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sabato 3 settembre 2016

Per futili motivi

Mai, nessuno mai, nessuno mai, nessuno ha saputo creare futili motivi utili a una lite taziocomandata come il sottoscritto Tazio Tazietti di Taziopoli, lo ripeto mai, ma mai-mai eh, ma ieri sera la situazione mi è scappata di mano, direi scappellata di mano, e ora vi conto il picchè.
La Concia è arrivata qui tutta sudata dalle sue “commissioni”, manco fosse una banca, ma non s’è fatta la canonica doccia, no, si è semplicemente messa ai fornelli dicendo che avrebbe sudato ancora e se la sarebbe fatta dopo e così, in men che non si dica, una manza milf abbronzatissima con segno del costume olivastro-latteo, si è liberata degli indumenti- orpello per cucinarmi, in reggiseno e slippone, scalza, le migliori melanzane alla parmigggiana della vita mia.

Ed io omo sugno e per la gola mi facetti pigghhhjare.

E che caldo cristodellebraci e che tanfo di fritto Concetta e che sarà mai Tazio e che nera che mi sei tornata acchasa Conchita e che tette che hai e che paccone che hai te e che voglia e che voglie e che caldo e che zanzare e spegni e spegne e slaccia le coppe di titanio e si inginocchia a tetta nuda bianca dondolante e succhia vorace la Mastrominchiarandella che siam tutti nudi davanti agli scuri aperti che giù c’è la piazza ciarliera, ma la bocca sua rapace sugge di voglia vacca e nostalgia saudade e colgo un qualcosa di selvatico che deriva forse da recenti contaminazioni etniche, ma fatto sta che mi tira un Bocchino Maestrale da Didattica del Porno Applicazioni di Laboratorio 1, 2 e 3 che resto senza bestemmie da accompagnare alla mungitura, che il Bocchino ruspante è un apostrofo rozzo tra le parole Troia io t’Ano e così la scofano a novanta sul Busnelli in pelle rossa originale modello “Occhiodellatesta” che campeggia accanto al Divinidivano modello “L’altroocchiodellatesta”, la smutando da mezzadro animale, denudo il rombo scuro tra le natiche bianche che divarico a piene mani, sputo e spalmo, denunciando in chiaro, in tal modo, la mia volontà rettale e ottengo un mugolo roco, sicché umetto di sputo la cappella e spingo tra quelle carni restie, spingo bloccando il butirroso corpo sgambettante a novanta sul design, spingo e godo di bruciore e piene manone di carne cellulitica sublime e poi sento di entrare, caldo, caldissimo, urla soffocate, spingo sinché lo scroto non si unisce in un bacio affettuoso alle polpose labbra lucide e poi ritiro e poi spingo e ritiro e spingo, tenendo bloccata l’agitata vacca in asciutta, forzando come pistone americano le carni sozze dell’ano dimmerda e godo come un porco sino a scoppiarle rapido di sborra bollente nel culo, con un fiotto parossistico e, dopo alcuni tremiti, esco mollando la presa, sudato, maschio e appagato.

Mai, nessuno mai bravo quanto me ad inscenare una lite per futili motivi, no.
Ma mai nessuna è stata così brava a raggelarmi quanto lei, in presenza di una banale sodomia non gradita. Romba roca come uno stormo di Apache pronti alla distruzione biologica un sinistro “Tu mi hai violentata!!!!”, al quale aggiungo, con libertario ancorché libertino piglio “Ma tu mica mi ha detto di no” – “Sei scemo o cosa???? Ma non capisci quando non voglio???” mani giunte al petto, ginocchia flesse, volto tatuato dalla disperazione e dalle lacrime indignate.

Ed il pianto roco l’ha fatta da padrone per ore due e ventisette minuti in cui, rivestiti alla bell’emmeglio, abbiamo discusso di questo mio PERICOLOSISSIMO disturbo mentale e la violinsta di ‘sto archetto randazzo randello mi ha suggerito specialisti per CURARMI da questa mia MALATTIA della quale soffro con spasmi di violenza sorda e io tento di far presente, pacatamente, sommessamente, che glielo avevo già smerigliato nel culo almeno altre trentadue volte, ma no, noooo, NOOOOOO, mai con così tanta violenza orribile e poi si era detto culo basta no????? e ok, lo si era detto, ma siamo seri, ti sei fatta appecorinare e aprire come una cozza le chiappe, ma NON CAPISCI UN CAZZO MOSTRO, questa non era, no, NOOOOOO, non era come le altre, NOOO e poi un disturbo, forse un’infiammazione all’orecchio medio, o forse al dito medio, non so, ma d’un tratto le sue parole si sono tramutate in un “°oooooOOO°OOOoooOOOoooOOOoooh” sunnita, forse camita o semita o, why not,  sumero dell’est della Sumeria antica e tutto, a un tratto, è cessato con una Concia che pronunciava un lapidario e tragico “mmmmmmuuuuUUUUUuuuuuuoooouuuuUUU Uh!” lasciando la Tazio Casa con uno sbattone dell’uscio.

***
Dura, amici. E’ duro ammetterlo, ma stanotte ho dovuto farvi i conti, sì. Supponevo che le cose potessero stare in questo modo, certo. Ma che al secondo doppio Dimple UltraOld da dodici euro al bicchiere, la testa mi girasse così tanto, onestamente no.
C’est la vie. Fortuna che abito davanti al bar e sono andato a piedi e tornato in ginocchio.
Taci va là.
No, perché uno dice dice, ma questi son bei problemi eh.
Ma che dormita stanotte.
Senza Chimicamica, tra l’altro.
Olè.

venerdì 2 settembre 2016

La saggezza dell'erpice

Bonjour.
Eccomi al pezzo (per dire) dopo i miei canonici quarantacinque minuti di auto, che nella fattispecie odierna sono divenuti sessantasette causa incidente e lavori in corso.
Eccomi reduce da una serata Concettiana nella quale (bontà sua, da un depravato verso) sono stato edotto sulle potenzialità mediche che offriva l’ospedalità italiana in luogo di quella britannica. Discorso irritante ed ozioso, data la mia guarigione ad opera dei medici oltre manica e data la mia assoluta ritrosia ad affidarmi alla sudaticcia corsia di un ospedale pubblico italiano, motivo per cui ho scelto le infermiere con le gambe di bianco gesso ed una stanza singola, con i comfort che si confanno ad un farabutto par mio.

