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martedì 17 marzo 2015

Ho voglia di culo

Il suo. Le ficcherei dentro anche i coglioni.


Calzini blè per me, silvuplè.

Commessa carina che sei sulla quarantina, ma che sembri ancora la ragazzina fighina del liceino, ma dimmi ben bene, ma che cula perfetta c’hai? avvolta in quel pantalone color tortora che si abbina da dio alla clarchetta biscotto, con quella camiciola a fioretti pastello e il gillettino di lana punto minchiaafricana color marronglassè, che ti osservo e sei proprio fighina e quasi innocente, ma poi mi sorridi sussurrandomi “un attimo solo” e mi guardi con quegli occhi marcati dall’eyeliner scuro da cui sgocciola quel filo di troianesimo che mi impala la brocca e penso a quanti cazzi avrai visto con quelle pupille puttane che a momenti manco si vedono sotto la frangetta di quel taglio carrè fighino e ti immagino nuda, con la sorca rasata che ti tocchi guardandomi e sussurrandomi porcate blasfeme da portuale e il pilone si ingrossa che spero che tu lo veda, che mi imbullono dabbestia a pensare di affondare la faccia tra le tue chiappe odorose perché, commessa carina fighina, a quest’ora del giorno faresti godere come un cammello drogato il mio naso culattone se solo potesse infrattarsi nelle tue pliche calde  a scoprire cosa è uscito in giornata dai buchi di sotto del tuo esile corpo di porca e poi, diciamocelo, tra le dita dei piedi prigionieri di collant e clarchette, che viscido odorino paradisiaco c’avrai diodellecittàedellimmunità, minchia se sei figa, commessa carina, con quelle unghie delle mani curate che vorrei tanto mi graffiassero cattive il perineo indossando quella fede nuziale dorata, mentre ti lecchi la bocca gaudente osservando quanto godo, perché secondo me tu, commessa carina, c’hai delle porcherie luride da paura nella tua cameretta segreta delle vaccate che mi fasi tirare il boma così abbestia che se issassi la randa, anche ridotta di due mani di terzaroli, mi fermerei non prima di Sasso Marconi facendo la camionabile, strisciando la chiglia nelle scintille, che neanche Cino Ricci troverebbe le parole, puttana di quella gran troia, che mica lo sapevo che per un set di calzini mi sarei ingrifato da faticare a tenere a bada il Taziosaurus Rex, che mi manifesta insistente (con le parole sue) l’esigenza mostruosa di ano sudaticcio da rompere in due, che erano mesi, cazzodiquellamerdavigliacca, che non si svegliava così assassino e tu sculi, ignara, con quella cula da sogno e io mi sciolgo a pensare allo spacco delle tue chiappe  sudate e affanculo i calzini, ti faccio segno che torno dopo e mi rintano nel cesso dei maschi dell'Esselungaessepià a sbragagnarmi la fava sinchè non intonaco il muro di sborra, emettendo un urlo da alce garrotato e stasera, diocane, o ben che l’Ade o ben che l’Ale o ben che meglio che tutte e due, sporche e sudicie e pronte all’uso del Taziosaurus cannibale, che qui o si fa su la maiala o si muore.
Bonsuar.

domenica 15 marzo 2015

Considerando

Che io ormai l’ho capita ben che bene la fazenda con le mie due fidanzate eh, che una “c’ha da fare” tutto il giorno e anche tutte le sere con la sua “organizzazione eventi” che “cicci è il mio lavoro, ma ti presto la macchina se vuoi che me non mi serve” e quell’altra invece che ogni sera c’ha ‘na favola nuova da raccontarmi, ma che invece se di giorno mi presentassi alla palestra dell’ardimento in qualsiasi momento, si troverebbe ben che sempre quella mezz’oretta in cui farsi scanalare la cerbiatta pornopelosa nell’ufficetto chiuso a chiave.

C’è ben il suo bel poco da fare: il passato passa e solo gli stolti ignari presuntuosi come me pensano che, se lasciano e se ne vanno, quando tornano trovano la fila a leccargli i coglioni, perchè la vita è questa qui: il Max che si sposa mandandomi le partecipazioni, il Lumbe che c’ha un filarino fresco fresco su cui lavora solerte a piene mani inesperte, quello che se ne è andato, quella che cazzo ne so, facce nuove, bar rifatti, facce che non conosco che mi salutano, facce che conosco che non mi salutano, la vita è un fiume che si muove e tu o sei pesce di quel fiume oppure, se esci a fare il figo nel fiume di là, quando torni è un “vemò chi ghè, ciao ciao, come stai, è da una vita” e vaffanculo.

Tratto e negozio nella lurida notte con la puttana slovacca che batte laggiù e dò sfoggio di ceco che lei ride che s’ammazza, un po’ perchè essendo slovacca sarebbe la fighetta che parla un po’ diverso di suo che attizza i cechi, un po’ perchè le quattro cagate che dico devono averci la cadenza di Stanlio e, in un negoziato, Stanlio non è mica il più autorevole conduttore, ma alla fine lei ride, le sono simpatico e le piaccio e così ci troviamo la quadra e entriamo nel sedile di dietro, fameliche bestie, a ficcare tutti nudi come animali, senza preservativo, sulla bella pelle preziosa della macchina della Ade e ti devo dire, cara la mia SloVacca, che io son un gran bell’esperto di troie, e te mi puoi raccontare tutti i muggiti della vecchia fattoria per prendermi per il culo, ma se sbatti sul mio grembo rumorosa, cercandomi con le mani le mie mani e d’improvviso ti muovi sinuosa che sei uno spettacolo e mi bagni i coglioni beh, mia SloVacca, vuol dire che stai godendo maiala al midollo e se mentre ti sento godere ti slappo in bocca la lingua e mi vai in apnea con la tua serpentella che guizza nella mia, facendo blasfema e sacrilega eccezione al mandato sovrano della troia che dice “mai slinguare col cliente!”, vuol proprio dire che ‘sta tronca di minchia ti piace da pazzi così come il suo possessore e portatore sano e allora sudiamo e grugniamo, bella troia stradale, che ti faccio vibrare il bel corpicino pulitissimo liscio e inodore, inodore anche quando sudi lucida sui fianchi e bagnata sotto le braccia e dopo un’oretta che mi dedico e ti curo che di più non sono capace, ti sento che parti e dimeni il bacino sguaiata ed ipnotica, venendo in un urlo ansimato e io ti ci sborro di dentro a torrenti schizzanti, componendo con te un coretto animale che ci infoia abbestia selvaggia e mi sento ingrifato come un dio bestia cannibale e poi ci puliamo i liquidi sozzi e chiacchieriamo leggeri e ci baciamo dolcissimi da adolescenti al fioretto di maggio e poi me ne torno a casa a schiantarmi nudo sul futon, docciato e profumato e penso.

