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martedì 31 marzo 2015

Easter eggs

Domattina alle ore zeroquattropuntozerozero il Costa parte a bordo della sua economicissima GMC Yukon 32.000 a benzina per raggiungere il paesello natio. Appena 1900 chilometri in macchina, una sciocchezza, ma volete mettere la soddisfazione di varcare la soglia del villaggio sotto gli sguardi adoranti di tutta la tribù che lo osanna a bordo di quella monumentale GMC? Non ha prezzo, né in termini di fatica, né in termini di danaro. Penso lo faranno sindaco, anche.

Ieri sera una seria di uazzappi non partiti da me hanno dolentemente sintetizzato una situazione pasquale imperniata verso Roma a trovare mammà che si è trasferita colà da che papychina è morto a settembre, sentitissime condoglianze, un vuoto incolmabile per la Cina tutta.

Argomento complesso quello pasquale, lo so.
Sono nel regno del troianesimo ultraprofessionistico esercitato dalle donne caucasiche più belle del pianeta, talvolta così belle che mi si spegne il dizionario nel cerebro e mi va in blocco una valvola cardiaca, ma questo mica al cabaret o nella platea di Miss Repubblica Ceca, basta già un semplice supermercato per farmi trasudare sperma da dietro alle orecchie, perché le ceche sono le Turbostrafighe Turboassolute e anche piuttosto disinvoltelle nei costumi, ma io sono Mastrominchione e sogno una Pasqua in famiglia, come se avessi mai speso un piconanoerg per tendere ad averne una, nemmeno ora che PARE io ne abbia in cantiere una nell’algida Mosca, ma nonostante ciò mi struggo e mi intristisco di solitudine, pur guardandomi bene dall’andare lassù a verificare la mia paternità, anche se tale decisione non appare così assoluta da pormi al riparo dal desiderare di averne una, limitandomi persino a pensare (come stamattina) di prendermene una già fatta, di famiglia, come quella di Bara, che si è rivelata una MILF da Ascensione di Nostro Signore degli Anelli al Nirvana del Tuca Tuca, purtroppamente sposatissima e madrissima, ma la sua milfaggine indurente mi farebbe risultare accettabile anche la presenza del maritozzo (un culo di maschio non guasta mai) e delle figliozze che da cotanta madre potrebbero essere delle Lolite da crisi ecumenica.

Che fare, dunque?
Strambare e tentare di insinuarsi nelle mutande a vita alta con le cappette sui bordi di Venka, che ce la deve avere pelosa come una nutria e già il pensiero mi ingrifa come una Xalopendra Istrionata, oppure sciogliermi nell’inferno dell’Humble Brothel popolato da odiosi italiani sfigati e urlanti che per Pasqua vengono a disossidarsi la minchia triste oltre cortina, girando nudo e col cazzo costantemente dritto umiliandoli, infilando gratuitamente camere su camere fino a sborrare uno schizzo di sangue, oppure cosa?
Cosa eh?
Cosa?
Aiutatemi, maledetti  voi.

***
Ma il  Costa, la cuggina strabottana, se la trapanerà al paesello?
Pensiero sudicio e desiderio osceno di cose incestuose.
Vado a farmi una sega, và.

lunedì 30 marzo 2015

La Troja e la Bara

E allora arriva ‘sta orda di russi che invadono il mio bell’alberghetto perché son lì per affari e il Costa gli procura cena, dopocena, camera e copertine umane, indaffarato come un lacchè a correr dietro a questi esseri infami, chiudendo l’Humble Brothel solo per loro, catering italiano e leccate di culo e a me vien da sboccare, tant’è che faccio su due cose nello zaino e decido di dormire in un altro albergo a cazzo, possibilmente confortevole e silenzioso.

