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lunedì 24 ottobre 2016

Manifesto della Maiala - appunti di filosofia srtrapazzata del cazzo

Rinnovare, rivalorizzare, porre sensi relativi in cui l’espressione vocata diviene massima e sublime ricerca della perfezione assoluta, cartesiana, oggettiva, ed è interessante come l’oggettività inserita nel relativismo divenga persino arte e, se un coglione semi analfabeta e sottoculturato come Bob Dylan accede al Nobel, il dolente, ma aperto, buco del culo della Siusy può meritare la copertina di Abitare, buio cunicolo dall’arrossata entrata, perfetta icona dell’architettura rupestre ora in crescente voga tra le persone scic e aptudeit.

Dekiergegaardizziamoci, come esortava Gadda, caliamoci nel piacere dell’esplorazione delle sozze viscere femminili, persino laggiù dove i miasmi possono raggiungere toni insopportabili, sopportiamoli come pegno dovuto al godere ed al piacere, sotterriamo gli imperativi assoluti, travolgiamo il pensiero kantiano e affondiamo la verga come fosse la spada dell’angelo dell’assoluto, riconoscenti ed in debito con colei che tanto gratuito godere ci concede, esaltiamola, non curiamoci di ciò che dice, ma veneriamo ciò che ci concede, amica di pari attitudini compresa, aggrovigliamoci, estendiamoci, purifichiamoci sfregando il glande ipertrofizzato contro le carni molli e odorose delle Muse del Sozzo, Sozzo che non deve depurarsi e divenire candore, ma deve essere isolato e ostentato come un diadema raro, raro come la Vocazione al Puttanesimo che rende la Virtù frigida essenza dei non talentuosi, che annullano e parificano minimizzando i massimi ed esaltando l’astensione ed il premio dell’aldilà, pur di non cimentarsi e confrontarsi col virtuosismo del talento vaginale che porta il premio in terra, tra le cosce di una Sunzona arrapata che dona l’assenza della coscienza meglio di una droga, droga che, peraltro, lei consuma a volontà ed a rischio.

Ancelle del Sozzo, Vestali della Sunzonia, dee immortali che tramandate il vostro verbo affascinando nuove adepte pronte ad immolare un’anonima fica privata al pubblico che, per più versi d’osservazione, ne gode decantandone doti di piacere assoluto, Dee dell’Immortalità dell’uomo cosciente e consapevole, voi, voi dee meritate schizzi di succo d’uomo e venerazione incontrastata.

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«Puttana sacrata alla notte, notte tu stessa; in te il creatore risplende di luce propria. Puttana, sei la salvezza. Dixi et salvavi animam meam»

Italo Tavolato

venerdì 20 marzo 2015

Premiazioni

Ti premio.
Ci sei stata come se non fosse passato un giorno e io ti premio, mia Vacca.
Ti premio indossando i Paramenti Sacri della Premiazione, mentre ti tormenti allupata e sbavante la Gran Sorca Sozzissima, osservando e mormorando “oddio”: indosso l’anello sotto la cappella, poi indosso il triplo anello che mi strozza la base del cazzo e mi gonfia i coglioni, mi ungo d’olio il Bastone Imperiale mentre esso comincia a divenire scurissimo, viola e intarsiato di vene sublimi, perché il premio prevede che tu sia battezzata dalla mia bestia in veste devastatrice e disumanamente devastante.
Ti premio, quindi, ficcandoti quell’arma letale di carne da sesso nei tuoi buchi slabbrati.
Assegnandoti il premio a prescindere dalle tue urla di dolore, perché vai premiata ovunque.
E il premio ti va assegnato selvaggiamente, come se fossi sordo e cieco, esattamente come lo hai sognato tu, Regina della Stalla e io, Gran Fattore Imperiale delle Vacche Sozze.
Ti premio per ore, orgoglioso di glassarti la faccia di sborra urlando blasfemo, rimanendo comunque mostruosamente  duro e sensualmente deforme, pronto per rientrarti nel culo ferito e assegnarti premi minori, inzaccherandomi di liquide feci del piacere.
Ti premio sudando, godendo della tua fetida sporcizia animale.
Ti premio sino ad esalare l’ultimo rantolo di piacere, a quel punto, abbracciato al tuo untuoso corpo lurido, lasciando che lentamente il fenomeno ultratererreno riassuma fogge umane.
E a conclusione della premiazione brindiamo, dapprima urinandoti in bocca io, gioendo di come ingoi il Millesimato di Gran Vescica Imperiale che ho riservato per te, Vacca delle Vacche, Regina della Fiera della Bovina della Sborra, secondariamente bevendo avido i diversi schizzi di piscia rovente che mi spari in gola tenendo aperta la tua carnosa farfalla odorosa.

***
Torni dal cesso, mentre io giaccio sublime sulle tue coltri, fumando.
“Mi fa sangue il buco del culo” mormori assestandoti due pieghe di carta igienica tra le chiappe.
“Vieni qui” dico io, Padre e Padrone, Toro Loco e Montone, accogliendoti sotto il mio braccio, consentendoti di accoccolarti.
“Come mai niente smalto?” chiedo placido osservando quelle dita dei piedi sublimi da cui sorgono cresciute unghie giallastre, non per questo senza il loro fascino sensuale da favelas merdosa, anzi.
Fra poco Taz, fra poco che arriva la primavera. Ma se te resti anche domani!...” e ridi.

Resto?
Non lo so se resto Siusibestia, è complicato, ma sii certa che se resto tu lo saprai.
Sei la Regina, la Premiata, la Bovina Campionessa, per cui sì, mettiti lo smalto.
E mi rilasso inalando l’acre profumo di ascelle, sessi, piscia, sborra e merda, beato di beatitudine, commosso di accoglienza.
E un po’ in colpa di aver, nel passato, tanto bistrattato quella Donna che, alla fine, si è dimostrata l’unica persona che tiene a me.
E io non posso che ricambiarla con tanto, tanto, tanto amore.
La Susy.
Ha!

venerdì 26 aprile 2013

Boogie

Il caldo è africano, la notte pure, l'umidità è tropicale, la birra europea, poi arriva dal dietro e si siede davanti, a quel tavolo, annoiata, nera notte, con addosso un tubino verde mela che va dalle tettine alla base delle chiappe del culo e c'ha uno stacco di coscia che è un insulto alla fisica dei corpi, ma un elogio alla chimica dei miei ormoni e mentre la guardo sento che mi si intosta la Minchia Rampazza e sono felice di sentirla reagire, di ritrovarla dopo tanta calma meditativa e allora incrocio i suoi occhi e col capo faccio un cenno in merito all'andare di là e lei, scazzata e infastidita, alza il culo e viene da me ciabattando su quegli zatteroni, si siede sulle mie gambe e mi dice che il biglietto farebbe 50 e io rido e le infilo una mano tra le cosce di seta e mentre salgo le dico che 50 è un biglietto per due e che io sono uno e quindi le dò 25 e lei allarga le gambe lasciandomi toccare la sorca nuda e pelosa e mi dice che io c'ho il prezziario vecchio e che anche con la riduzione non si fa meno di 30 e io dico ok e lei si alza e mi prende per mano e andiamo di là.

