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lunedì 24 ottobre 2016

La semplictà

Semplice, è così semplice, ma così semplice che talvolta mi sembra di rubare in chiesa. Compro mutande da Intimissimi, rigorosi boxer di maglina neri e, mentre spazio guardando i pigiami da uomo la incrocio che guarda pigiami da uomo. “Scusami, ma tu sei la proprietaria del Capitano Paff a Strazzabosco Valnuti Villa del Catenazzo, o mi sbaglio?” – “Non ti sbagli, ma ero proprietaria, ho venduto da un secolo, ma come fai a ricordarti di me???” stupore e emozione e sale la lusinga, cresce, ammanta, scalda, sveglia l’autostima con un “oh, sveglia, sono la Lusinga, ma puoi chiamarmi Lusi”, ed allora il Principe Suino affonda, sorride, finge imbarazzo, confessa antichi deboli, mormora sapidi ed educati corteggiamenti inequivocabili, tra mutande e fusò e la lusinga scioglie, fonde, liquefa e umetta labbra nascoste e tempo un’ora e tredici minuti (sottolineo il timing), scopro finalmente, dopo anni di arrovellamento, la geometria del vello pubico della tenera Arianna MILF benissimo mantenutissima, dolente prigioniera del labirinto del matrimonio che la spinge negli inferi della noncuranza, scopro la dolce morbidezza delle sue non perfette dita dei piedi, ma l’estetica scompare di fronte all’intimità proibita e mollemente concessa e godo con lei orgasmi intensi e profumati di deodoranti ascellari all’Alohe Vera e creme da corpo da banco della parafarmacia.

Tradire per riscattarsi, in un lampo, veloce cedimento infatuato di un “io” vessato e compresso e l’urlo della rivoluzione chiama la fica sulle barricate, spogliandola dell’abito di premio assoluto per colui che manco la caga di striscio e la fica bellicosa si veste da spada di battaglia che ferisce ammiccante  per essere ancor ricordata come la fica della proprietaria del Capitano Paff di Strazzabosco Valnuti Villa del Catenazzo, non consapevole che io, porco di razza di consumati razzolamenti sozzi, dopo questa gradita ficcata forestiera la ristabilirò giù, laggiù dove lo sposo la conserva, nell’oblio del nulla, fedifraga e annullata, sporca di una macchia che renderà moralmente insostenibile salire sulle barricate domestiche per una riaffermazione e, mentre io torno a casa coi miei morbidi boxer di maglina, fresco di una doccia consumata in un alberghetto da troie nascosto in città, lei si scioglierà nei vapori della memoria, come succede in questi casi.

Semplice, anche troppo semplice.
Tazio Bastardo Superstar.

venerdì 15 marzo 2013

Giovedì sera come Josephine Baker

J'ai deux amours, mon pays et Paris.
E dopo cena mi sorge la necessità di digerire la canard ed allora mi avventuro a passeggiare e ad un tratto vedo un negozio aperto, uno di quelli che vendono gioielli di basso costo, bigiotteria ed affini e, siccome ha le porte tenute aperte, entro. Così, per sport. Per cazzoneria, per noia. E mi metto a girare meditabondo osservando i banchi illuminati e poi, d'improvviso, la vedo e mi colpisce. Una bella magrebina, ma bella bella, riccia riccia, con il visino illuminato dal bancone espositivo e la guardo e lei, alzando gli occhi, vede che la guardo e mi guarda e io giro e la guardo e lei gira e ogni tanto mi guarda e così prendo la decisione e sfodero un sorriso Colgate e faccio un timido ciao veloce con la manina e lei ride e mi guarda e io rido e la guardo e 'sta menata si trascina per un bel dieci minuti, sinché d'improvviso lei, traditrice, si gira mi fa ciao ed esce in strada e se ne va.
Che non esiste, diciamocelo.
Per cui via, superrazzi ultrafotonici on e attraverso il negozio e esco come la furia dell'apocalisse, ma non occorreva, perchè lei era semplicemente lì, in contemplazione della vetrina accanto e allora la stampo, idiota come solo io so essere e lei ride, di denti candidi e una vocina sottile sottile e chiacchieriamo.

J'ai deux amours, mon pays et Paris.
A Parigi ciò che deve compiersi si compie senza intralci.
A Parigi c'è onestà intellettuale, nessuna prova, nessuna demo. O è, o non è.
E ci penso appena mentre lecco quelle piccole tettine dai capezzoli di cioccolato ricoperte di pelle ambrata di miele odoroso, calda, liscia, morbida, lecco i piedi belli da bambina, chiari sulla pianta, le entro dentro in un soffio, è larga, pelosissima, bagnata, carnosa, acre e seducente. La scopo forte, mi abbraccia, i ricci ispidi, l'alito profumato di pastis, le ascelle appena ispide, esotiche e salate, la pelle deliziosa da succhiare, il volto che si fa serio di piacere serio, sbatto, fotto, fotto, fotto, tra i suoi sensualissimi "oui" sussurrati, le unghie piantate nella schiena, la lingua rosa che lecca le belle labbra, la succhio, le scopo la bocca con la lingua, la giro, di fianco, di dietro, di sopra, bella, nudissima, caldissima, la mangio, la lecco, le infilo la lingua nel buco del culo scuro, carnoso, estroflesso, e lei viene in un pianto tenero e grazioso, un tono delicato, soave e musicale e poi balza come una fiera, mi spoglia della gomma impersonale e attacca un gran pompino rumoroso, con le guance depresse e la pelle un poco lucida e le scoppio nella bocca e lei, abile, lascia uscire la sborrata che mi cola lungo l'asta e lei sega, succhia e mugola, spalma sborra sulle tette e le dita le si imperlano di lucido, come il mento e le tettine e poi basta, ci si schianta ad ansimare, nella mia stanzetta anonima, che comincio già ad amare.
Che poesia.

Nessuno chiede niente a nessuno.
Ci siamo piaciuti, avevamo voglia di farlo, l'abbiamo fatto.
Mi ritrovo nudo, seduto sul letto, tenendo la mano a quella stupenda magrebina che mi guarda sorridente, vestita di tutto punto perchè sta andando e poi si china, mi bacia, mi sussurra che le è piaciuto e poi conclude, sulla porta, dicendo che ci si vede in giro.
E se ne va.

