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lunedì 24 ottobre 2016

Manifesto della Maiala - appunti di filosofia srtrapazzata del cazzo

Rinnovare, rivalorizzare, porre sensi relativi in cui l’espressione vocata diviene massima e sublime ricerca della perfezione assoluta, cartesiana, oggettiva, ed è interessante come l’oggettività inserita nel relativismo divenga persino arte e, se un coglione semi analfabeta e sottoculturato come Bob Dylan accede al Nobel, il dolente, ma aperto, buco del culo della Siusy può meritare la copertina di Abitare, buio cunicolo dall’arrossata entrata, perfetta icona dell’architettura rupestre ora in crescente voga tra le persone scic e aptudeit.

Dekiergegaardizziamoci, come esortava Gadda, caliamoci nel piacere dell’esplorazione delle sozze viscere femminili, persino laggiù dove i miasmi possono raggiungere toni insopportabili, sopportiamoli come pegno dovuto al godere ed al piacere, sotterriamo gli imperativi assoluti, travolgiamo il pensiero kantiano e affondiamo la verga come fosse la spada dell’angelo dell’assoluto, riconoscenti ed in debito con colei che tanto gratuito godere ci concede, esaltiamola, non curiamoci di ciò che dice, ma veneriamo ciò che ci concede, amica di pari attitudini compresa, aggrovigliamoci, estendiamoci, purifichiamoci sfregando il glande ipertrofizzato contro le carni molli e odorose delle Muse del Sozzo, Sozzo che non deve depurarsi e divenire candore, ma deve essere isolato e ostentato come un diadema raro, raro come la Vocazione al Puttanesimo che rende la Virtù frigida essenza dei non talentuosi, che annullano e parificano minimizzando i massimi ed esaltando l’astensione ed il premio dell’aldilà, pur di non cimentarsi e confrontarsi col virtuosismo del talento vaginale che porta il premio in terra, tra le cosce di una Sunzona arrapata che dona l’assenza della coscienza meglio di una droga, droga che, peraltro, lei consuma a volontà ed a rischio.

Ancelle del Sozzo, Vestali della Sunzonia, dee immortali che tramandate il vostro verbo affascinando nuove adepte pronte ad immolare un’anonima fica privata al pubblico che, per più versi d’osservazione, ne gode decantandone doti di piacere assoluto, Dee dell’Immortalità dell’uomo cosciente e consapevole, voi, voi dee meritate schizzi di succo d’uomo e venerazione incontrastata.

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«Puttana sacrata alla notte, notte tu stessa; in te il creatore risplende di luce propria. Puttana, sei la salvezza. Dixi et salvavi animam meam»

Italo Tavolato

sabato 3 settembre 2016

Per futili motivi

Mai, nessuno mai, nessuno mai, nessuno ha saputo creare futili motivi utili a una lite taziocomandata come il sottoscritto Tazio Tazietti di Taziopoli, lo ripeto mai, ma mai-mai eh, ma ieri sera la situazione mi è scappata di mano, direi scappellata di mano, e ora vi conto il picchè.
La Concia è arrivata qui tutta sudata dalle sue “commissioni”, manco fosse una banca, ma non s’è fatta la canonica doccia, no, si è semplicemente messa ai fornelli dicendo che avrebbe sudato ancora e se la sarebbe fatta dopo e così, in men che non si dica, una manza milf abbronzatissima con segno del costume olivastro-latteo, si è liberata degli indumenti- orpello per cucinarmi, in reggiseno e slippone, scalza, le migliori melanzane alla parmigggiana della vita mia.

Ed io omo sugno e per la gola mi facetti pigghhhjare.

E che caldo cristodellebraci e che tanfo di fritto Concetta e che sarà mai Tazio e che nera che mi sei tornata acchasa Conchita e che tette che hai e che paccone che hai te e che voglia e che voglie e che caldo e che zanzare e spegni e spegne e slaccia le coppe di titanio e si inginocchia a tetta nuda bianca dondolante e succhia vorace la Mastrominchiarandella che siam tutti nudi davanti agli scuri aperti che giù c’è la piazza ciarliera, ma la bocca sua rapace sugge di voglia vacca e nostalgia saudade e colgo un qualcosa di selvatico che deriva forse da recenti contaminazioni etniche, ma fatto sta che mi tira un Bocchino Maestrale da Didattica del Porno Applicazioni di Laboratorio 1, 2 e 3 che resto senza bestemmie da accompagnare alla mungitura, che il Bocchino ruspante è un apostrofo rozzo tra le parole Troia io t’Ano e così la scofano a novanta sul Busnelli in pelle rossa originale modello “Occhiodellatesta” che campeggia accanto al Divinidivano modello “L’altroocchiodellatesta”, la smutando da mezzadro animale, denudo il rombo scuro tra le natiche bianche che divarico a piene mani, sputo e spalmo, denunciando in chiaro, in tal modo, la mia volontà rettale e ottengo un mugolo roco, sicché umetto di sputo la cappella e spingo tra quelle carni restie, spingo bloccando il butirroso corpo sgambettante a novanta sul design, spingo e godo di bruciore e piene manone di carne cellulitica sublime e poi sento di entrare, caldo, caldissimo, urla soffocate, spingo sinché lo scroto non si unisce in un bacio affettuoso alle polpose labbra lucide e poi ritiro e poi spingo e ritiro e spingo, tenendo bloccata l’agitata vacca in asciutta, forzando come pistone americano le carni sozze dell’ano dimmerda e godo come un porco sino a scoppiarle rapido di sborra bollente nel culo, con un fiotto parossistico e, dopo alcuni tremiti, esco mollando la presa, sudato, maschio e appagato.

Mai, nessuno mai bravo quanto me ad inscenare una lite per futili motivi, no.
Ma mai nessuna è stata così brava a raggelarmi quanto lei, in presenza di una banale sodomia non gradita. Romba roca come uno stormo di Apache pronti alla distruzione biologica un sinistro “Tu mi hai violentata!!!!”, al quale aggiungo, con libertario ancorché libertino piglio “Ma tu mica mi ha detto di no” – “Sei scemo o cosa???? Ma non capisci quando non voglio???” mani giunte al petto, ginocchia flesse, volto tatuato dalla disperazione e dalle lacrime indignate.

Ed il pianto roco l’ha fatta da padrone per ore due e ventisette minuti in cui, rivestiti alla bell’emmeglio, abbiamo discusso di questo mio PERICOLOSISSIMO disturbo mentale e la violinsta di ‘sto archetto randazzo randello mi ha suggerito specialisti per CURARMI da questa mia MALATTIA della quale soffro con spasmi di violenza sorda e io tento di far presente, pacatamente, sommessamente, che glielo avevo già smerigliato nel culo almeno altre trentadue volte, ma no, noooo, NOOOOOO, mai con così tanta violenza orribile e poi si era detto culo basta no????? e ok, lo si era detto, ma siamo seri, ti sei fatta appecorinare e aprire come una cozza le chiappe, ma NON CAPISCI UN CAZZO MOSTRO, questa non era, no, NOOOOOO, non era come le altre, NOOO e poi un disturbo, forse un’infiammazione all’orecchio medio, o forse al dito medio, non so, ma d’un tratto le sue parole si sono tramutate in un “°oooooOOO°OOOoooOOOoooOOOoooh” sunnita, forse camita o semita o, why not,  sumero dell’est della Sumeria antica e tutto, a un tratto, è cessato con una Concia che pronunciava un lapidario e tragico “mmmmmmuuuuUUUUUuuuuuuoooouuuuUUU Uh!” lasciando la Tazio Casa con uno sbattone dell’uscio.