Un triangolo a puà di ciuffi di pelo arruffati, palline di pelo in un triangolo perfetto, sfere solide e triangolo piano, la geometria dell'Africa odorosa di piscia, sudore, chiavate luride e l'Odore di Donna che bevo, lecco, annuso, mi ci bagno la faccia e mi ci inzuppo la lingua, mordo succhio e lecco, fotto di lingua, di dita, nel buco della fica rosato e nel buco del culo tinto d'inchiostro, mia sensuale Gazelle che giaci a gambe aperte e mi lasci godere del tuo odore selvatico, erotico e selvaggio, sublime droga, straordinaria esperienza religiosa e mistica più di qualsiasi messa latina.

Ti mangio, vorace, lento, insaziabile e tu cominci a godere e ti sento e questo mi esalta, mi piace sentire le tue dita tra i capelli, mi piace come inarchi la schiena a occhi chiusi, mi piace come guardi il mio Cazzo Randello Martello Rampazzo quando mi alzo a mostrartelo duro come la roccia calcarea del Mozambico Orientale e tu lo guardi dritto negli occhi e lo prendi in bocca in un soffio e mi tiri la pompa più calda, salivosa, scivolosa e golosa del mondo conosciuto e anche di quello sconosciuto.
Hai la bocca più carnosa, calda ed eccitante di qualsiasi fica bianca, succhi con abilità incredibile, me lo tiri a Marmo carrarese del tipo Ultraduro e poi scarti un gommino e me lo metti con la bocca, che te l'hanno insegnato i bianchi dimmerda, poi scivoli sulla schiena e mi guardi con gli occhi del Delizioso Peccato e apri le gambe e io ficco il mio Asso Di Bastoni Rampazzi nella tua Fica Sovrana e ti chiavo.

Respiri e mi guardi e ti alzo le braccia e te le piego sopra il capo e ti lecco le ascelle africane, l'afrore del sesso crudo, delizia per naso e lingua e ti impalo spingendo la Trivella Imperiale sino in fondo, sino a che chiudi gli occhi e apri la bocca e emetti una gutturale "A" gentile, ad indicarmi che la cappella ti sta entrando nella cervice e sto chiavandoti l'utero e questo fatto di perforarti finchè ce n'ho mi eccita in maniera mistica e sublime ed iniziamo a traspirare lucidandoci a poco a poco, nel bollore del sesso e nel calore dell'Africa Nera.

Ti sollevo le gambe e me le appoggio sulle spalle, spingendo forte, in fondo, voglio toccare il fondo dell'utero e tu mugoli piacere e il profumo africano dei tuoi piedi mi trasforma in una Bestia da Monta e ti sbatto, sudando, godendo del tuo sudore che ti rende nera lucida, come fossi coperta d'olio e spingo, fotto, lecco tra le tue dita e godo e tu ti aggrappi e mi dici quasi timida "Oui" e allora girati di fianco, senti come entra, senti come scivola, ti masturbo fottendoti e tu rantoli, e io sbatto e frullo, tutto dentro, tutto nella tua fica, nel tuo utero, voglio che godi bambola d'ebano, voglio godere e allora girati, cagnetta pecorella, senti come ti scivola in fondo?, sì lo senti eccome, con quella stupenda schiena sudata e quel culo superbo in mezzo al quale sorge quel gnocchetto nero che voglio scopare assolutamente e ti giro, mettendomi di schiena, senza uscire dalla tua fica e ti metti a cavalcare selvaggia, sbattendo forte per sentirlo meglio, per sentirlo come ti piace, per prenderlo tutto fino in gola e ti accarezzo le piante dei piedi bianche, e le chiappe del culo nere e ti alzi di scatto, ti giri, ti impali di nuovo, rivolta a me, piegata su di me a fottermi la bocca con la lingua grossa, mentre il tuo bacino sbatte e cominci a venire ed è meraviglioso sentire come godi, come lo prendi, che c'avrei voglia di sborrare anche io, ma invece no, aspetto e quando sei venuta ti schiaccio di pancia sul letto e ti lecco il culo, ti fotto con la lingua e ti sento che ti schiudi e quando ci punto il cazzo tu mi aiuti, entri col dito, ti allarghi mi guidi e sento il caldo del tuo intestino vellutato e scivolo e tu spingi e ti inculo, prima lento, poi più forte, ti inarchi ragnetta, lo prendi, tutto, ti muovi sensuale a occhi chiusi e sei talmente bella che mi fai venire in due colpi e ti vengo nel culo sbattendo e tu mi inciti a venire, vieni, vieni, vieni, vieni.

***

Giaccio con te su quel letto puzzolente di sudore e sborra e vivo un momento d'estasi sublime. Sudati, affannati, nudi, abbracciati.
Chi non sa di cosa sto parlando deve assolutamente scoprirlo.

Fermiamo il tempo.
Disperatamente, finchè ci riusciamo.
Poi torniamo di là e c'ho voglia di te più di prima, incantevole Gazelle.
Adoro questo posto.
Sì.

sabato 23 marzo 2013

Servizietto in camera che agevola riflessioni adolescenziali

Mi sveglio alle dieci, non c'ho voglia di correre per andar giù a prendere un caffè prima che termini l'orario della colazione e allora telefono sotto e chiedo a Hammed se me lo fa portar su e lui fa una pausa e mi chiede "Bertille?" e io sento un brivido tra le natiche e una voglia oscura di farmi un regalo e dico di sì.
"Fra dieci minuti arriva" mi dice frettoloso e io ne approfitto per farmi una doccia e svegliarmi  e son lì che mi sfrego i capelli bagnati che la porta fa toc toc.