J'ai deux amours, mon pays et Paris.
Questa città è divina, divina, divina.
Una città divina per Tazio il Divino.
Vualà.

mercoledì 13 febbraio 2013

Eccessi infernali

Tutto ci dice "Benvenuti all'inferno", a partire dalla musica altissima, rappaccio suburbano, martellante, distorto, poi la bolgia, il carnaio, la gente che urla, sudata, pressata, odore di canna, duemila pusher che strattonano, caldo, umido, caldissimo, le luci, i gruppi dalle facce indemoniate che si uniscono in grida bestiali che non riesco a capire, trascino la Skizza, voglio andare al banco a bere, mani, braccia, corpi, sudati, umidi, due vodke, pago cash, in tasca c'ho solo i soldi e nient'altro, niente anelli, catenine, niente, dò la vodka alla Skiz, tracanniamo, ti piace?, figata!, mi urla a bocca aperta e poi si mette a ballare nei suoi venti centimetri quadrati di spazio e io ordino altre due vodke, cheers, tracannate, poi le tipe strafatte si inerpicano sul bancone, scalze, che qui tutto è viscido e cominciano a ballare tra le urla bestiali degli amici della parrocchia del Sacro Cuore di sicuro, comincia la gara a inzupparle di birra e queste si spogliano e in cinque minuti ce ne sono altre due nude sul banco che ballano, oddio ballano, traballano sarebbe più corretto e sudiamo come maiali e tracanniamo vodka a cannone, poi ci spostiamo, c'è un'altra saletta di là, dove c'è un capannello urlante e capiamo che in mezzo al capannello sta succedendo qualcosa e allora ci accapanelliamo anche noi e tra le fessure del capannello vediamo che un pezzo di manzo di colore lo sta allungando di brutto a una tizia bruttina che gode come una bestia, prendendolo a ritmo di musica, col capannello che incita, che è quasi meglio di andare allo stadio, peccato non avere una prima fila, ma pazienza, poi giriamo un pochino, strusciandoci addosso a quell'umanità bestiale di cui noi facciamo parte in piena regola e con pieni requisiti, la Skizza mi urla ridendo che la palpano a cannone e poi vediamo che là c'è una scala che porta di sotto, scendiamo, mica facile, che ci son due fiumane che transumano una verso il basso e una verso l'alto e di sotto non c'è un cazzo, è l'anticesso, dal puzzo di piscia intenso e un caldo infernale che ricorda una stalla, c'è una tizia appoggiata al muro che si spara una spada nel braccio, chiavandosene di tutto, mentre dentro alle cabine dei cessi qualcuno si fa e qualcuno si incula o si sbocchina, c'è chi sniffa sui bordi dei lavandini, sull'orlo della tazza del cesso, c'è un nero enorme che vende a mulino e a noi viene una voglia bastarda di farci e chiedo alla Skiz cosa vuole provare e lei mi dice la coca e io compro dal nero, poi ci troviamo un lurido millimetro tutto nostro e compiamo la liturgia e ci infariniamo ed è un bel botto, il nerone ce l'ha buona, la Skiz si esalta e torniamo di sopra a ballare, impallati come fanali, balliamo e ci slinguiamo e lei mi dice che ha voglia di chiavare, qui, ora, trova un posto Taz, la tiro, la porto, contro il muro, sbottono la masturbo mi tira fuori l'uccello e la gente è ovunque e tutto si amplifica e la giro e la premo sul muro, sudati come se ci fossimo fatti i gavettoni, le abbasso i jeans quel tanto e glielo infilo nella fica e di fianco c'è un tizia così piena che manco capisce che me la sto chiavando, oppure capisce e non le fa sega e credo per la prima volta in vita mia di averle schizzato di dentro appena ho sentito il caldo del suo buco bagnato, ma nonostante lo schizzo ho continuato a chiavarla finchè non ho sentito che veniva anche lei.  

Che serata meravigliosa.

mercoledì 31 ottobre 2012

Zipperless, senza cerniera

Oggi a pomeriggio mi è tornata alla mente Erica Jong ed il suo bestseller "Paura di volare". Mi è tornata alla mente per via di quel termine da lei coniato, zipperless fuck, la scopata senza cerniera. Ed allora, di ritorno a casa, ho cercato le sue precise parole, che vi incollo di seguito.

[...] La scopata senza cerniera è assolutamente pura. Non ha motivazioni recondite. Non ci sono giochi di potere. L'uomo non "prende" e la donna non "dà". Nessuno sta cercando di far cornuto un marito o di umiliare una moglie. Nessuno sta cercando di provare qualcosa o di ottenere qualcosa da qualcuno.  [...]

La trovo di un'attualità sconcertante e la approvo con una pienezza totale. Zipperless. Che poi lei lo riferiva al rapporto più complesso, quello eterosessuale, perchè nei rapporti occasionali omosessuali la Zipperless Philosophy è un requisito base che viene col pacchetto, è built in. Mi chiederete: "Ma perchè cazzo ti è venuta in mente la Jong e 'sta pippa?" e io mi appropinquo a far sintesi del mio pomeriggio, che vi aiuterà assai a capire il perché.

Ricordate che ieri ero entrato in possesso di quel meraviglioso Book guide to the best gloryholes in London? Beh, oggi l'ho testato per vedere se corrispondeva al vero. Ne ho selezionati quattro, vicini, nel tentativo di non rendere vano lo spostamento: se non ne funziona uno, mi sono detto, scaltro come uno stercorario, a giro ce ne sono altri. Ed in effetti, nei bagni del primo non c'era nessun buco e così mi sono fatto una passeggiata sino ai bagni del secondo dove, invece, c'era eccome e anche bello largo, come piace a me.

Ho passato un pomeriggio delizioso, devo dirlo. Ho dovuto aspettare un pochino, all'inizio, chiuso nella cabina del cesso, ma ne ho approfittato per masturbarmi un po'. Poi è arrivato qualcuno. Un ragazzo giovane, jeans e giubbotto. Ha pisciato, ha tirato l'acqua e poi ha buttato un occhio bel buco. Io mi sono inginocchiato e lui ha iniziato a menarselo un po'. Un bel cazzo, bianco, con cortissima peluria rossa. Gli ho fatto segno col dito di metterlo detro e lui l'ha fatto. Gliel'ho fatto rizzare con le mani, una sega lenta e piacevole per entrambi, con quella bella pelle vellutata e la cappella piccola in cima all'asta grossa, rivolta all'insù.

