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venerdì 7 settembre 2012

L'estate sprecata e il silenzio di un foglio bianco

Questa mattina alle sei ero davanti al foglio bianco con il preciso intento di scrivere un post, ma dopo dieci minuti ho chiuso tutto e sono andato a fare due passi.
Non mi sono nemmeno interrogato sul perchè. Sarà che lo so alla perfezione.
Poi sono andato in bottega, ho preso un caffè, ho incontrato una persona e poi mi sono chiesto se davvero vale la pena di tacere la realtà, persino su queste pagine.
La realtà è che sto subendo un cambiamento profondissimo su molti fronti e non riesco a collegarli e a capire cosa sta succedendo.

Un'estate sprecata. Sprecata rispetto alla norma, norma in cui io ero costantemente eccitato, costantemente a caccia, costantemente arrapato da qualsiasi cosa. Migliaia di femmine seminude mi circondano e io non le vedo, migliaia di paia di piedi sono ovunque e io mi scopro selettivo, mi scopro a dire dei "bah", degli "insomma" e la volta in cui vedo qualcosa che mi piace mi dico "belli", con valutazione puramente estetica.

La Betta mi scula davanti a volte vestita come una mignotta spagnola ed io la vedo, ovviamente, ma non provo alcun desiderio di saltarle addosso scatenando l'8V che ha sempre albergato nelle mie mutande. Alla sera non esco quasi più, perché il confronto tra una serata fuori e una serata a casa, davanti alla televisione, con pennica incorporata, vede vincente sempre quest'ultima. Non vado quasi più nella Casa, sento Milly al telefono, rimbalzo inviti, appuntamenti, incontri.

Ogni tanto vado a puttane, ma credo d'andarci solo per la praticità dell'incontro e un po' per provare a me stesso che sono ancora vivo e vivace. Che poi anche lì, "vado a puttane" è sbagliato, dovrei dire "vado a puttana" perché mi carico sempre la stessa nigeriana Nadine, che non è nemmeno bellissima, ma mi piace il suo odore.
Mi sono sgonfiato, forse sono depresso, che cazzo ne so, sta di fatto che non so cosa scrivere perché sono un automa che si sveglia, si lava, a volte si masturba quasi per senso del dovere, lavora, mangia un boccone al wine bar con un paio di Chardonnay e torna a casa.
A volte guardo dei porno e dopo due minuti mi scopro a pensare a dell'altro e mi intristisce essere davanti a un porno con l'uccello moscio.

Certo, posso sempre parcheggiarmi in bell'ordine dichiarando che chiavare ed essere arrapati non è tutto nella vita, raccogliendo anche molti proseliti, ma sin a quel punto non ci sono ancora arrivato. E così ho comperato un biglietto per Londra. Salgo a trovare il mio amore e voglio anche la prova del nove, la prova che taglia questa sfilacciata ed appiccicosa apatia dando un senso alle cose. Se vedendola sarò felice, mi sentirò bene, avrò una gran voglia di saltarle addosso ritornando ad essere il Tazio di sempre, la spiegazione sarà chiara (o Chiara, per l'appunto). Viceversa dovrò seriamente cercare di capire che cazzo mi sta succedendo, perché questo purgatorio emotivo, privo di sprazzi entusiastici e privo di acute depressioni, questo galleggiare insignificante, questo disinteresse per tutto e tutti e tutte, comincia ad avere sapori e odori che un po' conosco e non ci tengo a provare di nuovo.

Ecco qua, un bel post alla fine è saltato fuori.

giovedì 6 settembre 2012

Mi assolva, padre. Ma perchè, figliola?

Ero in manovra di atterraggio, ieri sera. Doccia, sega, pizza fredda, birra, canna, pronto a perdere i sensi non appena sentita la Skizza al telefono. E così l'ho chiamata.
Un po' tesa, cosa c'è, senti Taz te lo devo dire e attacca con voce contrita e preoccupata e mi racconta di quel ragazzo che sono due settimane che lo incontra al pub e ieri sera, che con l'amica coinquilina avevano alzato il gomitino, beh, ieri sera lui ha osato la stoccata e lei c'è stata e c'è andata a letto, voilà. 
Mi è piaciuta. Non ha commesso passi falsi del tipo "non significa niente per me" oppure "è stato un sostitutivo alla masturbazione" o "non succederà mai più", no. Ci ha scopato perché quel tizio le piaceva e se lo voleva fare e se lo è fatto, punto e fine. Non trasuda pentimento per il gesto, ma dispiacere di aver violato quell'antica promessa in cui si esaltò nell'assumere un impegno immantenibile: ti sarò sempre fedele. Cazzate.

