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domenica 2 febbraio 2014

Peperoni

Certo che oh, incredibile eh. Il passato mi torna su, come i peperoni ripieni di carne.
Prima la Milly, poi venerdì sera la Ale, poi ieri sera.

Sono al winebar a dragar fica frolla che mi sento due occhi di bragia nella nuca e mi giro a vedere le sembianze di Caron dimonio, trovandomi di fronte un paio di calze coprenti a righe orizzontali viola e nere, bebè scamosciate, mini svasata, piumino corto e stretto, capelli rosso malpelo e un bicchiere di rosso in mano.
"Ciao Tazio, come stai?" chiede seria la lolita un po' invecchiata, ma parecchio migliorata, transitata verso una fattezza più compiuta, nettamente non sfigata, seppur sempre un po' intristita, generalmente più aggraziata.

"Ciao SquawMarina, io bene e tu?"

Sono epoche.
C'è il giorno in cui vuoi essere sottomessa ed umiliata ed il giorno in cui ti sei cagata il cazzo di queste stronzate e dici a todo el mundo: son così se mi vuoi, se no va a straffanculo, che io 'sta fase e 'sta frase le stimo anche di più, per tutta una somma di svariate ed avariate ragioni, ma nel complesso esistenziale del letto chiavaiuolo, l'essere cavalcato nella luce fioca di un'abat-jour molto calda da questa rifiorita Marina non mi spiace per nulla, così come mi aggrada in modo insospettato palpare la sua ciccetta, trovando che lo stato di "grassottella" (nome che non rende giustizia al sublime), nella luce fioca di un'abat-jour molto calda, le conferisca una vena di seducente erotismo che ripercuote le sue vibrazioni bollenti sul mio epididimo ingrossato e, nel momento in cui la giovane Werther maneggia nel punto di giunzione dei nostri sessi, gemendo, inarcandosi deliziosa, dichiarando sintetica alla fine "questo è il culo Taz… ", avverto con palpitante ed entusiasmante sentimento puro che qualcosa cambia, là dove nulla sembra cambiare mai.

Bella bambola di carne burrosa, bianca, non grassa, ma formosa, carnosa, dal pube polposo, depilato alla perfezione, "da quando mi hai rasata tu non me li sono fatti crescere più", dai piedini bambini con le unghiette smaltate di nero, la palpo, la strizzo, lei geme, i duri capezzoli rosa increspati e le tettine sodissime, mi svetta la fava e la donzella si arrotola sensuale i capelli rossi sulla sommità del capo e mi sbocchina divinamente, mormoro sozzure, ipotizzo scenari a tre e lei mi segue, dicendo che non è impossibile infilare nel mio letto anche una sua amica a cui piacciono i cazzi grossi e maturi e le chiedo se assieme se la sono mai leccata e lei mi guarda e mi dice certo, un po' stupita del mio bizzarro quesito e le vengo in gola, provando un amore infinito verso la sua bollente accoglienza e intimità amorevolmente concessa.

E' l'alba quando lei si riveste ed io servo caffè odorosi, quando mi preme scusarmi per l'incontro precedente e lei mi guarda severa dicendo: "Con questo hai quasi rovinato tutto. Di cosa cazzo ti scusi? Ero qui per essere brutalizzata e tu lo hai fatto."
Beviamo il caffè nel diluvio universale che ci spaventa tutti.

"Baciami"
"No"
"Perchè no, Marina?"
"Perchè non ci amiamo."


Mi manca già.

venerdì 4 maggio 2012

Bestia notturna


Ma perché di venerdì? Perché qualcuno si prende sempre la briga di rompere il cazzo di venerdì? Domani è sabato, poi c’è domenica, ma non possiamo parlarne di lunedì? Che tanto se c’è da fare del lavoro, sempre di lunedì lo si farà. E invece no. Gente di merda.

Comunque ora è finita. Tutti a casa. Finalmente.
Adesso ci vado anche io, a casa. A farmi una doccia e anche una sega pensando a ieri sera. Le tre Grazie Musiciste mi hanno davvero arrapato come un muflone. Cazzo se me le sarei scopate tutte e tre.
E, secondo me, la Violinista cavallona di culo scopa bene.
Però non devo perdere la concentrazione, non devo divagare, devo mettere a punto le idee.

Devo decidere. E devo farlo ora.
Perché dovete sapere che a pausa pranzo, mentre ingurgitavo dei sandwich orrendi, ho mandato un messaggino crudo, asciutto e violento alla SquawMarina.
Così, per saggiare la consistenza delle sue grandi labbra. Per vedere come reagiva.
Le ho scritto questo: “Sono affamato e ho voglia di carne cruda da divorare. No ti sarai mica dimenticata di me, vero?” che mi pareva sufficientemente orientato e foriero di sozzerie a base di corde, rotelle e piscia.
E la cagna bastarda in calore, seppur dopo un discreto tempo, mi ha risposto.
“Scusa il ritardo, posso solo ora. Mi ricordo benissimo di te io dimentico solo le cose sciocche”
Liturgie classiche, pseudo intense, con risvolti intimistici di sta mazza randazza.

