A volte l’età trasforma in qualcosa di nuovo, che diviene interessante per ciò che vale e allora ci si chiede se si invecchia o ci si trasforma, ma lascio a chi sa di filosofia la questione.
E’ stato per un puro caso che mi sono ritrovato nella cucina della Betta Bettina a sorseggiare un Nespresso, soppesando i silenzi e le parole.
Non nego di provare per lei ancora un’attrazione fisica intensissima, ma in un momento di rinsavimento ho pensato che questa doveva rimanere sullo sfondo, lasciando che uscisse il suo male di vivere, o almeno quelle poche gocce che lei lascia trafilare, perché il conflitto, la guerra sanguinosa che vive interiormente, è davvero sterminante.
Posto che non sono la persona più adatta, per fama e per passato, a dare consigli su cosa si deve fare, mi sono limitato ad ascoltarla per quel poco che ha detto e non sono mai intervenuto.
Abbiamo confortevolmente condiviso un silenzio molto lungo e poi le ho chiesto se, passando previa telefonata, sarei nuovamente stato omaggiato di un Nespresso.
Un sorriso caldo e triste dei suoi e un abbraccio penso volessero dire sì.
Con la Betta si fa i seri, raga.
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mercoledì 21 giugno 2017
domenica 18 settembre 2016
Fama
Arrivo stimato per le ore diciannove zerozero zulu e alle
diciannove zerouno zulu era qui, bella come il solleone, garbata, elegante,
sexy, ma con modo, né troppo, né troppo poco, sandalo aperto nero con cinghie larghe
incrociate sulle dita e cinturino dietro al tallone, zeppetta, tacco, pantalone
blu a sigaretta, camicia bianca col collo rivoltato e scollata quel tanto da
dichiarare un Canale di Suez a me ben noto sino allo sbocco panciale,
coprispalla blu cobalto di cotone a maglia larga che fa vedere il bianco della
camicia e coprire decentemente la cula, borsa nera a spalla un po’ demodé, ma
di ottima fattura, capelli raccolti in uno chignon elaborato, occhiali da sole
in testa, RayBan, aviator, specchiati.
Si chiacchiera, ho l’erba, che dice la Kikka, ma niente
solito, slinguo accurato, palpata di tette e poi via, nel mulinello sozzo della
Padania Ex Rossa e Gaudente.
Inodore come materia inesistente, lecco i piedi e godo a
metà, ma so aspettare e intanto mi assaporo il pompino che v’è da dire che li
fa davvero bene e poi apri le gambe che ti impalo, esecuzione immediata, ficona
bisteccona barbuta già zuppa e pronta all’impianto e io ficco e godo che è
bollente e lei gode e le sbrodolo porcate su quel che ho fatto aspettandola,
calcando la mano anche su mezze verità e lei sorride e gode ad occhi socchiusi
e testa all’indietro e arriccia le dita dei piedi mentre viene, abbrancandomi
come una pianta carnivora che non vuole mollare la preda, ma chi molla
Antonerchia, chiavarti è un piacere che persino io non mi spiego.
Canna.
Amica erba che da tempo immemore non ti succhio più, fumosa,
intossicante, appagante, rilassante, eccitante, non nociva, è quella del Virus,
la riconosco a un chilometro, giaciamo, ha fatto le cannette a casa, ma che tesoro,
sorride appagata come una Geisha pronta al suo Signore della Dinastia Minch.
“Facciamo un film
porno?” chiedo passando lo spino annerito, dai profumi esotici “Ma neanche in sogno!” risponde ridendo
e io incalzo “Ma dai, ma sai quanti cazzi
rizzeresti?” – “Non mi interessa, a me basta far rizzare il tuo” e ripassa
il cannino, giocando tenera con la minchia barzotta.
Cucio rapidissimo e penso che forse nemmeno il Fiume Porcone
mai la vedrà in azione e, dopo breve fraseggio rammollito, assumo la notizia
che mai e poi mai e poi mai è successo nemmeno che abbia preso il sole in
topless, ad esclusione degli anni di acerbissima infanzia.