La fedeltà e decisamente sovrastimata.
Cosa significa alla fine? Che valore può aggiungere al nostro rapporto il fatto che uno dei due si contorca come un verme dalla voglia di fottere quell'occasione o quella puttana? In che modo migliora la coesione mia e della Skizza, la profondità dei nostri reciproci sentimenti? In nessun modo.
Se fossimo assieme perché scopiamo e basta avremmo già finito da un pezzo, mentre invece credo che ci sia del bell'altro che sta dentro di noi e che non passa in mezzo alle nostre gambe. Promessa non mantenuta? E capirai. Succederà altre mille volte, siamo umani e fallibili.

"Hai fatto bene Skiz, che problema c'è? Credi che io sia casto e puro?"
"Non è quello, lo so che lo sai come vanno queste cose, è che non ho mantenuto la promessa che ti avevo fatto."
"Son promesse da liceo Chiaretta. Come cambiava il quadro se, anziché scoparci, tu ti fossi trattenuta masturbandoti come uno scimpanzé pensando a lui? Come cambia il senso delle cose? Questo è un argomento che mi trova sempre impreparato, io non riesco a capire questo ridicolo tentativo di domare l'istinto attraverso la ragione."


E ci si rilassa.
Lentamente.
Si ride, ci si dice quel che si prova l'uno per l'altra, che è cosa che va al di là di qualsiasi fatto carnale, ci si mandano baci e si chiude.
E sabato impreziosisco Londra con la mia prestigiosa presenza.
Oh ges.

mercoledì 5 settembre 2012

Notti equatoriali

Nel luglio bestiale la chiamo. Parlottiamo e mi viene voglia di vederla.
"Senti, cosa dici, vengo lì da te e ti faccio da mangiare che secondo me non mangi niente con 'sto caldo."
Sorride. "Amore, ho paura che non c'ho niente nel frigo, al massimo puoi farmi da mangiare del Gatorade."
Sorrido. "Ma che c'entra, vengo lì e facciamo la spesa e poi ti faccio da mangiare"
Sorride. "Ce l'hai sempre la piscina, vero?" mi sussurra in un desiderio carnale di freschezza.
Sorrido. "Se non l'hanno demolita dovrebbe essere là, stamattina c'era."
"Dai vengo io da te che mi fai da mangiare e poi ci mettiamo in ammollo."

Impossibile non notarla. Impossibile. Anche nel supermercato degli automi alienati, che si muovono come se fossero soli in mezzo alla moltitudine, non si può non notarla. A metà tra la pubblicità della Coca Cola degli anni cinquanta e la migliore Serena Grandi degli anni ottanta, mi precede spingendo il carrello, arrampicata sui vertiginosi sabot di legno, il culo compresso negli short tinta panna, la schiena nuda e abbronzata interrotta dal groppo della camicetta turchese annodata sulla spina dorsale e dietro al collo, i capelli annidati in una figura geometrica impossibile, le mammelle impacchettate e protese verso il trionfo di un Canale di Suez plastico e sudato.

Inusuale.
Inusuale normalità quotidiana. Inusuale fare la spesa con quella Femmina Mammifera di cui tutto si può sospettare tranne che sia a conoscenza dell'esistenza di un supermercato composto da scaffali e cibi ed ancor più inusuale è scoprire che la Femmina Mammifera è a conoscenza di marche, prodotti, ortaggi e ricette.
La cassiera scorre i prodotti sullo scanner senza toglierle gli occhi da dosso, perché vi sono esseri umani talmente intrisi di sensualità e bellezza che rendono secondaria l'appartenenza alle file degli eterosessuali, dei bisessuali o degli omosessuali, divenendo desiderabili da tutti e da tutte, quasi fossero idoli pansessuali e lei è così.

Insalata greca, gamberi dell'Atlantico marinati con sale, olio evo e limone, formaggio e olive, pizza pugliese e Chardonnay ghiacciato che, pure se fa un caldo infernale, non può mancare. Niente luce sotto la veranda, basta l'illuminazione della piscina, ci si vede bene in faccia appena gli occhi si abituano, ma lo sai che sei uguale a Ava Gardner, sé Ava Gardner, ma ti giuro e mi guarda con quegli occhi scuri e torbidi che divengono elemento separato da quel sorriso bollente e contagioso, perché gli occhi da soli farebbero un'affascinante paura e la bocca sorridente un rassicurante calore.

Parliamo poco, ci guardiamo molto e sorridiamo come due liceali rincoglioniti, ciascuno con il proprio bel ragionamento in testa, un bel ragionamento che stupirebbe assai quell'altro, ma ciascuno ben abbarbicato alla certezza che è meglio non dire, per non complicare, per non guastare, per non mutare il precario equilibrio naturale.
Mangia i gamberi con le mani e io la stimo, mentre mi guarda e poi guarda il gambero e con piglio maschile e mi dice che son da sposare e io le dico che pure lei è da sposare con il pacco di quattrini che ha in banca e lei ride di splendidi denti e occhi strizzati, appoggiandosi all'indietro con il gambero elegantemente retto dalle eleganti dita dell'elegante mano. E sudiamo, proletariamente, sudiamo a fontana.