***
Dura, amici. E’ duro ammetterlo, ma stanotte ho dovuto farvi i conti, sì. Supponevo che le cose potessero stare in questo modo, certo. Ma che al secondo doppio Dimple UltraOld da dodici euro al bicchiere, la testa mi girasse così tanto, onestamente no.
C’est la vie. Fortuna che abito davanti al bar e sono andato a piedi e tornato in ginocchio.
Taci va là.
No, perché uno dice dice, ma questi son bei problemi eh.
Ma che dormita stanotte.
Senza Chimicamica, tra l’altro.
Olè.

mercoledì 27 maggio 2015

L’ora che non si fece mai

L’antefatto
Mentre attendo la Sozza, il parlàfono vibra e recita Lidia a chiare lettere.
Come sei messo?, dormi?, disturbo?, è che non riesco a prendere sonno, ma Lidia stai tranquilla che capita anche a me, e tu cosa fai in quei casi?, cosa prendi?, ma io mi faccio un numero x di canne e poi mi masturbo e a volte serve, mi sono masturbata già anche io, Tazio, ma non serve e le canne sai che non sono il mio genere, sei nuda? (risata) ma che nuda, ho il pigiama, e tu sei nudo?, se non voglio che mi arrestino no, ma dove sei?, in macchina parcheggiato, ma aspetti qualcuno allora cazzo, dai che chiudo, ma che qualcuno Lidia!, vengo da te, ti va?, sì che mi va, ma non volevo scombinarti i piani, no, ma quali piani, anzi, sarei proprio felice di stare un po’ con te, allora dai, ti aspetto.
Barbara devi andare affanculo stasera, mi spiace.

Il fatto

“Era a Luchino che piaceva violento e, ok, anche a me piace sentire male, ma non ci vado pazza come ci andava lui che una volta mi ha trafitto un capezzolo con un ago da siringa e a momenti viene facendolo, ma a me piace anche farlo dolcemente, rilassatamente, lentamente…” – e mi bacia morbidissima sulle labbra mentre io siedo sul Busnelli rosso col cazzo di fuori e lei lo cavalca lentissima essendosi tolta solo i pantaloncini del pigiamino.
Si inarca dolcissima in avanti, poi all’indietro, poi ancheggia a destra e sinistra, ma ogni movimento è fatto quasi impercettibilmente e ci cerchiamo le mani e ci baciamo, morbidi, parlando sottovoce come se qualcuno ci potesse sentire, Bill Evans che suona (è il mio paradiso e lei lo sa), la luce bassa di un pallone di plexyglass e specchietti di Patrizia Volpato designer.

Poi la maglina del pigiama passa sopra la testa e resta nuda. E io, per un attimo intensissimo la amo con tutto me stesso, drogato di tanta acerba bellezza così rara in una donna della sua età. La abbraccio e le carezzo la schiena calda, liscia, solcata da quelle ossa tentatrici che ne compongono la spina dorsale e voglio togliermi la camicia e sentirla e lei mi aiuta e restiamo nudi sul Busnelli, abbracciati morbidamente e rispettosamente, muovendoci appena, con qualche stilema sessualstilistico di grande potenza, come il suo arretrare appoggiando le mani alle mie ginocchia, un po’ per mostrarsi, un po’ per sentire meglio di dentro, nella carne, la mia carne.

Poi si richiude in avanti come una conchiglia fatata, inarcandosi e sussurrandomi all’orecchio che le piace come non le era mai piaciuto con me, che le piace così tanto da dimenticare tutte le volte che le è piaciuto da pazzi con un uomo e io respiro forte, baciandola, accarezzandole le braccia, correndo sui glutei tesissimi per seguirne le forme affascinanti.

“Ti piace il mio sedere?” chiede con orgogliosa felicità osservandosi le terga da sopra la spalla e io rispondo di sì baciandola e lei aggiunge appena appena di labiale “diventa bellissimo quando faccio l’amore così” ed è vero, è proprio vero, è molto vero, è stupendo. Poi sale e fa sgusciare l’uccello e se lo punta nel culo, scendendo lentissima, guidandolo con la mano, impiegando moltissimo tempo a farlo entrare tutto, mugolando elegante, sino a dire “mi brucia, ma guarda che bello…tutto dentro…non è bellissimo da vedere?...” ed io resto senza fiato mentre quell’ancheggiare di classe riprende con pari dolcezza e da allora è un continuo cambiare da davanti a dietro, da dietro a davanti, mentre avverto che la carne si fa rovente e molle e la abbraccio, stringendola, mentre ci baciamo garbatamente, seppure profondamente. Poi sale, lo fa scivolare fuori dal culo, si inginocchia tra le mie gambe e lo prende in bocca, succhiandolo lentamente e mormorando “tu ci vai pazzo per queste cose, vero?.... tu ti butti via per queste cose…” e poi risale, riassestandoselo con maggior agio nell’ano.

“Tu sei convinto che le porcherie che ti piacciono le sappiano fare solo certe vuote donne relitto… e ti butti via con loro… senza niente in cambio…sciogliendoti nelle loro pozzanghere torbide” – e affonda i colpi più decisa, stringendo l’ano ritmicamente.

“E’ una dichiarazione?...” - chiedo sorridendo per stemperare l’aria e rallentare la voglia di venirle nel culo e lei mi risponde pericolosa – “se non c’è altro modo per farti capire le cose, bisogna dichiarartele o…op….pure mettertele per iscritto…” – e spinge fonda fino a schiacciarmi forte i coglioni e quel dolorino è un bacio vellutato.
Silenzio.
Sudore.
Respiro.

“Da quant’è che non suoni più il piano di notte nei locali, da solo?” – mi chiede facendomi sentire come uno dei Favolosi Baker – “da una vita, da quando non ho più una donna che si bagna ascoltandomi, appoggiata al pianoforte…” – “io voglio bagnarmi, voglio bagnarmi la fica, le cosce, fino alle dita dei piedi, voglio che suoni per me, voglio venire in mezzo a tutti senza toccarmi, mentre suoni" – e questo mi piace, molto, mi piace molto, mi piace, mi piace, mi fa salire l’eccitazione a mille.

“Non ti buttare via Tazio. Sei un animale troppo speciale e se ti e….e….sstingu…i…” – “se mi estinguo?” – “vengo…. spingi….vieni con me…vienimi dentro….” – e tutto diventa furia, chiusi in un abbraccio mortale, le anche che si disarticolano, velocissimi, il canto, il suo, il mio, strettissimi, fusi, venendo, mischiando i liquidi corporali in un gesto di infinito amore, di quell’amore che parte da quel malinconico buco nero che tutti conoscete, così fondo e così dolce e così struggente e così inesistente, ma essenziale per essere vivi almeno tre minuti.

***

“Dormi qui stanotte” – mi chiede stesa, scomposta, nuda sul Busnelli accanto a me, carezzandomi il viso.
Le carezze sul viso. Leggere, avvolgenti, calde lisce, con quelle piccole manine profumate di sesso e di amore e io come un coglione piango con gli occhi chiusi, facendo di sì con la testa.

Nessuno commenta le mie lacrime.
Nessuno.
Né Bill Evans, né la Volpato, né Busnelli.
Una bocca calda e sottile le bacia, asciugandole.

“Ricomincerò a suonare da solo il piano in giro per locali, di notte” – le dico pianissimo – “E io ti troverò” – “Nuda sotto l’abito da sera?” – chiedo sorridendo a occhi chiusi – “Compleamente… voglio che tu mi veda le dita dei piedi bagnate…” – e mi bacia sorridendo calda.

E poi si va a dormire nudi, abbracciati.
E poi il gallo canta.
Ma nessuno mi tradisce.
Non oggi, almeno.
No, oggi no.

domenica 17 maggio 2015

Chill out

E capisco cosa mancava alla ex casa Reguzzoni perchè diventasse totalmente Tazietti: mancava la figa, la figa fresca, la figa giovane, la figa nuda, la figa sfacciata, sregolata, senza limiti, perfetto elemento collante tra scampoli già perfetti dati dal Divindivano nuovamente in blasonata auge, dalla libreria ricercatamente librante, lo stereo suonante, un nuovo Sony da 50 pollici porneggiante senza audio, le luci studiate, il pavimento di legno antico e segnato, la bossa accarezzante che ben si accosta al mugolio di noi due cervi in accoppiamento che trombiamo assassini in un furor di stupende tette terremotanti e poi il whisky barricato, il bong rimesso in uso, l'erba deliziosa, l'MD della mia concubina, le righine timide che batte con la carta di credito e le nasatone forti, tirate da nudoni come ci piace stare.