E’ venerdì e dovrei essere felice per non dovermi sorbire, domani, gli ottanta chilometri totali giornalieri. Dovrei essere felice di non vedere la fazza del capo e le sue merdose cazzate da pseudo team leader, dovrei essere felice di approssimarmi ad un week end di riposo.

E invece no. Invece ho lo scazzo alle stelle, l’umore alle stalle, la malinconia dei tempi “sbagliati”, nei quali domani si sarebbe pranzato alla Solita, scaldando i motori per un week end “sbagliato”, ma così tanto mio, così fulgidamente e sozzamente taziale.
Sono una molecola che si è staccata dal suo macro organismo e galleggia nel nulla non suo, pronta a spese nei supermercati affollati dove le dita dei piedi passano in un terzo o quarto piano nel quale la loro presenza copiosa non è nemmeno notata.

Piatto, supino, vegetale, trasportato dalla corrente. Non ricordo chi diceva che chi si fa trasportare dalla corrente è solo il pesce, ma quando è morto. Vero. E’ così. Conterò le ore che mi separano dalla fine del week end per passare allo scazzo imperiale numero due. Oscillo tra gli scazzi, comincio ad abituarmici, non c’è remissione della pena, non c’è salvezza.

Placo per un attimo questo entusiasmo e mi metto a lavorare.
Chissà che tra le parole sussurrate dal colto erpice a denti dritti io possa trovare la fiammella che illumina le tenebre di quest’esistenza in prestito.

A dopo, forse.

giovedì 1 settembre 2016

Viveur

Che scazzo imperiale, principesco e ducale.
La ConciaConcettaFibbianzata è tornata alle 23 circa (odio le imprecisioni) e mi ha chiamato alle 23:19. Viaggio lungo almeno ottomila miglia da Paola a qui, caldo infernale, male alle gambe, ai piedi, caviglie gonfie, stomaco rivoltato dalle schifezze dell’autogrill, sono distrutta, baciobacio, vado a letto, ciaociao, voce da chi è andato all’inferno e ritorno tutto in bicicletta.

E allora dillo che sei capace di smorzare totalmente il piglio randazzo rampazzo che l’incontro con l’Umbe mi aveva generato sull’onda autarchica dei film taziali d’introspezione rettale.
Scivolo sul divano e mi approprio della Chimicamica, mi drogo (ma farà davvero meglio delle porre? Parliamone a lungo) e mi schianto orizzontale che mi sveglio seminudo che il rivoltarmi mi ha abbassato le braghette e alzato la maglietta, ma non mi cago, mi resisto e mi proietto in doccia con il pennone maestro imbirillato cazzoide minchiante.
Ma niente sega, non si fa, che la Concettona piange. E anche Gesssù.

Poi in agenzia, dove il capo di umore allegro intrattiene le donzelle adoranti con racconti di vita che ne esaltano le gesta e ne glassano l’immagine e ad ogni “Tazio vero o no?” dopo le sue salaci battute di viveur io, chino dalla gratitudine, rispondo con un ammirato e guascone “Eh eh, vero sì…”, mavaffanculo coglione di merda.

Sono una bistratta Partitaiva che può ricevere un’elemosina mensile unita al brivido di non esserci più in futuro “Ecco qua, poi il mese prossimo vediamo” e cosa vediamo? Vediamo che devi andare a fare nel culo, vediamo.

Comincio a sobbollire come il sugo che è stato messo nel coccio a fuoco bassissimo e dopo ore si fa sentire.
Ma che cazzo sto facendo? Ma che cazzo di vita sto impostando? Ma io fra vent’anni mi vedo ancora qui a fare il travet silenzioso che poi arriva a casa e si smarona come una bestia al pensiero che domani forse? Mi vedo, come giustamente sollevato da voi, ancora con la Concia che mi impartisce una reprimenda clericale se le ciuccio un capezzolo? Ma dove minchia sto andando?

Bah.

martedì 30 agosto 2016

Trappole facili

E’ facile riuscirci se lo si decide, perché qui le cose non cambiano mai e poi mai e allora basta che te lo ricordi e ti attrezzi e tac, l’è bela che fata.
“Ohi Umbe!” –  “Tazio! At gnis, ma dove eri finito?” 

Dietro le finestre Umbe, che lo sai benissimo, che lo sapete tutti, ma mi evitate, perché io sono come la pellagra, lo scorbuto, la peste, che dove passo ungo, ammorbo, devio, degenero, ma anche decognato, desuocero e desudicio, vi schifo, vi indigno, ma poi vi roteo come clave, come palle, come arance quand’è stagione, vi acrobato e vi giocolo e voi ci cascate con tutte le scarpe, che va bè che con l’Umbe è come rubare in chiesa, ma in meno di un’ora so tutto, tutto di tutti, tutto al quadrato, al cubo, alla sfera e alla piramide, egizia e sarcazzia e allora con profilo basso e dimesso ravano, rimescolo, smanazzo, titillo e scappello, spalmo la formaggella sul glande come faceva mammina da piccola, quella troia uccellaia e gluc gluc, l’Umbe cola sugna gustosa da annusare per schifare in soddisfatta compagnia, come quando si scorreggia e si annusa per poi fare la faccia strizzata che dir che è buona non si può, è vietato.

In realtà non mi interessava sapere che del Costa notizie non se ne hanno, che il Loca vive a Varese e ha una morosa, che il Max è incupito da che si è sposato con quella maiala e non lo si vede più, che il Virus, che la mazza, che la strazza.

Io volevo sapere del Sa-aarti e dell’Anto.
Sono ancora assieme, benissimo.
Moltissimo benissimo.