A questo punto, la decisione. Io non messaggio più, non sono una patronatina griffata frigida. Io se messaggio le comunico luogo, ora e come deve venirci vestita. Ma il punto non è questo. Il punto è: sono proprio sicuro di volermi adattare alla regole di scambio di Inquieta? A parità di sforzo è meglio concentrarsi a preparare la Squaw, introdurla, sopportare troiate e cagate, oppure è meglio sgattaiolare dietro la pattumiera coi topi e la spazzatura e agganciare Svetlana fuori dalla casa e montarla nel culo sino a farle perdere la voce a furia di gridarmi in russo che ne vuole di più?

Perché ieri sera, quella Mente Maligna della Milly, mi ha fatto cadere alla colombella un’informazione mica da poco: nel più ampio discorso mi ha detto in quale palestra va ad allenarsi Svetlana. Certo, direte voi, ma mica puoi metterti lì davanti alla palestra tutto un giorno a farle la posta. E io vi risponderò che è vero, ma poi aggiungerò che non è affatto necessario, poiché in una precedente colombella liberata dalla Sordida Milly, ho saputo che Inquieta è una rompicoglioni impressionante: se Svetlana non torna dalla palestra alle sei in punto la vecchia puttana scatena il casino. Facile no? Milly è diabolica: da un canto mi sconsiglia di insidiare l’infoiata servetta amazzone della vecchia di merda e dall’altra mi sgocciola due info per andare a braccarla da solo.

Non posso, non posso prendere decisioni strategiche quando sono stanco, non ho tempo a sufficienza e continuo ad avere negli occhi il culo di Habana avvolto in quella tunica bianca. Merda. Ho una voglia di leccarle il buco del culo sudato, con tutta quella bella pelle nera liscia, calda, odorosa di Regina d’Ebano.
Mi spaccherei una sega anche adesso.
Calma, ci vuole calma. Calma sovrana. E ordine.

Nessuna decisione. Non oggi. Sono troppo arrapato, troppo stanco e troppo scazzato.
Vado a casa, mi faccio una doccia e una sega, poi mi vesto e esco a mangiare. Vado alla Solita, che è un pezzo che manco. Così mi sparo due chiacchiere con la Marghe, tiro le dieci e mezzo e poi vado al Circolo. Tanto è venerdì e non ci sarà nessuno, se va come va sempre. Tiro la chiusura e poi mi invento qualcosa per farmi sollazzare il Grancazzo Rampazzo che mi ritrovo da quelle due dee del sesso sudicio: Milly e la sua Troia di Ebano.
Cazzo sì.
Ho voglia di essere divorato.
Ho voglia da bestia.

sabato 28 gennaio 2012

Il Pigmalione e la Squaw

Un’ora. Ci ho messo un’ora intera a depilarti completamente. E’ stato così intimo. Ed eccitante. Tendere la pelle e passare il rasoio vicino al clitoride. Dirti con estrema calma che avrei potuto recidertelo, se solo avessi voluto, e tu non avresti potuto impedirmelo. E ho goduto dei tuoi brividi. Ho goduto nel vedere con chiarezza che ti bagnavi. Certo, un po’ di scena ci voleva. TI voleva. La volevi anche se non lo sapevi. I guanti di lattice, ad esempio. Danno un’aria così chirurgica. Ma di una chirurgia messicana, di quella che si perpetua clandestinamente nei luridi retrobottega di Tijuana ad opera di medici a cui la licenza è stata tolta, medici che operano sporchi, fumando, ubriachi. E così io, fumato e bevuto, con l’accappatoio aperto ed il cazzo che penzola, ma con i guanti di lattice. E tu stai lì, gonfia di voglie sozze, legata alla sedia, a gambe aperte, spalancando ai miei occhi sconosciuti il tesoro, la dote, l’intimità preziosa che avresti dovuto serbare per donarla al tuo sposo come il bene supremo che nessun altro mai ha violato.
Al lume di candela ti depilo la fica. Legata alla sedia. Nuda. E tutte quelle che ci stanno leggendo, Marina, provano un sussulto e la voglia sozza di essere al tuo posto, lo sai?