La cosa magnifica di quel posto è l'assenza totale di rumori. Nessuno dice una parola, persino i mugolii sono controllati e trattenuti. Si sentiva il lontano traffico della strada e la pioggia sui vetri. Ogni tanto il mio amico si ritirava e questo è il segnale convenzionale worldwide (io l'ho imparato all'America nfatt) che lui vuole che tu infili il tuo. E io l'ho infilato, sentendo una bocca calda e una lingua esperta che faceva con sapienza un pompino di elevatissimo livello. Poi mi sono ritirato e lui ha spinto dentro il suo. Il bello del buco largo e che hai accesso anche ai coglioni, con le dita. I suoi erano molto belli, increspati di rughe, glieli avrei presi in bocca volentieri. Invece mi sono accontentato di succhiargli il cazzo, lentamente, sentendolo respirare più forte.

Era molto eccitato, lo sentivo da come respirava, sentivo che si era indurito al massimo, segno che stava per schizzare e così mi sono alzato, sfregando il mio cazzo sul suo, impugnandoli entrambi, segandoli tutti e due e in breve lo schizzo caldo mi ha bagnato i coglioni, davvero eccitante. In fretta e furia, poi, se ne è andato, velocissimo. Ed io mi sono messo comodo, assumendo il dress code dei cessi gay: Doctor Marteen's ai piedi, camicia a quadri con le maniche rimboccate, aperta senza niente sotto e basta.
E mi sono nuovamente seduto sul water a menarmelo, ma non volendo venire.

Ho atteso un quarto d'ora, circa. Poi altri passi e l'umano è arrivato diretto al mio box, provando ad aprirlo, ma io mi ero, ovviamente, chiuso dentro. E', allora, passato immediatamente a quello a fianco, infilando un dito nel buco come per chiedere "ci sei?". E io mi sono alzato dal cesso e ho infilato il Tarello, duro da panico, nel buco. Ho sentito un "my God" sussurrato appena e poi la sua mano e poi la sua bocca. Un altro bocchinaro di assoluto pregio, devo dirlo. Mi strizzava la cappella con la gola, una goduria per le orecchie e per il cazzo. 
Questo amico, però, non era per il mutuo sostegno. Lui è un succhiatore e basta. Non saprei definire l'età, di lui ho visto solo un dito per un secondo. Ma era un succhiatore serio, che mi ha lasciato venire in bocca, in un rantolo che ho tentato di soffocare. Sublime.

Zipperless fuck. Nessuno è bello o brutto, alto o basso, magro o grasso, ricco o povero, cattolico o anglicano, bianco o nero, gay o etero. Tutti si è lì per godere e per far godere, che è tutto quello che, alla fine, conta se si fa sesso random e non l'amore con la tua donna.
Zipperless fuck.
Stasera farò un dettagliato resoconto alla Skiz.
Obbligatorio e fondamentale.

venerdì 21 settembre 2012

In un turbinio di tette la sera giunse, TazionoTazionoTaziono

E la sera comincia a tingere quando la Betta entra con quattro carte in mano che le devo firmare e, mentre vergo il mio nome in bella scrittura, mi faccio due conti e mi rendo conto che in bottega ci siamo solo io e lei poiché questo, quello e quell'altro sono in luoghi di non ritorno e mentre sono alla terza firma, che minio con svolazzi impreziosenti, faccio scivolare l'occhio di sotto e vedo il suo alluce, appaiato con l'illice, che fa bella mostra di sé dal buco dei sabot e dentro di me sento il risveglio della giungla, della tundra e della savana, sento la risaia in rivolta, la filanda in fiamme, la pineta che arde e la palude che bolle, sento il monito saggio del macellaio mannaro che mi esorta a non sprecare il bendiddio e godere di carne tremula e molle, di odori, di liquidi, di peli, di sudori mal sopiti e mi ereggo agguantandola, trapanandole la gola con uno slinguo degno della miglior razza bovina, slinguo che la coglie impreparata dapprima e competitiva dappoi e mentre odo un lamentoso "Tazio no, Tazio qui no, Tazio dai, Tazio fermo" scavo nella carne pancea trovando il malefico bottone del dermojeans epiteliale e, rompendomi un'unghia, lo faccio scivolare fuori dall'asola, al fine di scuoiarle di dosso pantaloni e mutandine, arrotolandoli alla caviglia, per tuffarmi a bocca aperta nella meravigliosa Foresta Nera ficale, cercando di rianimare l'ipertrofico cazzo che in breve svetta tra le mie labbra, scappellato, carnoso, elongato e turgido, miracolo della Natura Generosa che lascia a bocca aperta, esortando con le sue meraviglie a sbocchinare a più non posso.
 
"TazioTazioTazioTazionoTazioquino"
ripeti l'incessante ed inutile mantra, ma intanto dimeni il bacino e, con le caviglie appaiate apri le gambe offrendomi la sorcona gonfia da leccare e sbocchinare, da annusare pisciona e odorosa ed è un attimo, un flash, una frazione infinitesimale dell'universo di Maxwell moltiplicato per la costante di Planck, fratto la variabile di Katz che sei a novanta aggrappata al bordo della mia scrivania che ti fai fottere alla pecora e io osservo, nella beatitudine dell'arte, fors'anche con un principio di sindrome di Stendhal, il mio Tarello Ultrasonico Turbo Randazzo Rampazzo che scivola dentro e fuori dalla tua ficona scura e gonfia, proprio in mezzo a quelle chiappe bagnate che valorizzano ed esaltano l'artistica bestialità ammutolente del tuo buco del culo peloso che si schiude ad ogni affondo fendente che la mia Spada di Roccia ti infligge.

"TazioTazioTazioTazionoTazioquinoTazio" e ansimi come un alce, come un caribù, come un facocero africano, come un'ornitorinca neozelandese troia ed io sbatto, svango, profano, trivello e caroto, mentre in multitasking ci liberiamo degli indumenti che non appartengono alla nostra civiltà, ai nostri costumi primitivi della valle di Neander e ignudi e selvaggi ci avviluppiamo sul divanetto guascone, fottendo come due assatanati, leccandoci come fossimo Calippi ed io godo, godo dell'amaro del deodorante sulle tue ascelle, mentre tu sollevi la mammella stile Impero dirigendola verso la bocca per succhiarti il capezzolone rugoso e mi prende lo sturbo ed accelero, sollevandoti le gambe sulle spalle, che è il modo in cui amo chiavare più di ogni altro al mondo, annusandoti i piedi mentre tu, pudica, arricci le dita nel timore che essi puzzino, ma è troppo tardi, mia cara, perché mentre frullo a percussione la tua sorca bollente, godo di quell'odore maschile, che è cosa che capita dopo un intero giorno nei sabot infernali ed è stupendo conoscerti, mia Betta adorata e lecco tra le dita e fotto e percuoto e tu ti seghi il cazzetto e poi emetti un suono gutturale simile al richiamo del mammut siberiano in calore e vieni urlando il mio nome e ciò mi rende orguogliuoso e poi mi diventi un ossesso e mi imponi, mi ordini, esigi senza remissioni della pena che io venga, subito, immediatamente e ti scivolo fuori levigando il pennone e ti chiedo scomposto dove avresti piacere che riversassi il contenuto del mio volatile e tu raggruppi le sporte carnose, abbandoni il capo all'indietro ed io schizzo grugnendo e sbattendo la cappella sulle sporte medesime, ben irrorate di sperma curativo.