Schiodo approssimativamente alla volta delle diciassette e tredici, momento in cui anche Venka, la concierge del turno diurno lascia il lavoro e allora la accompagno per un pezzo di strada. Va detto subito che tra Venka e il concetto di figa c’è lo spazio che separa me da un chirurgo ortopedico, ma è una persona molto cordiale, sulla quarantina, che parla perfettamente inglese e due chiacchiere non mi guastavano affatto.

Al che io la butto lì, così, senza secondi fini, sciallo, isometrico e un po’ piezometrico e le chiedo se le va di mangiare un boccone e lei mi dice di sì senza sforzo (ah che belle le donne dell’est! No fa no e sì fa sì senza tante moine) e allo scopo di compiacermi mi porta in una pizzeria italiana che lei reputa il top, che italiana lo è come io sono ceco, ma apprezzo sperticandomi in lodi e ringraziamenti di farmi sentire a casa e mangiamo ‘sta strana cosa che chiamano pizza.

Si discorre, la Venka è divorziata, c’ha una figlia di ventidue anni sposata e bella che mamma, mi racconta, poi mi chiede, le racconto due frottole e poi una cosa vera: mi piacerebbe trovare un adeguato luogo in cui pensare di poter aprire una galleria d’arte, magari nella quale dipingere anche e ma che bello, ma sì, ma vero? ma ti giuro e allora lei mi fila la dritta: quando voglio, una mattina, devo raggiungere piazza Troja nella città vecchia (giuro, morissi qui, c’è una piazza Troja in cui devo ASSOLUTAMENTE trovare casa) e in una certa galleria d’arte contemporanea pubblica cercare una guida turistica sua amica, tale Bara (il nome non promette niente di allegro, ma amen) che pare potermi aiutare che è del settore.

Così domattina vado in Piazza Troja a incontrare la Bara, che stamattina c’ho avuto i miei cazzi da risolvere con noiose questioni di banca.
Bella serata, comunque, onesta e serena, terminata alle ventidue e trentuno, ora in cui ho fatto il check in in un albergone del centro dove riposare silenziosamente le mie stanche membra.

Nessun uozzappo mi ha chiesto se dormivo ed in cuor mio non me ne poteva sbattere di meno di sapere se qualcuno dormiva via uozzappo.
Ho solo pensato alla Venka e a come deve chiavare, me la sono immaginata che mi cavalcava tutta nuda ed eroticamente imperfetta e mi sono tirato una sega di non disprezzabile fattura.

Oh ma sapete che ‘sta Praga funziona?
Rimane il nodo Pasqua da sciogliere, ma ne parleremo diffusamente in un altro momento, che mica è roba che si liquida in due e due quattro.
Basgi, amisgi e amighe.

domenica 29 marzo 2015

Praga e l'inchiostro onirico

Laddove la sensuale, sfacciata e oscena Praga vada inducendo ricordi nitidi di inchiostrati passati che nemmeno il buco del culo arrossato e sfondato della giovane candida troia che ha dianzi accettato d’essere sbattuta con furore belluino nel cesso del bar Rocket dove ha ceduto il suo bel corpo di non professionista in cambio di centosei vodke e 25.000 corone, orbene, in tale condizione risulta ancor lecito e sensato, al puttaniere italico dal cazzo di enorme dimensione, valutare l’ipotesi di cercare quella arabescata puttana sublime che tanto sollazzo gli diede e che ora compare insolente nella sua mente offuscata dalle tre fumate di eroina in compagnia della suddetta candida troia, oppure appare più sensato il godere del risultato ottenuto con un’emerita sconosciuta bramosa di farsi sodomizzare, totalmente nuda, appoggiando le mani ai sozzi orinali a muro di quel lurido bar dimmerda?

Ah che quesiti atroci, appena leniti dall’osservare quelle ditina dei piedi separarsi dalla pressione del corpo su quelle piastrelle bianche e nere impreziosite di strappi di carta igienica zuppi di piscia maschile.