La linfa melmosa risale per le tubature del mio corpo e mi sento travolgere da una voglia sozza che mi fa sentire nudo e sensuale come una puttanella che, per acerba sensualità prova, va dal fornaio senza mutandine sotto la gonna e si eccita fradicia, ecco sì che pensiero lurido e morbosamente attraente e cammino lento verso la mia ristrutturatissima magione, dopo aver abbracciato e promesso improbabili pranzi e cene all’Umbe e sento la minchia che pulsa, che preme l’orlo delle mutande sulla gamba perché vuole sgusciare, vuole uscire felice a gridare di gioia, sapendo che l’Umbe come carta carbone riporterà l’incontro, magari anche con l’Antonella presente, che saprà che riesisto, che pulso, che bramo un incontro in notturna sugli scalini dell’umore genitale dove potrò toccarle le nuda dita dei piedi e mi smanetto come un ossesso in cucina, schizzando come una seppia sul ripiano nobilitato in finto legno doussie e godo come una salamandra al sole, come la penna a forma di fiore nel culo della Skiz londinese, ebbro dell’aver svegliato la coda rattrappita del Taziosauro e percepisco la clinica necessità di chetarmi con la Chimicamica, pena la veglia, pena un cazzo, ma ho bisogno di farmi e di sballare e così stasera esagererò, cadendo nel letargo rinvigorito da quel sottile filo di lana che, d’incanto, mi rende sopportabile tutto, tutto, anche la Concia Concetta Fibbianzata a Strozzo che domani ritorna dalle terre natie.

Fiato di vita che mi alimenta la speranza che le cose così vadano.
E devo farmi un’altra sega, scusatemi.

domenica 28 agosto 2016

As always

E così il senso di disagio nell’occupare i miei spazi bui si materializza sulla riva di un fiume molto grande, nei pressi di alcune spiaggette sassose assai note nel passato, talmente note da far guadagnare al maestoso ed imponente fiume l’appellativo riduttivo di “fiume porcone”, compresa la sua adeliana accezione di “fiume porcone lontano lontano”.
D’altra parte, se la Ade parlava naturalmente con l’eloquio di Nell nella magistrale interpretazione di Jodie Foster, mica è colpa mia.

E allora ci arrivo già in costume, con l’asciugamano e la tracolla in mano, trovo una coppia agè e proletaria, accampata con sdraio e ombrellone e frigo e giornali, lei di pancia che dorme nuda al sole, lui all’ombra dell’ombrello, di schiena che fa da vedetta, nudo.
E allora stendo, per niente convinto, mi scostumo, mi scappello e approccio a passi disturbati dai sassi, verso l’acqua. No, non ce n’è più.
In dieci minuti di ghiaia nel culo, dopo aver imparato a memoria il floscio pacco imbiancato di lui e le emorroidi polpose dell’abbronzatissimo sederone di lei, mi ricostumo e lascio.

Finita anche questa.
Il senso di rimorso per solo aver pensato di gabbare di nascosto la morale inossidabile in cui sono immerso anche da remoto, mi mette a disagio.
Mangio un gelato in quel bar dove nessuno ti dà del tu, sentendo redento l’atto di parziale immoralità compiuto prima.
Ecco creata la verità.
“Cos’hai fatto oggi pomeriggio?” – “Sono andato a mangiare un gelato, ma non confezionato, che c'ha i conservanti” - "Bravo".
Peccato di omissione e verità: assoluzione per assenza di prove, spendibile, risolto.

Disturbo bipolare controllato. Da un canto il terrore di rimanere solo con i miei guai, dall’altra la necessità di esplodere assieme alla bomba di istinti che sento ticchettare dentro me.
Come sempre un bivio.
Come sempre sceglierò la cosa sbagliata.

Come sempre mi ritroverò in prigione senza passare dal via e senza aver ritirato le ventimila lire.

sabato 27 agosto 2016

Sabato taziale

Bonjour.
Ieri sera durante i primi sedici minuti dell’ennesima puntata di Suits dove Harvey dice a Michael “ooooOOOOoooouuuUUUU”, che preoccupato corre da Rachel a dire “aaaAAAAaaaaaAAAaaa”, la quale piange guardandolo con gli occhi supplici, ho deciso di donarmi un rinforzato scampolo di assenza vigilato dalla compiacente Chimicamica e sono scomparso da qualche parte nel cosmo blunotte sino a un’ora fa.


Al di là del fatto che vedo Suits solo per gli abiti di Harvey e per quella Grandissimafica di Donna, che per il resto non capisco un cazzo di cosa si dicono in legalese, ieri sera necessitavo proprio di uno scampolo di assenza prolungato, poiché alcune considerazioni sulla mia vita mi avevano depresso.

Vado di seguito ad elencarle con terapeutico ordine.


.1 Li ho, ma non posso usarli
I soldi, naturalmente. Ne ho e molti, sparpagliati in conti esteri nei quali ho messo danari provenienti dalle mie estere attività, ma non essendo riuscito ad accaparrarmi nessuna cittadinanza, tantomeno nazionalità, estera. Per cui stanno là, perché portarli qua significherebbe la galera, pur non avendo operato alcuna fuga di capitali all’estero, tantomeno nessuna evasione fiscale, dato che la ricchezza (legale o illegale non importa) l’ho prodotta colà.

.2 La fidanzata
Concetta è una Donna eccezionale, colta, piacevole, intelligente e drammaticamente chiusa. Sessualmente mi attrae moltissimo, ma non posso gioire di tale dono poiché lei TOLLERA la mia ipersessualità, come se si trattasse di un dazio inesorabile da dover pagare per accedere al resto di me, che le interessa e che, ragionevolmente, credo ami.
La sua maniera di aver cura di me è a dir poco soffocante, travolgente, invasiva, penetrante, immersiva, mortificante talvolta e inesorabile. Troppo. Troppo per me che sono zingaro, musico ambulante, che vorrei stare in cento case o in un motel e mi sento, scusate, così dissonante perché vorrei molti amori e duemila figli come me. (Scusate mi è partito Concato adattato)

.3 Il lavoro
Grazie a Dio ne ho uno, grazie a Dio qualcuno ha avuto una intercessione per farmelo avere, ma io sono sotto pressione, compresso in una bottiglia più piccola di me da qualcuno che teme che la mia espansione possa offuscarlo e non mi sfrutta, tantomeno mi offre prospetticamente l’opportunità di crescere, di raggiungere nuovamente il livello a cui stavo (e che lui sa benissimo qual era) e così precipito quotidianamente in un orario preciso, incastonato in un tavolino piccolo con un pc Windows (che tanto cosa me ne faccio di un costoso Mac da 27”), a scrivere troiate o a rivedere bozze scritte da un altro fregnone come me, sinché campanella non ci separi, senza un buco, un anfratto, uno spiraglio in cui far colare ciò che so fare.
E di questo non posso certo parlarne a Concetta, che sgrana rosari di devozione per quel capo che ha accettato cristianamente di inserirmi nelle retrovie della sua agenzia che fa, a sua volta, parte delle retrovie delle retrovie delle retrovie.