I tuoi piedini piccoli, regolari, anonimi, dalle dita tutte simili e cilindriche, poggiano sul pavimento orribile della mia cucina di merda. Ti guardo, nuda e cruda, adesso ancor più impietosamente nuda, e ti trovo oscenamente attraente. Ti sei lavata con accuratezza quasi maniacale, sei inodore ed insapore, fastidiosamente pulita, ma io so che un corpo con queste forme, con questa pelle, con questi nei, ebbene, un corpo così può donare eccitazioni olfattive sublimi. La rotella ti dà sensazioni magnifiche. Sui capezzoli rosati, sul clitoride gonfio, sul perineo!, oh sì!, sulla fica rasata, per la prima volta in vita tua totalmente rasata, ti fa impazzire di sottilissimo dolore irrinunciabile, così come ti fa godere pervertita sull’ano leggermente estroflesso per la posizione che ti ho imposto legandoti, quasi ti invidio, piccola troia di merda, ma poi mi consolo, perché prestissimo toccherà a me, per mano di una depravata sozza puttana amorale par mio. Ti lecco e poi ti premo quell’acuminata ruota deliziosa, mentre la tua voce si fa quasi pianto, la bocca si deforma, gli occhi si chiudono stretti e ti chiedo se vuoi che smetta e mi dici di no, vuoi ancora, vuoi che ti rulli quelle punte ancora, ed io rullo, premendo, chiedendoti se è qui che le vuoi, oppure qui, oppure qui e tu singhiozzi con la testa reclinata all’indietro ed è un invito, un invito a misurare i tuoi limiti e, vedi Marina, è qui che si misura la presenza o l’assenza del Tocco Creativo, che è quella cosa che dovrebbe stare dentro alla tua lurida anima e che invece non c’è, schifosa troia senza talento.

Faccio gocciolare la cera bollente sul tuo pube liscissimo e emetti un gutturale urlo soffocato. Poi aspetto e con cura e precisione la stacco quand’è ben raffreddata. Ansimi, gonfia di voglia porca in viso e mi dici piangente che devi fare pipì. Fare pipì. Ti dissuado dall’usare forme verbali infantili, ti dissuado vigorosamente, percuotendoti le cosce e le mammelle sulle quali si erigono i piccoli ditali di carne, ti percuoto  facendoti sobbalzare e ringhiare di dolore, ti dissuado, invitandoti ad usare locuzioni verbali adulte, financo volgari, poiché è ammesso un ‘devo pisciare’, un ‘mi scappa la piscia’, un ‘devo urinare’, ma non è ammesso un ‘devo fare pipì’. E poi ti ordino di farla e ti concentri e la fai. Sgoccioli sul pavimento, sul bordo della sedia, lungo le cosce. La fica sbava lo zampillo dorato, si apre, si bagna, diventa lucida. Odore di urina, di gabinetto, di stalla, hai perduto tutto, sei entrata all’inferno, troia. Schiudo con la mano sinistra le labbra e rullo la rotella sulla tenerezza del foro uretrale e sobbalzi quasi sbavando, i capelli scomposti, gonfia, lurida, vogliosa, arrapata. Altra cera sui capezzoli. Altro rantolo. Altro rullo, altro pianto.

I tuoi piedi nudi nella pozza di piscia. Madre e moglie. Diventerai questo, troia. E alla sera racconterai fiabe dolcissime ai tuoi bambini, ricordando con la coda del cervello che hai goduto infinitamente a farti seviziare da un depravato molto più vecchio di te, in una notte d’inverno, senza che nessuno sapesse nulla, perduta nel posto segreto, perduta nel tempo segreto, sciogliendo la tua anima in una pozza di piscia.
Ti slego. Ti prendo in braccio, mi stringi, mi baci, mi vuoi e ti voglio. Tenendoti in braccio ti porto sul letto, abbandono l’accappatoio e premo il cazzo sulla fica rasata, strapazzata e infiammata e sento il tuo caldo e ti entro dentro, godendo di una frustata lungo la spina dorsale, te lo sbatto dentro e grugnisci lurida, con gli occhi chiusi e un piccolo sorriso laido e ti chiavo. Ti chiavo e mi piace, finalmente ti chiavo, ti monto, ti fotto, ti scopo e ti tieni alle lenzuola godendo, sbavando, spalancando le gambe come una consumata puttana e mi arrapi, diventi bella, sensuale, te lo sbatto profondo e spalanchi gli occhi e la bocca fa O, mentre prendi il Grancazzo nella figa piccina, nella figa bambina, ti metto su un fianco, ti metto di pancia, ti faccio salire e cavalchi al galoppo e ti tocchi e, vedi Marina, una speranza ce l’hai, perché adesso che ti guardo mentre galoppi selvaggia, impalata dal Cazzo Imperiale, ti muovi sensuale, sei sexy, sei porca, la sfiga è scomparsa, la bruttezza anche, e non vorrei esagerare, ma da come ti tocchi, da come galoppi, da come mi scopi l’uccello facendomi godere da porco, ebbene, da tutte queste cose mi sento di dire che forse, dico forse, un talento ce l’hai.