Penso che lunedì il commercialista e l’avvocato mi danno risposte e che se c’ho i documenti che aspetto monto al più presto sull’aeroplano e volo a Praga, che cazzo me ne frega. Torno a perfezionare il ceco e a rimirare sculettanti chiappe nude usufruibili senza permesso che mi deambulano a una spanna dal cazzo, nel piccolo bordello situato nella vecchia e romantica Praga infernale, bordelletto romantico popolato di troie rumene, moldave e ungheresi che fan finta di essere ceche per i polli italiani che, alla fine delle loro tristi monte, si proiettano rumorosi nel ristorante incorporato a mangiare i rigatoni al ragù e a dormire a grappolini nelle apposite camerette e la domenica sera ripartono felici per tornare a casa tronfi dell’aver annusato sorche esotiche, che così il lunedì mattina possono far la teatrinata al collega maritato, nell’ufficetto meschino, facendo i gran trombeur e la vita, vualà, chiude il cerchio del fiume anche per loro e a me resta solo l’amore del Costafrate, col quale ancora divido avventure d’affari sballate e col quale, ancora, è sensuale strusciarci puttane pornografiche,  leccandoci avidi i genitali rasati e l’intenso sudore da uomo, penetrandoci da veri maschi i corpi eccitati, in gran segreto, in una delle stanzetta del bordelletto umido ma onesto.

Va ammesso, amisgi che un tempo numerossi mi seguivate da cassa, che a tutto c’è una fine e un inizio nuovo e va detto, Viaggiatore, che vorrei anche io aver da scrivere (e forse ancor prima da vivere) stralci della provincia inzaccherata di marchese, piscia, sborra, merda e tortellini, ma temo che da quando l’ho lasciata, questa maiala di merda della provincia busona mi abbia cancellato, evolvendo (?) senza di me, offesa e stizzita dal mio osare di abbandonarla e allora mi accontento dei soldi che c’ho (e son tanti stavolta, ma tanti tanti e non resisto dal farci lo sborone dopo tanta miseria vigliacca) e col rimpianto di pelle negra africana sudata che difficilissimamente riuscirò a tornare a leccare (anche se quello è il mio sogno di vita) mi stabilirò per un pochino a est, dove il sesso consumabile la fa da padrone e mi consente di ficcare la minchia d'amblè in corpi anonimi, sfregando in mucose straniere la mia voglia patologica di fica e di orgasmo, perchè è così che va, non c’è niente da fare, mio bel Viaggiatore piemontese raffinato che mi mandi in delirio culattone solo a guardarti il solco della schiena.

Per un po’ sarò un pendolare d’affari con l’affare che pendola, che in bizclass si sposta da là a qua e da qua a là, grufolando suino tra i perizomi macchiati di erotica suga bianca sgocciolata dalle fiche di vacca delle giovani odalische campagnole che si danno per soldi in città, ma si danno anche anche per amor del cazzo e del chiavare (va detto per onestà, amisgi) e poi mi concentrerò ad approfondire se val proprio la pena di indagare su Alina e la mia pseudo paternità moscovita, che se ho proprio voglia di mettere al mondo dei piccoli Tazi o delle piccole Tazie c’ho la fila rumenomoldavaucrainarussacecaslovacca
 che non aspetta altro, perchè qui nel paese dei Farlocchi di tutto quello che non c’ho bisogno ce n’è da riempire i fossi e di quel che, invece, c’avrei bisogno non se ne vede traccia da mò e così io, Tazio Tazietti della famiglia Randelli Manganellati della Cappella, ho decretato solenne, stanotte, che la bottega è chiusa, stop, fine, cessata attività di ricerca del sentimento e dell’amore perchè mi sono sfracellato i coglioni dei miei sentimenti e delle mie attese che, amisgi, vengono regolarmente avvolti nel sacchettino e mollati civilmente nell’apposito cestino, perchè si prega la gentile clientela di non gettare nel cesso niente che non sia piscia o merda.

E così nei prossimi prendo appena posso e parto, vado nel clima più freddino, ma tanto nel bordelletto paradisiaco è caldo e le giovani puttanazze sculano nude e posso stare nudo anche io, che noi la primavera e l’estate ce la comperiamo o ce la facciamo in casa, così come l’amore, la pasta al ragù, le fidanzate e i fidanzati, che noi nel bordello non ci manca niente, nemmeno l’erbetta spinelluccia o robette più sofisticate, che di quel che voglio le sculanti schiavette non esitano a prodigarsi per darmi e vado a vivere nel limbo dei dannati, dannati e felici, capendo sempre più intensamente la Milly e mangiandomi il fegato ed il pancreas di non riuscire più a rintracciarla, perchè di tutto questo vomito assurdo quel che rimpiango di non aver approfondito di più (e per cui oggi mi ci mangerei il capitale che ammucchio come un criceto cocainomane) è lo stile, l’eleganza, la spietata crudeltà erotica di quella Donna Sublime che chissà dov’è e chissà che fa.

E scrivo e mi tira il cazzo, mi tira da far male, pensando alla Milly e ai suoi fetidi piedi divini, ai culi nudi che ondeggiano anche adesso a Praghemilia, all’odore di pelle nuda, al sapore del cazzo del Costa, al bruciore nel culo dopo essermi fatto sbattere da gruppi di anonimi maschi in una notte di meravigliosa orgia culattona sfogandomi come la troiona in calore che sono e mi chiedo, porcoddio, quanto cazzo vivrò ancora in questo mondo dimmerda, quanto tempo ancora dovrò sopravvivere a questa continua sollecitazione dell’incompiuto e dell’insoddisfatto, mischiando l’ansimare di godimento a quello della fatica di esistere senza dare nulla al mondo e senza variare di un millimetro il suo scorrere lento, che tanto scorrerebbe lento lo stesso e penso alla mia sempre amatissima ex moglie Vale e a quel suo modo troiesco di rientrare a casa togliendosi le mutande, accendendo una Marlboro e asciugandosi rapida un bourbon mentre si preparava la doccia, che chissà di quante sborrate secche era coperta, quella ninfomane maligna puttana e troia e divinamente crudele madonna dei cazzi, e a pensarla mi scappello e rincappello furioso, scrivendovi, con le mani bagnate di gocce limpide, voglioso di scoparvi tutti e tutte, ficcando, sbattendo, inculandovi fino a farvi schizzare piscia dalla pressione, immaginando poi le vostre mani che servono la cena e voi con quel dolorino nel retto che vi inarca appena la bocca in un sozzo sorriso al ricordo della Bestia Sovrana che vi ha montato con furia satanica, che non ne ha mai abbastanza, che non è mai appagato, che non è mai felice e che non è mai sazio, ma che rimane suo malgrado immutatamente Tazio.

