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domenica 25 giugno 2017

Fidanzamento

“Oh, ma il tipo ce l’ha?” - mi chiede la donzella sulla trentacinquina, figa, un po’ anni ’70 col gonnone e l’occhialone ferma capelli – “Non so, sto aspettando anche io” – rispondo guardandole le dita dei piedi nei sandali infradito (che si vede che son di marca) e c’ha le dita nodose e lunghe come piace a me, impolverate dalla merda di calcinacci lì sotto, poi arriva il tizio col cappellino col frontino e mi fa “Quanta ne vuoi?” che io dico “Fai lei poi ci parliamo” e lei mi ringrazia, il tipo incassa e scarica, fa me e poi evapora – “Ma te la fai qui?” – chiedo sommesso e lei – “Un po’ me la farei che il resto lo devo portare a un amica, è che non mi fido qua…” e io la seguo mentre cammina male sui calcinacci e poi si gira – “Te te la fai?” – in un toscanazzo rivelatosi poi fiorentino – “Se mi fai compagnia sì, se no vado” – “Sì, sì, ti faccio compagnia se vuoi…” – guardandosi in giro, un po’ affannata che si sale – “Offro io…” – dico magicamente in un soffio ed allora è sì, cazzo sì, se offro è sì, cazzo di tossica dimmerda e ci infratttiamo nel tugurio lurido, ci sistemiamo su una finestra che dà su delle erbacce secolari, si accoccola a gambe aperte con la mutandina candida, sia perché è bianca, sia perché e di cotone per bene, doppia carta di credito, cento euro e si parte, discreta, pensavo meglio, mi vien voglia di chiavarla, ripartenza, vai chemmifrega, pista che devo passare, beh dai sale piano, ma non è male, no infatti – “Ma sai che sei figa?” – “Mavaffanculo, te mi vuoi chiavare!” e ride, ride, ride, si ride, le accarezzo i piedi, lei si fa seria e mi fa – “Ma t’ha preso così davvero?” – “Sì, cosa devo fare?” e nell’attimo romantico dell’antro di piscio e merda, siringhe e sangue, scatta l’amore, quello vero, col bacio sincero, quello dal cuore e allora propongo a fil di labbra di farci un altro giro di prova e lei sorride e via, liberiamo le vie aeree e respiriamo l’aria degli affetti sinceri – “Vuoi che ti faccia un pompino?” – “Per cominciare” – “Oh non è peffà la bigotta, ma io qui un ci hiavo t’oddico eh…poi un ciò nemmeno i preservativi..” – ed allora succhia amore della mia vita, succhia bene e lenta e togliti i sandali, stupore, divertimento – “Che sei uno de huei matti che so’ innamorati dei piedi?” – massì, son io uno di quelli, ma senti labbradifuoco, com’è che ti chiamano? Franci, Francesca, bel nome, se avessi una figlia la chiamerei così, grazie – “Oh non mi venìnbocca he non mi piasce” – certo amore, tutto per te, ti avviso, ma tu mi fammi assaggiare quelle ditina nodose, mannò che son zozzi, ma non ti preoccupare che godo abbestia, dai succhia che vengo, sega ultrafast, con moltiplicatore della velocità, brava, bravissima, sborro come un koala siberiano e lei sorride, mordendosi il labbro, che brava che sei Franci, festeggiamo! e ride impiastricciata e mentre si pulisce coi Kleenex io attrezzo le piste che manco a New York al JFK e via che ci si rallegra felici e la tiro in piedi limonandola e la inchiodo al muro di schiena e scivolo nelle mutandine di cotone infantile e le frullo cortese la carnina con la strisciolina di pelino scurissimo, nel triangolo bianco di sole della Versilia e, mentre cede sulle ginocchia abbarbicata a me siffosse ella edera, sgocciola una venuta dignitosa, cantata, dignitosa al punto di poter essere considerata onesta, nell’occasionalità dell’incontro tra consumatori diretti, di cui uno ospitante.