Sudiamo calore e Chardonnay micidiale, lucidi, con una giornata infinita appiccicata addosso e poi, a un tratto inatteso, lei si alza e mi dice che bisogna farlo subito il bagno, prima che inizi la digestione e mette mano ai groppi e si sgroppa la camicia, scendendo dall'Olimpo dei sabot, sbucciandosi gli short di dosso e sfoderandosi il perizoma nero che rivela la fica animale pelosa e poi si avvia mammifera lungo il vialetto, mentre io verso due vodke ghiacciate tenendo d'occhio quel nudo capolavoro erotico che entra nell'acqua guardandomi con un sorriso ammiccante.

Poso le vodke sul bordo mentre lei incrocia le braccia sullo stesso bordo e vi posa il viso bagnato d'acqua e capelli e io mi spoglio, osservato, gradito, desiderato ed entro anche io nel refrigerio agognato, galleggiando sul bordo accanto a lei e i riflessi la rendono sublime come la dea che, nei fatti indiscussi ed indiscutibili, è. La tocco e mi bacia, ci baciamo alla vodka gelata, carezzandoci lievi e poi lei sorride e scatta avvitandosi in su, sedendosi sul bordo, ed apre le gambe e io assaggio il suo sapore del giovedì, tra peli bagnati e labbra sudate, godendo di profumo e sapore di femmina mentre lei sussurra roca e sorridente, accarezzandomi la testa, che la lecco meglio di una donna e nel surreale  mondo in cui siamo prigionieri, quello è un riconoscimento di assoluto prestigio.

Scopiamo nell'acqua mischiando piaceri termici a piaceri sessuali, mugolando ciascuno in bocca a quell'altro, gocciolando, interrotti solamente dai gorgoglii gastrici della piscina che ingoia se stessa e la tengo stretta a cavallo, impalandola fonda mentre si aggrappa al mio collo e mi guarda nell'anima con quegli occhi assassini che sono assassini anche quando tentano di dire cose che assassine non sono. E poi usciamo e fumiamo, stesi sul bordo come se fossimo ad Acapulco e la trovo di una bellezza destabilizzante e sento che le convinzioni viscerali della mattina vacillano e, forse, è bello anche quello, è bello far vacillare la struttura come una casa col terremoto e poi rallegrarsi che anche con quella scossa, anche con quella forte scossa, nulla è crollato.

"Ti fermi stanotte?" chiedo conoscendo perfettamente la risposta.
"No tesoro, vado a casa" mi dice con un sorriso, risalendo sui sabot.
Poi mi bacia e mi ringrazia dicendomi che è stato bellissimo ed è un gran vero, è stato proprio bellissimo.
La accompagno alla macchina, aprendo la porta di quella deliziosa Mercedes Roadster del 1984 color champagne e lei sale facendo ronfare gli otto cilindri quattromilanovecento a benzina, mettendosi le cinture e prendendomi la mano.

"Tazio"
"Dimmi"
"Non fartela scappare. Sali a trovarla."

E poi, sorridente e radiosa, mette la retro e scompare nella notte rovente.
"Dammi uno squillo quando sei in casa" urlo come una massaia apprensiva e lei mi sfanala per dirmi di sì.

Straordinaria, stupefacente, destabilizzante ed irraggiungibile.
Milly.

martedì 4 settembre 2012

Hello Kitty va a Londra

Ho testé acquistato un biglietto aereo per Londra ed ho prenotato un albergo.
Sabato salgo dalla Skizza, mi sono rotto i coglioni. Vado su alla mattina, mi sistemo, aspetto che esca dal lavoro e ci imbuchiamo in albergo fino a domenica sera.
Ho bisogno di disintossicarmi tra le sue cosce, ho bisogno del suo profumo, del suo alito, della sua pelle, dei suoi capelli, dei suoi occhi.
Sto facendo post da diario di Hello Kitty, mi viene da vomitare.
Però sabato salgo e vaffanculo.
E sono contento.

Indecorose evoluzioni contraffatte

Ve la ricordate quella irosa e sensuale Indecorosa Contraffatta che riempiva il suo blog di interessanti foto del suo culo, delle sue imperiali mammelle e della sua sorca, collezionando foto di cazzi e di fighe dei lettori, scrivendo anche qui qualche commento compiaciuto ai miei più luridi post?
Beh, ho scoperto dieci minuti fa che è diventata intellettuale ed ora scrive post intimistici, introspettivi e profondi e, a seguito di questa evoluzione, mi ha giustamente eliminato dalla lista dei blog che segue, così come ho fatto io.
Mica per ripicca eh.
Solamente perché se sono scomparse le foto del suo culo, delle sue imperiali mammelle e della sua fica, non provo più alcun interesse nell'andare a visitarla.
Io non evolvo, io no, io mai. Sono incapace di evolvere, di diventare migliore, perché l'evoluzione ha senso solo se c'è miglioramento, tutto il resto è una perdita di tempo.
Indecorosa, torna a tingere il blog di nero e torna a fotografarti culo e zinne e fica.
Ho letto due righe di quello che scrivi ora.
Rimetti le foto e smetti di scrivere.
Questa sì sarebbe un'evoluzione degna di tale nome.      