Finalmente un po' di umanità vera, di sincerità, di sentimento, di profumo corporale, di ascelle carnose e bagnate, di sotto alluci intensamente odorosi, di ani polposi anch'essi dolciastramente odorosi, di carni lucidate da lubrificanti commestibili, di capelli arruffati, cappelle prossime all'esplosione violacea, di occhi gonfi e serissimi, quasi sinistri per il sensuale trucco crollato, di bocche ansimanti, di blasfemie, di azzeccate induzioni al turpiloquio che, liberatorio, diviene irrinunciabile componente della monta sguaiata, siglata a due firme in fondo alla pagina “Ho bisogno di chiavare vigliaccamente” e tutto ciò è, finalmente, reale.

“Dimmi che per te sono una chiavata e via, una delle tante” - le chiedo piantandole con foga la minchia nel buco fradicio marcio della fica - “ti eccita vero? Vorresti tanto che fossi una troia che la dà in giro a tutti vero?” - “Sì, da impazzire, ma dimmi che lo sei” - “Sì lo sono, sono una gran troia, ma tu figlio di puttana bastardo scopi così bene con questo cazzo mostruoso che dovrei essere pazza a farmi dare una sola botta e via” e si gode, si sguazza, si ficca, ci si gira, si sniffa, si beve, si beve, si beve, si fuma dal bong che “me lo infilerei tutto nella figa dalla voglia che mi metti” segando il tubo da cui sciama il fumo, sbracando, perdendo l'ormeggio, lo spazio, il tempo e la morale, gioendo di quelle ditina dei piedi scimmiescamente abbarbicate alla mia fava violacea mentre la sua ficona aperta, pelata e inscurita dal sangue mi guarda tenera e allora giù, dentro, sbattendo, di fianco, tenendole sollevata la gamba - “ti potrei inculare da messi così” - “perchè non lo fai?”, stretto forellino che cede e la fava inzaccherata di fica, saliva e KY entra nel budello della merda non certamente vergine, ma proprio per nulla vergine e pompo nei suoi rochi urli animali di piacevole dolore, ricamati di gutturali neoclassici “mi stai spaccando il culo pezzo di merda”, dispersi nel mare del vuoto ed è così che deve essere cazzo, troia che mi fai godere come un alce frocio, altro che notti emiliane e grilli e pigiami dimmerda foderati di finzione calcolata, altro che sussurri di 'sto cazzo e rotoballe di maria a lubrificare il nulla, ecco la figa assoluta, amorale, sguaiata, vogliosa di cazzo e orgasmo, disponibile, lurida, decorativa, imprescindibile, porca e, soprattutto, dannatamente giovane.

“Se vuoi ho un'amica arredatrice che ti può aiutare con la casa al capoluogo” - biascica spompata che è ormai l'alba - “ma è troia quanto te? Si fa chiavare subito come te?” - chiedo succhiandole le dita dei piedi puzzolenti di guerriglia - “Sì, anche se sono più porca io, ma lei ci sa fare bene” - “e allora presentamela subito che ci  facciamo una porcata a tre” - e si ride, perchè è sveglia, furba, falsa, senza sentimenti, un numero, una sera, un niente, un nulla fatto di carne da sesso stupenda ed è questa la mia donna obiettivo, altro che amicizie deludenti e offensive mascherate da Dame di San Vincenzo, this is my church and this is my religion, mi ripeto mentre lei appunta che - “appena torna da Roma usciamo tutti e tre” - “ma allora ti piace anche la figa” chiedo bavoso e un sorriso con sospiro bovino chiude con un sussurrato “a me piace tutto quello che mi fa venire” e a me viene un po' in mente anche la vecchia fattoria dove c'è il cane, il maiale e il cavallo e questo è verismo, onestismo, obbietivismo, sincerismo e vaffanculismo  degli scalini e vaffanculo soprattutto me che ho doti sublimi che mi consentono di convincerla a sussurrare sozza un artistico - “chiavami ancora porcoddio” - che è estetica di rarissima fattura oscena, apprezzabile visceralmente solo da una ridotta minoranza di minorati sessodipendenti sbandanti come me di cui lei, se mi frequenterà, diverrà parte integrante con meriti ed on(d)ori, anche se io so già che non la cercherò MAI più perchè, cari amisgi, dovete sapere che una sola era, è e resterà l'imbattuta originale e le altre sono tutte copie cinesi e io mi sono rotto i coglioni di aver capito COSA dovrei fare, cioè affrontare con fatica immane mille e mille e mille volte la strada modenese al termine della quale mi verranno sbattute in faccia porte, portoni e portali senza nessuna garanzia di rianimare il passato così com'era anche nella più rosea delle eventualità, e così chiavo la Sara come una bestia, porcoddio, perchè voglio che venga da svenimento e voglio diventare, domani, l'argomento della piazza del capoluogo, nella buffa e infantile convizione di costruire una fama che mi possa precedere, dimenticando lucciole, grilli, erbe, cazzate, prese per il culo e strumentalizzazioni dimmerda.

Più figa ci vuole in questa casa, più figa, tanta più figa no pay e tutta giovane.
Più troianesimo estremo, estetico, arredante e lenente, impreziosente e soddisfacente, disimpegnante e, soprattutto, non illudente.
Con le illusioni ho dato abbastanza, direi.
Sì mi sento di dire di sì.

sabato 11 aprile 2015

Anche lui

Il fatto è che oggi mi sto proprio rompendo i coglioni.

E allora uozzappo.

T  “Cosa fai?”
S  “Mi sto comperando un paio di jeans ti scrivo io dopo”
T  “Ok”

E mi viene il groppolone di nostalgia e guardo il meteo di casa che dice che ci son venti gradi anche lì e la nostalgia sale. Poi arriva il uozzappo.

S  “Eccomi come stai? Sei sicuro che volevi uazzappare me? Sono la Chiara. Faccia che ride alle lacrime” 
T  “Idiota. Io sto bene e tu? Fa caldino lì, vedo dal meteo”
S  “E insomma venti gradi, sì si sta aprendo. Io sto bene”
Vengo colto dalla bruciante necessità di sapere se ha le calze, le mutande il reggiseno. Bruciante. Una voglia di farmela lurida come nelle volte luride in cui abbiamo fatto luridumi ai limiti del concesso.

S  “Tu cosa fai?”
T  “Niente. Mi rompo i coglioni a morte”
S  “Faccina che si sganascia. Come mai questa situazione non mi è nuova? Faccina che ride”
T  “Perché eri la mia kajira, ti ricordi?”

Segue lunghissima pausa. Temo di averla persa ma poi tirillin.

S  “Lì fa caldo?”
T
  “Come da te più o meno. Ti sei già tolta le calze?”
e ohhhhh non ho resistito, lo so, lo so.
S  “Faccina che sorride normale. Ti cambia la vita saperlo Taz?”
T  “Penso di sì, ma dipende dalla risposta”

Pausa

S  “All Star blue con calzino da ginnastica, mi spiace.”
T  “Non ti preoccupare, so che hai le potenzialità, non mi hai deluso.”