L’Antonella è una ragazza normale, nell’accezione più stimabile
del termine, fa le corna, le piace tanto il cazzo di chi dice lei (poco quello
del Sarti che alberga in passere casuali e diomeneliberi), ha fantasie porn
driven (tra cui la pisciata, come noto) si masturba saltuariamente, possiede un
vibratore base senza diavolerie, ma le piacciono di più le dita, non se lo fa
mettere nel culo, non ha mai avuto esperienze lesbiche, ma forse con la donna “giusta”
e un stato di modesta alterazione potrebbe cedere per sola prova, dove per
donna “giusta” intendesi una trentacinque-quarantenne molto, ma molto fitness,
coi muscoli, ma no culturista, scura di pelle, abbronzata, tette piccolissime,
capelli cortissimi, tutta depilata e molto decisa che fa tutto lei, insomma si
definisce una “bi-curious” (sua definizione porn style, ma per fortuna ride),
guarda i porno, specialmente da sola, certamente saltuariamente, ma non li usa
preterintenzionalmente per masturbarsi, bandisce il sesso nei giorni di lavoro poiché
deconcentra (dice), non le piace il cazzo nero, non è felice, non è soddisfatta
della sua vita, beve troppo (vero) e adora le canne perché le mettono voglia.
“E te vai fuori di testa per i piedi” dice guardandomi
sorridente di tre quarti “Eh sì, ebbene sì” ammetto con facilità, falciato da
un “Lo sapevo da prima prima” – “Ah sì?” dico io con finto stupore “Lo sanno
tutte” risponde felice, girandosi per prendermi la minchia tra i piedi e
cominciare a segarmi.
La mia fama mi precede.
Divinamente noto.
Mi amo.
lunedì 4 luglio 2016
Che non è
Che non è che ritorni daccapo a sfregiare la lingua italiana scrivendo di cose che non se ne incula nessuno, anche se c’hai quel taglio di dentro e di fuori, ma tanto ce li hai e li tieni ben stretti e mi spiace per te, ma non basta per niente, che la vita degli altri va avanti e tu sei ancora in parcheggio che ti costruiscono un parco e tre PEEP e non sai dove hai lasciato la macchina e poi ti ricordi del pranzo col Liga e sei animali da palco bifolco, che noi siamo così, bifolchi e villani, ma soprattutto spacconi, anche se meno dei romagnoli, gniss n’azident.
Che non è che spieghi a quei quattro, che non si sa perché ti seguivano, che t’è montata la sorte di sopra con tutto il rimorchio e che di toccare i freni non s’è ricordata nemmeno allo stop, scrivendo paroloni patologici e allegando le analisi sgrammaticali e illogiche, che se in Inghilterra le infermiere c’hanno le gambe bianche di gesso non è che a un porco, anche se fuori uso, non ci viene in mente di leccargli la prugna con ancora le chiappe che sanno di Cytrosìl.
Che non è che, anche se è passato quasi un anno, quando telefoni alla sozza di turno quella non gorgoglia liquamate e la incontri e ti chiede, tra le coltri insudiciate di ormoni, facendoti affogare lercio nella sua tenera carne usatissima, se sei il suo maiale e tu precisi, pedante, che sei il taurobriccotaziosaurusrex, ma in versione redux perché non è che puoi più sbroccare di droga e di alcol come quando consumavi il calendario come la Ade consumava la sua Immanculata Sorca Imperiale, cioè come se non fosse tuo/sua.
Che non è che la puoi menare col talento e l’esperienza e l’internazionalità consacrata al delinquere perché ai provinciali che abitano nel centro del loro mondo sembra di periferia anche chi calpesta il sanpietrino più in là.
Che non è che se anche tutti sono colati come sugna sulla griglia, sparendo nel nulla del nulla da cui provenivano, tu sei migliore perché lavori da altri famosi e fai una vita attenta al mangiare, che al bere si fa presto, perché tolta l’acqua non c’è poi più niente.