Nessuna parola mia ella intende e nessuna sua intendo io, ma il linguaggio del danaro, dell’alcol, della droga e del sozzo superano ogni barriera linguistica e così Fioccodineve mi da il suo arrossato e svangato buco del culo da fottere a pelle sinchè sborra non ci interrompa, mentre io presso come un maglio sognando il buco del culo merdoso di quella stupenda creatura tatuata che il mio dissennato agire ha lasciato dissolvere nel limbo degli archetipi.

Che buco rosso e dilatato, che arte, che artisti, quel budello di merda mi ammalia con le sue ombre e i suoi afrori bestiali quando scivolo artatamente fuori per osservare il progredire dei lavori e, signori, quelle ditina candide che tormentano la vagina che donerà la vita al figlio di un operaio che ella sposerà innocente, sono camei di finissima fattezza.

Vieni Fioccodineve, girati e inginocchiati, che al Tazio internazionale gli prende un morso all’anima che gli procura dolore atroce, vieni e inginocchiati nella piscia, così, bella, tutta nuda e bianca, con quella faccia da drogata troia, vieni e prendi in bocca il cazzone ancora aromatizzato del tuo bell’intestino umido e succhia, succhia forte, succhia e ingoia, pulisci e strizza, sega, lecca, lasciati riempire la bocca di sborra ed ingoia, mentre io socchiudo gli occhi e penso a fotogrammi sbiaditi che mi graffiano e mi fanno godere di affilato dolore.

Bella Praga.

venerdì 27 marzo 2015

Ceco di notte

Sono sul letto immerso in attenta e per nulla amichevole lettura di un bel libro di grammatica ceca quando, sul far delle 01:14:32 il parlàfono fischietta primaverile un’entrata uozzap.

“Dormi?”
“No, stavo studiando grammatica ceca”

Seguono faccine di risa foggiate in varia maniera.
“Non ridere” aggiungo con serietà “questo Paese parla inglese solo a tratti e poi l’idea di conoscere bene il ceco mi affascina”
Pausa.

Onlinestascrivendoonlinestascrivendostascrivendo.

“Mi stai prendendo in giro come al solito o vuoi veramente stabilirti lì?”
“Non ti sto prendendo in giro e non ho idea se vorrò veramente stabilirmi qui, ma intanto dovrò pur saper comperarmi un paio di pantaloni senza gesticolare, no?”


Onlinestascrivendoonlinestascrivendostascrivendo.

“Giusto e poi una lingua nuova è sempre una lingua nuova”
Ecco, amisgi.
Una lingua nuova è sempre una lingua nuova” è un doppio senso easy e lei lo sa. Lo sa e quindi vuole dirmi subliminalmente che è in mod zoccoleggio mild e sta a me, solo a me, assecondarlo o meno.
Decido per la pausa.

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“Torni mai giù, ogni tanto?” chiede periferica stemperando le vicende linguali.
Faccio pausa lunga.

“Raccontami del tipo con cui ti vedi.”
Con punto finale, assertivo, serio, ineludibile, tranchant. QUELLO ora è il quesito e QUEL quesito e solo QUELLO o va fanculato a palla o va soddisfatto con dovizia e minuzia di dettagli.

“Perché ti interessa?” è la deludente, sciocchina, triste risposta. Potevi far di meglio Chiaraspray, sì. Ce l’avresti potuta fare. Peccato. Ecco perché fai la junior  a Modena e non sei assurta ai fasti meneghini. Per colpa dei dettagli. I dettagli sono tutto, cherie.

“Hai ragione. Pensandoci bene non me ne fotte un assoluto cazzo. Torno giù ogni tanto, sì, ho persino comperato casa a Reggio in Piazza Bambascionestrimpellacazzi, ero lì sino a ieri l’altro. La casa è bella, molto ben ristrutturata, stile inizio ‘900, ma al momento è vuota, sai, non essendo lì spesso… però son contento di averla presa, poi vai a sapere, magari diventa un investimento, chissà.”

Pausa e reinforco la grammatica ceca, con un sensibile giramento di coglioni.