E poi kazam, suona il parlàfono che mi dice che una certa Chiara è un incoming call.
Rispondo salutandola e lei mi saluta ridendo e prendendo pel culo.
“Pensavo che Praga fosse elettrizzante, piena di vita, mondana, sexy, ma invece vedo che non è vero, che ti rompi i coioni lo stesso, come qui” e a me fa impazzire quando dice “rompicoioni” o “coioni”.
“E invece no, è una rottura di coglioni. Senti ma ce le hai le mutande?” tanto ormai, perso per perso.
“Certo, mutande e reggiseno. Possiamo fare che muore lì?”  e c’hai ragione, non tiene un cazzo farti le domandine peperoncine che manca uno scenario vasto da ricostruire.
“Sì possiamo” – “Ma scusa Tazioski, se ti rompi il cazzo lì perché non te ne vai?”
“Boh. Ma se torno ci vieni con me a farti un gotto al wine bar?” – “Ah, io volentieri, ma mi spiace informarti che non esiste più, anche lui ha chiuso.”

Anche lui.
Ebeh.






martedì 31 marzo 2015

Easter eggs

Domattina alle ore zeroquattropuntozerozero il Costa parte a bordo della sua economicissima GMC Yukon 32.000 a benzina per raggiungere il paesello natio. Appena 1900 chilometri in macchina, una sciocchezza, ma volete mettere la soddisfazione di varcare la soglia del villaggio sotto gli sguardi adoranti di tutta la tribù che lo osanna a bordo di quella monumentale GMC? Non ha prezzo, né in termini di fatica, né in termini di danaro. Penso lo faranno sindaco, anche.

Ieri sera una seria di uazzappi non partiti da me hanno dolentemente sintetizzato una situazione pasquale imperniata verso Roma a trovare mammà che si è trasferita colà da che papychina è morto a settembre, sentitissime condoglianze, un vuoto incolmabile per la Cina tutta.

Argomento complesso quello pasquale, lo so.
Sono nel regno del troianesimo ultraprofessionistico esercitato dalle donne caucasiche più belle del pianeta, talvolta così belle che mi si spegne il dizionario nel cerebro e mi va in blocco una valvola cardiaca, ma questo mica al cabaret o nella platea di Miss Repubblica Ceca, basta già un semplice supermercato per farmi trasudare sperma da dietro alle orecchie, perché le ceche sono le Turbostrafighe Turboassolute e anche piuttosto disinvoltelle nei costumi, ma io sono Mastrominchione e sogno una Pasqua in famiglia, come se avessi mai speso un piconanoerg per tendere ad averne una, nemmeno ora che PARE io ne abbia in cantiere una nell’algida Mosca, ma nonostante ciò mi struggo e mi intristisco di solitudine, pur guardandomi bene dall’andare lassù a verificare la mia paternità, anche se tale decisione non appare così assoluta da pormi al riparo dal desiderare di averne una, limitandomi persino a pensare (come stamattina) di prendermene una già fatta, di famiglia, come quella di Bara, che si è rivelata una MILF da Ascensione di Nostro Signore degli Anelli al Nirvana del Tuca Tuca, purtroppamente sposatissima e madrissima, ma la sua milfaggine indurente mi farebbe risultare accettabile anche la presenza del maritozzo (un culo di maschio non guasta mai) e delle figliozze che da cotanta madre potrebbero essere delle Lolite da crisi ecumenica.

Che fare, dunque?
Strambare e tentare di insinuarsi nelle mutande a vita alta con le cappette sui bordi di Venka, che ce la deve avere pelosa come una nutria e già il pensiero mi ingrifa come una Xalopendra Istrionata, oppure sciogliermi nell’inferno dell’Humble Brothel popolato da odiosi italiani sfigati e urlanti che per Pasqua vengono a disossidarsi la minchia triste oltre cortina, girando nudo e col cazzo costantemente dritto umiliandoli, infilando gratuitamente camere su camere fino a sborrare uno schizzo di sangue, oppure cosa?
Cosa eh?
Cosa?
Aiutatemi, maledetti  voi.

***
Ma il  Costa, la cuggina strabottana, se la trapanerà al paesello?
Pensiero sudicio e desiderio osceno di cose incestuose.
Vado a farmi una sega, và.

domenica 29 marzo 2015

Praga e l'inchiostro onirico

Laddove la sensuale, sfacciata e oscena Praga vada inducendo ricordi nitidi di inchiostrati passati che nemmeno il buco del culo arrossato e sfondato della giovane candida troia che ha dianzi accettato d’essere sbattuta con furore belluino nel cesso del bar Rocket dove ha ceduto il suo bel corpo di non professionista in cambio di centosei vodke e 25.000 corone, orbene, in tale condizione risulta ancor lecito e sensato, al puttaniere italico dal cazzo di enorme dimensione, valutare l’ipotesi di cercare quella arabescata puttana sublime che tanto sollazzo gli diede e che ora compare insolente nella sua mente offuscata dalle tre fumate di eroina in compagnia della suddetta candida troia, oppure appare più sensato il godere del risultato ottenuto con un’emerita sconosciuta bramosa di farsi sodomizzare, totalmente nuda, appoggiando le mani ai sozzi orinali a muro di quel lurido bar dimmerda?

Ah che quesiti atroci, appena leniti dall’osservare quelle ditina dei piedi separarsi dalla pressione del corpo su quelle piastrelle bianche e nere impreziosite di strappi di carta igienica zuppi di piscia maschile.

Nessuna parola mia ella intende e nessuna sua intendo io, ma il linguaggio del danaro, dell’alcol, della droga e del sozzo superano ogni barriera linguistica e così Fioccodineve mi da il suo arrossato e svangato buco del culo da fottere a pelle sinchè sborra non ci interrompa, mentre io presso come un maglio sognando il buco del culo merdoso di quella stupenda creatura tatuata che il mio dissennato agire ha lasciato dissolvere nel limbo degli archetipi.

Che buco rosso e dilatato, che arte, che artisti, quel budello di merda mi ammalia con le sue ombre e i suoi afrori bestiali quando scivolo artatamente fuori per osservare il progredire dei lavori e, signori, quelle ditina candide che tormentano la vagina che donerà la vita al figlio di un operaio che ella sposerà innocente, sono camei di finissima fattezza.

Vieni Fioccodineve, girati e inginocchiati, che al Tazio internazionale gli prende un morso all’anima che gli procura dolore atroce, vieni e inginocchiati nella piscia, così, bella, tutta nuda e bianca, con quella faccia da drogata troia, vieni e prendi in bocca il cazzone ancora aromatizzato del tuo bell’intestino umido e succhia, succhia forte, succhia e ingoia, pulisci e strizza, sega, lecca, lasciati riempire la bocca di sborra ed ingoia, mentre io socchiudo gli occhi e penso a fotogrammi sbiaditi che mi graffiano e mi fanno godere di affilato dolore.

Bella Praga.

venerdì 20 marzo 2015

Premiazioni

Ti premio.
Ci sei stata come se non fosse passato un giorno e io ti premio, mia Vacca.
Ti premio indossando i Paramenti Sacri della Premiazione, mentre ti tormenti allupata e sbavante la Gran Sorca Sozzissima, osservando e mormorando “oddio”: indosso l’anello sotto la cappella, poi indosso il triplo anello che mi strozza la base del cazzo e mi gonfia i coglioni, mi ungo d’olio il Bastone Imperiale mentre esso comincia a divenire scurissimo, viola e intarsiato di vene sublimi, perché il premio prevede che tu sia battezzata dalla mia bestia in veste devastatrice e disumanamente devastante.
Ti premio, quindi, ficcandoti quell’arma letale di carne da sesso nei tuoi buchi slabbrati.
Assegnandoti il premio a prescindere dalle tue urla di dolore, perché vai premiata ovunque.
E il premio ti va assegnato selvaggiamente, come se fossi sordo e cieco, esattamente come lo hai sognato tu, Regina della Stalla e io, Gran Fattore Imperiale delle Vacche Sozze.
Ti premio per ore, orgoglioso di glassarti la faccia di sborra urlando blasfemo, rimanendo comunque mostruosamente  duro e sensualmente deforme, pronto per rientrarti nel culo ferito e assegnarti premi minori, inzaccherandomi di liquide feci del piacere.
Ti premio sudando, godendo della tua fetida sporcizia animale.
Ti premio sino ad esalare l’ultimo rantolo di piacere, a quel punto, abbracciato al tuo untuoso corpo lurido, lasciando che lentamente il fenomeno ultratererreno riassuma fogge umane.
E a conclusione della premiazione brindiamo, dapprima urinandoti in bocca io, gioendo di come ingoi il Millesimato di Gran Vescica Imperiale che ho riservato per te, Vacca delle Vacche, Regina della Fiera della Bovina della Sborra, secondariamente bevendo avido i diversi schizzi di piscia rovente che mi spari in gola tenendo aperta la tua carnosa farfalla odorosa.