La douche

Lugano, meravigliosa città affascinante che di suo rievoca sfarzi borghesi e danari e, quindi, ben si associa all'antiquariato ed alla decadente passione degli oggetti antichi e René è là che se ne è andato per due giorni, è là "per affari" ed anche questa locuzione è così intrisa di antica borghesia e richiama frasi arcaiche "Dove andate babbo? - In viaggio d'affari, figliuolo".
René è a Lugano e la cannibale Silvana rimane qui, bramosa di infedeltà esclusa e vietata dal contratto verbale tra le parti matrimoniali, perché la natura umana non é nient'altro che questo, non è null'altro che la ricerca spasmodica del proibito e dell'invalicabile, perché il piacere deriva da ciò che è vietato e nulla vale se è concessa un'infinità di altre piacevoli cose, poiché nei nostri sensi si consolida l'incontrovertibile convinzione che nulla potrà darci un piacere pari a quello derivante dall'unica cosa che ci è vietata. E così, ieri mattina, mentre anche io ero fuori "per affari", un messaggio fa godere l'ano del mio parlafòno che radioso lampeggia un "R fuori stanotte ti aspetto 20:30?".

Sull'uscio, appoggiata allo stipite come una vecchia bagascia, con addosso un liso accappatoio rosa confetto corto, lasciato aperto, scalza, mi attendi così, mormorandomi in un bacio che ti stavi masturbando nell'attesa e si fa prua sul lettone, sul sacro talamo, attaccando a chiavare come bestie senza proferire parola, succhiando, toccando, strizzando, profanando la zona franca con quella bavosa infrazione all'agreement che pare arraparti assai più dello Stecco Ducale che ti ficco senza posa nella sorca perché a me, invece, mi arrapa fotterti e annusarti i piedi, sbattendo come una lamiera nella bora, ficcando fino a premerti la cervice uterina e, sinceramente, delle tue sfumature psichiatriche non me ne frega un cazzo, perché io a letto sono bestia e le bestie non hanno tempo, né capacità cerebrale, di valutare le sfumature circostanziali che paiono ingolosirti a quel modo.

Ti agguanto le chiappe femmine molli e le divarico osservando il buco del culo che non vedo l'ora di infiammare a colpi di Straminchia Mannara e tu capisci, capisci che la sorca va fatta riposare un pochino ed intanto si va avanti con la ricetta sborraiola lavorando il culo e ti giri appoggiandomi elegante la mano sull'avambraccio e mi sussurri una frase da romanzo di Liala, da collezione Harmony, mi dici in un soffio, chiamandomi tesoro, che non ti sei fatta la douche.
Non ti sei fatta la douche.
La douche.

Ti guardo, estasiato dalla scelta del termine gentile, la douche, che suona assai più morbido di pera o clistere, sin quasi ad assumere tinte di seduzione, rendendo mite il fatto di fondo, il fatto animale che puoi avere il culo pieno di merda ed io, sinceramente, io che vengo dal quartiere popolare preferirei che mi si dicesse direttamente la cruda verità senza colorare di rosa i tuoi stronzi con francesismi libertini, ma a prescindere dall'analisi linguistica, mi chiedo incessantemente come mai non ti sei fatta la douche sapendo che avremmo avuto questa monta in serata, come mai non ti sei fatta la douche sapendo che scoparti quel buco di merda, polposo ed estroflesso mi induce la perdita del controllo e non trovo che una, solo una, nient'altro che una spiegazione, torbida, lurida, perché non vi è altra spiegazione al di fuori di quella che vede il tuo sozzo piacere di pormi nella condizione di aver a che fare con la tua più intima intimità, cioè la tua merda, e questo potrebbe persino piacermi nella misura in cui sono io colui che lo decide, ma pormi di fronte ad un'assenza di douche per giustificare con aria falsamente imbarazzata il desiderio di farmi scopare la tua merda è, in un certo qual modo, scorretto.