Che non è che se anche ti si rizza in farmacia, guardando la Dottoressa Biolcati in sandalini porno anni ottanta che ti serve le pastigliette della soppravvivenza, dopo ti spari in un appostamento che levati Pelloni e finchè non glieli annusi non hai pace, perché oggi è così, all’insegna dello sbattimento di coglioni, ma anche con garbo, che non mi salti fuori anche il varicocele.
Non so più niente e non mi ricordo più niente.
Che non è che se fai cazzate merdose per anni poi devi essere un taccuino di Hemingway per forza, che tante volte è meglio dire io non c’ero anche se c’eri solo tu.
“Taziolino, le hai prese le pastigline?”
Che non è che anche se c’hai un culo a cui manca solo il vetro di protezione e l’allarme da che capolavoro che è mi puoi dire Taziolino.
Taziolino ‘sto grancazzo.
Tira su le tue carabattole e togliti dai coglioni, subito.
Che non è che se uno non è poi è, eh.
Chiedetelo al Liga.
Che non è che spieghi a quei quattro, che non si sa perché ti seguivano, che t’è montata la sorte di sopra con tutto il rimorchio e che di toccare i freni non s’è ricordata nemmeno allo stop, scrivendo paroloni patologici e allegando le analisi sgrammaticali e illogiche, che se in Inghilterra le infermiere c’hanno le gambe bianche di gesso non è che a un porco, anche se fuori uso, non ci viene in mente di leccargli la prugna con ancora le chiappe che sanno di Cytrosìl.
Che non è che, anche se è passato quasi un anno, quando telefoni alla sozza di turno quella non gorgoglia liquamate e la incontri e ti chiede, tra le coltri insudiciate di ormoni, facendoti affogare lercio nella sua tenera carne usatissima, se sei il suo maiale e tu precisi, pedante, che sei il taurobriccotaziosaurusrex, ma in versione redux perché non è che puoi più sbroccare di droga e di alcol come quando consumavi il calendario come la Ade consumava la sua Immanculata Sorca Imperiale, cioè come se non fosse tuo/sua.
Che non è che la puoi menare col talento e l’esperienza e l’internazionalità consacrata al delinquere perché ai provinciali che abitano nel centro del loro mondo sembra di periferia anche chi calpesta il sanpietrino più in là.
Che non è che se anche tutti sono colati come sugna sulla griglia, sparendo nel nulla del nulla da cui provenivano, tu sei migliore perché lavori da altri famosi e fai una vita attenta al mangiare, che al bere si fa presto, perché tolta l’acqua non c’è poi più niente.
Che non è che se anche ti si rizza in farmacia, guardando la Dottoressa Biolcati in sandalini porno anni ottanta che ti serve le pastigliette della soppravvivenza, dopo ti spari in un appostamento che levati Pelloni e finchè non glieli annusi non hai pace, perché oggi è così, all’insegna dello sbattimento di coglioni, ma anche con garbo, che non mi salti fuori anche il varicocele.
Non so più niente e non mi ricordo più niente.
Che non è che se fai cazzate merdose per anni poi devi essere un taccuino di Hemingway per forza, che tante volte è meglio dire io non c’ero anche se c’eri solo tu.
“Taziolino, le hai prese le pastigline?”
Che non è che anche se c’hai un culo a cui manca solo il vetro di protezione e l’allarme da che capolavoro che è mi puoi dire Taziolino.
Taziolino ‘sto grancazzo.
Tira su le tue carabattole e togliti dai coglioni, subito.
Che non è che se uno non è poi è, eh.
Chiedetelo al Liga.
mercoledì 27 maggio 2015
L’ora che non si fece mai
L’antefatto
Mentre attendo la Sozza, il parlàfono vibra e recita Lidia a chiare lettere.