***
Torni dal cesso, mentre io giaccio sublime sulle tue coltri, fumando.
“Mi fa sangue il buco del culo” mormori assestandoti due pieghe di carta igienica tra le chiappe.
“Vieni qui” dico io, Padre e Padrone, Toro Loco e Montone, accogliendoti sotto il mio braccio, consentendoti di accoccolarti.
“Come mai niente smalto?” chiedo placido osservando quelle dita dei piedi sublimi da cui sorgono cresciute unghie giallastre, non per questo senza il loro fascino sensuale da favelas merdosa, anzi.
Fra poco Taz, fra poco che arriva la primavera. Ma se te resti anche domani!...” e ridi.

Resto?
Non lo so se resto Siusibestia, è complicato, ma sii certa che se resto tu lo saprai.
Sei la Regina, la Premiata, la Bovina Campionessa, per cui sì, mettiti lo smalto.
E mi rilasso inalando l’acre profumo di ascelle, sessi, piscia, sborra e merda, beato di beatitudine, commosso di accoglienza.
E un po’ in colpa di aver, nel passato, tanto bistrattato quella Donna che, alla fine, si è dimostrata l’unica persona che tiene a me.
E io non posso che ricambiarla con tanto, tanto, tanto amore.
La Susy.
Ha!

domenica 15 marzo 2015

Considerando

Che io ormai l’ho capita ben che bene la fazenda con le mie due fidanzate eh, che una “c’ha da fare” tutto il giorno e anche tutte le sere con la sua “organizzazione eventi” che “cicci è il mio lavoro, ma ti presto la macchina se vuoi che me non mi serve” e quell’altra invece che ogni sera c’ha ‘na favola nuova da raccontarmi, ma che invece se di giorno mi presentassi alla palestra dell’ardimento in qualsiasi momento, si troverebbe ben che sempre quella mezz’oretta in cui farsi scanalare la cerbiatta pornopelosa nell’ufficetto chiuso a chiave.

C’è ben il suo bel poco da fare: il passato passa e solo gli stolti ignari presuntuosi come me pensano che, se lasciano e se ne vanno, quando tornano trovano la fila a leccargli i coglioni, perchè la vita è questa qui: il Max che si sposa mandandomi le partecipazioni, il Lumbe che c’ha un filarino fresco fresco su cui lavora solerte a piene mani inesperte, quello che se ne è andato, quella che cazzo ne so, facce nuove, bar rifatti, facce che non conosco che mi salutano, facce che conosco che non mi salutano, la vita è un fiume che si muove e tu o sei pesce di quel fiume oppure, se esci a fare il figo nel fiume di là, quando torni è un “vemò chi ghè, ciao ciao, come stai, è da una vita” e vaffanculo.

Tratto e negozio nella lurida notte con la puttana slovacca che batte laggiù e dò sfoggio di ceco che lei ride che s’ammazza, un po’ perchè essendo slovacca sarebbe la fighetta che parla un po’ diverso di suo che attizza i cechi, un po’ perchè le quattro cagate che dico devono averci la cadenza di Stanlio e, in un negoziato, Stanlio non è mica il più autorevole conduttore, ma alla fine lei ride, le sono simpatico e le piaccio e così ci troviamo la quadra e entriamo nel sedile di dietro, fameliche bestie, a ficcare tutti nudi come animali, senza preservativo, sulla bella pelle preziosa della macchina della Ade e ti devo dire, cara la mia SloVacca, che io son un gran bell’esperto di troie, e te mi puoi raccontare tutti i muggiti della vecchia fattoria per prendermi per il culo, ma se sbatti sul mio grembo rumorosa, cercandomi con le mani le mie mani e d’improvviso ti muovi sinuosa che sei uno spettacolo e mi bagni i coglioni beh, mia SloVacca, vuol dire che stai godendo maiala al midollo e se mentre ti sento godere ti slappo in bocca la lingua e mi vai in apnea con la tua serpentella che guizza nella mia, facendo blasfema e sacrilega eccezione al mandato sovrano della troia che dice “mai slinguare col cliente!”, vuol proprio dire che ‘sta tronca di minchia ti piace da pazzi così come il suo possessore e portatore sano e allora sudiamo e grugniamo, bella troia stradale, che ti faccio vibrare il bel corpicino pulitissimo liscio e inodore, inodore anche quando sudi lucida sui fianchi e bagnata sotto le braccia e dopo un’oretta che mi dedico e ti curo che di più non sono capace, ti sento che parti e dimeni il bacino sguaiata ed ipnotica, venendo in un urlo ansimato e io ti ci sborro di dentro a torrenti schizzanti, componendo con te un coretto animale che ci infoia abbestia selvaggia e mi sento ingrifato come un dio bestia cannibale e poi ci puliamo i liquidi sozzi e chiacchieriamo leggeri e ci baciamo dolcissimi da adolescenti al fioretto di maggio e poi me ne torno a casa a schiantarmi nudo sul futon, docciato e profumato e penso.

Penso che lunedì il commercialista e l’avvocato mi danno risposte e che se c’ho i documenti che aspetto monto al più presto sull’aeroplano e volo a Praga, che cazzo me ne frega. Torno a perfezionare il ceco e a rimirare sculettanti chiappe nude usufruibili senza permesso che mi deambulano a una spanna dal cazzo, nel piccolo bordello situato nella vecchia e romantica Praga infernale, bordelletto romantico popolato di troie rumene, moldave e ungheresi che fan finta di essere ceche per i polli italiani che, alla fine delle loro tristi monte, si proiettano rumorosi nel ristorante incorporato a mangiare i rigatoni al ragù e a dormire a grappolini nelle apposite camerette e la domenica sera ripartono felici per tornare a casa tronfi dell’aver annusato sorche esotiche, che così il lunedì mattina possono far la teatrinata al collega maritato, nell’ufficetto meschino, facendo i gran trombeur e la vita, vualà, chiude il cerchio del fiume anche per loro e a me resta solo l’amore del Costafrate, col quale ancora divido avventure d’affari sballate e col quale, ancora, è sensuale strusciarci puttane pornografiche,  leccandoci avidi i genitali rasati e l’intenso sudore da uomo, penetrandoci da veri maschi i corpi eccitati, in gran segreto, in una delle stanzetta del bordelletto umido ma onesto.

Va ammesso, amisgi che un tempo numerossi mi seguivate da cassa, che a tutto c’è una fine e un inizio nuovo e va detto, Viaggiatore, che vorrei anche io aver da scrivere (e forse ancor prima da vivere) stralci della provincia inzaccherata di marchese, piscia, sborra, merda e tortellini, ma temo che da quando l’ho lasciata, questa maiala di merda della provincia busona mi abbia cancellato, evolvendo (?) senza di me, offesa e stizzita dal mio osare di abbandonarla e allora mi accontento dei soldi che c’ho (e son tanti stavolta, ma tanti tanti e non resisto dal farci lo sborone dopo tanta miseria vigliacca) e col rimpianto di pelle negra africana sudata che difficilissimamente riuscirò a tornare a leccare (anche se quello è il mio sogno di vita) mi stabilirò per un pochino a est, dove il sesso consumabile la fa da padrone e mi consente di ficcare la minchia d'amblè in corpi anonimi, sfregando in mucose straniere la mia voglia patologica di fica e di orgasmo, perchè è così che va, non c’è niente da fare, mio bel Viaggiatore piemontese raffinato che mi mandi in delirio culattone solo a guardarti il solco della schiena.