Vi amo.   

giovedì 12 marzo 2015

Partescipescion

Cazzo son spiazzato. Sono andato a ritirare la posta alla mia casella e tac! spunta una bella busta di carta color panna, lavorata, non vi è dubbio, apro, partecipazioni, il Max che si sposa laconicamente con Nadia, rispondèsilvuplè, il listone infernale è là, la chiesa è quella là, la data è questa qua.
Minchia, mi dico appena con quell’accento moscovita che talvolta mi sfugge, ma darmi un colpo di telefono no? così come idea trasgressiva intendo. Allora metto mano alla rubricàfona del parlàfono e mi becco il Zack e mi informo. Sì anche lui è ben al corrente, che glielo ha detto il Max in persona, idem Lumbe che ha conosciuto anche questa Monica.
Vabbè.
Rispondèsilvuplè? Ma certo, ci mancherebbé. E rispondè anche di personalitè con una telefonè. 
Non so se siamo ancora amici, non lo so. So però che se non lo siamo più lui ha perso un amico vero e io ho smesso di perdere tempo. Poi prendo la Mini Aleparda e mi arreco verso la pale che sul tragitto mi si para innanzi un culo trionfale che mi si scappella il cazzo e mi dico no, dai cazzo Tazio, resisti, la rumena stradale no che ce n’hai dodici a Praga ti supplico.
E così sono andato da un meccanichino amico mio a vedere in cosa trafficava e gira che ti rigira mi sfodera una cinquecento FIAT blu, ma quella vera, quella storica del ’70, quella modello L coi maniglioni sui paraurti, tutta rifatta come Barbara D’Urso, una figata da panico per girare qui nella provincia merdea.
Bella cazzo, ma settemilacinquecento euri se li infila nel culo tutti in monete da 50 centesimi, abbiate pazienza.
E allora eccomi a casa a trapellare col Mac.
Adesso sega selvaggia, doccia e poi un riposino, che stasera esco con entrambe le cazzocannibali e va a sapere tu che me la tolgono quella voglia appiccicosa di buco del culo rumeno che c’ho.
Bonsuar, sgevè, rispondèsilvuplè, ma vamo a fer buchen imbezel dun imbezel.
Vi amo.

domenica 8 marzo 2015

Domenica che volge


Bello qui sul futon col Maccon che scribacchio e progetto col sole che filtra al tramonto e Spotify che mi passa sotto i Led Zeppelin.
La domenica taziale è scivolata pigra e sonnecchiante, con il solo intervallo di una gran sega al telefono con la Ale nella quale ho potuto esprimere il mio gradimento per la sua inattesa pelliccia da cerbiatta genitalmente pelosa.
“Sei crudele Tzietto, non posso masturbarmi e mi mandi in orbita…”
Bello, sì.

Resto ancora un po’, sì. Me lo devo.
Compro il biglietto per Praga, in ogni caso. Business open, in ogni caso.
Adesso devo leggermi un po’ di robina che mi ha inviato il Costafrate che poi la passo al commercialista.
No, non la Lidia, no.
La Ade venerdì notte mi ha tracciato asciutta il quadro della situazione passata: Luchino a Milano, la Lidietta commercializza ancora seduta sulle sue chiappette, il Ruggi in Francia (ma questo lo sapevo già) e il Peppemmerda sfanga la vita facendo il rappresentante di non si sa cosa. La Giulia? Missed in action.

Bello qui a Merdopoli.
Tutto scorre lento e soave: io con la mia pseudo internazionalità da business man abbottonato, le mie Odalische pronte all’uso come se non fosse successo niente mai, le giornate che si stampano uguali e tranquille.
Certo, vi sono nugoli di extracom in più, ma quello succede anche a Praga, anche se là nessuno ha mai incendiato le macchine della polizia.
Forse non ne hanno avuto l’occasione o forse che.

Stasera pizzona con la Ale in un posticione che sa lei.
Poi mi prenderò cura del suo folto pube di cerbiatta pelosa in calore silvestre e il sol pensiero mi fa scappellare la tubatura inossidabile d’acciaio corten.
Bello qui a Merdopoli, me lo devo un soggiornino.
Perché io valgo.

Sabatazio

Bonjour, bonjour, bonzorno, good morning, guten tag, hola, zao, il sabato provinciale dai sapori perduti mi ammanta di serenità immeritata sin dal primo mattino e allora ecco, doccione, barettone, cappuccione e briosciona e un trillino alla Aledellapale che oggi mi è qui, ma domani non si sa,  amo, amor mio, la Ade Bestiale è a Rimini a organizzare un evento, perché dovete sapere che ora lei è una organizzatrice di eventi, di convenscion tra troie e puttanieri, tra cazzi mezzi mosci e fighe svangate, ma tu oggi che fai Ale? ma lavoro alla pale qui e lì e volevo andare in piscina, ma c’avevi dei programmi Divino Tazio? ti dirò dolce Ale, dovrei comperarmi dei clothing e anche vedere di arredare il mio flat, che così non è friendly, non è che c’hai voglia di unirti? ma perché no Re Tazio I? con onore, potremmo mangiare vegetariano laggiù e poi farci due vasche in swimmingpool lassù che ne dici Maestà?, ma dico che è very cool mia Odalisca, poi ci si cambia e si va, detto bene mio Sovrano dallo Scettro di Carne, che ti porto in un paio di buticc che so io e poi ti trascino a vedere l’atellié di desaign di un’amica della Stronzy che magari mi trovi il pezzo ultrakewl che rende più fancy il tuo flat e allora passa a prendermi tu, Ancella Soave, che qui non c’ho el coche e che nel frammentre che arrivi mi faccio una borsa sommaria, con dentro lo Speedo rosso da frocio a cui ho scucito la fodera interna e si va, si sale sulla Mini indemoniata e si vola distanti dal capoluogo di provincia taziale e le Ale mi è molto sportkewl e mangiamo veggy che speriamo che non mi venga lo scrillo in piscina e poi via, via, ad immergerci nelle acque non nuotabili della vasca comunale di sabato, zeppa di famiglie e di pargoli, in mezzo ai quali il bananone sheer tease è  un po’ fuoriluogo, quantunque un paio di mamme affamate di lerciume sozzissimo non abbiano smesso mai di accudire la prole tenendo d’occhio lo Speedo galeotto e sai Ale che con l’intero non ti avevo mai vista e mi metti dei pensierini gioiosi, ma dai SuperCazzio che con quello Speedo Frociante l’hai fatta aprire a metà delle troie in ammollo che si sentono gli zaffi di fica in calore e  haha e hehe e poi doccione e via, alla buticc, cinque camicie bianche classiche, due blue di cotone egiziano, poi un gessato a riga larga color petrolio, passo martedì che il fondo dei pantaloni è fatto, bello quel giubbotto, provalo, è il tuo, Diotazio che sei un Fico della Madonnassassina e mi rendo conto di aizzare l’ormone sia della Ale che della commessa magrina (ma non per questo inchiavabile) e poi via nella Mini obbediente che si arriva nell’atelliè di design dove non trovo un cazzo di un cazzo che ‘sta roba la mi fa cagare un bidè e spulciando minchiate s’è fatta quell’ora, senti amo, vieni a casa mia che siam vicini e mi cambio e poi si esce a prendere l’ape e va bene certo sì, Aluccia del mio cuor e che bella che l’hai fatta la casetta sai?, davvero ti piace, ma ti giuro e la bella Pornella si paventa ignuda davanti a me in fase predoccia che sin lì niente di che, considerate le settantamile chiavate passate, ma attenzione accidenti!, questa volta la novità c’è ed è poprio lì davanti a me, animale e insolente, lucida ed irsuta, la patonza selvaggia densa pelosa, lasciata crescere come la natura puttana vuole e mi sento il pistone che si monta da solo le fasce e il raschiaolio e ancor prima che l’Odalisca di Sogno possa tentare di spiegare le ragioni della scelta la incorazzo sul letto spalancandole le cosce animali e incominciando a leccare quel cuscino di pelo bestiale, annusando afrori africani dalle tinte parmensi e lecco, lecco, lecco, lecco, schiudo labbra, piccole, medie, large ed extralarge, spompinando il cazzetto che mi si indurisce tra le labbra, scivolando sull’irsuto perineo che guida all’imbatuffolato buco del culo che schiude sotto i miei colpi di lingua, “Che bestia sei?” grugnisco in preda al delirio, con la minchia che tira come un cargo maltese, “Sono una cerbiatta in calore” mi controcanta mormorando la superba Odalisca, la cerbiatta mi piace, me la scoperei per davvero nel bosco se tu me la tenessi ferma Purissima Alessandra e l’idea la stravolge e ripete “La cerbiatta… la cerbiatta…”  sì mio piccolo amore zoologico  e lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco che siamo quasi a Como che lei mi chiede se dev’essere nuda a tener la dolce cerbiatta mentre io me la chiavo ed io gorgoglio di sì, mi sollevo e le incasso con un colpo deciso la minchia granitica nel zuppo boschetto odoroso e pompo come un pozzo del Qatar, dettagliando quel rapporto animale senza aver idea alcuna di come sia fatta una cerbiatta, quanto grande sia, come si metta a chiavare, ma ciò non importa, la selva onirica in cui stiamo fottendo è perfetta e la bella Ale a occhi chiusi compone un piccolo cameo autonomo in cui la cerbiatta gliela lecca mentre io la inculo e poi la lasciamo andare libera nel bosco e chiaviamo noi due come, d’altra parte, già stiamo chiavando e il perpetuarsi geometrico della scena riproposta sotto svariate angolazioni geometriche ci porta a sborrare talvolta all’unisono, talvolta in jam session, talvolta in assoli perfetti e la notte ci ammanta e fanculo la doccia, la cena, la provincia e tutto il canapè.