***
Ritorni dal bagno, nuda, poiché ti sei precipitata a cancellare ogni traccia che nemmeno col Luminol troverebbero uno spermatozoo. Ti vesti compulsiva, veloce, non dici una parola, troppo intenta a ricomporti, mentre io fumo svaccato sulla sedia giocherellando col cazzo ancora turgido.  
Poi ti alzi, ti sistemi i capelli e mi guardi con un sorrisetto suino. Ti avvicini, mormori che è tardi e che devi andare, ti chini a baciarmi e mi palpi l'uccello, mi baci e mi dici in un soffio "Finalmente sei tornato al mondo Taz".
Superbetta Ultracosmica.
Ai lov iu.

giovedì 24 maggio 2012

I'm here to serve and please you, Sir


Alle tredici e trenta ritorno nella mia magione agreste per pranzo, poiché la mia kajira m’ha avvisato d’avermi preparato qualcosa di fresco ed appetitoso: pasta fredda alle verdure dell’orto.
Sotto il portico la tavola è apparecchiata per uno, perché lei, la mia kajra, ha già pranzato per potermi servire con cura. Vino bianco gelato, pasta fredda, pane fresco, formaggio di pecora e olive taggiasche: mi serve a seno nudo, con addosso solamente un piccolo pareo bluette e bianco che le lascia scoperto un fianco e talvolta la fica. Mi sbottono la camicia e la tolgo e mi godo il calore dell’aria e le premure della mia kajira odorosa, che si dà un gran da fare e mentre mangio siede a tavola accanto a me, guardandomi, pronta a scattare e a servirmi ed io mi sento più ricco e potente di un sultano, di un imperatore, di un dio, di un tesoriere della Margherita.

Mangio a torso nudo, come un sexy bifolco. La guardo, con qulle piante dei piedi sporche, annerite di polvere e la pelle sudata e ricoperta di crema, che comincia ad abbronzarsi la mia kajira sudata, perché la mia kajira questa mattina ha balneato qui, inerbendosi anche un bel po’, tormentandosi pure la carne molliccia e salata, ascoltando incommestibili musiche arcane.
La mia kajira è un’autentica porca, perché parla poco, ma mi guarda con un sorrisino che da qualunque parte lo si prenda reca la scritta “ho voglia di cazzo” e questo mi piace, perché in questi momenti è dannatamente femmina e dannatamente animale. Siede con le gambe aperte, per mostrarmi la fica ed io mangio in silenzio, sbranando del pane, grugnendo nel piatto senza staccarle gli occhi dalla fessura esibita.

Verso la fine del fiero pasto comincia a far su una porra, perché la tradizione del Regno è caffè e poi porra e sia mai che la si rompa. Poi entra sculando laida e sciatta come una scrofa in calore e mi prepara il caffè e me lo porta e io lo sorbisco rumoroso, destando un suo sorriso marcato con morso di parte del labbro inferiore, perché io e lei se ci mettiamo piantiamo su un teatrino che non ce n’è per nessuno.
Caffè e rutto sonoro, poi mi tiro indietro dal tavolo trascinando la sedia e mi sbottono la cinta e faccio scendere la cerniera, che non è ancora scesa del tutto che la mia kajira s’è liberata del ridicolo pareo copriuncazzo ed è inginocchiata tra le mie gambe, intenta a far prendere aria al pitone.

Mi libera di scarpe, pantaloni e boxer e mentre io, il sultano, l’imperatore, il dio, il tesoriere accendo la porra, lei mi tira una pompa che vi garantisco è da nobel, perché la mia kajira si sta allenando a ingoiarmelo tutto, cosa che ritengo un insulto alla fisica, ma non ho alcuna intenzione dal dissuaderla a persistere.
Di tanto in tanto le passo la porra e lei tira veloce, restituisce e continua quel magistrale bocchino e golino, ed io rifletto sulla mia giornata e considero anche che da ieri sera non faccio che chiavare come un porco schifoso e me ne rallegro e mi compiaccio. Poi la porra finisce e con lei anche la mia voglia di resistere e così le schizzo in bocca tutto il nettare del dio, del sultano e dell’imperatore, ma non quello del tesoriere, perché la Skizza è la sacra kajira del sacro sultano, che i tesorieri vadano a zoccole e non rompano i coglioni.

Adoro la mia kajira.
Sa tirare fuori il peggio di me e ne gode, offrendomi in cambio il peggio di sé che tanto godere mi fa.
“Non chiedo che servirti e darti piacere, padrone” sussurra laida, sapendo che non ci crederò mai a quella presa per il culo geniale, ma sapendo anche che la cosa mi infoia e mi eccita al punto che, avvertendo che l’erezione persiste e si ingrossa nonostante il bocchino testè terminato, la piego sul tavolo ancora apparecchiato e la chiavo come un montone kazako, facendola schizzare come un cetaceo delle Azzorre.

Io adoro la mia kajira inerbita.
Ma tanto.

Lurido antiquariato colpevole


Termino la mia breve visita programmata e decido che, già che son qua, faccio una capatina nella bottega antiquaria dei miei stimatissimi amici Marito Bestia Renè e Donna Bestia Silvana, che tanto sono quattro passi.
Squisitamente cortesi come sempre, che piacere Tazio, che bella sorpresa, ieri sera un mortorio sai?, c’è ancora troppa paura, immagino di sì, ci vorrà un pochino ancora, almeno sino a quando le scosse forti non cessano, credo di sì, Silvana.

Poi Renè si scusa, in eccesso, ma deve andare che lo aspettano a Bologna, ed allora dico che stavo andando anche io e ci abbracciamo e ci salutiamo e ci promettiamo di vederci la settimana prossima, settimana prossima assolutamentissimamente sì, una cena, una pizza, quel che si vuole, ma vediamoci, ed esco salutando festoso.
E faccio cinquanta metri e mi fermo al caffè. Siedo fuori, Resto del Carlino, leggo, fumo e penso a quei piedi ingiustamente trattati le cui dita smaltate di rosso perlato facevano capolino dai sandali slingback blu petrolio e la pelle bianca come la gonna al ginocchio e la blusa blu scuro rimborsata in cintura da una cinta di bigiotteria color argento e gli occhiali ampi e il sorriso ingiallito e il caschetto nero e sento la cappella sgusciare dalla pelle del cazzo e guardo l’orologio e la chiamo.