Come sei messo?, dormi?, disturbo?, è che non riesco a prendere sonno, ma Lidia stai tranquilla che capita anche a me, e tu cosa fai in quei casi?, cosa prendi?, ma io mi faccio un numero x di canne e poi mi masturbo e a volte serve, mi sono masturbata già anche io, Tazio, ma non serve e le canne sai che non sono il mio genere, sei nuda? (risata) ma che nuda, ho il pigiama, e tu sei nudo?, se non voglio che mi arrestino no, ma dove sei?, in macchina parcheggiato, ma aspetti qualcuno allora cazzo, dai che chiudo, ma che qualcuno Lidia!, vengo da te, ti va?, sì che mi va, ma non volevo scombinarti i piani, no, ma quali piani, anzi, sarei proprio felice di stare un po’ con te, allora dai, ti aspetto.
Barbara devi andare affanculo stasera, mi spiace.
Il fatto
“Era a Luchino che piaceva violento e, ok, anche a me piace sentire male, ma non ci vado pazza come ci andava lui che una volta mi ha trafitto un capezzolo con un ago da siringa e a momenti viene facendolo, ma a me piace anche farlo dolcemente, rilassatamente, lentamente…” – e mi bacia morbidissima sulle labbra mentre io siedo sul Busnelli rosso col cazzo di fuori e lei lo cavalca lentissima essendosi tolta solo i pantaloncini del pigiamino.
Si inarca dolcissima in avanti, poi all’indietro, poi ancheggia a destra e sinistra, ma ogni movimento è fatto quasi impercettibilmente e ci cerchiamo le mani e ci baciamo, morbidi, parlando sottovoce come se qualcuno ci potesse sentire, Bill Evans che suona (è il mio paradiso e lei lo sa), la luce bassa di un pallone di plexyglass e specchietti di Patrizia Volpato designer.
Poi la maglina del pigiama passa sopra la testa e resta nuda. E io, per un attimo intensissimo la amo con tutto me stesso, drogato di tanta acerba bellezza così rara in una donna della sua età. La abbraccio e le carezzo la schiena calda, liscia, solcata da quelle ossa tentatrici che ne compongono la spina dorsale e voglio togliermi la camicia e sentirla e lei mi aiuta e restiamo nudi sul Busnelli, abbracciati morbidamente e rispettosamente, muovendoci appena, con qualche stilema sessualstilistico di grande potenza, come il suo arretrare appoggiando le mani alle mie ginocchia, un po’ per mostrarsi, un po’ per sentire meglio di dentro, nella carne, la mia carne.
Poi si richiude in avanti come una conchiglia fatata, inarcandosi e sussurrandomi all’orecchio che le piace come non le era mai piaciuto con me, che le piace così tanto da dimenticare tutte le volte che le è piaciuto da pazzi con un uomo e io respiro forte, baciandola, accarezzandole le braccia, correndo sui glutei tesissimi per seguirne le forme affascinanti.
“Ti piace il mio sedere?” chiede con orgogliosa felicità osservandosi le terga da sopra la spalla e io rispondo di sì baciandola e lei aggiunge appena appena di labiale “diventa bellissimo quando faccio l’amore così” ed è vero, è proprio vero, è molto vero, è stupendo. Poi sale e fa sgusciare l’uccello e se lo punta nel culo, scendendo lentissima, guidandolo con la mano, impiegando moltissimo tempo a farlo entrare tutto, mugolando elegante, sino a dire “mi brucia, ma guarda che bello…tutto dentro…non è bellissimo da vedere?...” ed io resto senza fiato mentre quell’ancheggiare di classe riprende con pari dolcezza e da allora è un continuo cambiare da davanti a dietro, da dietro a davanti, mentre avverto che la carne si fa rovente e molle e la abbraccio, stringendola, mentre ci baciamo garbatamente, seppure profondamente. Poi sale, lo fa scivolare fuori dal culo, si inginocchia tra le mie gambe e lo prende in bocca, succhiandolo lentamente e mormorando “tu ci vai pazzo per queste cose, vero?.... tu ti butti via per queste cose…” e poi risale, riassestandoselo con maggior agio nell’ano.
“Tu sei convinto che le porcherie che ti piacciono le sappiano fare solo certe vuote donne relitto… e ti butti via con loro… senza niente in cambio…sciogliendoti nelle loro pozzanghere torbide” – e affonda i colpi più decisa, stringendo l’ano ritmicamente.