Onlinestascrivendoonlinestascrivendostascrivendo.
 
“Me la farai vedere una volta, magari, se capita” incalza la paperella anale come se nulla fosse.

“Perché ti interessa?” chiedo io a quel punto, non commettendo l’errore orribile di rispondere a una domanda con un’altra domanda.
Pausa.

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“Boh, anche no per carità dicevo se ti faceva piacere farmela vedere”
Emetto faccina che sorride di gusto.

“Chiara ti lascio, sono indietro con la grammatica ed è tardissimo, buona notte.”
“Buonanotte Taz, buona grammatica”

Děkuji, grazie.

giovedì 26 marzo 2015

Ideone idiote in perfetto stile tazieo favorite dalla luna praghense

Mi stendo sul letto, medito a lungo e poi faccio una cosa.
Agguanto il parlàfono di classe e mi introduco nella famosa applicazione WhatsApp a tutti voi arcinota. Mi introduco, premo il più, seleziono un nome, vedo che è uazzappata e digito breve, ma significativo:
“Dormi?”

Attendo, perchè pare che l’ultimo accesso di quella persona risalisse a parecchio prima e, mentre attendo ciò che il destino m’avrebbe riservato nella forcella del nulla al “vaffanculo” provo una sensazione liceale di friccicorino sospeso, un’emozione, un’attesa di chissà cosa.
Poi, dopo qualche minuto, vedo che è online e sta scrivendo.
E scrive, scrive, scrive.

“No e tu?”
“No, come stai?”
“Aspetta mi sposto”

Si sposta. Ciò significa che c’è qualcuno accanto e se quel qualcuno accanto è lì accanto a quell’ora  signiica che e basta.

“Sto bene, tu?”
“Beh dai bene sì”

Poi pausa.
Frenetici 'online' si mescolano a 'sta scrivendo' e poi va tutto a monte. Io non rincalzo. Io aspetto. E appoggio il telefono sul letto, tentando di rilassarmi.
Poi un trillino.

“Mi spieghi da dove mi sbuchi nel cuore della notte dopo una vita che non ti fai vivo? :) “ con emoticons sorridente, a suggello che non vi è acredine nè desiderio di battaglia nella domanda, ma piacere divertito.
“Ti sbuco da Praga” rispondo mantenendo basso il profilo della spia che gira il mondo per la Spectre.
“Da Praga” ripete in sospeso studio della domanda successiva.
“Sì da Praga” ripeto garantendo tempo e spazio.

“Lavoro?” scrive con sintesi acrilica dopo qualche secondo.
“Non lo so se lavori” rispondo io facendo il simpa della cumpa, nel tentativo di draggare i toni verso qualcosa di ancor più rilassato.
“Io sì che lavoro, ma ti chiedevo se eri a Praga per lavoro” e qui si era reso evidente che la battuta, seppur passata nella semantica, fosse stata dichiarata non ammissibile a repertorio per tutti gli utilizzi legali ad essa legati.
“Sì sono qui per lavoro, già da un po’. Tu come te la passi?”
“Io lavoro in ******** a Modena, declassata a designer Junior”
e aggiunge faccina con mascherina chirurgica.
“Fai su è giù?” chiedo per indagare e comporre la cazzeria sua.
“No, sto con altre due ragazze in un appartamento, una lavora con me in ******** l’altra no”
Pausa.
E allora sparo.

“Stai con qualcuno?”
Segue silenzio eterno. Talmente eterno che credo che la uozzappata sia finita, ma inverce all’ultimo momento della speranza, trillo.
“Mi chiedo perchè ti interessi, ma ti rispondo per educazione: sì, mi vedo con qualcuno. E tu?”
“Io? No io solo puttane a pagamento.”
“Ah,ok. Beh bene no?”
“Sì sì”

Pausa.

“Senti Taz, è tardissimo e io domattina devo essere un grillo alle sette. Mi ha fatto piacere, ti mando un bacione. Buonanotte.”
“Buonanotte a te, a presto spero.”