“Ti ho pensato tanto sai Taz?”
“Anche io Ale”
“Non è un cazzo vero, ma mi piace che tu me lo dica” – e ride di bianchissimi denti
“Ma te lo giuro, mio amore” - rincaro svergognato
“Non mi va di lavarmi, mio Re”
“Nemmeno a me, mia Regina”

E abborracciamo dei finti sandwich col pane San Carlo da toast un po’ asciutto, beviamo una birretta svampita dal frigo e sbraniamo il fiero pasto in piedi, nudi, in attesa di iniziare la seconda puntata che intitolo  “Le Avventure della Biscia Mannara nel Boschetto del Cazzetto di Sasso”, mentre lei scoppia a ridere con la bocca piena che le si vedono le gengive ricoperte di mollica e io, d’improvviso, medito.

Medito e concludo che questa vacanzina  a casa mi ci voleva e che le Ale senza smalto sulle unghie dei piedi sta benissimo.
E mi affascina, di me, questo lato intimistico e profondo.
Viva la vita.




venerdì 6 marzo 2015

Piccoli appunti scritti in piccola punta di piccola penna dalla piccola sfera

.1 Possesso
Il possesso di un bene disegna, nell’immaginario dell’uomo comune incapace di accedervi, un beneficio assai superiore a quello che egli ritrarrà nel momento in cui sarà in grado di possederlo e lo possiederà, poiché in quel momento è intensamente possibile l’instaurarsi di un processo a metà tra il fastidio ed il rimpianto di esserne entrato in possesso.
Staziono ignudo davanti alla bella finestra del bell’appartamento ristrutturato a nuovo, arredato con un letto e basta, situato nella bella palazzina ristrutturata a nuovo che affaccia sulla bella piazza borghese del bel capoluogo di provincia taziale, dove bei giovani stabulano davanti al bar a suggere l’aperitivo e considero che il mutuo è venuto via a un cazzo e ne valeva davvero la pena, pur non essendo io minimamente interessato a tale acquisto, però il contesto riconduce alle radici originali, il bar, l’edicola, il tabaccaio, le maiale dalla figa cannibala e, alla fine, un uomo sano un posto in cui cagare con la porta aperta deve avercelo.

.2 Riproduzione riservata
Al parlàfono una giovine russa in lacrime si fa aiutare da un’amica, che parlicchia italiano, al fine di comunicarmi che ella (la giovine russa in lacrime) è gravida ed io rimango impassibile, seppur convenendo di non essermi mai sottratto dall’eiacularle nella vagina senza alcuna protezione, ma l’avvocato e detective che è in me mi suggerisce la considerazione che se l’ha fatto con me con così tanta facilità, chissà con che stuolo di marinai lebbrosi l’avrà fatto, ma tale teoria, seppur sorreggibile in mille altri casi, vacilla assai in questo e il suo istintivo vacillare mi produce fastidio, sia nel pensare in che tugurio ella vive con mio figlio nel grembo, sia nel dover affrontare, prima o poi, un tema la cui intimità mi induce un’orticaria fastidiosissima. Si vedrà.

.3 Dipende
La Repubblica Ceca che ho conosciuto io è una Mignottocrazia Matriarcale Dipendentista. Poi non so che altra Cechia esista, magari di sublime condotta morale e sopraffina cultura, non ho elementi per negarlo, ma nemmeno notizie per affermarlo. Sta di fatto che nella Cechia mignottocratica matriarcale nella quale mi sono mosso io, qualsiasi (e sottolineo qualsiasi) cosa ha un prezzo. Tutto sta ad avere il tempo e la voglia di scoprirlo, ma tutto è in vendita, perché ciò che vige in ogni approccio, anche il più letamaio, è la parola “Dipende”. Dipende da quanto sganci, da quanti soldi hai, da quanti soldi sei disponibile a spendere in più di quanto prevedevi, dipende dalla tua voglia di rimanere con le tasche vuote senza nemmeno una briciolina di crackers. A quel punto, ma solo a quel punto, comincia la trattativa spesso incerta, spesso infastidita, spesso timida, spesso teatrale, ma assolutamente concludibile.
Perché dipende e se la dipendenza è gradita si fa. La bella ragazza bionda che siede al caffè bevendo un tè coi libri sul tavolino, si fa facilmente agganciare per testare il suo inglese scolastico e all’interminabile ed esasperante fine delle rocambolesche teatralità, accetta di farmi un pompino nel cesso per 2.500 CZK, pompino scoperto, lei mezza nuda, sborrata libera sulle tette botticellesche  e, cosa che le fa onore, esprime un piacevole e spontaneo stupore al cospetto della titanica mazza taziale. “It’s big”, ella squittisce con un sorriso compiaciuto, mentre le manine rapaci assaggiano la consistenza del palo della cuccagna ancora a riposo. Ragazza di gusto. Nonostante qui tutto dipenda, i fondamentali vengono sempre soddisfatti.