Dopo la pausa di tempo necessaria ad elaborare quanto esposto sopra, irrompo nella classe francese con un quesito molto franco, "Hai cagato oggi?", assai meno d'effetto di una metafora ricercata, ma assai utile a capire che tipo di mostro si celi nel tuo budello maturo e rispondi strizzando le labbra e annuendo imbarazzata col capo e, quindi, senza ulteriori aggiunte, ti inculo. Ti inculo con forza, godendo del tuo ano che succhia, senza però smettere di provare fastidio per quella messinscena apparentemente sbadata, ma sostanzialmente calcolata, che implica in fase di progetto la assoluta non considerazione delle mie reazioni in nome di una tua pulsione animale e, seppur ragionando con lentezza, distratto dal fatto che mentre affondo tu spingi all'indietro grugnendo maiala, decido che è necessaria una pari opportunità, un livellamento del privilegio borghese ed allora improvviso, fantasista irriducibile, improvviso e decido, mentre sento salire la sborra e tu vieni torturandoti la pisella con le eleganti mani antiquarie, decido che ho voglia di venirti in bocca e quindi ti sguscio dal culo, impreziosendo l'aria di una tua calda scorreggia odorosa e ti giro e ti metto la minchia in bocca e tu mugoli e io ti scopo la gola, e tu tenti di divincolarti tra qualche sforzo di vomito ed io, guarda un po', quasi quasi ci tengo che mi vomiti sui coglioni, a riprova che no, non importa se non ti sei fatta la douche, sbadatella, tu mi piaci e tra noi non ci sono riguardi e ti sborso diretto nello stomaco mentre tu ti contorci e forse pensi che sì, che forse era meglio parlarmene di quella voglietta, anziché mettermi di fronte alle cose fatte e sono certo che per un momento ti sei anche detta che con me mai più senza douche, mai più, mai più.

In tempi di crisi non vi è spazio per il privilegio borghese.     

giovedì 30 agosto 2012

Del silenzio e dell'estate


Cari amici.
Mi rendo conto, con assoluta lucidità consapevole, del vostro inatteso e commovente affetto, così come mi rendo conto che, dopo un lungo periodo di assenza, è assolutamente impersonale ripiombare in queste paginette imbrattandole di qualche ricordo di un’estate appena passata senza nemmeno un’ombra di spiegazione, quasi fosse un “dovere editoriale” scrivere qualche sozzura dalle blande tinte umane.
Vi confesso che affrontare, con dovizia di particolari, le ragioni per cui mi sono scostato dal blog e da voi mi risulta gravoso e difficile, ma sono certo che, in larga massima, ne intuirete le motivazioni.

Sono oramai due mesi che la Chiaretta è a Londra a lavorare. Fu una cosa improvvisa, una telefonata, una salita, una proposta. Ritenni che il mio personale (per quanto sano e naturale) egoismo non dovesse intralciare la sua crescita personale, per cui, considerata anche la prestigiosità della situazione (non immaginate che agenzia) la incoraggiai ad accettare, pur sapendo che un’assunzione avrebbe comportato delle serie difficoltà. La Chiaretta ha talento, un maledetto raro talento, ha il “tocco”, l’arte, l’abilità, la visione e merita una palestra adeguata alle sue dimensioni artistiche per potersi staccare dalla massa informe di ciarlatani che fanno il suo stesso lavoro. Tra noi non è finito nulla, perché vi sono cose che non terminano premendo un bottone e, sicuramente, quelle che non terminano premendo un bottone sono le cose più vere e viscerali. Entrambi portiamo il peso della lontananza, reggendolo con un reciproco rassicurante sorriso, ma entrambi siamo consapevoli dell’esistenza di due piani e due realtà: il sentimento e la coltivazione del medesimo.

Per cui il tempo passa, orfano, ricoperto di telefonate deliziose che, comunque, non colmano per entrambi una separazione prolungata.
Qualcuno potrà dirmi: perché non vai tu a Londra a trovarla? La risposta è complicata e, probabilmente, incomprensibile ai più. L’ho incoraggiata ad accettare la prestigiosa proposta perché ritengo che, a ventiquattro anni, si debba accettare la sfida di infilare un dito nel culo alla vita, accettando la complessità che le cose più belle trascinano con loro. La Chiaretta deve lavorare, gestire il suo danaro, il suo tempo, il suo rapporto con la famiglia ed il suo rapporto con me. Lo dico perché ci sono passato sbagliando così intensamente da andare vicino a rimetterci la vita. Lo dico perché solo a quel modo, solo con la gestione simultanea di tutte le sfere della vita, ciò che uscirà da lei sarà vero, solido, valido.

Lenire una frattura con sporadiche salite a Londra significherebbe dirle “gioca che papà tanto arriva” e io voglio che lei, invece, diventi la Donna che può meravigliosamente essere, con me o senza di me. Perché sono pronto e disponibile ad accettare anche questo.

In termini personali è inutile che vi nasconda di essere afflitto da solitudine e delusione. Qui lo posso dire, qui posso dare corpo a quel sano e naturale egoismo di cui non lascerò mai che lei possa intuirne i tratti più meschini. Nel momento in cui il nostro rapporto era andato consolidandosi, nel momento in cui ero finalmente felice, seppure in un periodo di difficoltà date da cataclismi naturali e mercato narcotizzato, mi sono nuovamente ritrovato solo a passare dal via senza ritirare le ventimila lire.
Non faccio tragedie, non enfatizzo i fatti plasmandoli a  dramma per captatio benevolentiae, per bearmi delle vostre repliche affettuose, ma credetemi, a un certo punto della vita diventa veramente sfibrante doversi concentrare per gestire l’ennesimo dolore, l’ennesima delusione.