.4 Gli amici
Scomparsi, evaporati, dissolti. Il telefono suona solo per lampeggiare “Concetta” e io sono fermo al fatto che credo che il Guascone Guastato di Costa sia ancora a Praga a dipanar puttane e film porno per l’umanità bisognosa, ma non so nulla di Max, Virus, Umbe, Zack, Loca. Nulla. Né di loro, né delle loro troie. Nulla. Loro sanno che io stabulo dietro a quelle finestre che occhieggiano la piazza, io so che da qualche parte ci sono loro, ma non sopporterei una fredda accoglienza, un sorrisino di circostanza affilato come una lama e allora resto con Concetta che mi dà le pillole e che cucina cose salutari a culo nudo sotto il grembiule, ma tanto quel segnale meraviglioso è solamente una necessità di libertà casalinga senza seguiti materassabili e io mi piego a questo status.

Recito il ruolo di attore secondario nella triste telenovela della mia vita. Ecco cos’è.
Le forze mi tornano e io sento un senso di ribellione, un sapore disgustoso di vita che è passata, mi areno affranto pensando che nei momenti d’oro con la Skiz lei aveva ventitre anni e ora si approssima ai trenta, o forse li ha passati che non so più un cazzo, mi insabbio considerando che vorrei un’altra come lei, giovane e disposta a provare gli eccessi, ma poi guardo la mia carta di identità e mi rendo conto pure io di aver lasciato i miei tempi d’oro e di essere un uomo, seppure ancora bellissimo e torvamente “asaSino” da far sorridere le donne sconosciute per strada.
Devo entrare nell’ordine di idee di aver inanellato solo fallimenti, lavorativi, sentimentali, finanziari, di aver dato luogo a scelte dissennate, senza capitalizzazione, senza oculatezza prospettica.
Ho sostanzialmente fallito tutto e mentre scrivo il cuore mi pompa nel petto come il mio Extraczzo pompava nel culo le sozze donzellette che allietavano, usa e getta, la mia vita di imbecille e so che, dopo aver posto l’ultimo punto ortografico a questo scritto urlante, dovrò ricorrere alla Chimicamica nella figura di Mr.X  per guadagnare un micro sballo rilassante che mi farà fondere sul divano come una frittata scappata al raggio di cattura della padella da cui ha preso il volo.

Questo è logorroicamente quanto, questo è il troppo che dovrei risolvere, troppo anche per uno che è socio di un gallerista di Riga in Lettonia, troppo anche per un Puttaniere Certificato, troppo anche per un solo uomo, troppo anche per due o tre, forse.

E allora riposo le membra e il Membro, stabulo nella mia ristrutturatissima casa nella quale aleggia costante la presenza di Concetta la Fibbianzianata, anche se costei è laggiù al Sud zeppo di aglio, anche se costei vive a casa sua con la figliola giovanissima con la quale, talvolta, usciamo a cena in tre a bordo della Conceptacar, come fa una noiosa, ed incollata per annoiata disperazione, una qualsiasi insignificante famiglia.

Ecco, ora ho vomitato anche l’ultimo tortellino.
Grazie di aver letto sin qui.


venerdì 26 agosto 2016

Cristalli di spigola

Marketing diretto e non direct marketing, su una scatola verde con ramage rilassanti che contiene bustine di una tisana destinata alla digestione che è stata chiamata TISANA SOLLIEVO STOMACO, affossando qualsiasi dubbio relativamente al suo indirizzo di impiego.
Sollievo non me ne dà, prendo due Buscopan e via e noto che anche la scatola del Buscopan ha subito un restyling stilistico, con una mainface su cui campeggia un discutibile e gigantesco logo typo, che in italico e grassetto dice Buscopan.
Come se il Buscopan necessitasse di un affrancamento di mercato che in questi ultimi centodue anni non ha raggiunto.
In questo caso, però, l’head è meno diretta della TISANA SOLLIEVO STOMACO e parla di un utilizzo destinato a “Manifestazioni spastico-dolorose del tratto gastroenterico” dove il trattino assume una valenza di e/o e mi chiedo se esista chi ha “manifestazioni spastiche del tratto gastroenterico” senza aver nessun dolore, ma mentre mi sego con queste pippe da pubblicitario maniacale, il mal di stomaco si riduce e allora viva il Buscopan.

La cui molecola è MButilbromuro di Joscina e quindi nel bugiardino dovrebbe essere indicata un’avvertenza destinata ai “Tauri” che contano di perforare i muri a cazzo dritto e non lo faranno, non quella sera almeno. D’altra parte, bugiardino si chiama, no?

Ho smazzato carte di trattori arcani sino alle due di notte e stamattina sono giunto in agenzia orgoglioso come un ignaro neolaureato del mio malloppo, che ho passato con silenzioso rispetto al mio capo alle ore 8:04, nella certezza che non verrà cagato per tutta la giornata, perché oggi è venerdì e il venerdì, si sa, è tregua.

La mia onirica ancella sessuale oggi non c’è e, guardandomi intorno, nessuna è papabile, come magari, anzi sicuramente, anche la mia ancella oniricosessuale sarà.
Rimango qui a nulla fare pensando che tale nulla fare popolerà anche il mio weekend senza Fibbianzata e scivolo molle su un’ipotesi di weekend ai fornelli per prepararmi una spigola fatta come Nettuno comanda, concedendomi come trasgressione un cucchiaio di olio di oliva in più, anziché un rave casalingo fatto di troie deambulanti in parziale nudità e pipe di vetro da cui fumare ottimi cristalli di Meth, ascoltano robaccia suonata da altri zombie fatti di Meth, chiavando random a destra e a manca senza protezione e con somma soddisfazione del mio io pompino.

D’altra parte, la spigola vince sull’ipotesi Meth, perché io sono fuori dal giro, da qualunque giro, compreso quel casereccio giro di guitti al ragù e/o peperoncino di Soverato (hhhhsoverhhhhatoooh) che erano i miei amici.
Amici.