Sono a Parigi da un po'e mi sono chiavato una finlandese, una nera, una magrebina, una corsa (Fanny) una pakistana ed ora mi faccio succhiare il cazzo da una puttana che Hammed ha definito "beurette", che vuol dire che è nata in Francia, ma da genitori magrebini. Ma a Parigi ci sono delle parigine?
Che succhiacazzi strepitosa, aveva ragione Hammed. E poi che sturbo che sia nuda sotto il camice.
"Vuoi scopare?" mi chiede con la bocca bagnata, tenendo saldamente la minchia con la mano.
"No voglio che mi fai venire così" e lei ricomincia a spompinare a occhi chiusi.
Sono steso con la schiena appoggiata al cuscino e lei è stesa da odalisca sul fianco, col camice aperto, che scena postribolare magnifica.
Ha le tette piccole, i capezzoli scuri, la fica pelosissima ed è piena di rotolini. Non si taglia le unghie dei piedi e questa sciatteria mi infoia come una bestia carnivora. Età indefinibile, ma sopra i 35 di sicuro.
Ispidi capelli corti, occhi con borse scure da viziosa e una bocca da premio Nobel.
 
Sto lì che godo questo pompino lento, salivoso e bollente e penso che questa volta sono afflitto dal pensiero che, con Sadi, potrei passare dall'altra parte della barricata, potrei correre il rischio di essere io la sua scopata, il suo one night affair e il pensiero non mi rende felice.
Io ieri l'ho chiamata per sentire come stava, per rimarcare che per me NON è stato un one night affair e l'ho sentita sbrigativa. Le ho chiesto se fosse occupata e mi ha risposto che era un brutto momento, scusandosi. E non l'ho sentita più. Forse si apre per me la stagione del contrappasso.

Mi alzo e tolgo il camice a Bertille e le succhio i capezzoli, annusandole le ascelle, mentre lei mi sega con la mano calda e ruvida. Questa beurette è selvatica, sa di sudore acre, è poco pulita, mi piace. Le dico di mettermi il preservativo, porgendoglielo. E lei me lo mette. Le alzo le gambe e le lecco la fica puzzolente per assaggiarla, poi ci sputo sopra per lubrificarla e poi glielo sbatto dentro senza tanto riguardo e la chiavo.

Sadi ha qualcosa di magnetico che mi strega e mi apre orizzonti e scenari e scene che mi emozionano, ma devo essere pragmatico e ricordarmi di essere Tazio a Parigi, per cui, osservando la situazione come se riguardasse un altro, la probabilità che si sia trattato di un one night affair è elevata. Però vi sono dei dettagli che mi rincuorano. Non si dà mai il cellulare a un one night affair. Mai. Per cui, se anche sono stato un one night affair, Sadi non è avvezza a trattarli e la cosa, inspiegabilmente, mi rende felice.

Bertille ansima, strizzandosi le poco graziose tette.
"Godi?" le chiedo fottendola duro. "Oui" e si morde il labbro inferiore chiudendo gli occhi.

Io sono un animale molto strano, che probabilmente si è pure rovinato da solo nel corso del tempo. E adesso avrei bisogno di avere quel minimo di esperienza che, invece, pur essendomi scopato seimila donne, non ho. Forse perchè questa volta mi sento in una sorta di stato di inferiorità, rispetto a Sadi. Devo lavorare su questo pensiero, devo approfondirlo.

Annuso sotto le dita dei piedi della zoccola e godo come un porco. Fetidi ed eccitanti. Sporchi, neri, deliziosi. Sguscio fuori dalla sua fica inzaccherata e mi tolgo il preservativo. Lei si siede e mi spompina furiosa. La incito animalescamente e lei esegue. Quando sente che sto per venire mi tira una sega velocissima, sputandomi sul cazzo e io le sparo una gran sborrata sulle tette. Fine.
Com'è semplice, cazzomerda. Non le ho praticamente mai parlato ed ora abbiamo raggiunto il massimo livello di intimità. La guardo mentre, nel bagno, si sciacqua il petto e penso che è deliziosamente semplice, così.

Prendo il portafogli e lei mi dice di no. Mi dice che devo parlare con Hammed.
Prende il vassoio e se ne va. Magnifico.

Voglio rivedere Sadi, ma qualcosa mi dice che sono solo io a desiderare un altro incontro. E questa sensazione mi blocca, mi impedisce di telefonarle, ma il non telefonarle mi rende idiota.

Credevo di aver superato questo stadio alla fine del liceo e invece no.
Dicono che pioverà, oggi.
Speriamo di no.

venerdì 15 marzo 2013

Giovedì sera come Josephine Baker

J'ai deux amours, mon pays et Paris.
E dopo cena mi sorge la necessità di digerire la canard ed allora mi avventuro a passeggiare e ad un tratto vedo un negozio aperto, uno di quelli che vendono gioielli di basso costo, bigiotteria ed affini e, siccome ha le porte tenute aperte, entro. Così, per sport. Per cazzoneria, per noia. E mi metto a girare meditabondo osservando i banchi illuminati e poi, d'improvviso, la vedo e mi colpisce. Una bella magrebina, ma bella bella, riccia riccia, con il visino illuminato dal bancone espositivo e la guardo e lei, alzando gli occhi, vede che la guardo e mi guarda e io giro e la guardo e lei gira e ogni tanto mi guarda e così prendo la decisione e sfodero un sorriso Colgate e faccio un timido ciao veloce con la manina e lei ride e mi guarda e io rido e la guardo e 'sta menata si trascina per un bel dieci minuti, sinché d'improvviso lei, traditrice, si gira mi fa ciao ed esce in strada e se ne va.
Che non esiste, diciamocelo.
Per cui via, superrazzi ultrafotonici on e attraverso il negozio e esco come la furia dell'apocalisse, ma non occorreva, perchè lei era semplicemente lì, in contemplazione della vetrina accanto e allora la stampo, idiota come solo io so essere e lei ride, di denti candidi e una vocina sottile sottile e chiacchieriamo.