“E’ una dichiarazione?...” - chiedo sorridendo per stemperare l’aria e rallentare la voglia di venirle nel culo e lei mi risponde pericolosa – “se non c’è altro modo per farti capire le cose, bisogna dichiarartele o…op….pure mettertele per iscritto…” – e spinge fonda fino a schiacciarmi forte i coglioni e quel dolorino è un bacio vellutato.
Silenzio.
Sudore.
Respiro.
“Da quant’è che non suoni più il piano di notte nei locali, da solo?” – mi chiede facendomi sentire come uno dei Favolosi Baker – “da una vita, da quando non ho più una donna che si bagna ascoltandomi, appoggiata al pianoforte…” – “io voglio bagnarmi, voglio bagnarmi la fica, le cosce, fino alle dita dei piedi, voglio che suoni per me, voglio venire in mezzo a tutti senza toccarmi, mentre suoni" – e questo mi piace, molto, mi piace molto, mi piace, mi piace, mi fa salire l’eccitazione a mille.
“Non ti buttare via Tazio. Sei un animale troppo speciale e se ti e….e….sstingu…i…” – “se mi estinguo?” – “vengo…. spingi….vieni con me…vienimi dentro….” – e tutto diventa furia, chiusi in un abbraccio mortale, le anche che si disarticolano, velocissimi, il canto, il suo, il mio, strettissimi, fusi, venendo, mischiando i liquidi corporali in un gesto di infinito amore, di quell’amore che parte da quel malinconico buco nero che tutti conoscete, così fondo e così dolce e così struggente e così inesistente, ma essenziale per essere vivi almeno tre minuti.
***
“Dormi qui stanotte” – mi chiede stesa, scomposta, nuda sul Busnelli accanto a me, carezzandomi il viso.
Le carezze sul viso. Leggere, avvolgenti, calde lisce, con quelle piccole manine profumate di sesso e di amore e io come un coglione piango con gli occhi chiusi, facendo di sì con la testa.
Nessuno commenta le mie lacrime.
Nessuno.
Né Bill Evans, né la Volpato, né Busnelli.
Una bocca calda e sottile le bacia, asciugandole.
“Ricomincerò a suonare da solo il piano in giro per locali, di notte” – le dico pianissimo – “E io ti troverò” – “Nuda sotto l’abito da sera?” – chiedo sorridendo a occhi chiusi – “Compleamente… voglio che tu mi veda le dita dei piedi bagnate…” – e mi bacia sorridendo calda.
E poi si va a dormire nudi, abbracciati.
E poi il gallo canta.
Ma nessuno mi tradisce.
Non oggi, almeno.
No, oggi no.
Mentre attendo la Sozza, il parlàfono vibra e recita Lidia a chiare lettere.
Come sei messo?, dormi?, disturbo?, è che non riesco a prendere sonno, ma Lidia stai tranquilla che capita anche a me, e tu cosa fai in quei casi?, cosa prendi?, ma io mi faccio un numero x di canne e poi mi masturbo e a volte serve, mi sono masturbata già anche io, Tazio, ma non serve e le canne sai che non sono il mio genere, sei nuda? (risata) ma che nuda, ho il pigiama, e tu sei nudo?, se non voglio che mi arrestino no, ma dove sei?, in macchina parcheggiato, ma aspetti qualcuno allora cazzo, dai che chiudo, ma che qualcuno Lidia!, vengo da te, ti va?, sì che mi va, ma non volevo scombinarti i piani, no, ma quali piani, anzi, sarei proprio felice di stare un po’ con te, allora dai, ti aspetto.
Barbara devi andare affanculo stasera, mi spiace.
Il fatto
“Era a Luchino che piaceva violento e, ok, anche a me piace sentire male, ma non ci vado pazza come ci andava lui che una volta mi ha trafitto un capezzolo con un ago da siringa e a momenti viene facendolo, ma a me piace anche farlo dolcemente, rilassatamente, lentamente…” – e mi bacia morbidissima sulle labbra mentre io siedo sul Busnelli rosso col cazzo di fuori e lei lo cavalca lentissima essendosi tolta solo i pantaloncini del pigiamino.