Amici?
Bah.






giovedì 25 agosto 2016

Ti vuole il capo

“Ti vuole il capo”
Ehggià mi vuole il capo.
E così io mi alzo, occasione ghiotta per guardare le nude dita dei piedi di quella tizia giovane che credo sia una grafica, per me un po’ graNfica perché bella non è ma suda e odora di giornata vissuta che l’ho incrociata prima che rientrava da pranzo, nessuna esagerazione, forse un po’ di ormoni, forse le mestruazioni vicine, ma odora di femmina sessuale mammifera, lo sente il mio sistema Olphon Ciclotronico M24sp, ma mentre passo non mi caga di pezza e allora vado dal capo, perché io adesso ho un capo che mi vuole vedere quando vuole lui perché è lui il capo e io no, magari una volta, quando ero io capo avrei voluto vedere lui per dirgli che non lo volevo vedere mai più, ma adesso la situazione vuole che il capo sia lui e io speri intensamente, per la mia sopravvivenza buffa e bizzarra, che lui, il capo, voglia continuare a vedermi a lungo.

E così è stato.
Mi vuole vedere ancora (evviva!) perché devo smazzarmi una tonnellata di minchiate relative a una specie di trattore di tipo cheminchianeso e quindi sotto che sono già le 15:00 Tazio! echeccazzo stai a vedere che è colpa mia che sono le 15:01, ma non c’è nessun problema, smazzo tutto per domattina, che casomai me lo porto a casa sto merdoso fascicolo agricolo, che tanto non c’ho una minchiasozza da fare che chissà l’Umbe, chissà il Max, chissà quel coglionedimmerda del Costa e poi Virus, chissà dove cazzo sono tutti, adesso che la mia Fibbianzata è a ruttare aglio e a sudarlo nella splendida Calabria, terra di Ringhio Gattuso e di altri onesti calabresi, che i bastardi son qi tutti al nord ad ammorbare di ndrangheta le provincie ex sane, ma tanto le Provincie non esistono più che abbiam risparmiato i triliardi di Dobloni e buona pace di tutti.

E a proposito di pace, chissà che gli sciacalli con la telecamera la lascino stare quella povera (ora ancor di più, ora veramente povera) gente laggiù, che se vogliono sapere cosa si prova ad aver perso una moglie e ad essere rimasti da soli con un “canino” toscano che tace perché ha capito la tragedia meglio di loro, vadano a casa ad ammazzare la propria, di moglie, appena ha finito di farsi chiavare da quattro nigeriani di Boko Haram in libera uscita.
Ecco.

Per il resto tutto bene, bella gente, bella musica, bel locale, bella Nonfica Granfica grafica dall’odore sessuale, bella la voglia di tirarmi una sonorosissima gransega, magari fermandomi prima di venire, che la salute prima di tutto e poi gesù piange.


Vita e fianchi

Affondo i denti nel panone farcito di immondizia saporitissima, che è notte e mi posso permettere di cenare alle 23:00 che la Concia Concetta è scesa in Calabria Saudita e mentre sbavo olio e cipolla bruciata che condisce la carne di porco tritata davanti al camper sozzo che erige la tenda recante la scritta “Panini”, accanto a me giunge una manzetta sui 35 bruciata rossissima dal sole, sfoggiando un abitino dozzinale che si regge avvinghiato sulle tette evidentemente sguarnite di doloroso reggiseno, doloroso a giudicare dal Pantone che le tinge petto e spalle sulle quali colano sporchi capelli mossi che sfuggono dalla fontana spiritosa acconciata col mollone alla sommità del cranio e mentre ordina una lattina di birra con idioma palesemente veneto, le adocchio i piedi ignudi infilati in gustose infradito nere, di gomma, gomma di basso costo che le tinge di nero pneumatico la pelle ancora polverosa di sabbia, sabbia che rende arduo il permanere di un cerotto all’alluce destro che spegne d’incanto la veloce fantasia di accoppiarmi con lei in un lurido cesso di qualche stazione di servizio che lascia aperta la porta nottetempo.

Sono meno sano dieteticamente, meno riposato sonnolentamente, desideroso di sesso occasionale, magari non protetto, magari nel corso dell’uso di droghe naturali o sintetiche, annaffiando l’evento di whisky del Lidl l’evento speciale.

Butto il mezzo panone e mi avvio alla mia auto, rendendomi conto di essere in procinto di avviarmi verso il letto e le droghe ammesse dalla società benpensante, avvertendo un profondo senso di fastidio.
Cos’ho da raccontare? Cos’ho da rivivere con sguaiata soddisfazione triviale, ora che sono radiocomandato da medici e fidanzata remota e ho lasciato la banchina del porto della goduria lurida per navigare nelle sicure e controllate acque del buon agire?

Mi interrogo sino a casa, negandomi persino della sega della buona notte, sgocciolando la droga della salute in una tazzina piena d’acqua accanto alla quale pongo di rito una morositas che mi toglie quel gusto di trielina e mi avvio tra le braccia del pusher Morfineo, con appesa sul pigiama la coccarda del Ragazzo Morigerato dell’anno e mi caco un po’ il cazzo, ma poi dormo.

Dovrò tornare a Londra per una visitina di controllo e non potrò esimermi dal fantasticare di annusare quei collant di gesso che le infermiere indosseranno al mio cospetto e poi mi ricongiungerò alla mia fidanzata in albergo e ceneremo leggeri, poi passeggeremo, poco ma bene, per poi tuffarci o in una montella canonicomissionaria velocesvelta o in un sano sonno ristoratore.

Mi interrogo cosa scrivo a fare di una vita così.

sabato 20 agosto 2016

Emmenomale

Quanto lontana è l’Estonia? E la Pizzoscrofia? E la Ludronia? E mentre mi ripasso la geografia, che sai mai che un dì non mi venga chiesta, mi rendo cosciente che né l’ano della mia fidanzata, né il mio, sono oggetti e riferimenti graditi, anzi banditi, nel passato concessi, d’accordo, ma nel futuro vietati, poiché forieri di disagio emotivo, così come la continua (parliamone che ce ne sarebbe) ricerca di posizioni acrobatiche che mal si addicono ad un’indole schienaiola missonaria che, dal mio, schifo non fa, ma guai posare le gambe sulle mie spalle, poiché la postura affatica le di lei reni che dolgono e, sovente, rendono difficile la respirazione.

Questo l’argomento, che la poveretta ha dovuto piegare sotto la pressione della sua tendenziale vergogna d’esposizione. Poiché: “la delizia di approcciare al tuo meraviglioso cervello passa per le Forche Caudine della tua depravazione, che accetto sinché non pone in grave imbarazzo la mia natura diversa, Tazio” ma certo, Concetta, ci mancherebbe, figurati, anzi, sai che c’è? Mi spiace e non succederà più.