Per un po’ sarò un pendolare d’affari con l’affare che pendola, che in bizclass si sposta da là a qua e da qua a là, grufolando suino tra i perizomi macchiati di erotica suga bianca sgocciolata dalle fiche di vacca delle giovani odalische campagnole che si danno per soldi in città, ma si danno anche anche per amor del cazzo e del chiavare (va detto per onestà, amisgi) e poi mi concentrerò ad approfondire se val proprio la pena di indagare su Alina e la mia pseudo paternità moscovita, che se ho proprio voglia di mettere al mondo dei piccoli Tazi o delle piccole Tazie c’ho la fila rumenomoldavaucrainarussacecaslovacca
 che non aspetta altro, perchè qui nel paese dei Farlocchi di tutto quello che non c’ho bisogno ce n’è da riempire i fossi e di quel che, invece, c’avrei bisogno non se ne vede traccia da mò e così io, Tazio Tazietti della famiglia Randelli Manganellati della Cappella, ho decretato solenne, stanotte, che la bottega è chiusa, stop, fine, cessata attività di ricerca del sentimento e dell’amore perchè mi sono sfracellato i coglioni dei miei sentimenti e delle mie attese che, amisgi, vengono regolarmente avvolti nel sacchettino e mollati civilmente nell’apposito cestino, perchè si prega la gentile clientela di non gettare nel cesso niente che non sia piscia o merda.

E così nei prossimi prendo appena posso e parto, vado nel clima più freddino, ma tanto nel bordelletto paradisiaco è caldo e le giovani puttanazze sculano nude e posso stare nudo anche io, che noi la primavera e l’estate ce la comperiamo o ce la facciamo in casa, così come l’amore, la pasta al ragù, le fidanzate e i fidanzati, che noi nel bordello non ci manca niente, nemmeno l’erbetta spinelluccia o robette più sofisticate, che di quel che voglio le sculanti schiavette non esitano a prodigarsi per darmi e vado a vivere nel limbo dei dannati, dannati e felici, capendo sempre più intensamente la Milly e mangiandomi il fegato ed il pancreas di non riuscire più a rintracciarla, perchè di tutto questo vomito assurdo quel che rimpiango di non aver approfondito di più (e per cui oggi mi ci mangerei il capitale che ammucchio come un criceto cocainomane) è lo stile, l’eleganza, la spietata crudeltà erotica di quella Donna Sublime che chissà dov’è e chissà che fa.

E scrivo e mi tira il cazzo, mi tira da far male, pensando alla Milly e ai suoi fetidi piedi divini, ai culi nudi che ondeggiano anche adesso a Praghemilia, all’odore di pelle nuda, al sapore del cazzo del Costa, al bruciore nel culo dopo essermi fatto sbattere da gruppi di anonimi maschi in una notte di meravigliosa orgia culattona sfogandomi come la troiona in calore che sono e mi chiedo, porcoddio, quanto cazzo vivrò ancora in questo mondo dimmerda, quanto tempo ancora dovrò sopravvivere a questa continua sollecitazione dell’incompiuto e dell’insoddisfatto, mischiando l’ansimare di godimento a quello della fatica di esistere senza dare nulla al mondo e senza variare di un millimetro il suo scorrere lento, che tanto scorrerebbe lento lo stesso e penso alla mia sempre amatissima ex moglie Vale e a quel suo modo troiesco di rientrare a casa togliendosi le mutande, accendendo una Marlboro e asciugandosi rapida un bourbon mentre si preparava la doccia, che chissà di quante sborrate secche era coperta, quella ninfomane maligna puttana e troia e divinamente crudele madonna dei cazzi, e a pensarla mi scappello e rincappello furioso, scrivendovi, con le mani bagnate di gocce limpide, voglioso di scoparvi tutti e tutte, ficcando, sbattendo, inculandovi fino a farvi schizzare piscia dalla pressione, immaginando poi le vostre mani che servono la cena e voi con quel dolorino nel retto che vi inarca appena la bocca in un sozzo sorriso al ricordo della Bestia Sovrana che vi ha montato con furia satanica, che non ne ha mai abbastanza, che non è mai appagato, che non è mai felice e che non è mai sazio, ma che rimane suo malgrado immutatamente Tazio.

Vi amo.   

domenica 8 marzo 2015

Sabatazio

Bonjour, bonjour, bonzorno, good morning, guten tag, hola, zao, il sabato provinciale dai sapori perduti mi ammanta di serenità immeritata sin dal primo mattino e allora ecco, doccione, barettone, cappuccione e briosciona e un trillino alla Aledellapale che oggi mi è qui, ma domani non si sa,  amo, amor mio, la Ade Bestiale è a Rimini a organizzare un evento, perché dovete sapere che ora lei è una organizzatrice di eventi, di convenscion tra troie e puttanieri, tra cazzi mezzi mosci e fighe svangate, ma tu oggi che fai Ale? ma lavoro alla pale qui e lì e volevo andare in piscina, ma c’avevi dei programmi Divino Tazio? ti dirò dolce Ale, dovrei comperarmi dei clothing e anche vedere di arredare il mio flat, che così non è friendly, non è che c’hai voglia di unirti? ma perché no Re Tazio I? con onore, potremmo mangiare vegetariano laggiù e poi farci due vasche in swimmingpool lassù che ne dici Maestà?, ma dico che è very cool mia Odalisca, poi ci si cambia e si va, detto bene mio Sovrano dallo Scettro di Carne, che ti porto in un paio di buticc che so io e poi ti trascino a vedere l’atellié di desaign di un’amica della Stronzy che magari mi trovi il pezzo ultrakewl che rende più fancy il tuo flat e allora passa a prendermi tu, Ancella Soave, che qui non c’ho el coche e che nel frammentre che arrivi mi faccio una borsa sommaria, con dentro lo Speedo rosso da frocio a cui ho scucito la fodera interna e si va, si sale sulla Mini indemoniata e si vola distanti dal capoluogo di provincia taziale e le Ale mi è molto sportkewl e mangiamo veggy che speriamo che non mi venga lo scrillo in piscina e poi via, via, ad immergerci nelle acque non nuotabili della vasca comunale di sabato, zeppa di famiglie e di pargoli, in mezzo ai quali il bananone sheer tease è  un po’ fuoriluogo, quantunque un paio di mamme affamate di lerciume sozzissimo non abbiano smesso mai di accudire la prole tenendo d’occhio lo Speedo galeotto e sai Ale che con l’intero non ti avevo mai vista e mi metti dei pensierini gioiosi, ma dai SuperCazzio che con quello Speedo Frociante l’hai fatta aprire a metà delle troie in ammollo che si sentono gli zaffi di fica in calore e  haha e hehe e poi doccione e via, alla buticc, cinque camicie bianche classiche, due blue di cotone egiziano, poi un gessato a riga larga color petrolio, passo martedì che il fondo dei pantaloni è fatto, bello quel giubbotto, provalo, è il tuo, Diotazio che sei un Fico della Madonnassassina e mi rendo conto di aizzare l’ormone sia della Ale che della commessa magrina (ma non per questo inchiavabile) e poi via nella Mini obbediente che si arriva nell’atelliè di design dove non trovo un cazzo di un cazzo che ‘sta roba la mi fa cagare un bidè e spulciando minchiate s’è fatta quell’ora, senti amo, vieni a casa mia che siam vicini e mi cambio e poi si esce a prendere l’ape e va bene certo sì, Aluccia del mio cuor e che bella che l’hai fatta la casetta sai?, davvero ti piace, ma ti giuro e la bella Pornella si paventa ignuda davanti a me in fase predoccia che sin lì niente di che, considerate le settantamile chiavate passate, ma attenzione accidenti!, questa volta la novità c’è ed è poprio lì davanti a me, animale e insolente, lucida ed irsuta, la patonza selvaggia densa pelosa, lasciata crescere come la natura puttana vuole e mi sento il pistone che si monta da solo le fasce e il raschiaolio e ancor prima che l’Odalisca di Sogno possa tentare di spiegare le ragioni della scelta la incorazzo sul letto spalancandole le cosce animali e incominciando a leccare quel cuscino di pelo bestiale, annusando afrori africani dalle tinte parmensi e lecco, lecco, lecco, lecco, schiudo labbra, piccole, medie, large ed extralarge, spompinando il cazzetto che mi si indurisce tra le labbra, scivolando sull’irsuto perineo che guida all’imbatuffolato buco del culo che schiude sotto i miei colpi di lingua, “Che bestia sei?” grugnisco in preda al delirio, con la minchia che tira come un cargo maltese, “Sono una cerbiatta in calore” mi controcanta mormorando la superba Odalisca, la cerbiatta mi piace, me la scoperei per davvero nel bosco se tu me la tenessi ferma Purissima Alessandra e l’idea la stravolge e ripete “La cerbiatta… la cerbiatta…”  sì mio piccolo amore zoologico  e lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco che siamo quasi a Como che lei mi chiede se dev’essere nuda a tener la dolce cerbiatta mentre io me la chiavo ed io gorgoglio di sì, mi sollevo e le incasso con un colpo deciso la minchia granitica nel zuppo boschetto odoroso e pompo come un pozzo del Qatar, dettagliando quel rapporto animale senza aver idea alcuna di come sia fatta una cerbiatta, quanto grande sia, come si metta a chiavare, ma ciò non importa, la selva onirica in cui stiamo fottendo è perfetta e la bella Ale a occhi chiusi compone un piccolo cameo autonomo in cui la cerbiatta gliela lecca mentre io la inculo e poi la lasciamo andare libera nel bosco e chiaviamo noi due come, d’altra parte, già stiamo chiavando e il perpetuarsi geometrico della scena riproposta sotto svariate angolazioni geometriche ci porta a sborrare talvolta all’unisono, talvolta in jam session, talvolta in assoli perfetti e la notte ci ammanta e fanculo la doccia, la cena, la provincia e tutto il canapè.

