
Baci e abbracci, sorrisi e convenevoli di commiato.
Salgo in macchina e sfilo dalla tasca quel pacchettino di pizzo nero. Culotte. Le apro e osservo quella sfumatura bianca, quella timida
pennellata di tempera al centro. Ripiego e metto in moto.
Resistere, resistere, resistere.
Sono eccitatissimo.
Psicologicamente e fisicamente.
Maledetta Miss Milly.
giovedì 15 dicembre 2011
Uomini
Sono solo. Sono rimasto solo. Tutti a casa.
Cammino lieve per il corridoio, guardando tutto come se fossi un ladro,
entrato per rubare.
Tracce di attività, di vita che al momento non c’è. L’ufficio vuoto è
sempre affascinante.
Cammino, arrivo dal Loca, poi entro da N, poi torno da me.
Mi tolgo le scarpe, poi le calze. Appoggio i piedi nudi sul pavimento
di legno laminato.
Mi tolgo il maglione e la maglietta. I capezzoli reagiscono, il
riscaldamento si è spento da un po’. Mi accarezzo la pancia, i seni, le
ascelle, mi annuso.
Poi sbottono i jeans, li tolgo. Faccio scivolare i boxer alle caviglie,
li tolgo, li annuso, sanno del mio sesso.
Mi alzo e esco.
Cammino completamente nudo nel corridoio e mi piace. Mi accarezzo le
natiche, sono liscio come un uovo.
Arrivo dalla Betty, mi inginocchio e annuso il sedile della sua sedia,
poi mi ci siedo.
Faccio aderire i testicoli alla stoffa e penso a quest’estate quando la
stessa stoffa aderiva alle sue cosce e alla sua passera ingabbiata nel cotone
del perizoma.
Mi scappello e sento l’aria.
Mi alzo e cammino, vado dai grafici. Cammino con l’uccello scappellato
e contraggo involontariamente, mi sto eccitando. Cammino tra i tavoli,
completamente nudo. Non ho addosso nemmeno l’orologio, un anello, niente. Torno
in corridoio, entro da N, raggiungo la postazione della Giogia.
Mi accoscio ad annusare la sedia e l’uccello mi scivola tra i piedi.
Stringo la cappella tra i talloni ed abbraccio la sedia.
Penso alla Domi in cucina che viene.
Percorro il solco delle natiche e accarezzo l’ano che, in quella
posizione, si estroflette ed è carnoso.
Penso a Rolex.
Quanto tempo.
Penso al suo petto ricoperto di quella peluria bianca sexy. Penso al
suo pisello grosso anche se corto.
Mi alzo e torno nel mio ufficio.
Mi rivesto.
T “Hey, ma è da una vita. Come
stai?”
R “Hey Tazio, ciao, bene bene e
tu?”
T “Bene. Mi sei venuto in mente e
ho detto ‘adesso lo chiamo, mica mi rimbalzerà sempre’ “
R “No ma che rimbalzare, è stato
un periodaccio, casini, un casino”
T “Ho capito. Tutto a posto
adesso?”
R “Pare di sì. Senti, ma come
stai?”
T “Io bene. Vai ancora là alla
sera?”
R “Uhm a volte sì, ma non spesso.
Tu?”
T “Zero, più tornato. Potremmo
andare a berci qualcosa se ti va, una sera”
R “Eh. Mi andrebbe sì, mi
andrebbe, cazzo. Non ho più vita ultimamente”
T “Dai facciamo una rimpatriata
la settimana prossima, cosa ne dici?”
R “Eh. Senti. La settimana
prossima è un casino per me, ma facciamo così: sentiamoci lunedì a quest’ora”
T “Ok”
R “Ok”
Ed il senso di colpa arriva, in silenzio, mentre premo il rosso del
telefonino.
Si siede davanti a me e ha il volto della Domi.
Merda.
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