“Tesoro devo andà he sennò mi perdo il treno. Ma te passi mai da Firenze?” – “E se ci passassi che cosa succederebbe?” – “Un so’, ci si vede”- arrampicandosi a fatica, con quelle infradito.
E perché no, Franceschina pura? Però dammi un numero, che sennò l’è un hasino hiamà tutti pettrovarti, ride, ci squilliamo, abbiamo i nostri numeri, l’amore è stupendo.

La porto alla stazione.
Ci baciamo, siamo praticamente fidanzati.
Queste sono le mie donne.
Viva l’amore vero!



lunedì 24 ottobre 2016

Manifesto della Maiala - appunti di filosofia srtrapazzata del cazzo

Rinnovare, rivalorizzare, porre sensi relativi in cui l’espressione vocata diviene massima e sublime ricerca della perfezione assoluta, cartesiana, oggettiva, ed è interessante come l’oggettività inserita nel relativismo divenga persino arte e, se un coglione semi analfabeta e sottoculturato come Bob Dylan accede al Nobel, il dolente, ma aperto, buco del culo della Siusy può meritare la copertina di Abitare, buio cunicolo dall’arrossata entrata, perfetta icona dell’architettura rupestre ora in crescente voga tra le persone scic e aptudeit.

Dekiergegaardizziamoci, come esortava Gadda, caliamoci nel piacere dell’esplorazione delle sozze viscere femminili, persino laggiù dove i miasmi possono raggiungere toni insopportabili, sopportiamoli come pegno dovuto al godere ed al piacere, sotterriamo gli imperativi assoluti, travolgiamo il pensiero kantiano e affondiamo la verga come fosse la spada dell’angelo dell’assoluto, riconoscenti ed in debito con colei che tanto gratuito godere ci concede, esaltiamola, non curiamoci di ciò che dice, ma veneriamo ciò che ci concede, amica di pari attitudini compresa, aggrovigliamoci, estendiamoci, purifichiamoci sfregando il glande ipertrofizzato contro le carni molli e odorose delle Muse del Sozzo, Sozzo che non deve depurarsi e divenire candore, ma deve essere isolato e ostentato come un diadema raro, raro come la Vocazione al Puttanesimo che rende la Virtù frigida essenza dei non talentuosi, che annullano e parificano minimizzando i massimi ed esaltando l’astensione ed il premio dell’aldilà, pur di non cimentarsi e confrontarsi col virtuosismo del talento vaginale che porta il premio in terra, tra le cosce di una Sunzona arrapata che dona l’assenza della coscienza meglio di una droga, droga che, peraltro, lei consuma a volontà ed a rischio.

Ancelle del Sozzo, Vestali della Sunzonia, dee immortali che tramandate il vostro verbo affascinando nuove adepte pronte ad immolare un’anonima fica privata al pubblico che, per più versi d’osservazione, ne gode decantandone doti di piacere assoluto, Dee dell’Immortalità dell’uomo cosciente e consapevole, voi, voi dee meritate schizzi di succo d’uomo e venerazione incontrastata.

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«Puttana sacrata alla notte, notte tu stessa; in te il creatore risplende di luce propria. Puttana, sei la salvezza. Dixi et salvavi animam meam»