E a questo mio ultimo uozzappo relativo alla reiterazione della uozzapperia non è seguito nessun altro commento.
E buonanotte allora e bella che finita, stop, pietra.
Anche se qualcosa mi turba.
Massì, buonanotte.
Proviamoci almeno.

Giornate mitteleuropee e calabroni amici

Good morning Vietnam, stamattina mi faccio proprio i cazzi miei, che ieri è andata come è andata. Sveglia ore 9:00, raggiunto Humble Brothel ore 10:00 dopo colazione, dove mi trovo la Gema (che invece si chiama Romilda) che vestita di tutto punto era stata cooptata per il colloquio taziale che ho fatto durare mezz’ora con toni del tipo “dai Romilda mettici inpegno, pat, pat” e poi arriva il Costafrate con quel coso americano rivelatosi un GMC Yukon che mi dice “mond” dal finestrino aperto con i RayBan a specchio e io mond, che poi partiamo a razzo direzione Nürnberg sul far delle undici e ventiquattro.
Non so se abbiamo percorso la distanza con le ruote aderenti al suolo o con i sottosospensori magnetici di classe B Pheta, ma sta di fatto che, chiacchierando amenamente (si fa per dire perchè io non è che adori le velocità che superano quella dell’iperspazio) siamo arrivati in Germania alle ore quattoridici e quarantadue.
Lì ci aspettava un altro calabrone amico del Costa, s’è fatto del gran chiacchierare in una saletta riservè di un ristorante molto moderno e molto ficoultrawow di proprietà del calabrone, con delle fighe da conversione di San Paolo Apostolo che ci portavano da bere e da bere e da bere e da bere e da bere sino a che non s’è fatta l’ora di cena che, scherziamo gumbà?, siete ospiti miei e siamo riusciti ad alzare i nostri regali culi dal ristorante kewl alle ventitre e sedici, per fare rientro alle tre e quattro minuti passate del mattino, momento in cui il Costa è andato a dirigere  l’Humble Brothel come un bravo direttore da circo e io mi sono ritirato nella mia pseudosuite solitaria, segnata romanticamente dal tempo, per un doccione rigeneratore.

martedì 24 marzo 2015

Bentornato, Tazietto

"E allora Tà, ghe mi raggonti? Te le sei sbudellate le bottane lacciù?”
Una di notte, viaggiamo comodi e silenziosi su un enorme coso americano nuovo di zecca che puzza di plastica e nylon e occhieggia dagli strumenti una luce azzurrina diffusa che rende la faccia del Costa simile a quella di Kirk nei momenti più impegnativi. Sono stanco morto, il viaggio è stato una merda. Mai più da Bologna, mai più.

“Mi sono sbudellato solo la tua ex morosa Susy, che le altre manco mi hanno cagato di striscio a parte un ‘oh ciao, che bello’ “
“Minghia Tà pure tu che cazz t’haspettav il tappet rozz? So tre secoli che non di fai biù vedere allà. E la bottanona come shta? C’ha sempr fame di minghia ah? Che maiala bottana troia porcoddio, ahahahahahahaha” e ride ride ride, ride sereno, proiettato a velocità da sedia elettrica sulla strada che dall’aeroporto porta a Praga.

“E qui? Novità?” chiedo interessato.
“Maaaaaaaaaah niend di ghe, due crucc che avevano rotto il cazz la settimana scoss che erano fatti come delle bbestie e allora il Vosco e i racazz li hanno spaccati, impacchettati e sbattut fuori, poi niend, la Galina va fortizzim, gettonatizzim, chiava come na macchin da cuerr santalamadonnasantissim, mai la camera vuota che faccio fatica a farmi fare un bombino alle tre del pomericc, mentre quella rumena, quella come minghia si ghiama, dai quella piccoletta mora coi capelli lunghi, pallidissima con le minnette piccole, vabbè non imbord vafangulo, quell proprio non funziona Tà. Ci devi parlare tè Tà che se no la dobbiamo mandare via che ci fa rimettere”

“Si chiama Gema”
“Ecco Gema vaffanculo porcoddio proprio lei, parlaci Tà”
“E ci parlo, ma mica sono uno psicoterapeuta mago, se non ci sa fare, non ci sa fare”
“Teh parlaci gumba, fammi questacottesia”
E te la farò ‘sta cortesia, cosa devo dire. Tanto parla in italiano.