“Sei sola?” chiedo diretto senza nessun convenevole.
“Sì. Vieni.” diretta, senza alcun convenevole, a riprova di un’istintiva e reciproca intesa criminale che non ha bisogno di accordi preliminari espliciti, né note, né istruzioni.

E la targhetta sulla porta si gira sul “Chiuso” e la serratura scrocchia due giri e nell’aria polverosa di antiquariato erotico una Donna Bestia ed un Granporco, nudi, iniziano a divorarsi i sessi su una scrivania vittoriana di radica e cuoio, mugolando sguaiati in atteggiamento osceno.
Succhia, troia, che nuda così qui in mezzo mi fai schiudere il buco del culo dalla voglia da bestia, succhia tutto, prendilo fino in gola, fammi capire e sentire quanto t’è mancato il mio cazzo. E lei succhia, guardandomi lurida con gli occhietti sozzi e felici, mi succhia i coglioni, mi infila la lingua nel culo e mi smeriglia nel contempo una sega sublime, lecca, sbava, grugnisce, aspira e morde, da quant’è immensa la voglia di cazzo straniero che ha. Poi la piego a novanta e le mangio il culo e la fica, godendo della sua pelle di vacca e poi senza riguardo la inculo, sortendo un urletto sorridente ed una gran quantità d’aria aspirata tra i denti della bocca cannibale, mentre assertiva trema sotto i colpi che le infliggo nel retto, colpi che le impongono di far salda la presa all’antico mobile, con quelle manine adulte ed adultere che stringono i bordi, dita ornate di anelli di finissimo gusto, tra cui è piacevole scorgere la fede nuziale.

Ficco e fotto, dalla fica al culo e dal culo alla fica, mentre la signora scomposta mi intima di non smettere mai, ma la raccomandazione è superflua, poiché godo talmente tanto a chiavarla che non smetterei nemmeno se cadesse il soffitto. Mi è gradita l’occasione per insignirla di titoli al merito, poiché ci tengo, mentre affondo nei suoi usatissimi orifizi slabbrati, ci tengo che sappia quanto sono onorato di fottere duro una Troia Puttana del suo lignaggio, ci tengo che sappia che avevo una voglia maiala di infilarglielo nel culo e lei, da Nobildonna elegante qual è, non esita a manifestarmi il gioioso entusiasmo che prova nell’essere fottuta nel culo da un Porco Culattone Maiale Frocio Schifoso e più lei mi insignisce e più io divarico quelle morbidissime e tremolanti chiappette biancastre ficcando a martello nel buco del culo arrossato e sfondato.

Odore di feci, fica, sudore e cappella si mescolano alla polvere antica ed ai profumi dei legni, in un’atmosfera sinistramente eccitante e stimolante. Giaccio di schiena sul cuoio della scrivania, mentre lei mi cavalca furiosa sbavando e approcciando al più gutturale, roco ed urlato degli orgasmi e la trovo sublime, stupenda e perfetta, così mirabilmente collocata nei suoi quarantacinque anni d’esperienza estrema e immorale, irraggiungibile, e le sborro gioioso in mezzo alle svuotate tettine rugosamente capezzolute, godendo del suo sorriso affilato di lussuria e sporcizia morale.
La adoro.

Ripreso il fiato non ci curiamo di rivestirci per il rito della sigaretta post coitum e lo facciamo così come siamo, nudi, lordi di sesso, odorosi l’uno dell’altra, componendo un sublime cammeo di decadenza ed amoralità.

“L’hai tradito” le dico godendo di dentro. Soffia il fumo e mi guarda sorridente.
“E’ stato stupendo” sussurra udibile appena.
“Lo rifaremo” sussurro, tentando di uguagliare il volume.
“Ne ho bisogno non sai quanto” sibila sensuale baciandomi un capezzolo.

Non vi è nulla da dire.
Poche cose sono energeticamente rinfrancanti come un bagno di lordura morale.
Che carica che mi ha dato.

Serata


Sediamo al tavolino io, la Skizza, la Raffa, tale Sergio amico della Raffa e della Skizza, poi arriva una certa Silvia, sempre loro amica, poi suona il telefono, è il Ruggi, gli dico di raggiungermi, arriva, presentazioni, si chiacchiera, si trattiene giusto per un bicchiere perché deve andare a dormire presto che oggi è una giornata campale, poi entrano il Max e il Costa freschi di doccia, prendiamo un tavolino, attaccalo, il Costa bacia e saluta la Skizza, il passato è passato e lui è un Goodfella, raccontano la situazione come reporter di guerra, il Ruggi interviene con altri dettagli, altro giro dai, va bene, ma uno, occhei.
Serata solidale contro la paura, la preoccupazione e il dispiacere. Fanno bene queste serate.

Poi abbandoniamo il campo, tutti.
Passeggio con la Skizza avvolta in una lunga gonna fantasia ecru ed arancio scuro su fondo nero che la costringe a piccoli passi, un golfino nero con i bottoncini e le ballerine color oro. Ha i capelli raccolti in una codona e mi confessa di quanto sia stanca di sua madre e la capisco.
Attraversiamo la piazza, io c’ho la macchina davanti all’ufficio, ti accompagno che facciamo due passi Taz?, ma certo, poi ti porto alla macchina, va bene.

Ma io non ho voglia di mandarti a casa e così tiro dritto fino al parcheggio del Dix, che è fuori mano e poi non c’è nessuno a quest’ora e tu capisci e mi fermo e non occorre che ti dica niente che ti inarchi a ponte e te le togli e me le strofini calde e odorose sul naso e senza rendertene conto fai quello che si fa coi cani, a cui si fa sentire l’odore della preda o dell’ostaggio e loro cominciano a cercare ed in men che non si dica hai la gonnona arrotolata sui fianchi e sei seduta impalata che godi, cavalcando sensuale ed io ti impasto le natiche belle che mi fanno impazzire e tu respiri spettinandomi la nuca, sbattendo a fondo il bacino per sentirlo tutto di dentro e ti sbottono il golfino e sotto c’hai solo le tette ed i fari delle macchine tingono di luce i tuoi capezzoli e non t’importa se chi passa può vederti chiavare, anzi, ti piace quel rischio e mi dici con voce incerta che se non ci fosse l’arresto ti faresti chiavare anche in piazza e io sento le vene del cazzo che scoppiano perché mi piaci da pazzi, a culo nudo, a tette di fuori, in un parcheggio alla portata di tutti, mi piaci sfrontata, arrapata, allupata, svergognata e tu aggiungi “e puttana” ed io dico di sì, che mi piaci puttana da matti e tu impazzisci e cominci a sbattere forte e vieni cantando, la fronte piantata sulla mia spalla e io sento il tuo odore, l’odore del calore animale che l’abitacolo trattiene come un prezioso tesoro ed appena hai smesso di venire scivoli al posto e cominci a succhiarmi l'uccello, impartendomi un inutile ordine di venirti in bocca, che mi basta sentire il calore della tua lingua per riempirti la gola di schizzi che ingoi senza sprecarne una goccia.