Italo Tavolato

La semplictà

Semplice, è così semplice, ma così semplice che talvolta mi sembra di rubare in chiesa. Compro mutande da Intimissimi, rigorosi boxer di maglina neri e, mentre spazio guardando i pigiami da uomo la incrocio che guarda pigiami da uomo. “Scusami, ma tu sei la proprietaria del Capitano Paff a Strazzabosco Valnuti Villa del Catenazzo, o mi sbaglio?” – “Non ti sbagli, ma ero proprietaria, ho venduto da un secolo, ma come fai a ricordarti di me???” stupore e emozione e sale la lusinga, cresce, ammanta, scalda, sveglia l’autostima con un “oh, sveglia, sono la Lusinga, ma puoi chiamarmi Lusi”, ed allora il Principe Suino affonda, sorride, finge imbarazzo, confessa antichi deboli, mormora sapidi ed educati corteggiamenti inequivocabili, tra mutande e fusò e la lusinga scioglie, fonde, liquefa e umetta labbra nascoste e tempo un’ora e tredici minuti (sottolineo il timing), scopro finalmente, dopo anni di arrovellamento, la geometria del vello pubico della tenera Arianna MILF benissimo mantenutissima, dolente prigioniera del labirinto del matrimonio che la spinge negli inferi della noncuranza, scopro la dolce morbidezza delle sue non perfette dita dei piedi, ma l’estetica scompare di fronte all’intimità proibita e mollemente concessa e godo con lei orgasmi intensi e profumati di deodoranti ascellari all’Alohe Vera e creme da corpo da banco della parafarmacia.

Tradire per riscattarsi, in un lampo, veloce cedimento infatuato di un “io” vessato e compresso e l’urlo della rivoluzione chiama la fica sulle barricate, spogliandola dell’abito di premio assoluto per colui che manco la caga di striscio e la fica bellicosa si veste da spada di battaglia che ferisce ammiccante  per essere ancor ricordata come la fica della proprietaria del Capitano Paff di Strazzabosco Valnuti Villa del Catenazzo, non consapevole che io, porco di razza di consumati razzolamenti sozzi, dopo questa gradita ficcata forestiera la ristabilirò giù, laggiù dove lo sposo la conserva, nell’oblio del nulla, fedifraga e annullata, sporca di una macchia che renderà moralmente insostenibile salire sulle barricate domestiche per una riaffermazione e, mentre io torno a casa coi miei morbidi boxer di maglina, fresco di una doccia consumata in un alberghetto da troie nascosto in città, lei si scioglierà nei vapori della memoria, come succede in questi casi.

Semplice, anche troppo semplice.
Tazio Bastardo Superstar.