J'ai deux amours, mon pays et Paris.
A Parigi ciò che deve compiersi si compie senza intralci.
A Parigi c'è onestà intellettuale, nessuna prova, nessuna demo. O è, o non è.
E ci penso appena mentre lecco quelle piccole tettine dai capezzoli di cioccolato ricoperte di pelle ambrata di miele odoroso, calda, liscia, morbida, lecco i piedi belli da bambina, chiari sulla pianta, le entro dentro in un soffio, è larga, pelosissima, bagnata, carnosa, acre e seducente. La scopo forte, mi abbraccia, i ricci ispidi, l'alito profumato di pastis, le ascelle appena ispide, esotiche e salate, la pelle deliziosa da succhiare, il volto che si fa serio di piacere serio, sbatto, fotto, fotto, fotto, tra i suoi sensualissimi "oui" sussurrati, le unghie piantate nella schiena, la lingua rosa che lecca le belle labbra, la succhio, le scopo la bocca con la lingua, la giro, di fianco, di dietro, di sopra, bella, nudissima, caldissima, la mangio, la lecco, le infilo la lingua nel buco del culo scuro, carnoso, estroflesso, e lei viene in un pianto tenero e grazioso, un tono delicato, soave e musicale e poi balza come una fiera, mi spoglia della gomma impersonale e attacca un gran pompino rumoroso, con le guance depresse e la pelle un poco lucida e le scoppio nella bocca e lei, abile, lascia uscire la sborrata che mi cola lungo l'asta e lei sega, succhia e mugola, spalma sborra sulle tette e le dita le si imperlano di lucido, come il mento e le tettine e poi basta, ci si schianta ad ansimare, nella mia stanzetta anonima, che comincio già ad amare.
Che poesia.

Nessuno chiede niente a nessuno.
Ci siamo piaciuti, avevamo voglia di farlo, l'abbiamo fatto.
Mi ritrovo nudo, seduto sul letto, tenendo la mano a quella stupenda magrebina che mi guarda sorridente, vestita di tutto punto perchè sta andando e poi si china, mi bacia, mi sussurra che le è piaciuto e poi conclude, sulla porta, dicendo che ci si vede in giro.
E se ne va.

J'ai deux amours, mon pays et Paris.
Questa città è divina, divina, divina.
Una città divina per Tazio il Divino.
Vualà.

lunedì 14 gennaio 2013

Dammi una mano a tingere la luce di sole

Dammi una mano, Tazietto amore, non mi dire di no, dimmi di sì, che bella mano che c'hai, liscia calda e che bella grossa, spingi amore, sì spingo, mettici un altro dito, svangami, e mi guardi con l'aria drogata di sesso da troia coi ciuffetti di ricci che ti cadono sul viso sudato e muovi il bacino, tenendomi il polso, chiavandomi le quattro dita fino alle nocche e col pollice ti strofino il cazzetto arrossato e tu sbavi e sbrodoli e autoritaria mi dici di mettere dell'altro olio e io eseguo e tu spingi, poi piego il pollice nel palmo e ti chiedo se sei sicura e mi chiedi se l'ho già fatto e ti dico di sì e tu sorridi e sorridendo lurida mi dici che figurarsi se non l'avevo già fatto e io ti torno a chiedere se lo vuoi veramente e tu mi dici che vuoi sentire male e godere e allora io ruoto e sento la carne tesa che sembra che si laceri e ti guardo e tu mi dici indemoniata di non fermarmi e sbatti la testa all'indietro muovendo il bacino arrapata e allora io ruoto, ruoto e scivolo dentro mentre lasci andare un urletto roco e la fica si richiude attorno al mio polso e dentro sei tenera come una vitellina e io chiudo il pugno e ti stantuffo lievissimo, mentre mi guardi con gli occhi sbarrati e la bocca aperta piegata in un micro sorriso e ti lecchi le labbra buttando la testa all'ìndietro, respirando profonda, spalancando le gambe, brontolando che ti piace di essere sfondata da me e io pompo e tu ti torturi le tettine appuntite e io ti scopo la fica col pugno chiuso di dentro e sei liscia, liscissima, bollente e godi, godi da pazzi e ti scappa un piccolo goccio di piscia e ti muovi, dando pugni sul materasso e mi dici che ti senti scoppiare di dentro e schizzi piscia di nuovo e godi e con l'altra mano ti massaggio col polpastrello del pollice il buco del culo e mi guardi terrorizzata e mi dici di non farlo e io non lo faccio, anche se l'idea di pomparti nel culo e nella fica con entrambi i pugni mi arrapa e tu mi dici che arrapa anche te ma hai paura e io aumento le pompate e tu ti metti quasi seduta e mi prendi il braccio e mi spingi dentro di più e scorreggi e io ho il cazzo di acciaio triplex, dritto come un pennone e ti masturbi il clitoride duro, schizzando piscia di tanto in tanto e mentre ti pompo, sudando, sollevo il tuo delizioso piede di destra e ti annuso sotto le dita, dopo tutto quel camminare di oggi e sei fetida, pesante, ammorbante, deliziosamente puzzolente e ne godi, sozzamente sorridente e io mi schizzo lungo una coscia senza nemmeno toccarmi e tu sbavi e a me resta duro e ti tolgo la mano da dentro, lentamente e con cura e poi mi infilo col cazzo nella caverna slabbrata della tua fica sfondata, fottendoti come un animale.

Ti fotto di brutto e parliamo, ci diciamo che ci amiamo, ti dico che non posso vivere senza di te e mi tiri i capelli, mi stropicci la faccia, mi mordi, mi lecchi, grugnisci, poi ti sento venire che schizzi dappertutto e piangi e io continuo e tu ti plachi e io ti dico di un fiato, ti chiedo in un lampo, ti sussurro in un respiro, ti chiedo di sposarmi, di essere mia moglie, la madre dei miei figli, la donna della mia vita e tu resti basita e poi mi baci, mi succhi, mi mordi le labbra e mi dici sì, sì, sì, sì, sì.

E la luce si tinge di sole.

lunedì 10 settembre 2012

Tradizioni da recuperare

Passo la pausa pranzo al telefono col Loca, che lui e la ciurma, composta dai soliti guasconi, mi sono a Bari per un servizio. Sicché dai che ti ridai mi si fanno le due e mezzo che mi arriva l'appuntamento, chiudo coi guasconi e prendo rapido un caffettino placa fame e poi il personaggio arriva, ci sediamo, altro caffè, vai di menate e mi si fanno le tre e tre quarti. Poi il personaggio schioda che c'aveva daffà e io finalmente posso ingurgitare qualcosa, che ieri sera sono andato di panino aeroportuale britannico che non ve lo racconto nemmeno. Faccio ciao ciao con la manina alla Betta e scendo e quando sono all'ultimo scalino mi ricordo che è oggi è il cazzo di lunedì del cazzo e il cazzo di Bar Centrale del cazzo è cazzo chiuso cazzo, cazzosissimamente chiuso, chiusissimamente cazzo.
Per cui, volente o nolente, anziché girare a destra giro a sinistra ed imbocco la porta di quell'allevamento industriale di salmonella e coli fecali che è il Vomit Paradise Lounge della Sozza Siusy, in arte LaBaristadallatettalunga.