Torniamo alla tua macchina.
C’è la gente di fuori, in strada.
E’ successo di nuovo.
Magnitudo 4.3 alle 23:40.

mercoledì 25 aprile 2012

Ora più che mai


Casualmente.
Mi passa davanti mentre svolta, avviandosi nel corridoio fiocamente illuminato, la pochette stretta in mano. Mi sorride appena, quando mi incrocia, senza dire nulla, camminando sola ed elegante su quella stuoia rosso cupo. I sandali argento, le dita sensuali, lo smalto rosso, l’abito a tubo sopra il ginocchio, la bionda chioma gonfia anni ottanta, la pelle color biscotto, il fisico asciutto, le spalle appuntite i seni minuti, il profumo dolcissimo.
La seguo.
Rischiando.
Si volta ed ha il sorriso sulle labbra. Sorriso sottile, ammiccante.
Accelero e le sono alle spalle proprio quando appoggia la mano sulla maniglia del bagno.
Mi affretto ad entrare e a farla entrare, poi chiudo la porta a chiave.
Mi sorride sinistra e divertita, appoggiando il sedere al lavandino, reggendo l’elegante pochette in pandant con i sandali.
“E ora?” mi chiede con aria di sfida, sorridendo.
Non rispondo, ma le allungo la mano tra le gambe, sotto il vestito leggero. Pelle liscia, pelle calda, pelle, pelle, pelle, pelle di coscia. Non perde il sorriso, mi guarda negli occhi, sollevando il mento a metà tra la sfida e il “ti sento”. Forzo il debole blocco e stringo nel pugno un mucchietto di pizzo leggero e di fica bollente. Palpando, sentendo che le gambe si allargano lente. Depilata, liscia, molle. Scosto i lembi del minuto triangolo e strizzo quella carne vogliosa, costretta al digiuno dal Renitente Cornuto.
Respiri affannosi. Cerco tutto, perineo, ano, clitoride, le scappa una “a” gutturale leggerissima, poi la volto, forzandola sgraziato ad appoggiare le mani sul lavandino, mentre la pochette inanimata cade sul pavimento. Culo, ano minuto, la stringa nera del perizoma scavalla la natica destra, la mia cerniera assordante, l’aria sulla cappella, poi tenerezza di pelle, buco di fica, attrito bruciante, dolore piacevole e calore bollente, la stringo e la guardo negli occhi attraverso lo specchio, entrambi maschere di lussuria esasperata.
Fotto.
Forte.
Sbatto.
Gode muta, gli occhi socchiusi, la bocca aperta.
Fotto forte, fortissimo, fortissimo, sbatto scomposto, vestito, con solo il cazzo che esce dalla patta. Vedo le sue mani che stringono i bordi sino a far diventare bianche le nocche, ori, anelli, la fede nuziale, la schiena si inarca, la trattengo dai fianchi e la chiavo furioso, osservandole quei piedi sensuali dall’alto e la riempio di uno schizzo di sperma bollente, poi un altro, sussulta, si morde le labbra, la chioma tremante, il culo che spinge all’indietro quando io ficco in avanti.
Sguscio fuori ansimante, in silenzio.
Abbassa il perizoma alle caviglie e siede sul water, sconvolta.

“Ora vai” mi dice in un soffio.
“Voglio vederti da sola” le dico ricomponendomi rapido.
“Vai” risponde preoccupata dal tempo allungato della sua assenza.
Mi avvicino alla porta mentre comincia a urinare gocciolante, accoccolata sul water.
Apro, controllo dalla fessura, nessuno.
Ritorno in corridoio, lo percorro al contrario, svolto l’angolo ed il Renitente Cornuto è davanti alla porta del salotto verde che conversa preoccupato con l’Oscuro Soggetto. Mi guarda, non lo saluto, controlla il corridoio ed è evidente che si stia chiedendo dov’è finita sua moglie.

Lo guardo, dopo essermi allontanato. Godo del suo controllare tentando di conversare con quell’uomo che pare essere un fiume in piena, stasera.
Non c’è nulla da fare, signore. Me la sono chiavata. Sì, me la sono chiavata nel cesso, come una puttana da strada ed abbiamo goduto. Non so nulla di lei, ma me la sono chiavata, mentre tu eri qui a conversare con quello, nella triste illusione di arginare il vorace desiderio della tua femmina calda. Questo cazzo ha violato il suo sacro buco, sì. Conosco la privata forma del suo ano, della sua fica. E tu conversi.
E noi abbiamo chiavato.
Eccola, finalmente!
Trucco perfetto, nessuna traccia, il Cornuto la redarguisce e lei ride calda, prendendolo in giro, demolendo il dramma in due mosse, guadagnando l’alleanza dell’Oscuro Soggetto che scherzoso si allea con lei contro il Cornuto, in un melenso teatrino di battute che culminano nel bacio di Giuda che la Signora Bionda dà al marito, cogliendo l’occasione per lanciarmi uno sguardo da furia vogliosa, per poi disperdersi nella conversazione.

La voglio più che mai.

martedì 3 aprile 2012

L'uragano tra le venti e le venti e trentasette


Erano le venti e trentasette.
Seduta sul divano, col dito indice a far da calzascarpe per quelle ballerine elastiche. C’aveva scritto Abercrombie Est 1892 sulla T-shirt blu.
“Senti Tazio, volevo chiedevti un favove: è un pvoblema pev te se nel weekend vengo qui a lavovave?” mi chiede.
No. Non è un problema. Cioè sì, lo sarebbe. Ma non lo è. Ok. Fatti dare il doppione dalla Betta, domani.
Sono ancora imbambolato, devo dire la verità.