sabato 17 settembre 2016

La Traviata

E allora?, ma dai, ma sul serio, è partito per fare la doppia guida col pullman, la gita, la rava e la fava, va a Roma, esticazzi però, che meta arditissima, coi pellegrini, ma che mito di uomo, ma dai!, e torna domenica?, vieni qui allora, che ti aspetto, ma così come sei, che più nuda e sudata che sei, più mi tira la biga con tutti i cavalli da tiro del re e arrivi e sorridi e c’hai la tutina economica, ma sotto le tette increspate e la pelle, la carne da sesso e odori di buono e hai la voglia affamata, ti strusci e mi spoglio e vualà siam belli che pronti a fare la ficca paesana, e mi seghi e mi sorridi mugolando e succhi, ma che bocca che c’hai Antopompinella, se mi piace?, di brutto, se sei brava?, di brutto, ma girati dai, porgimi la cula frociona da porca in calore col segno del mare e mostrami che bucone della ficona pelosa che c’hai, cristo santo è la voragine nera, lascia che ti mangi le salsicce di labbrone da vacca che c’hai, come godi, che bisogno di porcate che c’ho Antolina e tu ridi e mi chiedi ah sì?, sì sì, prendi il cazzo per l’intanto, così, alla pecora sozza, ma sì, ma dai che fa agreste Antominchiella, spingi indietro, madonna che botte che tiri che le chiappe fan ciaf, ma che cula santiddio e tu ridi godendo che è bello da sentire e io sbatto fino in fondo, finché non fai ahi, che è lì che godiamo come marmotte mignotte mannare, ma che cula, ti inculerei, no no, mi fa male, lo so, me l’hai detto e allora monta su, cavalca sta grancippa di cazzo nodoso e tu monti e sbatti la fregna barbuta biondastra sul mio pube implume e alzi le braccia per far su i capelli alla Lady Godiva e sei proprio una bella troia lo sai? Ah sì sono troia? Sei una troia da sesso vigliacco stupenda e cavalchi e sbatti, poi ti pieghi in avanti e mi slingui la bocca e mi sussurri sorridendo sono troia, la tua troia, che pare che con il pronome possessivo non sia peccato, va bene, la mia, la mia vacca, sì, la mia cagna, sì, la mia puttana in calore, sììì, mi tira il carro di brutto, losentosìììì, voglio che mi pisci sul cazzo, sììììì che porco che sei porco, porco, poooorco, voglio sentire che mi coli la piscia sui coglioni, sììììììììììì, maiale, dai sbatti che vengo troia cagna suina, sìììììììììììììììvengo, ancheioooo, rantoli, morsi, bacino scomposto che sfrappola il cazzo nelle viscere sfatte, che bello, che duro, ti tira ancora, lo senti?, se lo sento?, lo so che continua a tirarmi e lo sai anche tu, maiala di merda, e ridi sozza e traviata, finalmente, sei drogata di cazzo supremo, niente sarà mai più la stessa cosa, vieni nella doccia che ti richiavo e giù, in piedi, la gamba sul ferro e poi pecora e poi cavallo, dai mignotta pisciami sul cazzo chiavando, non ci riesco, prova puttana, che porco schifoso e fai sgusciare la minchia sollevandoti un po’ e fai partire schizzetti gentili e timidi e poi, nel silenzio sovrano della porcata iniziatica, il getto ritorto che sibila e inonda e guardi a bocca pendula la barba pelosa che ti si inzuppa oscena di piscia dorata e odorosa e poi smetti e ti rinfili la mazza e sbatti da cagna, scapigliata e morbosa, sinuosa, ammorbata, traviata e mi dici maiale, porco, pervertito, depravato e pompi come un cilindro V8 e scoppi in una venuta che ti scuote, maiala lurida e lercia, che ti voglio ciucciare le dita dei piedi pisciate e stavolta non sei inodore come una garza chirurgica, che in mezzo alle dita c’è un lontano sentore di Brie e Camembert e non lo temi, mi offri, mentre mi sego leccando da cane e ti schizzo sul pelo grugnendo e venendo e come vengo, cazzomerda, non smetto di venire di dentro e menando sozzone ti punto e ti infilo e ti porto in missione, missionaria dalle tette irte e capezzolute e sbatto e pompo e poi smetto.

***
A letto, inondati di odore di maschio e di femmina sozzi che copulano a cazzo senza fini figliali, ci baciamo sublimi, lenti e mollicci, ammorbati e vogliosi, colposi e eccitati e torni a toccarmi la minchia per renderla dura e lentamente cogli lo scopo, mi rendi pronto alla pugna, traviata, corrotta e ghigni eccitata per la parentesi orinaria, mai fatta, mai, mai, ma pensata, quello sì, che ho visto i porno che lo facevano e non avevo mai capito che fosse così… e ti riempio la bocca di carne e di vene, ti ingiungo di usare la lingua, autoritario e padrone e ti piace, mollemente sdraiata sulla riva del fiume che non torna più indietro e si alimenta di sudore e essudati, ma soprattutto di lacrime acri.


Benvenuta, Traviata.

venerdì 9 settembre 2016

Donna Organizzata

Nella pensioncina umida, ma onesta, una carnosa ragazza coi capelli schiariti dal sole piscia seduta sulla tazza, i bei piedi di femmina nudi sulle piastrelle turchesi e violacciaccia anni  settanta, i triangoli candidi di pelle nuda sull’ambra del sole.
Piscia a tratteggio, goccin goccino, mentre il Maschio Superbo la guarda sull’uscio, con la Mentula Maestra che pende, ancor intarsiata di vene sensuali.
S’era detto chiavagione no, ma poi s’era proprio detto? Tale sentenza prevedeva che la ragazza carnosa indossasse quelle scarpe blu a punta, con quelle cinghiette sottili a perimetrarne il nudo piede e quel mezzo tacchetto da stregabachecafottimichemiscoppiaunovaia? Non mi risulta.
E che accettasse, per giuoco, durante la pizzagione clandestina, di pronunciare lenta la parola “cazzo” trentadue volte per il sollazzo del Maschio Superbo, s’era detto? Non mi risulta.
E che in macchina, dopo il Jagermeister, si facesse trapanare le tonsille di lingua e smanazzar le mammelle turgide nel parcheggio s’era detto? Non ricordo affatto.
E s’era previsto che accettasse la copula nella pensioncina umida, ma onesta, già che la frase completa non era? Non pervenuto.