Per ragioni varie da parte mia e per ragioni precise del Costa e della Ciurma, qui al Vomit Paradise Lounge non ci siamo praticamente venuti più. Però io con lei non c'ho nessuno scazzo e quindi, essendo cliente pagante, accedo con la spensieratezza leggiadra di una scorreggia mollata nel vento dei Caraibi.
"Chi non muore si rivede" esordisce la putrida donzella da dietro al banco.
"Mogli e buoi dei paesi tuoi" rispondo tentando con fatica di parificarmi al livello culturale di cui è intriso quel piacevole bistrot.
"Come stai?"
le chiedo accoccolandomi sullo sgabello fuori linea banco, vicino alla porticina di legno d'entrata e uscita del medesimo, afferrando il Resto del Carlino e cominciando una squadratura sommaria della bovina laida che, al di là, sculava mammifera servendo caffè.

"Ah io bene eh! Sempre bene qua! Tu piuttosto? Ti sei sposato?" e ride cogliona, ignara del pericolo reale di recisione dei capezzoli, dato il bel lunedì che c'ho.
Poi i ratti seduti al banco escono per infilare nuovamente la condotta fognaria da cui erano usciti e la Mucca arriva da me asciugandosi le mani con un putrefatto asciughino di color isabellino, che pare sia la tinta ufficiale lì dentro.
Ai piedi infradito da bancarella color malva con stampati dei fiorellini microscopici sulle bretelline di plastica lucida, hot pants di jeans tagliati in casa da cui escono le tasche, canottierina gialla con spalline a filo e budella di panza che esce dal bordo di sotto della canottiera per andare a fagocitare, come un novello Blob, la cintura dei pantaloncini hand made (cut). Lurida, putrida, dozzinale, sciatta e mortalmente attraente.
Soppeso qualche embrione di pensiero, rallegrandomi con me stesso che qualche forma di schifosa vita è ancora presente nelle matasse di inutili dendriti del mio sistema nervoso.

"Mi metti su un toast?" le chiedo smorzando qualsiasi esordio pseudosmart della brachicefala, la quale si arresta, scimmiotta un dietro front parodiato, squittendo stridula un patetico "agli ordini!" per andare ad immergersi nel lurido banco da cui pesca l'arma batteriologica che bramavo per pranzo.
"Da bere?" - "Birrino" e lei comincia a spinare, sbilanciando il peso sulla gamba destra, con conseguente estroflessione dell'anca che comporta una invero gradevole asimmetria destra del sensuale culo maiale a chiappa lunga, facendolo diventare ancor più interessante grazie alla curvatura concava della schiena dovuta alla spinta in avanti della pancia suina, mentre nel contempo la gamba sinistra si ripiega appena, appoggiandosi alla destra ed il piede (il superbo piede, vorrei ricordarlo) scivola fuori dalla dozzinale infradito inguardabile, per posare le dita (le superbe dita, vorrei ricordarlo nuovamente) dalle lunghe unghie smaltate di un bel rosso scarlatto brillante, steso certamente di recente, sul bordo della ciabattina cinese, cinese nella più deprimente delle accezioni.

Ripiego il Carlino e odo levarsi dagli anfratti cavernosi dell'inospitale steppa del pianeta Urethron un roco grido della Bestia, del possente Taziosaurus Rex, provandone io stesso paura. Ma anche sorridendo sollevato, poiché la Creatura è viva ed è qui con me. Considero, nel contempo, che oggi è lunedì e alla Casa ci si va di martedì, perché di lunedì non ci si è mai andati alla Casa e mentre riverso sui miei neuroni indolenziti questi saggi spunti di riflessione, la osservo che incede verso di me col birrino in mano, birrino scortato posteriormente da due sporte vuote di carne sessuale dondolante che mi generano un istante di commozione.
Si ferma e lo appoggia su uno strapuntino d'acciaio vicino alla macchina del caffè e io traccio un quadro d'unione ultrarapido, un MiniBridge che mi collega diversi oggetti del desiderio torbido: pelle abbronzata, sudore, sporte, cula, piedi, smalto, cavigliera, puttana carnivora cannibale insaziabile e, mentre Wagner infuria nel mio cervello, le agguanto una tettazza impastandone la mollezza casearia, mormorando con tono da maniaco sessuale "A che ora stacchi stasera?" con l'occhio spermatozoico ed un accenno di bava sulle labbra.

Sortisco un sorriso più lercio della discarica di Malagrotta e, mentre inattendibili ed improbabili tentativi di allontanarmi dal suo petto da zoccola si susseguivano molli ed inutili, la voce sibilante mi comunicava, con le esce scesciuali "Lo sciai, eshco alla sciolita ora, alle otto e mezza che chiudo". Mi affretto a sganciare la presa causa avventore e le dico "Allora aspettami qua davanti che andiamo a mangiare assieme" e provo un inturgidimento della minchia che mi ridona il buonumore, perché stasera io non c'ho bisogno di raffinati merletti erotici, io c'ho bisogno della maiala porcazza sporca e puzzolente che mi fa entrare in tutti i suoi deliziosi viscidi buchi maleodoranti per donarmi il sommo piacere della depravazione laida e antigienica.

Trangugio il toast, scolo il birrino, chiedo quant'è, mi risponde "a posto", chiedo sommesso se siamo d'accordo, mi strizza l'occhio sorridendo ed esco felice, felice di aver ritrovato  gli antichi sapori delle tradizioni proletarie da recuperare.
Ha! 

giovedì 24 maggio 2012

I'm here to serve and please you, Sir


Alle tredici e trenta ritorno nella mia magione agreste per pranzo, poiché la mia kajira m’ha avvisato d’avermi preparato qualcosa di fresco ed appetitoso: pasta fredda alle verdure dell’orto.
Sotto il portico la tavola è apparecchiata per uno, perché lei, la mia kajra, ha già pranzato per potermi servire con cura. Vino bianco gelato, pasta fredda, pane fresco, formaggio di pecora e olive taggiasche: mi serve a seno nudo, con addosso solamente un piccolo pareo bluette e bianco che le lascia scoperto un fianco e talvolta la fica. Mi sbottono la camicia e la tolgo e mi godo il calore dell’aria e le premure della mia kajira odorosa, che si dà un gran da fare e mentre mangio siede a tavola accanto a me, guardandomi, pronta a scattare e a servirmi ed io mi sento più ricco e potente di un sultano, di un imperatore, di un dio, di un tesoriere della Margherita.