Si inarca dolcissima in avanti, poi all’indietro, poi ancheggia a destra e sinistra, ma ogni movimento è fatto quasi impercettibilmente e ci cerchiamo le mani e ci baciamo, morbidi, parlando sottovoce come se qualcuno ci potesse sentire, Bill Evans che suona (è il mio paradiso e lei lo sa), la luce bassa di un pallone di plexyglass e specchietti di Patrizia Volpato designer.
Poi la maglina del pigiama passa sopra la testa e resta nuda. E io, per un attimo intensissimo la amo con tutto me stesso, drogato di tanta acerba bellezza così rara in una donna della sua età. La abbraccio e le carezzo la schiena calda, liscia, solcata da quelle ossa tentatrici che ne compongono la spina dorsale e voglio togliermi la camicia e sentirla e lei mi aiuta e restiamo nudi sul Busnelli, abbracciati morbidamente e rispettosamente, muovendoci appena, con qualche stilema sessualstilistico di grande potenza, come il suo arretrare appoggiando le mani alle mie ginocchia, un po’ per mostrarsi, un po’ per sentire meglio di dentro, nella carne, la mia carne.
Poi si richiude in avanti come una conchiglia fatata, inarcandosi e sussurrandomi all’orecchio che le piace come non le era mai piaciuto con me, che le piace così tanto da dimenticare tutte le volte che le è piaciuto da pazzi con un uomo e io respiro forte, baciandola, accarezzandole le braccia, correndo sui glutei tesissimi per seguirne le forme affascinanti.
“Ti piace il mio sedere?” chiede con orgogliosa felicità osservandosi le terga da sopra la spalla e io rispondo di sì baciandola e lei aggiunge appena appena di labiale “diventa bellissimo quando faccio l’amore così” ed è vero, è proprio vero, è molto vero, è stupendo. Poi sale e fa sgusciare l’uccello e se lo punta nel culo, scendendo lentissima, guidandolo con la mano, impiegando moltissimo tempo a farlo entrare tutto, mugolando elegante, sino a dire “mi brucia, ma guarda che bello…tutto dentro…non è bellissimo da vedere?...” ed io resto senza fiato mentre quell’ancheggiare di classe riprende con pari dolcezza e da allora è un continuo cambiare da davanti a dietro, da dietro a davanti, mentre avverto che la carne si fa rovente e molle e la abbraccio, stringendola, mentre ci baciamo garbatamente, seppure profondamente. Poi sale, lo fa scivolare fuori dal culo, si inginocchia tra le mie gambe e lo prende in bocca, succhiandolo lentamente e mormorando “tu ci vai pazzo per queste cose, vero?.... tu ti butti via per queste cose…” e poi risale, riassestandoselo con maggior agio nell’ano.
“Tu sei convinto che le porcherie che ti piacciono le sappiano fare solo certe vuote donne relitto… e ti butti via con loro… senza niente in cambio…sciogliendoti nelle loro pozzanghere torbide” – e affonda i colpi più decisa, stringendo l’ano ritmicamente.
“E’ una dichiarazione?...” - chiedo sorridendo per stemperare l’aria e rallentare la voglia di venirle nel culo e lei mi risponde pericolosa – “se non c’è altro modo per farti capire le cose, bisogna dichiarartele o…op….pure mettertele per iscritto…” – e spinge fonda fino a schiacciarmi forte i coglioni e quel dolorino è un bacio vellutato.
Silenzio.
Sudore.
Respiro.
“Da quant’è che non suoni più il piano di notte nei locali, da solo?” – mi chiede facendomi sentire come uno dei Favolosi Baker – “da una vita, da quando non ho più una donna che si bagna ascoltandomi, appoggiata al pianoforte…” – “io voglio bagnarmi, voglio bagnarmi la fica, le cosce, fino alle dita dei piedi, voglio che suoni per me, voglio venire in mezzo a tutti senza toccarmi, mentre suoni" – e questo mi piace, molto, mi piace molto, mi piace, mi piace, mi fa salire l’eccitazione a mille.