.4 Mix culturali: l'Europa! l'Europa!
E’ una soddisfazione infinita, come italiano, apprendere che il tuo italiano amico fratello Costa si sia accasato con altri italiani fratelli a costituire un business a luci rosse nella splendida Praga, luogo in cui egli, unitamente ai suddetti italici, gestisce un modesto postribolo la cui scuderia si compone di un nutrito mazzo di mignotte rumene, orientato specificamente alla clientela italiana in trasferta alla quale offre via Internet ogni comodità, dal transfer dall’aeroporto all’albergo, al ristorante con cucina italiana, ai pacchetti comitiva e agli sconti destinati ai long fuckers. Un sapore europeo pieno di mille sfumature che farebbe scappellare di gioia persino l’algido Olli Rehn, avido di startup dalla visione estesa.
Sono intensamente bramato, in quell’ambiente ricco di finezza, poiché in me questi Signori vedono la figura carismatica del Direttore, vuoi per il mio aspetto signorile, vuoi perché estremamente non abile nel parlare alcuna lingua dell’est europeo e di sortire, probabilmente per quello, risultati straordinari in termini di comprensione immediata e di azione conseguente. D’altra parte nemmeno i miei committenti italiani parlano alcuna lingua e la comunicazione tra noi è di squisita fattura.
Gonfio d’orgoglio salirò presto ad accettare la direzione di quel meraviglioso luogo intriso di afrori di ascelle, piedi, merda, piscia, cazzi, fiche e sborra, dove la nudità random la fa da padrona e il chiavare è garantito in ogni momento poiché, alla fine, io DIRIGO quello sciame di nutrie in calore e il perforarle a mio piacimento è un dovere, prima che un diritto.

.5 Amore
Ritornando dopo tanto tempo nel capoluogo di provincia taziale, ho avvertito sgorgarmi dal petto un vulcano di sentimenti inarrestabili, imponenti, veri, una pressione infinita di incontrare l’Amore Vero di Sempre, la Dea del Sentimento Sincero che ha fatto di Tazio la persona sensibile che egli oggi è, la persona migliore, la persona sana, la persona che non ha mai cessato di riempirsi la mente delle sue parole stupende e del suo volto soave: la Ade.
Novella Doriana Grigia essa non invecchia affatto e non cessa d’amarmi con l’intensità sincera di sempre, con la pulizia morale che l’ha sempre contraddistinta tra tutte, con la generosità straordinaria con cui mi liscia (non richiesti) mille euri in contanti per comperare un enorme specchio da mettere davanti al meraviglioso futon che arreda il mio minimalista appartamento.
La Ade, l’amore, la mia compagna, la mia fidanzata, la Donna Separata Dalle Mille Risorse che ha attratto all’amo un Pescione che la foraggia grassa al fine di assicurare a sé e ai suoi accoliti sordidi piaceri che la mia Dea, dall’ano slabbrato oltre ogni immaginazione, sa offrirgli.
Che gioia ritrovare la famiglia e gli affetti: la Ade, la Aledellapale, la Isa, la Cicci, la Dany, la Raffy, la Zozzy e la Smerdy, che manco cazzo so chi cazzo siano, ma che evidentemente oggi tingono di ravvivate sfumature questo lurido affresco, mai invecchiato, raffigurante il lurido puttanesimo di provincia insozzato di fresca politica e soldi grondanti, ma di ciò non mi curo poiché io ho l’amore, io l’amo ed ella m’ama e questo è ciò che conta.

E mentre tutto il resto del passato scompare e diviene nebbia dei ricordi dozzinali, la feccia sopravvive ed impera vigorosa ed io sono orgoglioso di farne parte ad ottimo titolo, puttaniere, puttana e puttanante europeo senza scrupoli e senza anima.
Ma con l’amore della Ade.

Bonjour dal Taziofeccia.
Vi amo.

domenica 22 febbraio 2015

Svolte sensate

Mille piegoline intarsiano il decolletè oramai archeologico della bella Walchiria ospite fissa di tutti gli  appuntamenti minchiani del fine settimana e – hoplàvoilà – ci sborro in bocca tra i gerontoapplausi del contorno di nude amiche dianzi soddisfatte, e ci sborro urlante come fossi un Calippo fuor di cella strizzato da Hulk Hogan, fuor di cella come vorrei lo fosse il bel Corona Innocente al quale farei qualsiasi cosa penale e anche, o soprattutto, anale che oramai ce le ha belle che chiacchierate quelle sublime chiappe e allora, orsù bel Fabrizione, discettiamo anche noi di sborra e cappelle anulate, bel manzetto tatuato del mio cuor.
Certo che qui nella Cechia si gioca alla Mosca, mentre nella Mosca gelata l’Alina piangente rimane a sperare il mio ritorno vincente, manco fossi un Tenente, che in realtà son prossimo a divenir un assai più pregiato Tenutario, ma qui la passeraggine cannibale è cosa diffusa ed è assai difficile persino agguantare le chiavi dal tavolino che esse sussurrano “sì chiavaci, bel tenebroso italiano dotato di mazza utlrasonica” e allora su, sempre più su,  dove la fica fiorisce a mazzi e dove no, la fretta no, non mi può sfiorare, pena che le tardone si rifiutino di pagare e orrore! no, tutto diventerebbe mestizia e tristizia e povertizia e io no, non lo posso sopportare. Ficco nelle teutoniche carni oramai prossime alla morte, discese dai valichi a placar la mai sopita fame di cazzo, come fossero imbellettate e ben tenute evolute Varane di Komodo dalle ficone slabbrate e poi mi disinfetto e mi rinfranco frequentando aree di sosta autostradali magiche, dove tecnologici bestioni dai lunghi tragitti riposano le stanche gomme e giovani puttane battono in attesa del miglior offerente ed eccomi qua a contrattar d’anatomia e denari e la bella sale e si denuda totalmente come non ci fosse un domani all’interno del mio signorile furgone di marca germanica, soddisfatta dell’affare monetario concluso e poi stupefatta dell’affare carnaceo che la aspetta già turgido e sì, mon amour, le Tazion ti vuol far venire con un bell’orgasmon e allora daje, ravana, ficca, suda lecca e annusa e sbava e pompa e succhia e capelli bagnati incollati alla fronte e begli occhi di cielo contornati da palpebre dipinte di sozzo desiderio e piedini e cosce e mani che strizzano coglioni e ditina che si infrattano nel mio sfondatissimo ano e l’urlo giunge sublime, tra Scania e Daf odorosi di olio e ascelle ruvide e bagnate di giovane troia che squilla l’orgasmo felice e poi baci zuppi di sborra e carezze, sudori incollati, fetori anali e biglietti su cui manine tremanti vergano numeri di telefono e indirizzi e vocine bambine sussurrano “stasera lavoro lì e magari dopo” e io annuisco bacio e prometto, talvolta giuro cantando d’amore, ma la campagna è vasta, si perde con l’occhio e la memoria con lei, che tra chi sei, che hai detto, che hai fatto il bulbo oculare si illumina di due chiappe marmoree che sbocciano da una biondina che si china al mercato e poi la scena si sposta all’interno e ciak azione, la bella biondina è a novanta nella pensioncina umida, ma onesta e stasera no, mio amore no, che c’ho da lavorare pure io che mi scende la coppia italiana con cui devo fingere di essere inglese e trapano a demolizione la lei vacca sozza mentre il lui cornuto imbecille filma e io, capiscimi biondina stupenda, tengo famiglia pur non sapendo dov’è.
E Alina mi aspetta infoiata e amorosa, scrivendomi ogni dì mail scritte in un russo perfetto a cui io rispondo in un ruspante dialetto emiliano ornato di caratteri cirillici, che qui all’Est la forma è tutto.
Un poco di pazienza e il mio sogno diviene realtà.
Alina, o come cazzo ti chiami, io ti amo perdutamente.
Vualà.