Mangio a torso nudo, come un sexy bifolco. La guardo, con qulle piante dei piedi sporche, annerite di polvere e la pelle sudata e ricoperta di crema, che comincia ad abbronzarsi la mia kajira sudata, perché la mia kajira questa mattina ha balneato qui, inerbendosi anche un bel po’, tormentandosi pure la carne molliccia e salata, ascoltando incommestibili musiche arcane.
La mia kajira è un’autentica porca, perché parla poco, ma mi guarda con un sorrisino che da qualunque parte lo si prenda reca la scritta “ho voglia di cazzo” e questo mi piace, perché in questi momenti è dannatamente femmina e dannatamente animale. Siede con le gambe aperte, per mostrarmi la fica ed io mangio in silenzio, sbranando del pane, grugnendo nel piatto senza staccarle gli occhi dalla fessura esibita.

Verso la fine del fiero pasto comincia a far su una porra, perché la tradizione del Regno è caffè e poi porra e sia mai che la si rompa. Poi entra sculando laida e sciatta come una scrofa in calore e mi prepara il caffè e me lo porta e io lo sorbisco rumoroso, destando un suo sorriso marcato con morso di parte del labbro inferiore, perché io e lei se ci mettiamo piantiamo su un teatrino che non ce n’è per nessuno.
Caffè e rutto sonoro, poi mi tiro indietro dal tavolo trascinando la sedia e mi sbottono la cinta e faccio scendere la cerniera, che non è ancora scesa del tutto che la mia kajira s’è liberata del ridicolo pareo copriuncazzo ed è inginocchiata tra le mie gambe, intenta a far prendere aria al pitone.

Mi libera di scarpe, pantaloni e boxer e mentre io, il sultano, l’imperatore, il dio, il tesoriere accendo la porra, lei mi tira una pompa che vi garantisco è da nobel, perché la mia kajira si sta allenando a ingoiarmelo tutto, cosa che ritengo un insulto alla fisica, ma non ho alcuna intenzione dal dissuaderla a persistere.
Di tanto in tanto le passo la porra e lei tira veloce, restituisce e continua quel magistrale bocchino e golino, ed io rifletto sulla mia giornata e considero anche che da ieri sera non faccio che chiavare come un porco schifoso e me ne rallegro e mi compiaccio. Poi la porra finisce e con lei anche la mia voglia di resistere e così le schizzo in bocca tutto il nettare del dio, del sultano e dell’imperatore, ma non quello del tesoriere, perché la Skizza è la sacra kajira del sacro sultano, che i tesorieri vadano a zoccole e non rompano i coglioni.

Adoro la mia kajira.
Sa tirare fuori il peggio di me e ne gode, offrendomi in cambio il peggio di sé che tanto godere mi fa.
“Non chiedo che servirti e darti piacere, padrone” sussurra laida, sapendo che non ci crederò mai a quella presa per il culo geniale, ma sapendo anche che la cosa mi infoia e mi eccita al punto che, avvertendo che l’erezione persiste e si ingrossa nonostante il bocchino testè terminato, la piego sul tavolo ancora apparecchiato e la chiavo come un montone kazako, facendola schizzare come un cetaceo delle Azzorre.

Io adoro la mia kajira inerbita.
Ma tanto.

mercoledì 23 maggio 2012

Lentamente


L’intensità delle scosse sta diminuendo e il tempo tra loro lentamente aumentando.
Io non sono un cazzo di nessuno, ma mi dà l’impressione che non sia male.
D’accordo, ogni tanto ne arriva una che andresti a vomitare il cuore dal cagone che ti viene, però anche alla vomitata estemporanea si comincia a farci l’abitudine e lentamente si ritorna al quotidiano.
E anche se sembra una cosa brutta è, invece, una cosa giusta.

Ieri pomeriggio mi sono scorrazzato la Skizza in giro per la pianura padana ed è stato un bene.
Intanto ha visto cose nuove, che non era mai stata in uno studio di ripresa serio. E poi si è rilassata.
Abbiamo chiacchierato moltissimo in macchina, di mille cose. Ci siamo fermati in un posto sperduto dove un ragazzo ed una ragazza hanno aperto una cicchetteria e abbiamo cenato lì, molto easy, molto cazzomenefrega, che è uno stile che ci accomuna parecchio, a me e alla Skizza. Poi siamo tornati indietro pian pianino e siamo andati a casa. E fortunatamente, stanotte non abbiamo sentito ballare. E abbiamo anche dormito.

“Dì a tua madre che qui c’è da cagarsi addosso di brutto, che rimanga pure al lago a vita” le propongo.
“Troppo tardi” – mi dice – “ domani [oggi] ritorna. Ma mi ha anche detto che venerdì mattina riparte e va a Roma, che una sua amica inaugura una galleria” e questa è una buona notizia, sì.

A casa, alle undici di sera, abbiamo aperto una bottiglia di Chardonnay gelato. E ce la siamo seccata con calma, ubriacandoci lentamente, mollemente. Ho anche girato un cannino leggero, che era da sabato che si faceva gli astenuti. E poi le ho tolto le ballerine e le ho annusato i piedi. E ci siamo arrapati tutti e due.
Perché se a me manda fuori di testa annusare il suo puzzo animale, a lei manda fuori di testa farsi annusare quando sa di puzzare animale. E abbiamo scopato molto, che anche quello era da sabato che non si faceva più.

Sono contento di stare con la Skizza.
Sono contento di esserle vicino come necessita.
Mi fa star bene.

sabato 5 maggio 2012

Il lungo post dei lunghi piaceri


La serata al Circolo volge al termine.
Un venerdì pigro, come ogni venerdì. Milly sosta in corridoio, chiacchierando col Giovanotto Solitario.
La raggiungo e la saluto. Mi accarezza sorridente il viso, dicendomi che non sperava di vedermi e che è contenta della sorpresa.