Credo ve lo dovessi, credo che dopo avervi raccontato persino di quante volte andassi in bagno (ciao Lola), una traccia sfumata delle motivazioni che mi hanno spinto a sospendere la frequentazione di questo angolino, di questo privè assolutamente elitario considerato il selezionato, ridotto e grandioso pubblico che lo segue, la dovessi dare contraccambiando l'amicizia.
Grazie, di cuore, grazie di tutto.
Sono tornato.

mercoledì 29 agosto 2012

Occhio ai cartelli di divieto di sosta


Si trattò di una banale svista, in quella rovente giornata di luglio a Domiziopoli, quando parcheggiai lì ove non dovevasi parcheggiare e la Vigilessa Frustrata balzò fuori da un tombino all’improvviso a redarguirmi con fare da John Wayne, che le mancava solo lo sputo, ed io che ero in assenza totale di testicoli, epididimo e scroto, che non c’avevo coglioni insomma, mi sottomisi alle sue sferzanti battute e lei apprezzò, perché la donna con la pistola è una mistress legalizzata, una Lady Domina municipale che l’uomo lo vuol vedere mogio e sottomesso, ma anche eccitato ed allora, capendo che là sotto vi era un mastichio cannibale che andava formandosi, mi misi a recitare la parte del maschietto da due soldi col fetish per la divisa, anche se  a me di quella non me ne poteva fottere un assoluto cazzo randazzo, ma della multa sì.

E anziché multa, fu caffè.
Un caffè lungo, molto lungo, troppo lungo per me, ma capite che, a quel punto del ballo, partire sarebbe stato un po’ come pagare e poi in tempi di crisi non si sprecano sforzi ed io ho continuato a fare il maschio debole ed ammaliato dalla sua incredibile voluttà e dal suo charme irresistibile, brutta scrofa allupata che se non c’hai il fischietto ti prende a calci nella fica anche Don Carlo della parrocchia di Sanmerlo.
E avanti, avanti, avanti, sinché la Poliziotta Mignotta fa lei il maschione e mi ammicca qualcosa per la sera e dammi il tuo numero che ti do il mio e a quel punto solenne mi son detto massì, mi risparmio la multa e mi faccio una sborrata gratuita anziché rimorchiare la solita nigeriana in tangenziale.

E cena fu.
Un’immane, incontenibile, sovrumana rottura di coglioni, ascoltando per ore quella tronfia stronza spaccona che per tutta la merdosa cena ha condito in settemila salse un unico stucchevole concetto: ma quanto son figa io che tengo testa ad un ambiente maschile e maschilista, che a me non la si fa, che mica sono come le altre donne deboli, che io son veramentissimamente figa. A un tratto un botto sordo mi ha comunicato la sopravvenuta rottura del cazzo ed allora, sull’onda di una filosofia vecchia, ma sempre attuale, che fa capo al motto “via il dente, via il dolore”, mi sono messo a serpeggiare ammiccante profilandole una disponibilità ad essere scopato, in quanto le regole di ingaggio vedevano lei il maschio ed io la femmina.

E casa sua fu.
E lei non beve whisky, no, lei beve solo bourbon perché c’halepalle e lo scotch serve solo ad attaccare i fogli sul frigo e lì si ride a crepapAlle, ma poi tira fuori una bottiglia di Four Roses e mi casca per terra anche il buco del culo, ma dico, ma cazzo, ma che minchia bevi, che sei finta anche quando ti ciucchi.
L’alcol di merda è il pretesto per l’avans e lei la fa perché c’halepalle e io la slinguo a comando e la palpo leggero,  mentre con quelle tozze manine di merda mi spalpugna il cazzone sopra il bel pantalone che se me lo stropicci di impicco con il tuo stesso intestino tenue.

E poi fu pausa.
Vieni in camera da letto, mi dice col sorriso della Maialessa in calore, spogliati che arrivo subito ed io penso a un bidè della pietà verso di me, ma mi sbaglio, mi sbaglio di brutto, ma la colpa è mia, la colpa è mia.
Poi ritorna e si para sull’uscio indossando il cappello dell’uniforme, la camicia d’ordinanza aperta, il cinturone a pelle, tacchi a spillo di mediocre fattura ed una fisicata nuda di discutibile appeal, brandendo la pistola, sussurrando “c’ho tolto il caricatore, tranquillo”, che tristezza infinita, mi sento morire e mi guardo intorno perché o Lino Banfi o Lando Buzzanca o Alvaro Vitali devono essere in giro per forza.
Scatta l’autoflagellazione purificatrice, perché al colpa è mia, sono io che le ho lasciato intendere che mi arrapa in divisa ed adesso, anziché essere con una cioccolatina odorosa che mi dice bogafigagulogento con un sorriso radioso, sto con la Fenech de noantri a leccarle la nutria villosa a seguito del suo secco comando.