Non più. Perché io non fumo, non bevo, non mi drogo e ora pure chiavo poco e morigeratamente, perché è la salute il mio goal, non il piacere immediato, peccaminoso e insalubre. Io godo dei risultati, delle lunghe battute, che perseguo nell’estasi sublime di divenire un pupazzo asettico dalla bella pelle e dai sonni foderati di Rivotril e En, condito con Cymbalta e non più Serenase (che farmaco innovativo e di recente scoperta), ma talvolta farcito di Xanax e sicuramente spruzzato di Lyrica, non quella teatrale, ma quella teatrata.

E mi chiedo che fine avrà fatto il Guascone, che ho lasciato nella tetra Praga a destreggiarsi di arcano idioma e prevedibili idioti par suo. Mi chiedo dell’Umbe, del Zack, del Max e delle vacche scrofe mignotte a drappello di santità e nel losco sguazzare neuronale mi compaiono d’assalto i piedi dell’Anto, così umilmente offerti alla Furia Depravata della chiavagione cieca e dissennata del belluino Taziosauro, piedi così troiescamente agghindati da materiale casalinguo di risulta, ma efficiente ed efficace alla bisogna, al liquescente riattizzare il noto piacere parafilico che mi affliggeva e pasceva, ridondando i suoi echi isterici nei sommessi ghigni, sozzamente mormorati tra le luride labbra delle fiche cannibali che cotanto piacere non avevano, magari, forse, forse non avevano mai assaporato, ma non è di imprimatur che mi nutrivo, per cui penso, penso, penso, penso all’odore di femmina tra le sue dita sudate, mi faccio microbo per albergare nei suoi miasmi animali più intimi, nei suoi segreti più luridi che certo non può rivelare al Saaarti, puttaniere d’avanspettacolo a basso costo, cerebroprivo e insignificante semiotico, ma segreti che compaiono, in dissolvenza, talvolta d’improvviso, mentre cavalca il bidet seminuda alla sera, a gambe larghe, volgare cavallerizza da stalla, giumenta dai piedi scalzi e dalla fica bagnata d’acqua su cui scorrono le dita che si fanno foriere del messaggio ficale che implora un orgasmo sudicio, consumato nell’intimo pensiero di sozzure subite e inflitte ed il mio Ultracazzo si intosta, si erige, svetta, rampazzo di vene e cappella nuda e lucida, tesa, scura, che tira il frenulo sino al dolore, mentre penso di inforcare quel buco del culo rilassato della giumenta pornografica che dà ristoro alla segreta fica cannibale e mi vedo dietro lei a denudare le bianche natiche e ad inalare quel caldo soffio che l’ano spalancato dalla sodomia rilascia generoso nell’aria.

Fortuna che non sono più quel Tazio e che certe cose non mi passano per la mente più.
Emmenomale.
 

 

martedì 16 agosto 2016

Sic transit ferragostum Tazii. O giù di lì.

Ferragosto da schianto, raga. C’era anche il gelato, ohè.
Poi c’erano tutti gli amiciparentiamicideiparenti che linguisticamente era un paradiso per le orecchie sentire il calabroemiliano, davvero figus.
Forse a tratti togo.
Sicuramente togo quando cercavo di spiegare, in seguito a precisa domanda, cosa faccio nella vita e circa a metà dello spieghino il mio interlocutore cominciava a parlare ad altri.
Togo no?
Al terzo ho detto che faccio il tipografo.
Mi ha detto “ah” e ha iniziato a parlare a un altro. Ma almeno ha detto “ah”.
Toghissimo.

Poi lei mi dice “ti fermi da me?” e io dico “sì”, ma forse dovevo dire “no”, non so.
Alle tre del mattino ero sulle lenzuola ignudo come tre bronzi di Riace e lei arriva in mutande e canottiera e si stende in un gemito, dandomi le spalle.
Le faccio sentire sullo spacco culeo la potenza del nerbotortòre, già mitico punitore di settentasette armenti di agnelle infoiate, e lei dice la frase.
Perché esiste LA frase.
Quella definitiva, terminale, metastasica.
Quella detta a boccuccia alla buco del culo di pollo, con tono con cui ci si rivolge agli infanti irrequieti.

“Ma amore hai solo in testa quello tu, dai su. Sono esausta.”
Le chiedo scusa e mi giro, dandole le spalle.

Sic transit gloria mundi.
Bah.

giovedì 11 agosto 2016

Basta

E allora basta. Basta alcol, basta droghe, basta sigarette, dieta vegetariana, buone ore di sonno, cura della salute, farmaci, visite, Londra now and then, una fidanzata fissa.
Mica una sbarba eh, una donna, ma una DonnaDonna. Vedovanza, figlianza femmina ventunenne, sulla quale sbrodolo pensieri di una sozzura che, talvolta, imbarazzano dodici delle mie centosedici personalità. La mia fidanzata si chiama Concetta, ha le forme della sensuale rizdora emiliana di quarantasei anni, ma la soleggiata pelle meridionale della Calabria che amo pur non essendoci mai stato.

Cucina bene, a volte lo fa con grembiule e mutande e basta, perché Concetta non porta il perizoma, no, “piuttosto non le metto, se proprio devo fare la troia”, ma tanto le mette sempre. Ha un boschizio di notevole fittizio, di cui cura il perimetro, ma non tocca l’area, “perché quelle bottane che se la fanno come le bambine mi fanno schifo”. Ha la fica polposa, protrusa, dalle labbra naturalmente scurissime.

Concetta è in gamba, intelligente, bella, con un sorriso ammazzante e dei denti bianchissimi che sparano luce quando apre la bocca.
A meno che non la apra per tirarmi un pompino, di cui è cultrice ed appassionata, nonché sopraffina e rara esecutrice. Risucchia ed ingoia e, quando l’infoio si fa pesante, arriva anche al dito nel culo, cosa che gradisco, specie se con voce lorda di voglia mi sussurra “godi finocchioffrocio” con scivolate nell’idioma calabrese che mi arrapano moltissimo.

Concetta insegna violino, oramai solo privatamente. Vive di pensione cabrio e violino e io vivo di direzione creativa in un’agenzia del capoluogo di provincia taziale, in cui mi sono fuso con l’intonaco dei muri e nessuno a momenti sa che esisto.
L’ho conosciuta banalmente al bar e siamo usciti molte volte prima che mi permettesse di infilarle la lingua in bocca.
E allora basta. Basta alcol, basta droghe, basta sigarette, dieta vegetariana, buone ore di sonno, cura della salute, farmaci, visite, Londra now and then, una fidanzata fissa, Concetta.