Mi prende sottobraccio e camminiamo sino al Salone Principale.  Inquieta non c’è, è già andata via. Me lo dice con un guizzo negli occhi. Le verso da bere, mi chiede come sto. Come sto. Già. Come sto?
Le accarezzo le natiche sopra il vestito nero di organza di seta. Credo sia una risposta esaustiva.
Mi avvicino al suo orecchio e le sussurro, in una tirata sintetica senza pause, la mia visione della scena mai vissuta, di lei non lavata e discinta come una vacca da postribolo decadente, delle sue sudice infradito e dei suoi piedi da leccare, del pavimento della sua cucina, di Habana dietro di me nudo, carponi, che le offro culo, coglioni e cazzo da mungere.

Occhi sozzi, sorriso affilato, sopracciglia che si sollevano e si riabbassano in un guizzo maligno.
“Vai di là e fatti dare da Haby un accappatoio e aspettatemi… ne avrò per poco… cercate di resistervi… non vorrei dovervi punire entrambi se vi colgo a copulare…” sibilato a un millimetro dalla mia bocca. Profumo di whisky e nicotina mescolati a un parfum dolce, sensuale e lascivo.

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Lecco. Nudo, oscenamente inginocchiato su quel deprimente pavimento fatto di piastrelline dal colore ospedaliero. Lecco le stringhe di gomma dozzinali, con la lingua piatta, sentendo la pelle nuda ai bordi. Succhio le dita della Padrona, godendo del profumo della sua pelle sudata che muta tonalità allo spargere della mia saliva. Lecco e succhio. Succhio le dita una ad una, lecco la suola della ciabattina estiva impressa dell’impronta scura del suo sudore mischiato alla polvere e allo sporco. Strofino la faccia bagnandomi le guance. Spingo all’infuori il culo come una puttana, offrendo alle sapienti cure di Habana il mio buco del culo ed i miei genitali.
Milly fuma, lenta, compiaciuta, puzzolente tanfo di sigaretta popolare francese che mi eccita.
Sollevo lo sguardo, di tanto in tanto, per cogliere il suo piacere.
Le dita di Habana si fanno strada dentro di me, la sua mano impugna gentile il cazzo, mungendo, tirandolo verso il basso, piegandolo all’indietro. Unghie che graffiano appena, strozzature esaltanti, lingua leggera, dita che allargano, due, tre, quattro.
Mi deformo la bocca accogliendo tutte le dita di Milly, che si muovono sensuali sulla mia lingua ed il mio palato. Olfatto, gusto, vista, tatto e udito.

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Mentre dedico tutto me stesso a leccare la fica pelosa di Milly, Habana indossa quello strapon nero. Talmente grosso da fare paura e gola allo stesso tempo. Milly me lo fa sbocchinare e la cosa mi eccita. Mi chiama lurida troia, perché lo sa bene che godo ad essere chiamato così. I capezzoli di Haby sono stretti, duri, sporgenti. Succhio, sono la loro lurida troia. Non voglio altro.

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La Dea Nera mi agguanta saldamente per i fianchi mentre ficca veloce nel mio culo. E’ delizioso, sono in delirio, in coma, in estasi. La sento ansimare dall’eccitazione. Milly mi graffia la schiena, mormorando che adora vedermi sotto. Sotto. Sì, voglio stare sotto come una lurida troia in calore. Mi tira per i capelli guidando la mia bocca verso la sua fica. Milly adora che le si lecchi la fica. La fica e il culo. Incita Haby a sbattermi più forte e io sento il mio buco teso bruciare caldo come poche volte l’ho sentito in vita.

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Una macchia di lucido sudore tra i seni di Haby la rende ancor più irresistibile. Mi ricopro di gel lubrificante il cazzo, mentre Milly sale su Haby impalandosi la fica con quel cazzo finto gigante. Resta curva su di lei, aspettandomi. Mi sistemo e le entro nel culo. E sincronizziamo il movimento, l’onda, l’andatura. La carne nel panino. Mi lampeggia nella mente quella frase della Ade. Sudiamo tutti e tre, godendo, faticando intensamente per dare alla Padrona il piacere che merita. Odoriamo di umanità sudata, lurida.
Godiamo senza freni.
Mordo la spalla di Milly che laida bestemmia dio sotto voce, gradendo, incitandomi a morderla ancora.
Le mordo la nuca, inculandola forte. Come un leone fa con la leonessa e Milly sbava di godimento.

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Un urlo nella notte, un rantolo osceno, turpiloquio irripetibile, blasfemia che mette in imbarazzo anche me.
Poi carezze, capelli sudati appiccicati alla faccia macchiata di trucco sbavato, denti felini che sorridono la soddisfazione, baci, saliva, fiatone. La Padrona è venuta ed ora si scioglie nell’umano degrado molle del dopo. Rimaniamo io e Habana, serpi arrapate, fedeli servitori dei piaceri carnali della Bestia, a guardarci, a sperare in un segno indulgente della Miss appagata.
Milly sorseggia dell’acqua, nuda, in piedi, accanto al letto su cui giaciamo io e la Bella d’Ebano, incapaci di non tormentarci ciascuno i propri genitali, pendendo dalle labbra della Belva.
“Sbranatevi” impartisce secca, dopo aver acceso una fetida Gauloise.

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La lingua nel culo. Gliela spingo divaricandole le natiche, assaggiando i sapori amari esotici ed erotici di quella Bambola di Carne Nera. La voglio ripagare del godimento anale che mi ha regalato e la inculo. Forte, sentendo il cazzo che brucia mentre le violo il buco scuro, godendo del suo urlo di piacere. Ficco nell’intestino bollente, estasiato dalla sensualità della sua schiena e della sua testa nuda. Lecco pieghe tenerissime, sudore salato, pelle del cranio unta e lucida. La abbraccio sbattendole il cazzo nel culo, cercando di generare tenerezza nell’abbraccio al suo corpo e violenza deliziosa negli affondi isterici. Mi piace, mi fa impazzire, sento le sue mani lievi che mi carezzano la pelle mentre abuso, svangandolo, del suo ano.

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La Miss giace accanto a noi, fumando, godendo sgualcita della bestialità di quell’amplesso furioso. Non smetterei mai di scoparla, è una Divinità Nera, sovrannaturale, stupenda. La lecco ovunque, la assaporo ovunque, mi sciolgo nei suoi occhi scuri che mi raccontano quanto le stia piacendo essere trafitta a quel modo. Sudata, lucida, odorosa, saporita. Le lecco la sommità del cranio, non riesco a resistere e lei mugola di tenero piacere quando la mia lingua lascia una scia bagnata sulla sua pelle. La faccio urlare battendo i pugni due, tre, quattro volte, resistendo, sentendo una voragine gonfia aprirsi dentro al cazzo, ma non smetto, ficcandomi in bocca i suoi piedi, fino al momento in cui non posso più non cedere.

