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domenica 18 marzo 2012

Chele di astice


Sgranocchiamo chele di astice e chiacchieriamo.
“Sai cosa? Premetto che parlo che non so, perché non ero io quella coinvolta, ok? Però ad ascoltare come la racconti tu, ‘sta tipa, la Domi, suona male. Sai cosa mi fa venire in mente? Quelle cose a cazzo che si dicono alle medie, tipo “Ti lascio perché ti amo troppo” hai presente? Cioè, voglio dire, dà tanto l’idea di una che si è costruita la storiella istantanea da raccontarti, per poi rimanere lì in attesa di una tua reazione scomposta (com’è ovvio) e poi aggrapparsi a quella di corsa, spostando l’attenzione dalla storiella istantanea che si era inventata e che non stava in piedi. Cioè, voglio dire, si fa, l’abbiamo fatto tutte, ma magari un pochinino più da giovanette ecco.”

Ci sta. Anche perché l’ho sempre pensato anche io. Ma la invito a fare ipotesi sul perché.
Regge la chela, dondolando la gamba sotto il tavolo con una tale estensione che dondola un po’ tutta.
“Bah, sai, se devo pensare al perché l’ho fatto anche io da giovanetta, mi verrebbe da dire che c’è un altro di mezzo, che è l’ipotesi più banale, ma è anche l’ipotesi che ci prendi nel novantotto (non dico cento) per cento dei casi.”

E siamo allineati anche su questo. Ma poi arriva la mazzata.
“Ma senti, scusami se te lo chiedo, ma è ovvio che puoi non rispondermi. Ma era tanto tanto tanto figa ‘sta tipa?”
“Beh una bella ragazza, sì, certo non una top model, ma bella. Perché mi chiedi?”
“Perché, sinceramente, dai racconti che ne fai, continuo a chiedermi tu che cazzo c’entravi con una fighina griffata da patronato del centro, borghesuccia e un po’ inibita a letto.”

Bella domanda.
“Bisogno d’amore?” rispondo sentendomi dentro alla rubrica di Donna Letizia.
“E ho capito Taz, ce l’abbiamo tutti quello, ma mica ci spariamo come dei razzi dentro a tutte le storie a corpo morto eh. Se posso, ma prendila bene eh, anziché punirmi con lo stoicismo dell’abnegazione, che fa male alla salute e scopare tira su di morale, se io fossi in te conterei fino a sedici milioni prima di decidere di organizzarmi per tuffarmi in una storia. Ecco, Taz, quello sì, sai?”

Già. Su questo non ci piove.
“Perché, scusami se insisto, cosa cazzo c’entra se ti trombi la Nina, la Pinta e la Santa Maria, con tutto il resto? Sei tu che eleggi la Nina, la Pinta e la Santa Maria a ruoli di competizione con le cose serie della tua vita, mica loro. A loro piace il cazzo e poi tornano alle loro vite piene di cose. A te piace la figa, ma quando hai finito sei da solo. E’ questo il punto. O mi sbaglio?”

Non si sbaglia. Le eleggo pur di dire che c’ho qualcosa anche io.
“E allora falla finita con ‘sta cosa dell’abnegazione, perché non porterà a nulla, cecità permanente a parte. Tu devi aprire, non chiudere. La storia del vuoto spinto lì, è una chiusura. Cioè, andrebbe pure bene se fosse una sostituzione: tolgo la roba che non mi interessa più, per fare spazio a quella che mi interessa, ma tu no, tu togli e non metti niente di nuovo. Tu resti da solissimo e poi, ovviamente, esplodi. E ti spacchi come sabato scorso Taz, che adesso te lo devo dire, che ti incazzerai di sicuro, ma vedere te, vedere il Taz, spaccato duro e da solo (che è la cosa più grave), no, non me lo fare vedere più perché mi hai fatto soffrire come una bestia.”

E ha ragione, cazzo, cazzo, cazzo.
“Cosa mi proponi allora?” chiedo per uscire dall’imbarazzo.
“A parte sposarmi?” e poi ride come una matta.
“Beh, non ridere, non è un’idea da buttare nel cesso” dico guardandola che ride con gli occhi stretti.
Poi si fa seria. Molto seria. E mi guarda con due occhi molto seri e bellissimi.

“Non sei così disperato, Taz. Mettitelo in testa o non vai da nessuna parte.”
E abbiamo continuato a spolpare le chele del povero astice.
Le botte a volte fanno bene, aveva ragione la mia nonna.

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