E che fosse così morbidamente e fittamente pelosa, seppur perimetrata da geometra, s’era supposto? Negativo. E che le ovali areole dei bei capezzoloni si increspassero a quel modo?
Ma mai. E che il pathos fosse sì intenso da non richiedere la recitazione di alcuna liturgia pornograficosozza, ma solo abbracciata e animale ficcagione profonda, che del profondo ella parea non averne mai abbastaza? E che venisse così tanto per così tante volte ad opera di un solo monumentale Grancazzo che di smettere d’essere granitico non intendeva ragioni neppure dopo le tre sborrate liberatorie? Magari quello sì, onestamente.
E che godesse stranita sin da leccarsi le labbra mentre la bocca mia ingoiava le inodori e appena salate dita dei piedi suoi, che di randellar la mazza, incessante, nella sua svangata ficona pelosa e fradicia non riuscivo a stancarmi mai? Supponibile.

“E domani è venerdì” dico malinconico stendendomi a letto al fianco suo.
“E’ già venerdì da quattro ore” aggiunge lei in uno sbadiglio, con ragionieristica precisione.
“Giusto. E stasera non ci vedremo, che per voi scocca il uichend” sancisco solerte e puttanello.
“Ma sai che non ti capisco? Perché non vuoi farti vedere dai ragazzi? Di cosa hai paura? Semmai dovrebbero temere loro, che si son comportati da stronzi.”
Saggia, la talpetta castano chiara, anche se mi sfugge il perché sarebbero stati stronzi, ma indagherò.
“Senti qui” – mi dice parzialmente erigendosi dalla posizione supina, scoprendo le bellissime mammelle sferiche – “noi stasera ci vediamo, se non siamo morti e tu sabato vai a pranzo e ti ci fai portare dall’Umbe. Poi da cosa nasce cosa e vedrai che sabato sera siamo tutti a cena e poi io e te ci rivediamo nel dopo serata.”

Non male l’idea, effettivamente.
“Anto, ma tu mi ci accompagneresti a Londra alla visita di controllo?” chiedo non so neanche perché.
“Dici sul serio? E quando sarebbe?” – “Certo che dico sul serio, è quando voglio.”
Pausa e si allaccia le scarpe, ma poi alza il viso stanco e in un sorriso mi dice “Sì”.
Io rido e dico “E come fai? Devo stare su qualche giorno.”
“Lasciami il tempo di organizzarmi”.

Già. Donna Organizzata.

Ma sapete che anche se si era detto chiavagione no, sono contento lo stesso?

mercoledì 27 maggio 2015

L’ora che non si fece mai

L’antefatto
Mentre attendo la Sozza, il parlàfono vibra e recita Lidia a chiare lettere.
Come sei messo?, dormi?, disturbo?, è che non riesco a prendere sonno, ma Lidia stai tranquilla che capita anche a me, e tu cosa fai in quei casi?, cosa prendi?, ma io mi faccio un numero x di canne e poi mi masturbo e a volte serve, mi sono masturbata già anche io, Tazio, ma non serve e le canne sai che non sono il mio genere, sei nuda? (risata) ma che nuda, ho il pigiama, e tu sei nudo?, se non voglio che mi arrestino no, ma dove sei?, in macchina parcheggiato, ma aspetti qualcuno allora cazzo, dai che chiudo, ma che qualcuno Lidia!, vengo da te, ti va?, sì che mi va, ma non volevo scombinarti i piani, no, ma quali piani, anzi, sarei proprio felice di stare un po’ con te, allora dai, ti aspetto.
Barbara devi andare affanculo stasera, mi spiace.