Erano le venti e stavo chiudendo, ma poi ho visto la luce e sono andato di là.
“Cosa fai ancora qui?” le chiedo.
“Viovdino i pvovini, pevchè c’è qualcosa che non mi convince” mi risponde.
Perché è così, lo so bene. Si prende una tramvata dalla persona con cui si è assieme da tanto, che mai ci si sarebbe aspettati una tramvata da lui/lei e, a quel punto, per sopravvivere bisogna riempire gli spazi lasciati dalla dipartita della carogna estinta. E, generalmente, ci si infila a tutto vapore nel lavoro. E così la Giogia, che metabolizza questa vedovanza da circa un mese. Non che me l’abbia detto, intendiamoci. Lo so perché tutti, prima o poi, vanno a confidarsi dalla Betta. La quale, quando occorre, mi fornisce le istruzioni per l’uso di atteggiamenti che appaiono, a volte, bizzarri ed inusuali.

“Queste secondo me sono le migliovi” mi dice con un sorriso algido scorrendole su Bridge.
Sarei in ritardo, dovrei farmi la doccia, ma mi rompe mortalmente il cazzo mollarla frettolosamente qui rimarcando che non ha una vita e che è sola ovunque, vita e lavoro. E così ci sto, guardo i provini e poi chiedo di quell’altro lavoro e lei mi dice che ha fatto degli sviluppi e andiamo di là.
E’ brava, cazzo. Veramente brava. Ha fatto delle cose veramente fighe.

“Quella macchina è mostvuosa, una figata da pauva” mi dice osservando i bianchi e neri sul tavolo.
E mi dice le sue perplessità, la ascolto, poi un piccolo mignolo sfiora il mio grande indice, il mio naso odora il profumo di donna a fine giornata, così materno e avvolgente, la mia mano viene guidata con decisione sullo scultoreo fianco nudo, occhi azzurrissimi si fondono nei miei e poi tutto subisce un’accelerazione centrifuga di mille G, mi trovo con la maglia sollevata e una bocca mi succhia forte un capezzolo mentre mani femminili senza nessun segno di cura estetica mi sbottonano i pantaloni e le mie mani fanno lo stesso in una moviola isterica e i jeans scendono assieme alle mutande, le ballerine cadono, il suo sedere sale sul tavolo, le gambe si spalancano, la mia bocca aderisce a quella fica triangolare, appena pelosa e chiarissima, succhio le pronunciatissime labbra carnose, annuso il profumo acidulo, assaggio il sapore pungente, mi sciolgo nella tenerezza esaltante, Abercrombie sale scoprendo due candidi piccoli coni perfetti, appuntiti di lunghi capezzoli durissimi, chiari, quasi invisibili su quel candore, poi lei mi fagocita, mi spoglia scomposta, mi inchioda sul divano in mezzo a book e materiale, mi succhia vorace, mi cavalca, si inarca, sbatte, veloce, la tocco, la palpo, mi lecca, mi morde, la schieno, la chiavo, troppo tardi per premere stop, le sollevo le gambe, la fotto, le lecco gli archi plantari, arriccia le dita, si schermisce, non vuole, sbatto forte, ansima, si masturba il clitoride mentre affondo a maglio serrato, vinco la guardia, la colgo distratta che ansima forsennata e pianto il naso tra le dita patrizie e distinte ed annuso l’umanità confortante dell’algida Giogia, a cui puzzano intensamente i piedi e mi inebrio del sudore della donna uguale anche se diversa e poi, quando comincia a piangere e a ringhiare sobbalzando col capo riverso all’indietro, tormentandosi velocissima il cazzetto rosato, sguscio fuori e le inondo lo scudo di addominali sensuali, col capo chino in avanti, quasi a non voler incrociare i suoi occhi, stralunato da tanta furia improvvisa, estasiato dalla statua bianca perfetta, ammaliato dall'avvertire che sotto la pelle sottile scorre sangue bollente, sangue umano.

Imbarazzo, nudità, ambiente sbagliato. Tieni, ti passo i Kleenex che avevo nei jeans, niente grazie, pulizia rapidissima, resto muto davanti a quel corpo nudo che è arte neoclassica, recupera i pezzi, mutande, jeans, faccio lo stesso, presto, vestirsi e dimenticare, vestirsi e dimenticare, vestirsi e dimenticare, vestirsi e dimenticare, non è successo nulla, nulla, nulla.

“Siamo adulti, vevo Tazio? Posso contavci che lo siamo?” mi dice armeggiando frettolosa con il recupero delle ballerine, seduta sullo stesso divano di prima.
“Siamo adulti, puoi contarci Giorgia. Non ti preoccupare.” rispondo, ma non sortisco alcun seguito, troppo presa a gestire i marasmi emotivi e i pensieri pesanti che si affollano sotto quel caschetto di ricci biondissimi. Forse presa anche a gestire un pentimento analogo al mio?

Venti e trentasette.
Seduta sul divano, col dito indice a far da calzascarpe per quelle ballerine elastiche. C’ha scritto Abercrombie Est 1892 sulla T-shirt blu.
“Senti Tazio, volevo chiedevti un favove: è un pvoblema pev te se nel weekend vengo qui a lavovave?” mi chiede.
“Sì, ok. Fatti dare il doppione dalla Betty, domani”
“Gvazie” e lascia la stanza, tornando nella sua, frugando a testa bassa tra borse e giubbotto.
“Tirati dietro la porta e spegni le luci quando vai” le dico, senza spiegazioni, senza aggiunte né chiose.
Di schiena alza una mano, a metà tra un saluto e un “va bene”.

Scendo in strada, felice di essere fuori di là. Disagio insopportabile.
Ma siamo adulti e possiamo contarci.
Solo gli adulti sanno seppellire bellezze sfolgoranti ed intense emozioni dietro ad un orrendo “Non è successo niente”.
Che schifo.

venerdì 9 marzo 2012

Time-lapse


Un attimo e ti vedo lì, un attimo e sei seduta qui, un attimo e giungo a conoscenza delle tue più intime realtà e tu delle mie. Luce bassa, ex ufficio di un magazzino vuoto e spettrale, brandina deprimente. Ti accarezzo il culo mentre me lo succhi, tanto tu lo sai che io sarò passivo e toccherò solo quello che accelererà la mia conclusione.
Non sei un granché il mio tipo, ma c’eri tu e avevo sonno.
Chiudo gli occhi e penso ai piedi della danzatrice, sogno di leccarglieli.
E schizzo nella gomma che riveste il mio cazzo serrato tra le tue labbra.
Un attimo e sei di nuovo seduta lì, un attimo e ti riporto là, un attimo e non esisti più.
Sette attimi veloci ed il cerchio è chiuso.
Alla fine, non è esattamente questo ciò che ho sempre avuto da tutte?
Perfezione minimalista del time-lapse.

venerdì 24 febbraio 2012

Fratello


Pareva che avesse sei lingue da quanto assatanata era e da quanto vorace mi mangiava il cazzo e le palle. E con quelle dita nel culo mi ha fatto davvero impazzire e me ne sono chiavato allegramente e le sono venuto in bocca. D’altra parte vorrei vedere chi sarebbe riuscito a resistere con una simile, deliziosa, bocchinara compulsiva. Boccadoro non ha fatto una piega  e ha continuato come un’idrovora che mi è bastato resistere al fastidietto i primi dieci, quindici, secondi e poi ho ricominciato a godermi le sei lingue e ho iniziato a sentire che tornava a tirarmi e in men che non si dica ero già titanico, sia nel senso della durezza del titanio, sia nel senso delle dimensioni ragguardevoli del Gran Pezzo di Cazzo Rampazzo Randellazzo.