“Ti ho pensato tanto sai Taz?”
“Anche io Ale”
“Non è un cazzo vero, ma mi piace che tu me lo dica” – e ride di bianchissimi denti
“Ma te lo giuro, mio amore” - rincaro svergognato
“Non mi va di lavarmi, mio Re”
“Nemmeno a me, mia Regina”

E abborracciamo dei finti sandwich col pane San Carlo da toast un po’ asciutto, beviamo una birretta svampita dal frigo e sbraniamo il fiero pasto in piedi, nudi, in attesa di iniziare la seconda puntata che intitolo  “Le Avventure della Biscia Mannara nel Boschetto del Cazzetto di Sasso”, mentre lei scoppia a ridere con la bocca piena che le si vedono le gengive ricoperte di mollica e io, d’improvviso, medito.

Medito e concludo che questa vacanzina  a casa mi ci voleva e che le Ale senza smalto sulle unghie dei piedi sta benissimo.
E mi affascina, di me, questo lato intimistico e profondo.
Viva la vita.




sabato 15 dicembre 2012

Infelice

"Và che ti puoi rilassare eh Tazio. Và che i miei casini ce li ho anche io eh. Cioè, non è che se te mi dicessi 'diventa la mia morosa' io ti direi di sì, chiariamo 'sto punto, che io le mie batoste ce le ho belle, vive e scottanti, vè."
Rassicurante, sgomberante, chiarente, appianante, adattante e tranquillizzante. Eccola qua, bella nuda nel suo letto, sotto le coperte assieme a me, che mi spiega con parole adulte che la ficcarella è consentita, poichè non vi sarebbero le condizioni per andare oltre questa stupendammicizia condita di stupendossesso.
Manca solo la stuppendattrans e poi il mondo sarebbe perfetto.
Già, chissà che fine ha fatto la Ade e la Stupendattrans. Boh.
"Ci andresti a letto con una trans?" le chiedo, dando prova di dissociazione mentale, visto che l'argomento era la tranquillità ficcaiola.
"Manco morta, mi fanno schifo" ed io apprezzo la veracità della Mietta, che è avvocatessa e sa della vita.
"E con una donna? Ci andresti? O ci sei già stata?" chiedo, perchè io sono uomo di schemi, a volte liberi, ma pur sempre schemi.
Non l'ho mai dato a una Maiala senza farle, prima o poi, un questionario ed io certe domande le devo fare, mi spiace, è la prassi.

"Ci son stata" e mi guarda come se mi avesse rivelato il sedicesimo segreto della Madonna del Parabrezza. Va ben, Mietta, ti piace la passeragione, sai che novità. E' quasi uno standard per voi ficazze up-to-date, sarei rimasto deluso dal sapere che la fica non l'hai assaggiata mai.
"A me piace il cazzo" esordisco con una tranquillità psicopatologica e lei mi guarda e ride. Cazzo ridi, Mietta, non sto scherzando. E a sostegno di ciò che ho dichiarato produco una dettagliata descrizione di cosa mi piace di un uomo, di come mi piace prenderlo, di come lo succhio e in qualche minuto sento la sua mano che mi agguanta l'uccello sotto le coperte e comincia una lenta sega, al che mi informo se l'argomento che sto trattando la vada annoiando ed ella mi risponde che, anzi, lo gradisce assai e mi prega di continuare ed io continuo, continuo, ci infoiamo e la chiavo.

La chiavo alla missionaria, caricandomi le sue gambe sulle spalle e Mietta gode, gode, gode, gode ed è, onestamente, proprio bello farla godere, perchè quella Femmina è fatta per scopare, va detto e ridetto. Le lecco i piedi, chiavandola. Glieli lecco e, in tema di rivelazioni, le spiego con minuzia dettagliata della mia fissazione feticista e lei pare godere pure di quello. Al che, rincuorato di tanta condivisione ed accettazione proattiva, le chiedo se gli oggetti del mio desiderio siano dotati di aggressivo bouquet, se sapientemente coltivati, ed ella mi risponde che sì, che se sapientemente coltivati essi emanano afrori intensi ed io, allora, la prego di non lavarli, per stasera, sortendo un accondiscendete e sorridente consenso.

Certo che c'è poco da fare i coglioni, i furboni, quelli che giocano a rimpiattino con questa bella ficazza carnosa, perchè può pure starci che lei subodori che io faccio il coglione fingendo di assecondare le sue prevedibili tattiche, ma alla fine la mano vincente è sempre la sua, nel bene e nel male, perchè è incontrovertibile che io sia a letto con lei, che io la stia chiavando, che le stia dando il più grosso cazzo che abbia mai preso, quel cazzo che "credevo esistessero solo nei porno". E poi va detta anche un'altra grande verità, per onestà intellettuale, per non prendermi e prendervi per il culo. Va detto che sono a letto con una Turbotroia a trenta chilometri da casa, al caldino, senza sbattoni, va detto che domani sera me la richiavo quanto e quando voglio, va detto che è furba e asseconda di tutto e io, al momento, da questa situazione traggo solo enormi vantaggi ed enorme godimento sessuale.

E' allettante, è un'eventualità che tenta, che compete, che sta in pista benissimo con la situazione complicatissima e deprimente con la Skizza. Mi sento una merda a dirlo, ma se non lo dicessi sarei ancora più merda. Io amo la Skizza, la amo da morire, ma io sono anche io e non c'ho ventitre anni che per una figa uno va in Alaska con la 50 Special, io sono stanco, fiacco, c'ho una marea di cazzi che anche ieri non vi dico e voglio le cose semplici, semplificate, easy, voglio dei semplici "Domani sera come sei messa? Usciamo?" - "Ok, va benissimo" - "Non metterti mutande e reggiseno e non ti lavare" - "ok…." ecco, io è questo che voglio adesso, poi magari fra una setimana non mi interessa più, ma adesso mi serve, assolutamente, senza dubbi o incertezze.