Giace.
A gambe aperte mugolando come una vacca mentre la mia sapiente e svenduta lingua le tortura la assai poco visitata ciornia e penso. Penso ai campi di cotone, all’apartheid, ai diritti umani violati a seguito dell’oppressione di qualcuno, mi rendo conto a tinte vivide di essere oggetto di sfruttamento, di abuso di potere, perché se questa scrofa indecente non si fosse materializzata dalle fogne di Piazza della Repubblica, con la punta di questo sacro cazzo imperiale che me la sarei filata mai.

E fu rivolta.
Fu rivolta nel momento in cui lei mi gettò il guanto, ma non quello della sfida, ma bensì il preservativazzo da quattro baiocchi comprato all’automatico della farmacia Guazzaloca, guanto che raccolsi ed indossai all’urlo di riot!, gettandomi sulla scrofa carnevalesca, denudandola malgrado le sue proteste, schiantandola di pancia sulle lenzuola dell’Oviesse per operare sapientemente il trapianto di Minchia Assassina Mannara Randazza Rampazza nella sorca bavosa, traforandola con ripetizione ossessiva, mentre con la mia maschia mano la tenevo premuta sul letto grazie ad una presa da wrestler al collo. Ficca, ficca, ficca Tazietto, sbatti come il mare sugli scogli norvegesi in gennaio, fotti e lasciala urlare, che più urla e più ti piace, che ti piace ripassare le frasi di dominazione sul mondo maschile vedendola sbavare sulle lenzuola con gli occhi rovesciati all’indietro e a nulla vale un meschino “No! Lì noooo!” perché è troppo tardi ed i lavori della TAV nella Valdeltuoculo sono iniziati ed avanzano celeri e tu gridi e urli dal male, perché la mia Minchia Rampazza Randazza nel culo deve fare un bel male se non ne sei adusa all’uso o cul-trice della materia cazzotaziale. E urli con le vene del collo gonfie che ci passa un levriero con una fascina in bocca e io ti strapazzo il budello pistonando come un cavallo magiaro che ha preso il Cialis in salsa di Viagra e mi chiedo se vuoi farmi la multa per divieto di transito e sento l’urlo dell’intera città che inneggia il mio nome, che grida T per vendeTta ed accelero mentre piagnucoli e godi, puttana troia bastarda demente vigliacca e poi mi tolgo la gomma dal cazzo e ti sborro tra le chiappe mollicce grugnendo come un verro di Cinta Senese.

E fu strada.
Accendendomi la Marlborina di rito, che su non si fuma, ovviamente, checcoglionivaffanculo, e penso che alla fine t’è piaciuta la monta taurina taziale, penso a quel tuo sorrisetto letamaio sulla porta e a quella frase sinistra “Ci sentiamo presto” che ancor oggi mi serpeggia minacciosa e gelida lungo la schiena e armeggio col parlafono, attribuendo al tuo numero la suoneria silenziosa, che la prossima volta sono disposto a pagare diciassettemilasettecentoventiquatro euro di multa pur di non passare un minuto con te.

E, rinfrancato, mi reco in tangenziale a cercarmi, finalmente, una santa e sana puttana di colore.

martedì 28 agosto 2012

La vuotezza della brioche indesiderata


“Un caffè americano e una brioche alla marmellata” dico all’Olivia superstar dalle tette scultoree.
“Oh.. ce le ho solo vuote…” mi risponde falsamente intristita, che lo so bene che non gliene frega un cazzo.
“Va bene vuota” rispondo annoiato.
A me fanno schifo le brioche vuote.

Un uomo determinato, uno che persegue l’obiettivo con maschia risolutezza avrebbe risposto “Ficcatela nel culo la tua brioche vuota dimmerda, io me ne vado, perché io voglio una brioche alla marmellata, cazzo merda e non scendo a compromessi perché tu, lurida puttana del cazzo, hai fatto male i conti.”
Così avrebbe detto e fatto l’uomo determinato.
Io, invece, ho mangiato la brioche vuota.

“Certo adesso non ce la farò a scendere tutti i weekend Taz, perché non è più come prima che ero a contratto” mi disse a suo tempo con lucida e comprensibile logica la Riccetta ed io risposi “Certo, è logicamente comprensibile”, quando invece avrei dovuto dire mille altre cose maschie e rudi che rimarcassero quanto io tenevo a lei e quanti pochi cazzi avessi di vederla partire, magari per sempre.
E invece l’ho lasciata andare a Londra, l’ho lasciata andare a “cogliere quell’opportunità così preziosa di un’assunzione in una prestigiosa agenzia internazionale”, come le ho detto io stesso con cogliona solennità.
E ci penso mangiando una brioche vuota che mi fa schifo.