E poi arriva Praga e le luci e noi ci fiondiamo dentro come dei rapinatori a velocità mostruosa, che il Costa guida come Driver l’Imprendibile, anche se nessuno ha intenzione di prenderci.
Come mi sento integrato in questo mondo di classe e in queste attività raffinate, come mi sento estasiato da questo lessico ricercato da queste figure retoriche, insomma, mi sento proprio in famiglia.

“Costa cosa fai a Pasqua?” chiedo mentre dribbliamo ogni cosa che si muove nelle vie più storiche della città.
“Maaaaaah io gi bensavo di farmi una discesa a casa per rilassarmi quacc ciorn ma non ho ancora decis e tu?”
“Io la solita minchia Costa.”
“E allora prendiamo e ce ne andiamo ammare assieme Tààààà e ci sbattiamo i goglioni eddai Tà”
Controllo sul telefonino: piove a cannone a Pasqua laggiù, minima 12 massima 16, ma che cazzo andiamo ammare? Andiamo ammare con Schettino se lo avvisiamo.

Poi, finalmente, arriviamo.
Porta sul retro, ci sediamo a tavola, vino rosso, salame calabrese “che questi cazz di cechi fanno di manciare merda schifos, mancia, mancia gumba che è robbabuon” (tutto vero) e facciamo una merendina così, mentre Costafrate rolla le mie pastiglie per dormire.

Ci poteva essere accoglienza più familiare e calorosa?
No, credetemi.

No.
Casa.

sabato 21 marzo 2015

Morbido sabato taziale

Ecco qui.
Scaloppina al limone e insalatina anonima, un quartino di rosso, caffè, conto.
Ecco il pranzo taziale, del sabato taziale che precede la sera devastante taziosusiale.
Inspiro a pieni polmoni, seduto al tavolino davanti al barristorantepizzeriapasticceriaforneriatosatoriacaninaassisstenzatvradioriparazionebiciclettedacorsa,  dove ho consumato il mio sobrio e saporito pasto, sorseggiando un Campari doppio che ci sta sempre.

Inspiro a pieni polmoni e considero cose molto adulte, molto serie e dolorose, come la constatazione dell’assenza totale (e ribadisco totale) dell’abbandono del collant nell’esercito femminile che mi transita innanzi. Niuni leggins con ballerina a pelle e sudore, niente. Certo, la stagione, certo. Ma secondo me c'è dell’altro che non so definire e che mi turba e preoccupa.

La mia odalisca bovina quest’oggi si fa toelettare dalla sua estetista di fiducia e mi ha chiesto il permesso di avere il pomeriggio libero, ma certo amore sconfinato, prenditelo pure, che so che è un investimento proficuo assai.
Questa sera astici e champagne in un posto strano che so io e poi armageddon tra le coltri, inalando coni ripieni di mariagiovanna che arde e che alla mia odalisca piace moltissimo.

Mi sento rilassato, primaverile, tiepido e positivo.
Il ritorno in Repubblica Ceca mi piace, mi ispira, mi stimola e mi mette allegria. Praga è bellissima amisgi, fidatevi. E’ un posto delizioso che accarezza gli occhi e induce tuffi nella storia che sono davvero belli.