Son quasi completamente vestito, in piedi di fianco al letto dove lei giace ancora, nuda sotto il piumone.
Mi infilo il maglione e sento che lei mi sbottona le braghe. Guardo in giù.
"Mi piace che non porti le mutande" sussurra prendendomi in bocca l'uccello.
Non è niente, è il pompino della buona notte. E succhia e ingolla la mia minchiona mugolando. "Sai di figa" commenta sospendendo l'azione per quei secondi necessari a dirlo. Fuori piove e c'è la nebbiolina. Fa freddo.
Mi rispoglio.
Dormo qua, con lei, nudi.

Stamattina, quando mi sono svegliato, lei non c'era.
C'era un biglietto in cucina.
"Sono in studio, se hai bisogno chiamami al cell. Il caffè è pronto, basta schiacciare il bottoncino verde. Occhio che sei senza chiavi e se ti tiri dietro la porta, sei fuori. Ci sentiamo più tardi. XXX".
Che bella scrittura che ha.

Ed è cominciato il sabato, il sabato taziale.
Indugio prima di entrare nella doccia, annusando le sue cose.
Mi masturbo sotto l'acqua caldissima e non riesco a pensare a niente.
A niente.

mercoledì 2 maggio 2012

Desolazione


Che serata lenta, mamma mia.
D’altra parte un po’ c’era da immaginarselo: primero de mayo, ponte, affari famigliari e altro.
Ma che non ci fosse sostanzialmente nessuno, beh, quello non l’avrei detto.
Desolazione.
Nel salotto verde, sedute su un divano, Cora e Jezebel chiacchierano guardandosi le cosce e strizzando la pelle per vedere se c’è la cellulite e quanta ce n’è.
Nel salotto rosso, invece, c’è la porta chiusa.
Poche volte ho visto la porta di una camera chiusa e so che quando succede è perché all’interno si sta tenendo una riunione.
Giro, esploro, ma non c’è veramente nessuno.
Torno nel salotto verde e chiedo alle due grazie dov’è Milly.
Jezebel mi dice che è nel salotto rosso.
Mega riunione quindi.
Ho il sospetto anche di quale può essere l’argomento, ma mi astengo persino dal pensarlo.
Chiedo di Habana e mi rispondono che stasera non c’è.
Desolazione e abbandono.
Abbandono anche delle platform di ordinanza delle due Sorelle.
Giacciono sul tappeto, scomposte, senza vita apparente.
Cora ha dei bei piedini, non l’avevo mai notato.
Jezebel, invece, si taglia le unghie troppo corte. Colorate di blu sembrano gli sticker delle banane Chiquita.
Alle ventidue e ventitre minuti dal salotto rosso esce Milly, frettolosa.
Elegantissima.
Entra nel salotto verde, mi saluta con un sorridente “Ciao Tazio carissimo che piacere” e poi si rivolge alle due Sorelle dicendo secca “Andate. Ditelo a tutti. Serata conclusa.”.
Mi alzo per seguire a mia volta il comando, ma la bella Avagardner mi appoggia la mano sulla spalla dicendomi “No, aspetta, ti prego. Vai da me e serviti da bere, Tazio, ne avrò per cinque minuti”.
Capisco che nessuno deve vedere l’uscita dal salotto rosso e, ubbidiente, eseguo il consiglio-ordine.
Mi avvio nel corridoio e raggiungo l’ala off limits.
Porta aperta, confusione isterica, profumo di femmina.
Mi verso un bourbon, dal mappamondo di radica orrendamente kitsch, e mi siedo sulla dormeuse.
Un messaggino mi avvisa che una nebulosa di pura energia vitale ha raggiunto la branda nell’olimpica Londra.
Auguro buonanotte e sorseggio.
Desolazione.

martedì 1 maggio 2012

Rientro alla normalità


Eccoci qua, il fine settimana omaggio è terminato, la SkizzaChiara è in viaggio verso l’aeroporto e fuori, tanto per cambiare, piove. E’ stato molto bello, quindi val bene la pena struggersi un pochino perché è terminato.

“Dai dai Taz, che vado su, faccio strabene, mi rompo il culo a mille e cerco di chiudere tutto il prima possibile. Vedrai che alla volta di mercoledì, massimo giovedì, sono di ritorno.”
“Massì Chiazza, tranquilla, non ti ammazzare, tanto io mica cambio idea su di te eh”
“Non lo dico per te, bestia senza cuore, lo dico per me. Me lo dico a me stessa, a me, riesci-a-capire-la-mia-lingua?” e parla lentissima, gesticolando e tracciando segni nell’aria, tirando la bocca come si fa con gli indigeni. O con gli idioti, nello specifico.

Mi piace la Chiarella, sì. Di lei mi piace la joie de vivre, la freschezza, l’acume e l’intelligenza, la serietà quand’è il momento e la cazzoneria sgangherata e sbracata in tutti gli altri momenti.
Insomma, dissipando ogni ragionevole dubbio, la Chiarozza mi piace molto.

“Ciao amore, ciao, ciao, ciao, scappo che se piove c’è casino, ciao, ciao, bacio, bacio, cazzo la borsa, aspetta, ciao, ciao, mangia sai? Ciao, ciao, bacio, bacio. Ah amore, se vai a troie stradali usa il goldone per favore che non mi porti a casa la lebbra secca, ciao, ciao, ciao, ti amo, ti amo”
“Vai a cagare Skizza. Chiama quando arrivi”

E’ così.
E a me piace che sia così, perché mi dà una leggerezza che credo di meritare.
Sì, l’ho scritto. Credo di meritarmela, la SkizzaPazza.

Questa volta mi è pesata di più, rispetto alle altre, devo dire anche questo. Sarà che so che durerà più del previsto, sarà che siamo stati benissimo, come due bestioline del bosco. Sarà quel che sarà, ma mi pesa di più.

“Ma ti rendi conto Kripztak? Tu hai 24 anni e io 42”
“Sì. E di cosa dovrei rendermi conto?”
“Che sono età palindrome, ma solo per quest’anno”
Pausa.
“Mi sono fatta uno schizzetto di pipì nelle mutande dall’emozione, Taz. E’ UNA COSA BELLISSIMA QUELLA CHE HAI DETTO TAZ, BELLISSIMISSIMISSIMA AMORE! ABBIAMO LE ETA’ PALINDROME! NON VEDO L’ORA DI DIRLO ALLE MIE AMICHETTE A SCUOLA DOMATTINA PRIMA DELL’ORA DI MATE”
“Vai a cagare Chiazza”
“NOOOOOOOOO! DICO SUL SERIOOOOOOOOO! APPENA TORNO A CASA LO SCRIVO SUL DIARIO DELLE CAZZY COL POSCA ARGENTO E QUELLO ORO TAZ, MA CI PENSI?????”
Ed allora la percuoto, come si conviene da protocollo per far cessare il delirio. E lei scappa, ride, poi si butta per terra e si appallottola come un riccio, perché sa che il dolore fisico è in arrivo.

E vabbeh. Mercoledì o giovedì torna, sopporterò l’assenza.

Oggi resta sempre martedì, anycase. E Lord Tazius di martedì va al circolo (o al circo, dipende).
Massì, massì, vado lì, mi faccio due bourbon, ascolto due gemiti, faccio compagnia alla Milly mangiante e intanto perlustro l’ano di Habana, così, per precauzione. Una perlustrazione di controllo, diciamo.
Un po’ di distrazione.
Mica vorrò restare a casa a cullare la malinconia, no?

A domani, brava gente.