Il fatto

“Era a Luchino che piaceva violento e, ok, anche a me piace sentire male, ma non ci vado pazza come ci andava lui che una volta mi ha trafitto un capezzolo con un ago da siringa e a momenti viene facendolo, ma a me piace anche farlo dolcemente, rilassatamente, lentamente…” – e mi bacia morbidissima sulle labbra mentre io siedo sul Busnelli rosso col cazzo di fuori e lei lo cavalca lentissima essendosi tolta solo i pantaloncini del pigiamino.
Si inarca dolcissima in avanti, poi all’indietro, poi ancheggia a destra e sinistra, ma ogni movimento è fatto quasi impercettibilmente e ci cerchiamo le mani e ci baciamo, morbidi, parlando sottovoce come se qualcuno ci potesse sentire, Bill Evans che suona (è il mio paradiso e lei lo sa), la luce bassa di un pallone di plexyglass e specchietti di Patrizia Volpato designer.

Poi la maglina del pigiama passa sopra la testa e resta nuda. E io, per un attimo intensissimo la amo con tutto me stesso, drogato di tanta acerba bellezza così rara in una donna della sua età. La abbraccio e le carezzo la schiena calda, liscia, solcata da quelle ossa tentatrici che ne compongono la spina dorsale e voglio togliermi la camicia e sentirla e lei mi aiuta e restiamo nudi sul Busnelli, abbracciati morbidamente e rispettosamente, muovendoci appena, con qualche stilema sessualstilistico di grande potenza, come il suo arretrare appoggiando le mani alle mie ginocchia, un po’ per mostrarsi, un po’ per sentire meglio di dentro, nella carne, la mia carne.

Poi si richiude in avanti come una conchiglia fatata, inarcandosi e sussurrandomi all’orecchio che le piace come non le era mai piaciuto con me, che le piace così tanto da dimenticare tutte le volte che le è piaciuto da pazzi con un uomo e io respiro forte, baciandola, accarezzandole le braccia, correndo sui glutei tesissimi per seguirne le forme affascinanti.

“Ti piace il mio sedere?” chiede con orgogliosa felicità osservandosi le terga da sopra la spalla e io rispondo di sì baciandola e lei aggiunge appena appena di labiale “diventa bellissimo quando faccio l’amore così” ed è vero, è proprio vero, è molto vero, è stupendo. Poi sale e fa sgusciare l’uccello e se lo punta nel culo, scendendo lentissima, guidandolo con la mano, impiegando moltissimo tempo a farlo entrare tutto, mugolando elegante, sino a dire “mi brucia, ma guarda che bello…tutto dentro…non è bellissimo da vedere?...” ed io resto senza fiato mentre quell’ancheggiare di classe riprende con pari dolcezza e da allora è un continuo cambiare da davanti a dietro, da dietro a davanti, mentre avverto che la carne si fa rovente e molle e la abbraccio, stringendola, mentre ci baciamo garbatamente, seppure profondamente. Poi sale, lo fa scivolare fuori dal culo, si inginocchia tra le mie gambe e lo prende in bocca, succhiandolo lentamente e mormorando “tu ci vai pazzo per queste cose, vero?.... tu ti butti via per queste cose…” e poi risale, riassestandoselo con maggior agio nell’ano.

“Tu sei convinto che le porcherie che ti piacciono le sappiano fare solo certe vuote donne relitto… e ti butti via con loro… senza niente in cambio…sciogliendoti nelle loro pozzanghere torbide” – e affonda i colpi più decisa, stringendo l’ano ritmicamente.

“E’ una dichiarazione?...” - chiedo sorridendo per stemperare l’aria e rallentare la voglia di venirle nel culo e lei mi risponde pericolosa – “se non c’è altro modo per farti capire le cose, bisogna dichiarartele o…op….pure mettertele per iscritto…” – e spinge fonda fino a schiacciarmi forte i coglioni e quel dolorino è un bacio vellutato.
Silenzio.
Sudore.
Respiro.