“L’hai mai preso nel culo?” ti chiedo insolente e mi rispondi di sì. Ti faccio smontare, ti accucci in ginocchio, sei brava, capisci, sei reattiva, ti spalanchi il culetto con le mani piccine e il tuo ano arrossato si schiude di buio e ti inculo senza cura, facendoti urlare di gola e poi mugolare di piacere e dolore nel culo, affondando rapido la verga nelle tue bollenti budella merdose e ti rassicuro, te lo dico, ti dico che farò di te una gran troia e con sollievo mi dici di sì, che lo vuoi, stringendo il buco del culo, strozzandomi il cazzo e più stringi più ti inculo, più strozzi e più affondo con forza e mi piace incularti e ti piace che ti inculi e capisci che se stringi il buco del culo io ti inculo con forza e godi maiala a farti spaccare il culo dal mio cazzo di marmo e ti sborro nel culo ringhiando e tu stringi e capisci e sorridi e mi inciti, pronunciando adorante il mio nome, mentre abuso del tuo ano merdoso, fottendo come una bestia e tu spiaccichi la faccia da troia sul cuscino, tra bava, sudore e capelli e sorridi estasiata sentendomi schizzare.

“Secchio e stracci sono nello sgabuzzino. Vai a lavare in cucina e poi vattene.”
E tu esegui, diligente, nuda, umile. Mi piaci, ti terrò. Ti farò diventare la troia che vuoi essere.
Non sarai una grafica mai, ma farò di te qualcosa di simile, farò di te una fica.
Te ne vai e, andandotene, mi ringrazi.
Brava.
Molto brava, Squaw Marina.
Molto.

venerdì 27 gennaio 2012

Staseraorenovepuntuale

Come vestirà il dottor Tazierk stasera? Cosa indosserà per vivisezionare la sua cavia, all’interno del laboratorio di anatomia psicopatologica? Il dottor Tazierk aspetterà la piccola roditrice vestendo solo un accappatoio nero, dal quale farà capolino il suo enorme pene dal glande nudo. Sedurrà di seduzione animale, ormonale, la sua cavia peruviana per poi convincerla a lasciarsi guidare nel viaggio del Magnifico Dolore. La immobilizzerà al tavolo operatorio della sua cucina e odorerà quei genitali gonfi di pervertiti desideri. Forse la depilerà completamente, in un rituale dai sapori dell’orrido misterioso. Sicuramente le somministrerà molti dolorosi ed umilianti clisteri caldi.
E poi darà sfogo alle sue fantasie più turpi, che culmineranno nel coito anale, nella dilatazione estrema di quegli orifizi  ritenuti, sin lì, inviolabili.

Autentico relax disimpegnato, insomma.

Commiato

A mezzogiorno in punto, entra nel mio ufficio una ragazza brutta, sfigata e senza talento che ha la capacità di mettermelo dritto di marmo in dieci secondi. Mi si avvicina con un sorrisino da timida servetta delle suore e mi dice “Tazio io vado, volevo salutarti e ringraziarti di tutto perché…” e la blocco con un segno di stop con la mano. Sento la bestia di dentro che mi dice “era ora che ‘sta quarantena finisse”.
Prendo un post it e le scrivo il mio indirizzo e il numero del mio cellulare.
Glielo do e mentre lo legge le dico “Stasera alle nove, puntuale”.
Diventa rossa come un peperone mi fa segno di sì con la testa.
“Puntuale” torno a dirle.
E torna a farmi segno di sì con la testa e poi va, col suo sfigatissimo zaino sulle spalle.
Stasera si mangia carne viva.

giovedì 26 gennaio 2012

Visual

Vigliacco come solo io so essere quand’è il momento, mi premuro di arrivare in ufficio in ritardo per evitare il caffè intimo del mattino. Voglio studiare in terza persona la situazione e così varco la soglia alle nove e ventidue. Disinvolto, svolazzante di cappotto, butto la testa dentro dalla Betta e soave dico ciao.
Capelli raccolti in una riccissima e nerissima coda indomita, camicia bianca col collo tirato su, golfino di angoretta grigio antracite corto strizzatutto, pantaloni di lana Tasmania fumo di Londra a sigaretta, calze color carne, ballerine di camoscio nere. Che figa.
Gira lenta la testa e dispiega un sorriso luminoso come una Supernova, dicendomi ciao.
Faccio scivolare lo sguardo dai capelli ai piedi e dai piedi ai capelli e lei sorridente, con gorgheggio di pacata  risata, mi chiede che c’è. Le sorrido, le soffio un bacio e svolazzo via.
Poi incrocio una giovane donna brutta, sfigata e senza talento che esce dal bagno.
La blocco per un braccio e le chiedo scortese “E’ domani l’ultimo?” e lei, abbassando lo sguardo, fa di sì con la testa. Mi chiedo perché quello sgorbio peloso mi arrapi così tanto.
Entro in ufficio, appoggio la borsa, mi tolgo il cappotto mi piazzo al mio tavolo e mi viene in mente una canzone di un cantante che mi sta particolarmente sui coglioni.
E’ questa.