“Non ti buttare via Tazio. Sei un animale troppo speciale e se ti e….e….sstingu…i…” – “se mi estinguo?” – “vengo…. spingi….vieni con me…vienimi dentro….” – e tutto diventa furia, chiusi in un abbraccio mortale, le anche che si disarticolano, velocissimi, il canto, il suo, il mio, strettissimi, fusi, venendo, mischiando i liquidi corporali in un gesto di infinito amore, di quell’amore che parte da quel malinconico buco nero che tutti conoscete, così fondo e così dolce e così struggente e così inesistente, ma essenziale per essere vivi almeno tre minuti.
***
“Dormi qui stanotte” – mi chiede stesa, scomposta, nuda sul Busnelli accanto a me, carezzandomi il viso.
Le carezze sul viso. Leggere, avvolgenti, calde lisce, con quelle piccole manine profumate di sesso e di amore e io come un coglione piango con gli occhi chiusi, facendo di sì con la testa.
Nessuno commenta le mie lacrime.
Nessuno.
Né Bill Evans, né la Volpato, né Busnelli.
Una bocca calda e sottile le bacia, asciugandole.
“Ricomincerò a suonare da solo il piano in giro per locali, di notte” – le dico pianissimo – “E io ti troverò” – “Nuda sotto l’abito da sera?” – chiedo sorridendo a occhi chiusi – “Compleamente… voglio che tu mi veda le dita dei piedi bagnate…” – e mi bacia sorridendo calda.
E poi si va a dormire nudi, abbracciati.
E poi il gallo canta.
Ma nessuno mi tradisce.
Non oggi, almeno.
No, oggi no.
venerdì 22 maggio 2015
Parole in nudità - Parte due
“Ma senti Kikka” – interrogo ancora l’Oracola del Backstage – “ma secondo te quella Barbara della Solita è una che si fa fare? Hai sentito niente in giro?”
“Giurami che ti vuoi fare quella cessa”
“Beh sì, perché?” – “Ma non vedi che non si lava? Boh, non vi capisco. Comunque non so niente. Piuttosto senti tu qua ‘na robetta che ti interesserà”
E sentiamo.
Allora ecco la situazione Kikkaside.
Le mie notti emiliane ultrasegrete sulla gradinata magica, così segrete non erano. Ne erano al corrente la Nadia e la Maggie che, secondo la Kikka, avevano mandato in avanscoperta la Anto per capire le mia affidabilità con la Maggie e i pensieri che avrei avuto su di questa, perché è assodato che la Maggie ci starebbe, non fosse che la Nadia l’ha bloccata imponendole una verifica, perché io sono noto come “grandissimo puttaniere e, si dice, anche frocio”.
Roba da adolescenti idiote, insomma.
La Anto riferiva alla Nadia, la quale aggiornava la Maggie e dirigeva le opinioni.
“E tu come cazzo fai a saperlo?” – chiedo con poca voglia di essere preso pel culo.
“Perché una volta stavo facendo la cacca a casa di Max e della Nadia e mi sono ascoltata tutta una bella conversazione tra la Nadia e la Maggie in cucina e ho ben capito. Tu, la Anto, Sa-aarti e Umbe non c’eravate, era un martedì mi pare.”
Le pare.
Ora, amisgi che numerossi dormite leggendomi da cassa, sarebbe stato troppo da oche badesse sfagiolare alla Kikka che con la Anto ci siamo ammazzati di erba, che abbiamo parlato marginalmente della Maggie e che ci siamo (per l’ultima definitiva volta al mondo) slinguati come due vitelli.
Per cui, al termine della sua “piccante rivelazione” mi sono ricordato del tatuaggio che Francis Turatello, colto boss della mala, aveva sulla chiappa del culo: “Il mio legale è l’avvocato Nega”.