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Esco impugnando il cazzo e la Bella di Ebano scatta felina e si accoccola ai miei piedi, chinando il capo ad indicarmi dove vuole essere colpita dal mio seme rovente. Strofino la cappella su quel cranio sensuale e poi strozzo veloce e macchio di lattiginose gocce abbondanti il suo capo, con lei che mugola piacere sottile  e Milly sorride mormorando un “aaah” gutturale di stupito piacere. Le dita di Milly spalmano lente, mentre io mi chino ad abbracciare la Dea Nera, leccandole via dal cranio ciò che le ho spruzzato. Le sue dita mi accarezzano lievi e i suoi occhi sono chiusi. La bacio. Guardo Milly. Stringo Haby. La annuso. Accarezzo Milly che si avvicina all’abbraccio mormorando in inglese, per essere sicura che Haby comprenda, che sarò l’unico Maschio con cui avrà facoltà di accoppiarsi. Un regalo sublime, la ringrazio baciandola.

Superba serata. Superba.

venerdì 27 aprile 2012

Troia depravata


Una e cinquantuno, serata chiusa.
Milly compare nel cucinino con la vestaglia aperta, dicendo che fa caldo. Cade molle sulla sedia, mentre Habana, con addosso solo una canottiera nera lunga, abbondantissimamente scollata sotto le braccia, le serve la cena: carne Simmenthal ed insalata. Ed un bicchierone di vino rosso.
Siedo al mio solito posto, questa volta vestito. Mi piace questo scorcio di degrado al termine della serata.

“Come va?” chiedo a Milly mentre mastica l’insalata e la sgrassatura di osso di vacca. La trovo maschile, questa sera, attraente in una maniera diversa. Inizia lentamente a parlarmi di una situazione legata ad un probabile “trasloco estivo” della Casa verso un luogo isolato, che favorirebbe alcuni lavori nella “sede invernale” che richiedono d’essere fatti. Noiosissimo, ma ascolto.
Habana lava due piatti e poi si appoggia ai fornelli, ascoltando. Le faccio cenno di sedersi sul mio ginocchio e, contemporaneamente, pongo dei quesiti standard sull’argomento introdotto da Milly.

Habana richiede un consenso muto, con gli occhi. Milly fa un cenno del capo e la gazzella di ebano siede sulla mia gamba, cingendomi le spalle col suo delicatissimo braccio. E’ leggerissima. E’ caldissima. Le cingo i fianchi, mentre Milly parla di una villa sperduta in un posto sconosciuto. Sento l’impronta calda della sua fica trapassare il tessuto dei miei pantaloni. Rovente.

“Chi è l’Oscuro Soggetto?” chiedo al termine della conferenza sul trasloco.
“Perché ti interessa?” mi chiede Milly curva sulla terrina di insalata, alzando gli occhi.
“Perché mi incuriosisce quel gruppetto fatto dalla Bionda, il Marito e l’Oscuro Soggetto” rispondo.
Milly mastica, io accarezzo le splendide natiche nude di Habana. Habana mi fa una sorta di grattino lentissimo alla spalla. Sono sedotto dal suo tocco. E’ una Divinità.

“E’ una persone influente” trancia didascalica Milly ad occhi bassi. E io non ho repliche, l’argomento è esaurito. Accarezzo l’inizio del solco delle natiche di Haby, delicatamente. Lei si inarca appena, a segno che gradisce. Milly agguanta una mela e la seziona chirurgicamente col coltello seghettato. Io scorro il dito lungo il solco di ebano, premendolo tra la sua carne e la mia gamba, raggiungendo il bordo dell’ano che massaggio con una delicatezza che vorrebbe assomigliare alla sua, ma l’impresa è impossibile. Nessun umano può essere delicato come Haby.

Milly si alza, cercando con la lingua residui di mela.
“Vado in bagno” dichiara lapidaria “cercate di comportarvi male” aggiunge con un sorriso lurido. E va, ciabattando bagascia. Corro con la mano sulle cosce di Haby, ce l’ho durissimo già da un po’. Salgo sulla pancia, baciandole la spalla, annusandole il collo, strizzandole i seni. Mi solleva delicatamente il mento con le dita della mano destra e mi bacia. Labbra carnose, stupende, lingua grossa, caldissima. Mi fa impazzire. Le abbasso la testa, accarezzandole la guancia e le lecco il cranio nudo. Ho scoperto di essere feticista delle sua testa nuda. Mi fa godere leccarle il cranio. Pelle sottile, tesa sull’osso, liscia, bollente. Mi fa godere.

Poi Milly torna e io, quando la sento ciabattare con il sottofondo dello sciacquone, smetto.
Accende una sigaretta delle mie, osserva il soffitto soffiando fumo e mi informa.
“Inquieta è disponibile a farti usare Svetlana se tu sei disponibile alle sue condizioni”
“Quali?” chiedo curiosissimo.
“Uno scambio. Svetlana in cambio di una ragazza giovane, ignara, ma curiosa”
Sorrido.
“E’ proprio una vecchia troia” aggiungo divertito.
Milly annuisce aprendo bene gli occhi, aspirando una boccata. Poi soffia il fumo e commenta.
“E’ una vecchia troia depravata. E col tempo peggiora” e ride.
“Già” e sorrido.

Habana appoggia le mani sulle ginocchia, protendendosi molle in avanti, riassestandosi sulla mia gamba. La nuova posizione mi agevola l’accesso al suo ano. Lo massaggio e lo penetro lentamente con la punta dell’indice.
***
In macchina, annusando il dito che ho fatto scivolare nell’ano della Divinità di Ebano, penso.
Penso allo scambio, penso che mi eccita di più quello che avere Svetlana in quanto tale. E penso e mi illumino, con un sorriso solitario. Penso che la settimana prossima darò un colpo di telefono alla Squaw.  Una Squaw in cambio della mascolina Svetlana è un buon affare, sì. Annuso il profumo di intestino caldo di Haby ed ho voglia di masturbarmi.

E’ una troia depravata che col tempo peggiora.
Com’è vero. Ma non lo siamo forse tutti?