Siamo stati in ferie una settimana in Sardegna, in un posto desertico dove ho colto l’occasione di invitarla a sfoggiare un topless che denudasse le sue monumentali zizze da Nobel per l’Arrazzo Imperiale Scappellato e già Bagnato, sortendo che “le tette te le faccio godere a letto, non qui” e mentre sanciva questo Regolamento insindacabile, il pezzo di sotto del costume faceva una lieve borsa dovuta alla posizione e, nomineddio, la Talpa Cazzibale dal pelo schiacciato faceva capolino goliardica all’interno.

Concetta chiava bene, nulla da dire. Mi dà anche il culo, non senza lamentele, seppure godendo e strizzando quel buco odoroso a mò di pompino eseguito al Deretano dalla Maestra Concetta.
Ma il buco del culo è delle grandi occasioni, non un budello di pubblico transito.
E allora basta alcol, basta droghe, basta sigarette, dieta vegetariana, buone ore di sonno, cura della salute, farmaci, visite,
Londra now and then, una fidanzata fissa, Concetta.

Il resto del mio mondo è sepolto là fuori, io non lo cerco, lui non mi cerca. La piazza si popola di sozzette vogliose, nel week end quando posso spiare. Il Taziosauro mi grugnisce di agire, ma non so se ve l’ho detto, basta troiate, basta alcol, basta droghe, basta sigarette, dieta vegetariana, buone ore di sonno, cura della salute, farmaci, visite, Londra now and then, ed una fidanzata fissa.

Capite la noia della congiuntura storica?
A volte mi trovo una ceppa di cazzo così vedendo la designer che si aggira in flip flop per far delle copie. Io lo so che sotto quella gonna vibra e grugnisce una fica cannibale, anche il mio cazzo randazzo randello tarello birillo lo sa, lo sente, lo annusa e si erge stizzito reclamando la monta suina, ma io non cedo. Io basta alcol, basta droghe, basta sigarette, dieta vegetariana, buone ore di sonno, cura della salute, farmaci, visite, Londra now and then, una fidanzata fissa, niente vacche in calore.
Finchè reggo.

lunedì 4 luglio 2016

Che non è

Che non è che ritorni daccapo a sfregiare la lingua italiana scrivendo di cose che non se ne incula nessuno, anche se c’hai quel taglio di dentro e di fuori, ma tanto ce li hai e li tieni ben stretti e mi spiace per te, ma non basta per niente, che la vita degli altri va avanti e tu sei ancora in parcheggio che ti costruiscono un parco e tre PEEP e non sai dove hai lasciato la macchina e poi ti ricordi del pranzo col Liga e sei animali da palco bifolco, che noi siamo così, bifolchi e villani, ma soprattutto spacconi, anche se meno dei romagnoli, gniss n’azident.

Che non è che spieghi a quei quattro, che non si sa perché ti seguivano, che t’è montata la sorte di sopra con tutto il rimorchio e che di toccare i freni non s’è ricordata nemmeno allo stop, scrivendo paroloni patologici e allegando le analisi sgrammaticali e illogiche, che se in Inghilterra le infermiere c’hanno le gambe bianche di gesso non è che a un porco, anche se fuori uso, non ci viene in mente di leccargli la prugna con ancora le chiappe che sanno di Cytrosìl.

Che non è che, anche se è passato quasi un anno, quando telefoni alla sozza di turno quella non gorgoglia liquamate e la incontri e ti chiede, tra le coltri insudiciate di ormoni, facendoti affogare lercio nella sua tenera carne usatissima, se sei il suo maiale e tu precisi, pedante, che sei il taurobriccotaziosaurusrex, ma in versione redux perché non è che puoi più sbroccare di droga e di alcol come quando consumavi il calendario come la Ade consumava la sua Immanculata Sorca Imperiale, cioè come se non fosse tuo/sua.

Che non è che la puoi menare col talento e l’esperienza e l’internazionalità consacrata al delinquere perché ai provinciali che abitano nel centro del loro mondo sembra di periferia anche chi calpesta il sanpietrino più in là.

Che non è che se anche tutti sono colati come sugna sulla griglia, sparendo nel nulla del nulla da cui provenivano, tu sei migliore perché lavori da altri famosi e fai una vita attenta al mangiare, che al bere si fa presto, perché tolta l’acqua non c’è poi più niente.

Che non è che se anche ti si rizza in farmacia, guardando la Dottoressa Biolcati in sandalini porno anni ottanta che ti serve le pastigliette della soppravvivenza, dopo ti  spari in un appostamento che levati Pelloni e finchè non glieli annusi non hai pace, perché oggi è così, all’insegna dello sbattimento di coglioni, ma anche con garbo, che non mi salti fuori anche il varicocele.

Non so più niente e non mi ricordo più niente.
Che non è che se fai cazzate merdose per anni poi devi essere un taccuino di Hemingway per forza, che tante volte è meglio dire io non c’ero anche se c’eri solo tu.

“Taziolino, le hai prese le pastigline?”
Che non è che anche se c’hai un culo a cui manca solo il vetro di protezione e l’allarme da che capolavoro che è mi puoi dire Taziolino.

Taziolino ‘sto grancazzo.
Tira su le tue carabattole e togliti dai coglioni, subito.
Che non è che se uno non è poi è, eh.
Chiedetelo al Liga.


mercoledì 8 luglio 2015

Scorci emiliani

Mangio un toast e arriva Baldini, chiamato da nessuno, invitato a sedersi da nessuno.
Mi narra con affabulazione di essere nel business delle macchine operatrici usate, che di ’sti tempi vanno come il pane e lui ci fa “il grano”.
Curiosa la metafora.
Come dire che vanno come il vino e lui ci fa gli acini, o come la merda e lui ci fa i culi. Ed è qui che mi casca l’asino: perchè se è col grano che si fa il pane è altrettanto verissimo che, con la merda che vende, prima o poi gli faranno un culo tutto suo.