Via il jeans strizzatutto, spostamento del tanghino fantasma e via al galoppo, vis-à-vis, con la Mazza conficcata nella Figa Imperatrice. Chiavami Cicci che c’ho voglia di venire. Ma certo Adelina, son qua per quello. E sbatte furiosa, abbracciandomi, leccandomi il collo e patapim e patapam che adoro quello schiaffeggiar di pelle durante la monta western.
Ma che bello. Maglioncino e camicina bianca, gambaletti antistupro, mutanda spostata, a dimenare il culo per sentirlo “più fondo”, sbattendomi, che giaccio di schiena vestito, coi jeans abbassati. Ruspanti, arrapati, nel parcheggio del Flamingo, coi vetri un po’ appannati e un po’ no, coi geronti che recuperano l’auto perché è tardi ed il pannolone è inzuppato, che se vedessero meglio che pezzo di cula si ritrova la mia fidanzata gli si incepperebbe il pace maker.

E patapim e patapum, ci respiriamo in bocca e la Ade mi stropiccia la faccia biascicando ansimante litanie arcane che capisco solo a tratti: “fottimi” “cazzo” “figa” sono termini ricorrenti, mentre spesso mi sfuggono le congiunzioni con gli altri vocaboli, ma ho la certezza di non travisare il senso d’insieme.
Tintinnio di bracciali, profumo dolciastro e volgare che adoro, abiti, capelli, shampoo e balsamo e poi sotto quell’odorino pungente, quell’odorino di figa che sfugge alla cosmesi e alla ricerca, battendo qualsiasi alchimia. Il ritmo aumenta e aumenta e aumenta e la mia Bella Baiadera fa danzare disarticolato il bacino divenendo assertiva con milioni di “sì” gridati nella mia bocca mentre mi tiene la testa fortissimo e poi urla il suo grido libero, che conosco bene, dapprima lirico, poi gutturale, poi inferocito ed è lì che la adoro, quando viene feroce sbattendo e poi si placa, si placa e diviene romantica e passionale, trasportata, supplice e mi martella di “vieni vieni vieni vieni vieni” con gli occhi piangenti e allora io mollo gli ormeggi e comincio e lei muta al mutare, capisce, sbatte forte e non è più supplice, non è più romantica, ma diviene assoluta, nuovamente feroce, comandando degli “sborra sborra dai sborrami dentro sborra voglio sentire che urli che sborri” quasi ringhiando, ed io eseguo e le urlo che sborro e lei mi lecca la faccia e mi insulta grondante di lussuria, “….sì…..porco…sborra…..sei una troia…..sei una puttana…..godi troia….”.

“Com’è andata?” chiedo chiudendomi la cerniera con il classico inarcamento da cliente della puttana.
“Per ora procede senza intoppi, ma l’offerta è da miseria” mi risponde sistemandosi a saltelli anche lei.
“Possibilità di negoziato?” chiedo offrendole una sigaretta.
“Poco o nulla”
Silenzio.

“Scusa una cosa Cicci”
“Dimmi”
“Ma che cazzo ci fai tu in un posto del cazzo come questo?” e mi guarda stupita di aver rilevato solo in quel momento la stranezza.
“Ci sono venuto perché vorrei chiavarmi una tipa che balla latino americano qua”
“Ah. E’ figa?”
“Una giaguara stagionata. Mi fa sangue”
“Capito. E come procede?”
“Boh” e lei ride.

La Ade è come un fratello per me.

Park flam


Che poi vai a sapere delle volte, che io c’ho l’acume di un cassonetto del secco in certe circostanze.
Si fa la mezzanotte, io mi sento un tantino frullato, saluto la Giuliana con due bacini sulle guance impiastricciate e rimando illusorio ad una prossima volta che chissà chi lo sa e se c’è qualcuno che lo sa lo dica.
Salgo in macchina e mando un messaggino alla mia fidanzata, che aveva l’appuntamento con l’avvocato e quelli che forse comperano il relais relax resort e non sapeva quando finiva.
“Finito?”
Plin.
“6 sveglio?”
E’ questo che mi piace della Ade. La prontezza, la lucidità.
No Ade, mando gli esseemmeesse dormendo, con la consolle cerebrale Orion16.
“sto venendo via dal flamingo” scrivo senza maiuscole perché sono cciovane.

“sveltina?” mi scrive.
Che io non capisco, subito, se mi sta chiedendo se mi sono fatto una sveltina al Flamingo o se vuole farsi una sveltina con me. Ma capisco che è essenziale indovinare, per non rovinare quel crudo e sensuale scambio di esseemmeesse basici. E allora decido di rispondere con un’altra domanda, tanto per saggiare il campo.

“dove sei?”
Grandissimo Tazio.
Passa del tempo. Nessuna risposta. Dovrei chiamarla, ma no. Resisto.
E faccio bene.

“vai park flam”
Comandi, ma io non mi sono mai mosso dal park flam. Però nel messaggio avevo scritto “sto venendo via dal flamingo”, giusto. Che donna, che testa.

“ci sono. ti aspetto?”
Plin
“sì”

Mi accendo una Marlborona e aspetto.
E dopo un dieci minuti un condominio bianco col motore di un sottomarino sovietico entra e fa un giro. Cerca da parcheggiare, trova. Scende una Figa Bionda da svenimento, che con la sigaretta in bocca punta diretta verso la mia macchina, impellicciata come un’orsa.
Sale, buttando la sigaretta.
Mi sale addosso e inserisce metri sei di lingua divina nella mia gola, strizzandomi contemporaneamente il pacco.
Ciao Ade, amore, anche tu mi sei mancata tesora.