lunedì 1 dicembre 2014

Conchiglie innevate

Mercoledì sera.

E c'è quel coglione che esordisce con un disgustoso "Le russe sono le più troie di tutte" che in otto parole condensa la più devastante espressione razzista, da misero puttaniere di merda qual'è  e tutti i verri seduti al tavolo ghignano sotto le zanne e grugniscono dei "vero", mentre io trovo le ragazze dell'est (e consento il giocoso richiamo alla bella canzone di Baglioni) delle creature molto più sensibili e passionali delle cariatidi italiane, ad esempio. Sapendo bene di cosa parlo.

Va sottolineato, in ogni caso, che per le donne italiane della razza cougar, esiste una spiccata predisposizione criogenica fatta di "no, così non mi va, mi fai male, voglio salirti sopra perchè così non sento, fermati, aspetta, non mi piace, no, tiralo fuori, mettilo dentro, mettilo fuori e tirale dentro, ma cosa fai????????, NO MI MI FAI MALE, devi fare così, colà, cosù e cogiù e colò" che diventa esponenzialmente significante con l'aumentare dell'età, ma così significante che qualche sera fa ho mandato sonoramente affanculo La Signorapebbene con una tendenziale voglia di cazzo, che tanto ha fatto e tanto ha detto che è riuscita a rammollirmi il cazzo grazie a quella sequenza di dettami dimmerda. Muori carcassa putrefatta, che ti avrei chiavata più per te che per me.

D'altra parte va evidenziato che io, alla veneranda età che mi ritrovo, comincio a fare delle signore cileccazze, vuoi per chi mi ritrovo a letto, vuoi per un affinamento delle pretese che si fa via via sempre più affilato.
Per cui il coglione che dice "Le russe sono più troie di tutte" non sa che cazzo dice e mi fa stragirare i coglioni perchè io SO cosa vuole dire vedere Alina, l'angelo di 20 anni con cui non so cosa cazzo sto facendo, che in quel lurido buco di merda di micro appartamento disumano, vestita di una mia camicia e un sorriso commovente, arriva con in mano un vassoio e un caffè dimmerda, sedendosi accanto a me su quel materasso-letamaio e mi dice buongiorno in un italiano strano e sublime, facendo entrare una cascata di amorevole miele luminoso in tutta la stanza.

Ha la pelle candida e i capezzoli rosa, i capelli biondi mossi che manco la Venere del Botticelli, delle gambe perfette, un sederino perfetto, dei meravigliosi piedi da ex ballerina classica, delle piccolissime tettine e delle manine che quando mi accarezza lieve la pelle sento che il lurido buco dimmerda si trasforma in una conchiglia calda bollente che mi impedisce di uscire dal letto, anche se lei mi tira ridendo per farmi alzare, ma io sono grosso e tiro lei sotto le coperte baciandola a raffica e fuori piove e nevica neve marcia e fa un freddo del cazzo e lei mi mormora del russo arcano guardandomi le labbra e poi alza quei cristalli azzurri che mi seccano il fiato e in un inglese spettinato mi dice che deve andare a lavorare e io la tengo annusandole il collo e lei pronuncia il mio nome sorridendo in un gemito come mai l'ho sentito dire.

"Le russe sono più troie di tutte", dice quel saccodimmerda odoroso di sugna. Troie? Tutte? Anche Alina quindi? Ma lo sai che sono uno psicopatico pericoloso, cinghiale sozzo dalle chiappe chiacchierate?

"Perchè sarebbero le più troie di tutte?" chiedo con un'inusuale calma, fissando il sottobicchiere.
"Fanno certi servizietti di culo Tazio" e ride e la clac dei verri accompagna grugnendo.
"Ma tu ci sei mai stato in Russia?" chiedo ancora ad occhi bassi, ancora inusualmente calmo.
"Cazzo c'entra Tazio basta che ti giri la zona industriale"
"Per cercare quelle russe che FANNO le troie, giusto?"
"Cerchi la rogna stasera Tazio?"
"No Coso è che ti voglio spiegare una sottigliezza che il tuo glande di cervello magari non capisce nemmeno. Voglio spiegarti la differenza tra FARE la troia con talento e ESSERE una lurida troia annoiata e frigida oramai in disarmo. Nella prima categoria ci sono molte ragazze russe, non so quante siano, ma ci sono, così come le rumene, le cece, quelle dell'est insomma. Nella seconda c'è tua moglie che, mi riporta un carissimo amico fidato dalle spiccate attitudini ficcaiole con qualsiasi donna mammifera che ci stia, ha un neo carnoso vicino al buco della merda. Mi confermi?"


Mi sono rotto i coglioni, amici che numerosi mi seguite da cassa.
Ho voglia di luridi appartamenti puzzolenti di diciannove metri quadri e la luce di Alina.
Questa merda di Italia e di italiani mi fa vomitare.

Riparto.
Ritorno.
Magari ancora con la bocca sanguinante e nelle orecchie il verro sugnoso che grunisce lordure e minacce, ma riparto.
Giovedì sera sono a Mosca e porto Alina a cena al Café Pushkin, ma prima facciamo shopping che la voglio vedere ridere sognante in russo.
Questo voglio. La mia esistenza in declino lo vuole.

Ci sentiamo di sicuro amici, non scompaio.
Tazio non scompare mai.

mercoledì 7 maggio 2014

Spazzolini da denti turchi

Occhei, mi dice da dietro alla cassa del luridissimo bar di Rho, sono sette e cinquanta e io, con gli occhi nel portafogli, le sibilo che mi serve lo scontrino e lei squittisce un tantino isterica che me l'ha fatto e io dico no, zia, non mi hai fatto un cazzo e io ho bisogno dello scontrino per scaricare, anche se non è un cazzo vero, ma a me sta poltiglia di umanità dimmerda m'ha rotto il cazzo e allora alzo gli occhi e le dico negativo zia, provaci con un altro e arriva il coglione che fa le pizze, grosso, uno di quelli che "cinque" lo pronunciano "sciiiiingue" e mi chiede cosa cazzo c'è che non mi cimbra e io gli rispondo la tua faccia da cazzo zio e lei strilla, lui minaccia di uscire e io gli sbatto al volo dieci euri dicendogli che sono dei pezzenti con la mamma chiacchierata e me ne vado.