mercoledì 25 gennaio 2012

Ipotesi creative

Bene.
E’ successo di tutto oggi: terremoti, pianti torrenziali, carnosi baci con la lingua.
Vorrei dire al destino che io sarei a posto così, che non si disturbasse a volermi allietare la serata.

Anche se, volendo leggere i segni, il karma, la rava e la fava, dovrei navigare sulle onde di vibrazione e telefonare alla Squaw Marina, farla venire a casa mia con mezzi propri, farla spogliare nuda, metterla prima ai fornelli a cucinarmi un pasto decente, poi spedirla a pulirmi a fondo il bagno ed al termine delle sue incombenze, legarla e immobilizzarla per poterle passare sulle zone più molli la rotellina con le punte, quella che sembra un taglia pasta, ma che invece non è, portandola a mille esasperati orgasmi, dolorosamente deliziosi, per poi piantarglielo nel culo sino a scoparle lo stomaco, come si sarebbe ampiamente meritata, giunti a quel punto.

Non è una brutta ipotesi, eh.
Filo elettrico, candele e dutch tape ce li ho.
Manca la rotellina.
Ma non è impossibile da reperire, no, anzi.
Vi farò sapere.


martedì 24 gennaio 2012

Extra moenia

La Squallida Squaw Marina viene nel mio ufficio per dirmi che per lei il 27 è l’ultimo giorno di stage e mi lascia della roba da firmare, che gliel’ha detto Matt. Dico ok, mettila lì, poi lei si gira e io ho un impulso e la chiamo indietro.
“Dammi il tuo cellulare” le dico aprendo la rubrica del mio.
E lei mi detta, seria.
“Io e te abbiamo un sospeso. La settimana prossima ti chiamo”
Scuote la testa in segno di sì.
La settimana prossima lei non è più la mia stagista, io non sono più il suo tutor, ma siamo entrambi abbondantemente maggiorenni.

Un’improvvisa voglia di sudiciume.
Ora è passata.

giovedì 12 gennaio 2012

St. Patrick


Immagino quanto sarai stata impaziente, piccola scimmietta bruttina, di mostrarmi il parto della tua mente creativa che, al pensiero di essere frustata con la cinghia, ha assunto una nuova leggiadria, disimpegnandosi dagli schemi scolastici nei quali è cresciuta deforme, scivolando fluida sul succo di figa che ti cola tra le cosce da ieri. Ho notato, sì stai tranquilla l’ho notato, che oggi hai una gonnellina come le femminucce, anche se pure qui l’interpretazione è greve ed appesantita. Indossi bebè nere di camoscio, collant verdi coprenti e quel vestitino a metà coscia, pure verde che, nell’insieme dato dai tuoi merdosi capelli di stoppa color topo e dall’espressione dolente come se avessi le emorroidi, mi evoca il folletto irlandese delle feste di St. Patrick nelle quali, però, di tanto in tanto vi era una troiona santissima con la zinne nude e i trifoglini sui capezzoli.

Ma tu no, tu indossi il vestitino con le bretellone e sotto un dolcevita di lana nero che si accompagna al nero delle bebè di camoscio e, devo essere sincero, ad eccezione del pensiero che sarebbe, tutto sommato, piuttosto semplice incarciofarti nel vestito e abbassarti collant e mutande in un colpo solo per aver accesso al tuo tremolante ano voglioso, ebbene, ad eccezione di questo dettaglio gioioso per il resto ciò che ispiri è tristezza. Sfigata, sconfinata, profonda tristezza.

Mi siedo accanto a te e mi mostri tre layout, tre. Due sono da sciogliere nell’acido, ma il terzo comincia a dimostrare di essere qualcosa di sensato, che basterebbe cambiare il font usando una grazia bastonata che lo so che vorresti essere tu, la grazia bastonata a sangue, ma io mi riferisco ad un meno sadomaso carattere Museo, che tanto va di moda adesso, per fargli prendere respiro. Buona l’idea dei pittogrammi, anche se vanno rifatti e resi più essenziali e rotondi, ma nel complesso devo dirti, triste sudicia troia in calore, che ci sei arrivata e lo hai fatto in un giorno, che erano nove che rimestavi della diarrea spacciandola per passato di fagioli e ti ci eri pure anche convinta che lo fosse.