“E tu di cosa ti occupi Tazio?” mi chiede fumando mentre mangio, che mi irrita.
“Di una valanga mostruosa di cazzi miei” rispondo senza smettere di mordere il toast.
Baldini ride, come Amedeo Nazzari ai tempi d’oro.
“Devi rilassarti Tazio, sai cosa ti vuole a te? La figa, dammi retta, fidati.” e ride come Amedeo Nazzari.
Volevo restare a leggere il Carlino dopo il toast, ma invece lascio dieci euro sul tavolo, mi alzo e dico.
“Baldini?” - “Eh”
“Ma vai a farti inculare da un senegalese come fa quella troia di tua madre” e me ne vado.
Scorci emiliani, rilassatezza.

Tatzio tipografo in Riga

Tic tac, tic toc, il ritmo della bassa scandisce i suoi tempi che guai se son difformi di un graffio che perdiam tutti la testa.
Ore 04:06, guardo dalla finestra la piazza vuota, son sudato come un caribù perchè mi sono addormentato dimenticandomi di inserire l’aria condizionata e Auronzo, Astronzio o come cazzo si chiama, è lì che spazza di dentro e di fuori al Centrale, perchè alle cinque e mezzo arrivano i primi operai col furgone cassonato a fare colazione.

Non sto bene, no, per niente. Nella rassicurante clinica di Londra mi hanno versato alcuni ettolitri di dio sa cosa in vena, con flebo, siringhe e ogni diavoleria, ad opera di sintetiche infermiere sorridenti, inguainate in collant di gesso bianco, che con una cadenza esasperante entravano a bucarmi, sostituire, darmi la pappadimmerda, che vi lascio immaginare in Inghilterra una pappa ospedaliera cos’è.
Una notte, di una pioggia novembrina battente, ho disposto tutti i miei telefoni cellulari sul letto: l’italiano, i due cechi, il lettone e quello inglese, tutti spenti da tempo immemore. Per una frazione di secondo ho avuto la tentazione di chiamare la Skiz e di dirle di venire su che avevo bisogno di lei, ma poi il buonsenso mi ha fatto ingollare venti gocce e il sonno sintetico ha decretato il “morta lì”.

A proposito di telefoni cechi: l’avvocato olandese la sa lunga ed è un drago eh. Ha seminato tanta di quella zizzania che, alla fine di un rocambolesco e vertiginoso giro, tutti l’hanno tirato in culo a tutti e io sono diventato totalmente (ed in ombra) proprietario assoluto dell’Humble Brothel and Hotel.
“E adesso?” - chiedo come una verginella mestruata - “adesso si chiude tutto.”
Cazzo, ma come si chiude tutto?
“Sì, si chiude e tra un mese si appicca il fuoco così incassiamo i Lloyd”
Che bella vita sana, densa di principi, spensierata, onesta.
“Ci pensa lei?” - “Lei mi paga per questo, Signore, certo. La tengo informata.”.

Intanto qui tic tac, tic toc, giovedì Kikka, venerdì la tossica Sara, sabato a invito.
Questo giovedì pare che, a causa dei sessantadue gradi, il calcetto non vi sarà e la cosa mi rallegra. Niente Kikka, grazie a Dio.
A proposito di allegri compari sulle cui evoluzioni vi darò, forse, un dì notizia: Umbe-pagliuzza-corta mi avvisa di non essere più persona gradita al consesso prandiale del sabato taziale e si scusa, molto a disagio. Ottimo.
Allungo una sostanziosa cifra alla Marghe e prenoto il tavolo del sabato prandiale (il migliore) tutti i giorni mezzogiorno e sera per un anno, col patto che rimanga vuoto anche a locale zeppo e che, soprattutto, dio non voglia che MAI vi stabuli l’allegro consesso amicale del cuore. E io vado a mangiare al Centrale.

La Raffa è interessante, troppo.
Al mio ritorno dalle terre fredde del nord est, noto che il winebar è in piena attività di ristrutturazione. L’ha comprato lei. Astrolabio, Austronzo o come cazzo si chiama si tiene il Centrale e lei si smazza il winebar, stile osteria francese, piccola cucina, molta figa, musica di tendenza e art oriented. Bravona, lo volevo fare io.

E qui tic tac, tic toc, l’affare B&B è alle battute di chiusura, la Chelli mi chiama perchè vuole “aiutarmi” a entrare a gamba tesa senza sapere che se voglio ci entro e se non voglio non ci entro, così allergico come sono all’asse Caparezza-Lidia. O compro tutto (gli aiutini da casa mi fanno ridere il culo) o ciccia e sarà ciccia, considerando che la Betta lavora come commessa assunta a tempo indeterminato in un panificio non molto lontano.

E’ così, amici.
Tic tac, tic toc, è un po’ che sono qua, ma scrivo solo stamattina con questo caldo atroce. La Lidia mi ha visto dopo un’eternità ed ha inscenato in tempo zero la piece “servo in ginocchio e lecca” e io ci sono stato, anche se ancora per poco.
Nessun come stai, nessun come va. Bisogna attendere, me l’ha isegnato un olandese.

Parigi, il Bordeaux, tutto saltato.
Da London City solo uno stop over su Zurigo e poi Riga, avvocato, società fatta, serata di vernissage della galleria d’arte, Anikam moglie del bergolettone, che gira nuda per casa coi suoi pargoli, figa come una statua del Canova, dissuasiva come un agente del KGB, poi macchinone russo, autista, bergolettone e due tizi armati come Rambo, undici ore e Lutsk Ucraina, mi viene da vomitare, tu vomita che io ti copro, poi piacere Tazio, piacere Gorky, aspetto una tua telefonata skype Tatzio.
Certo Gorky di Lutsk.
Tatzio tipografo in Riga ti chiamerà senz’altro.

Tic tac, tic toc, non sto bene, non sto bene per niente.
L’estate credo la passerò qui, nella bassa bojona, ad ascoltare l’ammaliante voce bassa di tono e di volume della Raffa, guardandole gli eccitanti callosi piedi molto maschili privi di smalto, issati su quei sabottoni infradito scaldacazzi, parlando con lei della qualunque e beandomi di essere l’unico ammesso ad una comunicazione così estesa in termini di tempo ed argomenti.
Asturio resta là, triste e senza fisic du role, ma soprattutto senza spessore utile a confrontarsi con questa donna non colta, ma certamente non qualunque.

Il winebar riaprirà.
Il B&B anche.
Un peccato festeggiare con una Oransoda.
Ma la Raffa dice di non disperare che, nella vita, le cose piacevoli e non dannose sono tantissime. Basta avere un complice giusto.
E non posso che trovarmi d’accordo con lei.