Ma me ne vado vado intendo.
Da Milano e dall'Italia.
Milano mi ha soffocato il cervello con la sua grettezza intellettuale e la sua inutilità economica. Ho sentito dire che questi fenomeni si stanno fottendo l'Expo e, se non fosse che Milano è in Italia, ne godrei a mille. Una figura dimmerda simile, da palloni gonfi di scorregge che dicono a ME che dovrei ringraziare l'entità milano (la minuscola è voluta) per avere la mia scodella di riso, è davvero epocale. Salutatemi il Formigoni, zii.
GQ sai che non parlo a te. K, pensaci.

E allora prendo un aereo e atterro a Parigi.
Frequento piccole gallerie che espongono opere impossibili ed improbabili, mangio da solo in bistrot abborracciati, dormo in pensioncine e mi scopo una spagnola dalle tette inesistenti, ma dalle doti oratorie assolutamente di rilievo.

La vuotezza impera, il torpore anche. Assumo droghe sintetiche in una sorta di soap house dove una vietnamita che si spaccia per giapponese mi allunga la qualunque, cazzo incluso.
Vuotezza, esaurimento, aridità.
Ecco dov'è finito il T.
A pulire le turche con lo spazzolino da denti.

I ♥ MilAno.
Grazie amici, ve lo dovevo.

martedì 18 marzo 2014

La nebbia is the keystone

Lunedì sera.
Nell'ovattato silenzio dell'ammiraglia intergalattica odorosa di cuoio di speci viventi non ancora classificate, una chioma nera lucidissima, curatissima, profumatissima, liscissima e drittissima si muove con andamento alternato emettendo suoni impetuosi di appassionata suzione salivosa ed ansimante.
E' la Aledellapale che, dopo cena, nel parcheggio, mi ripaga della mia decisione di non salire a Milano con uno dei più sofisticati ed elaborati pompini della storia della mia vita.
La Ale è estremamente dotata ed esperta e, forse, possiede l'apparato boccale succhiante leccante più all'avanguardia tecnologica del dipartimento femminile attualmente presente sulla superficie del globo terracqueo.
Le sue dita si fanno strada ovunque, senza sacrificare un moto per un altro, mantenendo un'indipendenza pari a quella delle mani del più virtuoso dei pianisti, generando uno spiazzamento emotivo e sensoriale che, in un tempo ragionevolmente breve, si materializza in un'odorosa sborra bollente che lei non si esime dall'ingoiare sino all'ultima stilla.

"Hai goduto?" ella sussurra mietendo gli attesi e ipotizzti elogi alla sua abilità.
"Mostruosamente" le confermo tra mille spasmi reali.

La notte avvolge tutto, rotta solo dalle lame di luce gelida dei lampioni del parcheggio che, però, mi consentono di gioire della perfezione delle sue mammellette aggraziate, coronate da ciliegine di capezzoli scuri che scompaiono rapidamente nella camicia mentre le sue soavi mani, odorose di cazzo, si affrettano a chiudere.

"La Ade si rifarà le tette" mi dice con gli occhi puntati ad asole e bottoni.
"Se lo fai anche tu ti recido le orecchie" le dico un tantino stanco, non sortendo risposte.

Uno sbadiglio di umanità non scontata suggella la sua immagine impenetrabile.

"Ale?"
"Eh"
"Ti manca tuo figlio?"

Pausa lenta, con stropiccìo di palpebre.

"Dammi una siga, amore"
"Non fumo più, tesora."


E partiamo, lenti, silenziosi, abbracciati dalla perfetta tecnologia anonima intergalatticammiragliale.

"Dormi da me stanotte Taz?"
"No bimba, domattina parto alle cinque. Venerdì sera dormiamo assieme."


Silenzio.
E una notte nebbiosa.
D'altra parte, come poteva essere?

sabato 8 marzo 2014

Dialoghi meschini in un interno di lusso

E mentre finisco di raccontarle della Habana, la Milly e la Casa, senza dispensare troppi indizi di riconoscimento, la Ale mi mormora "non smettere", si slaccia i jeans e si infila una mano dentro per coccolarsi la gatta.

Periferia di Reggio, un posto dimmerda da disperati, a bordo di una macchina da sciuri manco mia, con una vitellina stagionata che intona il puzzo gentile del suo sudore sensuale con i sentori della blasonata pelle degli interni e mi grugnisce "voglio che mi ci porti", alla soglia dell'orgasmo che ha, sin lì, frugato con vigore.

"Non esiste più, Ale" - "Facciamone uno nostro" e viene dimenandosi, rumorosa, veramente bella.

La Casa non si può "fare".
Si può farne una bieca replica sintetica, assolutamente al di sotto delle aspettative, una cineseria, un puttanaio che manda a mare la classe, l'erotismo, la sensualità, ma non si riesce a rifare La Casa.

Accende una canna prerollata e mi chiede: "Perchè non mi ami?".
"Boh", rispondo io in deriva, coi motori in avaria, trascinato dalle correnti a sud delle Canarie, in vista Dakar.

"Sai perchè ti amo?" - "No" rispondo guardando fuori.
"Perchè sei sincero sino alla crudeltà mortale, perchè sei un lurido pezzo di merda".

Bello. Mi piace. Potrebbe indurmi, molto lentamente, ad amarti alla follia.

"Perchè non installiamo delle telecamere spia davanti ai tuoi lettini solari?" le chiedo.
"Si masturbano tutte sul lettino, sai che palle?"
Vero.

Silenzio eterno.

"Ci verresti in Africa con me?" chiedo esasperando le mie aspettative.
"Sì" risponde dando un tirone.
"E la pale?" chiedo mentre mi passa il cannino ormai morto.
"Cazzo me ne frega" risponde lenta sfilandosi i sandali e mettendo i piedi nudi sul cruscotto.

"Hai fame?" chiedo guardando l'ora che segna le quattro e sedici.
"Sì"
"Baracchino?"
"Aggiudicato"


Panino con salsiccia e cipolla, in sentore di spezie africane rinforzate da erotismo mitteleuropeo, accompagnato da mora latina in guazzetto di sudore, sesso e disperazione.

Perfetto.
E' casa.

Sì.

giovedì 27 febbraio 2014

Io, il Giargiana

Ieri.

"Ellamadonna, ma che cazzo ti è successo??" mi chiede appena ci incontriamo. Spiego fumosamente, un'aggressione da parte di alcuni balordi, blahblah.
"Figa, serio?" mi risponde il cerebroffeso.
No, scherzavo, mi sono truccato così per carnevale Grantestacciadicazzo.