Lo guardo e lo riguardo e vedo che hai anche imparato a gestire lo spazio dandogli un senso, perché lo spazio non è vuoto, ma è spazio, cazzo, ficcatevelo in testa mocciosi, perché è lo spazio che distacca questo layout da quello che fa il macellaio per pubblicizzare i suoi cotechini dimmerda, perché qui, puttana, non siamo in una merdosa tipografia del cazzo, ma siamo in un’agenzia di comunicazione e devi smettere di pensare da tipografo e cominciare a pensare con la figa.
Sì, con la figa bagnata e la voglia di venire. Questo è il segreto sozzetta.

Mi avvicino al tuo orecchio con la voglia di mormorarti delle oscenità e lo faccio con un filo di voce.
“Ti meriteresti che ti frustanssi le cosce, le gambe ed il culo nudo fino a spezzare la cinta, perché in un solo giorno sei riuscita a produrre qualcosa di appena guardabile, un giorno, un solo giorno, mentre ci hai fatto vomitare il culo per nove, nove, giorni di sofferenza esistenziale propinandoci delle cagate che il tuo stesso buonsenso t’avrebbe dovuto sconsigliare di mostrarci. Però ti meriteresti anche che te lo sbattessi dentro forte, fino a fartelo sentire in gola, perché ci sei riuscita ed è giusto che dopo esserti fatta frustare a dovere tu abbia la tua dose di enorme cazzo duro come quello che ho in mezzo alle gambe in questo momento”

Una situazione romantica, direi. Mi guardi rossa come un peperone, tremante, ed hai il respiro accelerato.
Questa volta sono proprio sicuro, sì, questa volta sei davvero eccitata, mostriciattola verde. E allora torno a sussurrare pianissimo, annusandoti un po’.

“Però ho usato il condizionale non a caso. Ti meriteresti. Perché devi cercare di capire, Marina, che io non sono un distributore di chewing gum che basta che infili una monetina e ti esce la pallina, no. Io te lo voglio intensissimamente sbattere dentro, il mio Grancazzo, ma tu te lo devi guadagnare, perché questo è il Grancazzo di Tazio il Divino, è terapeutico, è taumaturgico, è sacro, è uno e trino da quant’è grosso, non è un triste cazzetto sborraiolo di un ventenne afflitto da eiaculazione precoce causa penuria di figa, no. Per cui sta a te, se veramente lo vuoi, trovare il metodo di convincermi a ficcartelo a più non posso nei buchini dilatati che, in questo momento, hai in mezzo alle gambe”

E mi alzo, con calma, andando nel mio ufficio considerando che no, non è solo un modo di dire scherzoso.
E’ anche per l’ineguagliabile talento con cui mi adopero in queste sublimi performance che sono l’unico, inimitabile ed insuperabile Divino Tazio.

Giovedì


Bon jour, bon jour, bon jour.
E’ giovedì e questo significa che domani sarà venerdì, che significa a sua volta che la settimana finisce e io sono davvero molto contento che questo evento si verifichi.
Questa mattina sono elettrico come un traliccio dell’Enel e camminando per i vuoti locali del mio studio (che è un bene, perché vuotezza significa produzione, cazzo) avverto un intenso odore di figa sudata che a buon titolo ritengo provenga da in mezzo alle gambe della Betta e della piccola Squaw Marina.

Chissà quanto se l’è pastrugnata stanotte la piccola Squaw, sotto le copertine e le lenzuola stampate con Bambi e Lillo e Topolino e Minnie. Nel suo pigiamino con Winnie The Pooh, pensando all’omaccio che le frusta forte le cosce e il culo per poi sbatterglielo dentro con forza.
Me la vedo, nella luce della piccola abat-jour, affogata nelle bambinesche coltri, inginocchiata, con il culo nudo spinto in alto e la sozza manina che accarezza la vorace nutria pelosa desiderosa di cazzi maturi e adulti. Ah che poesia, che immagine lurida, meravigliosa.

E la Betta? Avrà preso il cazzo stanotte la Betta? E se lo ha preso a cosa pensava facendosi chiavare? Non certo a quel triste omarino che ha per marito. Penso piuttosto pensasse a qualche sozza convention fatta di Loca, Costa, Zack e me, tutti cazzuti e scappellati che la chiamiamo troia palpando la molle carne di maiala in qualche lurido cesso pubblico di quartiere. Che meraviglia, la Bettona scalza sul lercio pavimento del cesso pubblico che succhia cazzi, sudata, odorosa. Che pensiero sublime.