“Da quant’è che non suoni più il piano di notte nei locali, da solo?” – mi chiede facendomi sentire come uno dei Favolosi Baker – “da una vita, da quando non ho più una donna che si bagna ascoltandomi, appoggiata al pianoforte…” – “io voglio bagnarmi, voglio bagnarmi la fica, le cosce, fino alle dita dei piedi, voglio che suoni per me, voglio venire in mezzo a tutti senza toccarmi, mentre suoni" – e questo mi piace, molto, mi piace molto, mi piace, mi piace, mi fa salire l’eccitazione a mille.

“Non ti buttare via Tazio. Sei un animale troppo speciale e se ti e….e….sstingu…i…” – “se mi estinguo?” – “vengo…. spingi….vieni con me…vienimi dentro….” – e tutto diventa furia, chiusi in un abbraccio mortale, le anche che si disarticolano, velocissimi, il canto, il suo, il mio, strettissimi, fusi, venendo, mischiando i liquidi corporali in un gesto di infinito amore, di quell’amore che parte da quel malinconico buco nero che tutti conoscete, così fondo e così dolce e così struggente e così inesistente, ma essenziale per essere vivi almeno tre minuti.

***

“Dormi qui stanotte” – mi chiede stesa, scomposta, nuda sul Busnelli accanto a me, carezzandomi il viso.
Le carezze sul viso. Leggere, avvolgenti, calde lisce, con quelle piccole manine profumate di sesso e di amore e io come un coglione piango con gli occhi chiusi, facendo di sì con la testa.

Nessuno commenta le mie lacrime.
Nessuno.
Né Bill Evans, né la Volpato, né Busnelli.
Una bocca calda e sottile le bacia, asciugandole.

“Ricomincerò a suonare da solo il piano in giro per locali, di notte” – le dico pianissimo – “E io ti troverò” – “Nuda sotto l’abito da sera?” – chiedo sorridendo a occhi chiusi – “Compleamente… voglio che tu mi veda le dita dei piedi bagnate…” – e mi bacia sorridendo calda.

E poi si va a dormire nudi, abbracciati.
E poi il gallo canta.
Ma nessuno mi tradisce.
Non oggi, almeno.
No, oggi no.

giovedì 21 maggio 2015

Adel jugend

Il Calcetto è uno Sport Nobile e assolutamente grandioso.
Esso occupa la serata del giovedì, tradizionalmente, un giovedì come oggi che è giovedì.
Il Giocatore di Calcetto il giovedì lascia a casa la morosa per unirsi agli altri Signori Giocatori di Calcetto e, con Costoro, cimentarsi nel Nobile Sport.
Io non gioco a Calcetto, ma mai come oggi, che è giovedì, ho provato una passione così intensa per questo Nobile Sport.

Esseemmeesso la Marika.
“Calcetto stasera?”
“Nooo, io lo odio”

E questa, Signori, è Arte Adeliana allo stato puro.

Impiego un po’ di esseemmeesse per centrare la situazione, ma poi sì, si può fare, certo, ma volentierissimo guarda. Pizzone a domicilio con dentro tutto a casa mia alle nove, che si sa che il Nobile Calcetto finisce a pizza e fichi e farsi vedere in giro non giova ai reumatismi, hai ragione Taz, casa tua, pizzone a domicilio, alle nove, mi raccomando la macchina Marika, chiamami Kikka, vengo a piedi, tranquillo.

Che bella la semplicità dei semplici:

Mi piaci >
Ti faccio piedino >
Mi tocchi le dita: hai capito che mi piaci e anche io ti piaccio >
Ti mollo il numero di cellu, allora >
Mi contatti >
Mi proponi di vederci e io dico di sì, perchè mi piaci e ti ho fatto piedino apposta >
Mi inviti dritto a casa tua e ci vengo, perchè altrimenti avremmo fatto tutte queste cose.


Finalmente si respira.
Adel jugend.