Poi discutiamo di lavoro nel suo ufficio e mi dice che sono stato "una spada" nel sistemare alcune cose, poi tira fuori "la piotta" e mi dà un altro acconto e poi mi chiede "Uè allora ti spari il weekend lungo? Torni giù? Figa fai bene, tu che puoi, io c'ho degli sbattoni qua che non puoi capire. Seeeeenti, bisogna che mi lasci giù il B [la Mercedes classe B, ndr] che il Fritz mi torna a casa sabato, ma non ti mando mica indietro col treno come i barboni, ti do' il Thema del Sergio che tanto lui va in montagna col Range."

E dammi che cazzo vuoi, basta che vada avanti quando serve, indietro quando serve e si fermi quando serve. E mi dico: certo che 'sti ganassa dimmerda fanno tanto i fighi e poi per Milano girano in Thema che neanche i rumeni se la filano e poi vanno in montagna con la Range Rover.

"Figa, s'è fatta una certa, te lo mangi un boccone al volo con me? Ti porto in un posto dove fanno i migliori panini di Milano, nonchè del mondo" e la mia risposta è risultata inutile e allora andiamo.
"Andiamo dal De Santis in Magenta, ti verrà un orgasmo", ma anche no, per quello ho già la struttura a casa.
E andiamo in questo posto intasato da settemilacinquecento persone, carino, ovviamente sopra le righe (un paninaro col il dipartimento ricerca e sviluppo mi fa ridere il culo), panini buoni davvero, compagnia pessima.

"E alloooooora? Cosa ti aveva detto lo zio? Sono o non sono da segno della croce i panozzi? Figa guarda quella lì che culo che c'ha, una statua. Perchè vedi, Tazio, qui aMilaaano esistono solo due cose: la figa e il fatturato, tutto il resto son giargianate."
Giargianate. Atto compiuto dal Giargiana che è lo spregevole sfigato che non si fa l'aperitivo in Corso Como.
Una merda.
Io, insomma.

Poi schizziamo velocissimi perchè lui c'ha degli sbattoni in office e io vado al solito garage a ritirare 'sta cazzo di Thema, passando prima per l'albergo a raccogliere i miei poveri stracci.
E, una volta giunto nel garage, imparo una cosa nuova.

La Thema non è più quella del 1986 che manco i rumeni. No.
E' la macchina del Presidente della Galassia. Io la chiamavo Flavia, ma mi spiega il garagista che adesso chiamano Flavia la cabrio e Thema la berla.

Mi appropinquo alla guida e lascio questa città meravigliosa, questa gente meravigliosa, questo clima sublime e, grazie a questa Thema berla nera con gli interni di epidermide di scroto di caribù (la parte più liscia), nessuno si accorgerà che il Giargiana sta tornando nella sua lurida sfiga dimmerda.

Tutto ciò è stupendo e io sono davvero fortunato.


La Thema in uso dal Giargiana

lunedì 24 febbraio 2014

Back to my Shit

Bonsgiur.
Vi scrivo dalla mia Milano dalla quale, stamattina, non potevo proprio essere assente.

Ho lasciato a Taziopoli i miei affetti più cari e anche molte perle di saggezza.
La mia ragazza, la Aledellapale, ieri pomeriggio mi ha rivelato una grande verità. Mi ha detto che il cazzo è cazzo sino dove lo si sente duro, quindi sino alla periferia del buco del culo. Mi ha spiegato che i coglioni non delimitano alcunchè, ma sono appesi a un certo punto del cazzo. E mentre mi rendeva edotto di questi dettagli morfofunzionali, con la mano destra mi segava l'asta rampazza e con la sinistra, in controtempo, quella parte dura del cazzo che arriva sino alla periferia suburbana del buco del culo.
La classe, amici, non è affatto acqua.

Il viola intenso del mio incarnato dolente sta virando verso un giallo itterico e la faccia si sta riappropriando dei lineamenti di sempre. Che fortuna che mi abbiano fracassato la faccia e anche molte altre parti del corpo: ho avuto l'opportunità di cadere in piedi e di essere accudito, cosa posso volere di più, specie in cambio di una stupida massacrata?

Questa merda di città la odio con il cuore, la milza, il fegato e anche l'appendicite. E' un budello do merda privo di stimoli, assolutamente non all'altezza di capitali europee in evoluzione, vedi Berlino. E' la passarella dei rincoglioniti che continuano a comportarsi come se fossero nella Milanodabere e invece sono nella Milanodatumulare, con quartieri disastrati manco fossimo a Beirut, con un'economia inesistente e un pacco di vuoti spacconi farabutti. Invecchiando divento sentimentale, lo so.

Se le cose vanno per il verso giusto, stasera torno a casa.
Credo, obiettivamente, di avere al massimo altri due giorni di lavoro effettivo e poi posso riportare le mie regali terga là, dove una sozza ancella sa riservar loro luridi piaceri.

Mi sono proprio rotto i coglioni, amisgi. Proprio.
Buona settimana a todos.

martedì 18 febbraio 2014

Sei considerazioni periferiche di un convalescente

1. Essenza della vita

Quand'ero bambino mi portavano in montagna. C'era un parco con un piccolo Fort Apache. Le giornate di pioggia mi impedivano di frequentarlo, ma poi un giorno venne il sole. E così, finalmente, andai a Fort Apache. Salii entusiasta la scaletta, arrivando sopra il fortino e fui accolto da uno sciame di mosche. Qualcuno era andato a cagare là sopra e la merda era ancora lì. Metafora standard, one size fits all.

2. Depressione

Ero ragazzo e quella bella signora trentenne in bikini in spiaggia litigava astiosamente col marito/fidanzato/compagno. Se c'è una cosa che non si può vedere è una litigata tra due in costume, in spiaggia. Se devi litigare, stai a casa. Non c'è motivo di fare vacanza. E non c'è motivo di essere deprimenti.

3. Stupore

Domenica, unico suo giorno libero, la Aledellapale mi ha fatto le pulizie di casa. Delle due l'una: o la casa era una merda invivibile, o la Ale si sente tanto sola. Propendo per la numero due.

4. Salute

"Va molto bene sa, non si deve preoccupare." mi dice il dottorino. Ma mi chiedo: davvero gli sembravo preoccupato? Volevo chiedergli se potevo sniffare la bamba, ma mi pareva fuori luogo.

5. Offerte

E' arrivata la prima offerta di transazione. A me pareva buona, ma la Ade dice che non se ne parla. "Cominceremo con qualche piccolo incidente per chiarire la situazione" mi dice. Voglio essere oceanico pacifico e non dare peso alla sbruffonata. La Ade è una gran figa, nota a margine.

6. Previsioni

"Ma tu" chiedo alla Ale "se volessi prenderti un periodo di vacanza, come faresti?"
"Beh" mi risponde "una delle ragazze mi sostituisce. Calcola che io sono aperta 365". Che mi era venuto da pensare ai gradi, ma invece erano i giorni.
Vorrei portarmi la Ale da qualche parte, sì.
Vorrei molto portarmela.