Bon jour.
Questa notte ho montato la Domi come il più feroce dei tori e lei ha goduto, confessandomi che solo da quando sono entrato nella sua vita (e nella sua figa e nel suo culo, aggiungo io) ha capito cosa significhi godere veramente e capisce qualcuna delle sue amiche che non fa che pensare al sesso, perché anche lei, adesso, non fa che pensarci. E questo dà un senso alla mia strana esistenza, oltre che a ingigantirmi a dismisura la Minchia.

Bon jour.
Sarà una guerra arrivare a sera oggi, lo sento. Mi sento carnivoro e famelico e avrei l’esigenza di inseminare queste due femmine così diverse, ma così drammaticamente arrapanti.
Bon jour.
Meglio che vada a fare due passi.
Sì.

mercoledì 11 gennaio 2012

Pomeriggio


Ho davanti a me un lungo pomeriggio di sofferenza. Perché questa roba non gira, la devo rimaneggiare tutta e non me ne frega di meno di farlo, non fosse che è un cliente pagante e merita il massimo dei massimi.

Sono sceso a mangiare un lurido panino tossico dalla Schifosa che, come sempre, ha un budino tremolante nella camicetta e un’aria da bagascia non lavata che definirei sublime. Non ha attaccato bottone, grazie a dio, perché il suo cagaio di merda era pieno di uomini col cazzo dritto che consumavano porcherie di vario genere sognando di affondare la minchia pisciata nei suoi buchi slabbrati e capienti. Poverini, non sanno che al momento l’eletto, o uno degli eletti, è Costaminchiaoh che sabato sera monterà la consunta vacca come merita.

Poi sono risalito veloce, che il caffè preferisco berlo qui con la Bettona SeSuale alla quale allungherei il cazzo nel sedere senza neanche toglierle le leggins e mentre bevevo il sublime caffè Nespresso Roma ho gettato un’occhiata nella stanza dei designer e ho visto la Marina Solitaria che era a testa bassa dentro al monitor.  “Non è scesa a mangiare?” chiedo sottovocissima alla Bettona che mi fa cenno di no con la testa, sorridendo puttana con gli occhietti sozzi per aggiungere “Dopo la shampata di stamattina starà qui anche stanotte”.
Si è sentita la sparata allora. Devo essermi fatto prendere dall’attacco Gassmaniano e sono stato sentito dalla Betta, figuriamoci dalla Nicoletta, che se quella alza il culo e vola via perché pensa io sia un maniaco sessuale pazzo, ciò se apprende la verità, Matt ci fa un portaombrelli col mio, di culo.

Torno nel mio ufficio e controllo la posta. Nessuna notizia dell’appartamento a Domiziopoli, ma quanto cazzo ci vuole? Devo telefonare, o alla Francesca o al commercialista, una delle due. Adesso lo faccio, voglio sapere che summit internazionale necessita per capire se posso fare tre cazzate e entrarci.

E mi sento mortalmente eccitato da quella scimmietta bruttina e fuori moda intrisa di sfiga.
Penso che l’episodio di stamattina la debba aver resa odorosa di sudore ed ormoni e davanti ai miei occhi passano le sue ascelle pelose e sudate e la nutria villosa e sento che mi si imbarzottisce il cazzo al pensiero di quello che vorrei farle con un buon vibratore ed un ottimo lubrificante.
Basta, cazzo, basta.
Devo scrivere, minchia, che la Greta è ammalata e domani Matt deve cominciare a impaginare.

Però, cazzo, che voglia.

Lezione d'arte


L’assenza del Matt produce una deviazione dei cazz sul Taz.
E il Taz, che è buono, li gestisce.
Per cui rieccomi seduto accanto a te, Marinasfiganera, a visionare improbabili bozze che differiscono dalle precedenti e dalle precedenti ancora per micro dettagli degni di un Trovaledifferenze della Settimana Enigmistica, ma non per questo non sono in grado di generare ampia letteratura al loro riguardo, letteratura che mi declami monocorde con una vena di sofferenza, sofferenza imparagonabile a quella che provo io che ho comperato la licenza della Suite Adobe ed anche l’iMac davanti al quale sediamo ad osservare come tu, Masturbella, demolisci il valore del denaro trasformandolo in questi sciocchi segni privi di qualsiasi logica e tecnica.

Mi parli di cose che non comprendo, mentre comprendo, seppur desiderando di non comprendere, che ciò che ho davanti agli occhi potrebbe essere il risultato della due ore di educazione artistica alla Scuola Media Fedrigozzi di Frustamazza ad opera di un bel manzetto che, inequivocabilmente, manifesta una propensione al tornio assai più spiccata di quella verso la comunicazione visiva, ma tu ci trovi dei significati così bisognosi di settantaquattromila parole che mi verrebbe da dirti che questo layout potrebbe essere accompagnato da un libretto di istruzioni, oppure da un video web in cui tu, vestita da melanzana, spieghi cosa deve sentire chi lo guarda ed invece ti guardo e mi viene, non so nemmeno come, da farti una domanda precisa, una di quelle domande dove anche tu, piccola Clitoridina Solitaria, devi rispondere solo con un od un no.