E l’ho assunto anche io, quell’avvocato.
“Sai cosa Kikka?” – le dico dopo lungo silenzio – “me mi sa che queste si erano fatte una sacra canna. Io non ci sono mai stato a letto con la Anto, né ho mai subito ‘interrogazioni’ sulla Maggie. Mi sa che giocano alle romanziere, la ‘capa’ e le sue amichette…” – e lei esordisce con “Boh, magari sì, ma era troppo divertente” e ride.
Poi ci riappiccichiamo e torniamo a scopare che quello è sempre cosa buona e giusta, specie pensando che è la morosa di uno dei Miei Migliori Amici.
Che sia vero? Che non lo sia? Checcazzomenefrega?
Sicuramente la terza.
Bella troia la Kikka, comunque. Mi piace un casino.
E dopo che se n’era andata, che facevano quasi le quattro, tutto l’appartamentino profumava come un lupanare di alto bordo, a partire dalle lenzuola a finire alla tavoletta del cesso.
Son sioddisfazioni eh.
Ehhhhhgggià.
“Giurami che ti vuoi fare quella cessa”
“Beh sì, perché?” – “Ma non vedi che non si lava? Boh, non vi capisco. Comunque non so niente. Piuttosto senti tu qua ‘na robetta che ti interesserà”
E sentiamo.
Allora ecco la situazione Kikkaside.
Le mie notti emiliane ultrasegrete sulla gradinata magica, così segrete non erano. Ne erano al corrente la Nadia e la Maggie che, secondo la Kikka, avevano mandato in avanscoperta la Anto per capire le mia affidabilità con la Maggie e i pensieri che avrei avuto su di questa, perché è assodato che la Maggie ci starebbe, non fosse che la Nadia l’ha bloccata imponendole una verifica, perché io sono noto come “grandissimo puttaniere e, si dice, anche frocio”.
Roba da adolescenti idiote, insomma.
La Anto riferiva alla Nadia, la quale aggiornava la Maggie e dirigeva le opinioni.
“E tu come cazzo fai a saperlo?” – chiedo con poca voglia di essere preso pel culo.
“Perché una volta stavo facendo la cacca a casa di Max e della Nadia e mi sono ascoltata tutta una bella conversazione tra la Nadia e la Maggie in cucina e ho ben capito. Tu, la Anto, Sa-aarti e Umbe non c’eravate, era un martedì mi pare.”
Le pare.
Ora, amisgi che numerossi dormite leggendomi da cassa, sarebbe stato troppo da oche badesse sfagiolare alla Kikka che con la Anto ci siamo ammazzati di erba, che abbiamo parlato marginalmente della Maggie e che ci siamo (per l’ultima definitiva volta al mondo) slinguati come due vitelli.
Per cui, al termine della sua “piccante rivelazione” mi sono ricordato del tatuaggio che Francis Turatello, colto boss della mala, aveva sulla chiappa del culo: “Il mio legale è l’avvocato Nega”.
E l’ho assunto anche io, quell’avvocato.
“Sai cosa Kikka?” – le dico dopo lungo silenzio – “me mi sa che queste si erano fatte una sacra canna. Io non ci sono mai stato a letto con la Anto, né ho mai subito ‘interrogazioni’ sulla Maggie. Mi sa che giocano alle romanziere, la ‘capa’ e le sue amichette…” – e lei esordisce con “Boh, magari sì, ma era troppo divertente” e ride.
Poi ci riappiccichiamo e torniamo a scopare che quello è sempre cosa buona e giusta, specie pensando che è la morosa di uno dei Miei Migliori Amici.
Che sia vero? Che non lo sia? Checcazzomenefrega?
Sicuramente la terza.
Bella troia la Kikka, comunque. Mi piace un casino.
E dopo che se n’era andata, che facevano quasi le quattro, tutto l’appartamentino profumava come un lupanare di alto bordo, a partire dalle lenzuola a finire alla tavoletta del cesso.
Son sioddisfazioni eh.
Ehhhhhgggià.
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