Che poi, non è che quelle alla marmellata non abbiano difetti, intendiamoci. Per quanta cura tu ci metta, uno schizzetto di marmellata esce sempre e ti imbratta le dita e tu provi a pulirtele con quelle stronzissime salviettine lucidate che io dico, ma che minchia c’avete nella testa? Come cazzo pensate che una salviettina lucidata possa servire a pulire cosa? e rimani con la colla più micidiale appiccicata ai polpastrelli che manco col diluente nitro viene via e brameresti di vederli che si puliscono il culo con della carta igienica patinata lucida.

Però, difetto a parte, almeno in quelle alla marmellata c’è dentro qualcosa.
Una brioche vuota è solo una volatile rottura di coglioni.
E quando hai finito di mangiarla, in certe giornate, quasi quasi ti spiace di avere le mani pulite.
Vaffanculo, Olivia.

martedì 19 giugno 2012

Taziopensieri sparpagliati di fine giornata


L’appuntamento al Circolo Milliano
E’ più di un mese che non metto piede là dentro. Anzi, per voler essere pignolini gni gni gni, come dice la Chiaretta, da mercoledì 16 maggio, ossia da trentaquattro giorni. Mi sembra di più, comunque. Con la Milly ci siamo sentiti e strasentiti, ovviamente. E stasera si riappiccica questo tassello di normalità, anche se qua la macarena non smette, perché anche se non trema un cazzo noi sentiamo il tremone. E vabbè, passerà.
Spero ci sia un po’ di gente, stasera. La Coppia Bestia di sicuro, mi hanno messaggiato prima. Poi ci sarà Habana, il fine serata, la Milly, insomma ho proprio voglia di andarci.

Il terremoto abbatte quel che stava in piedi per errore
E così anche per le persone. Questo terremoto ha abbattuto molte sovrastrutture che venivano vestite da persone attorno a me. Il Ruggi è cambiato, per esempio. Certo, ho avuto l’occasione di dargli giù le penne imponendogli la riflessione, ma in lui secondo me qualcosa sta cambiando. Ha abbandonato il suntuoso progetto della casa nel Bordeax e adesso sta qua a trafficare per dare una mano, fare, aiutare. Gli farà bene. La Emi si è riavvicinata al Loca. Niente lingua in bocca, ma si sentono e si vedono. Il Costa che è un buonone ha subito chiamato la Siusy. Insomma, sono crollate delle strutture ed è emerso quello che c’era sotto e questo, secondo me, non è male.

La libertà che imprigiona
Sono trentaquattro giorni che io e la Skizza condividiamo lo stesso letto e la stessa casa. Non sempre nello stesso posto, ma mai uno ha dormito separato dall’altra. Come chiamare questa cosa? Chiamiamola la cosa più sgangherata e strampalata del mondo, perfettamente in sintonia col mio stile. Convivo, nessuno ha affrontato l’argomento, nessuno sta male e quindi bene così. Nemmeno la Troiamadre si è accorta che la figlia non abita più là. D’altra parte se nemmeno lei è in quella casa e se i rapporti viaggiano via 3G come fa la Troiamadre a saperlo? La Chiara dice che vuol vedere quanto mette ad accorgersene. Io dico che sto bene lo stesso anche se non se ne accorge, anzi.
“Skizza, stasera sono fuori a cena e poi vado al Circolo”
“Ah, ok, allora io esco coi ragazzi e mangio fuori”
Ecco, fine. Un’amica dice che è paracula e che mi dà esattamente ciò che sa che voglio.
Se è come dice la mia amica, potrei anche sposarla.

Radio Elettra
La Betta è come un emettitore di onde radio. E’ sempre uguale in tutte le situazioni, ma io quando comincia ad emettere la sento lontano un chilometro, perché io sono un ricevitore di onde radio. La Betta mi comunica con le dita dei piedi. Un giorno ve lo spiegherò meglio, ma posso preannunciarvi che ho la vibrante sensazione che la sua passera voglia incontrare il mio fagiano in tempi brevi, scopo incrocio di razze. L’incrocio è la salvezza delle popolazioni animali e io mica voglio metterle in pericolo.
Non sono mica matto, io.
E no.

Diagnosi dolorose
Questo pomeriggio alle ore quindici, la retro della mia Marzedes non è più entrata. Ricoverata d’urgenza presso il meccanico ufficiale, le è stato diagnosticato un brutto male. Cioè lo è stato diagnosticato al mio già emorragico portafogli, più che altro. Attendo nella mattinata di domani il bollettino medico, ma sono già psicologicamente preparato al decesso. E’ incredibile, dopo soli sedici anni e soli due milioni di chilometri.
Le fanno che si rompono a comando secondo me.

Fine dei taziopensieri. Vi auguro una serata esplosiva e ci sentiamo duman.
Basgi, amisgi.