“Ti depili le ascelle?” ti chiedo con tono calmo, rilassato e finto rispetto al furore che il mio senso estetico urla prepotentemente e con ampia ragione.
Tu mi guardi con l’arcata sopraccigliare piegata all’ingiù come normalmente fanno i Bassethaound quando implorano il padrone di dar loro il settecentonovantottesimo biscottino.

“…. Erm … s..sì… d’estate sì…” mi rispondi travolta dall’imbarazzo dell’intima domanda ed anche travolta dall’incapacità di comprendere il perché della domanda medesima posta nel mezzo della più appassionata (yawn) delle dissertazioni artistiche basate sul nulla.
Ti guardo senza sentimenti, tanto per acuire il tuo imbarazzo e poi torno ad emettere.
“D’estate. Quindi adesso, che non siamo d’estate, no.”

Arrossisci a disagio, arsa dal sospetto che le tue ascelle pelose siano l’ennesimo dettaglio sbagliato che ti coinvolge e invece no, piccola Analia, non è così, perché l’unica ragione per cui non ti scaravento fuori dalla finestra è che, per un arcana ragione che mi sbigottisce e mi lascia incredulo, tu mi arrapi, scimmietta bruttina e fuori moda intrisa di una sfiga continentale.

“… erm … no …” mi dici con gli occhi del Bassethound, stringendo le spalle, incurvandoti in avanti e facendo sparire unite tra le cosce le manine che assassinano seriali la comunicazione visiva, zuppa di disagio, ma io amo pensare che tu sia arrapata dal mio deviato interesse verso il materiale tricotico che ricopre le tue ascelle odorose e poi fai un sorrisino, ti annichilisci un altro po’ e mi dici con un filo impercettibile di voce: “ti faccio schifo?”.

“No. Semmai il contrario.”
Lapidario, arcano, misterioso. E tu che sei la macellaia dell’arte, ma non un’idiota, capisci che indagare su quel contrario, per capirne gli estremi e la forma, potrebbe condurti nella Tana del Porco in un battito d’ali di mosca e taci. Tu taci, ma io no, perché il tuo disagio mi piace, perché io necessito del tuo disagio per vendicarmi di quello che tu fai provare a me che, sapendo contare, posso dire che sono già nove giorni che meniamo ‘sta roba senza nemmeno arrivare a vedere come un puntino lontanissimo lo standard minimo che quest’agenzia offre ai suoi clienti. E così ti sparo un’altra bordata. Ti guardo e, appoggiando la testa alla mano sinistra ti chiedo.

“Anche lì sotto niente, quindi.”
Indicando con un lampo di sguardo la sorca infiammata. Stringi le labbra sino a farle scomparire e fai un segno di no con la testa abbassando gli occhi.
Prendo un gran respiro e faccio per alzarmi. Ma ti lascio con una perla formativa di cultura e saggezza.

“Guardo la roba che fai e mi viene in mente una frase famosa di Charles Bukowski. La frase è questa:

Mi piacerebbe frustarti con la cintura sulle gambe, sul culo, sulle cosce. Vorrei farti tremare e piangere e poi, quando fossi tutta piangente e tremante, te lo sbatterei dentro in un gesto di amore puro’.

Questa roba fa cagare Marina. Cancella il file, permanentemente, dimenticatene, fai finta che sia stato un brutto sogno e ricomincia da zero. Vuoi continuare ad essere frustata o vuoi fartelo sbattere dentro in un gesto di amore puro?”

Mi guardi, rossa in viso. Stringi le labbra. Chiudi gli occhi lucidi, li riapri e mormori.

“Voglio farmelo sbattere dentro”
“Brava. E allora vola, cazzo, l’arte visuale non ha bisogno di parole, vola libera, togliti le mutande e il reggiseno, diventa un animale, segui l’istinto, masturbati, agitati, ubriacati, drogati, ma staccati dalla colla merdosa che ti impedisce di essere più espressiva di una maestra elementare all’ora di disegno, godi, devi provare godimento sessuale, disegnare deve indurirti i capezzoli, bagnarti la figa, perché se non lo fa, se non ti senti ingrifata da ciò che fai non lo farai diventare duro a nessuno, per cui dacci dentro con qualsiasi mezzo, ad eccezione di quelli che hai usato sino ad ora .”

E torno nel mio ufficio, con il cazzo dritto e duro.
D’altronde sei qui per imparare Marina, cazzomerda.
E io devo farmi una sega.