Mi lascio trascinare da una deriva fantasiosa e intarsio una situazione deliziosa in cui mi vedo a Praga nelle molteplici vesti di alunno di ceco e russo, minuto gallerista raffinato e socio tenutario di un bordello piccolo e grazioso, poliedrico uomo d’affari che trascorre tempo amabile là e ritorna qua di tanto in tanto ad inzaccherarsi di lurido sublime tra le cosce miracolose della Sua Bovina Premiata. Una situazione davvero paradisiaca, dovrò lavorarci sopra con minuzia e precisione.

Inspiro a pieni polmoni, inspiro una cannetta stavolta.
Bello qui ai bordi del capoluogo di provincia taziale. Qui di giorno fa caldino come a Praga, con la differenza che là di notte si trema dal freddo e, per questo e per mille altri motivi, una coperta umana femminile di vera pelle è assolutamente necessaria.

Quattordici camerette del piacere, con quattordici selezionatissime donatrici di piacere. Niente di più. Tre piani dedicati alle morbide sozzure situati in una bella palazzina residente in una pulitissima via assolutamente vicina al centro: due piani del sesso più un piano per così dire “tecnico”, nel quale a vario titolo stabuliamo noi dello “staff”. E poi, accanto, l’alberghetto convenzionato, pulitissimo, con cucina italian style, sempre nostro de noialtri. Che sopraffina imprenditorialità, che classe, che nobile business. Mi considero un uomo arrivato e per tutto questo non ho che da ringraziare il mio Costafrate, che tanto ha insistito perché io entrassi a far parte di questa grande famiglia, ed io ne sono ora parte con orgoglio calabrese autentico, pur non essendo calabrese di nascita, ma oramai di adozione. Perfezionerò le H a breve.

Sarà la cannetta, sarà il Campari, sarà l’ascesi che mi ispira, ma a tratti del mio sublime meditare vedo la Susy inserita come prostitutona là dentro, strappandola così dalla salmonella pericolosa e inserendola nel suo elemento naturale: il cazzo. Ci penserò, mediterò, mi consulterò, valuterò, vedrò.

Che bel sabato taziale, amisgi.
Bellassai.

TransTazionale

Lunedì ore 15:00 partenza verso aeroporto.
Arrivo aeroporto, consegna macchina.

17:20 BOLOGNA MARCONI - 19:50 AMSTERDAM SCHIPHOL
20:50 AMSTERDAM SCHIPHOL - 22:20 PRAGA RUZYNE

Uscita approssimativa dall’aerostazione: 23:00
Costataxy pronto, trasporto verso bordelletto, ora di arrivo: mezzanotte circa.
Cena, doccione, nanna.
Todo molto bien.

(Prossima volta volo su Milano, che ci metto la metà)

venerdì 20 marzo 2015

L'erede

E’ così, sono così, non cambierò mai.
Ora che ho ritrovato la signorile accoglienza della Signora Susy mi sento ringalluzzito ed energico, pensando sognatore alla serata di stasera, al pomeriggio e alla serata di domani e di tutta la domenica. Perché la Susy Telefonica mi dà certezze al 120%, mi garantisce presenza attiva e appassionata, mi gorgoglia succosi liquami sorridenti, ci sta, mi vuole, è assertiva, pronta all’uso, arrapata, ingrifata, infoiata e allupata, che “i maschietti qui intorno mi fanno sboccare” e la capisco, poichè dopo la premiazione anche il più sborone qui intorno può andare a farsi seppellire alla discarica.

Concetto che traslo con facilità anche sul mio fronte, considerando che nessuna delle mignotte maiale a mia disposizione, pay o free, può avere la sensibilità, la grazia eccelsa, l’empatia, la complicità e la connessione verificatasi tra noi nel momento in cui la Somma Vacca Premiata mi ha indotto a giacere sulle ginocchia per succhiarmi il perineo prossimo all’esplosione, giocando senza remore col mio buco del culo, con la lingua, le dita, succhiando liquidi, dita, esplorando, frugando blasfema, insultando domineddio e la madonna vergine, sputando e insignendomi del pregevole titolo di Frocio Busone Dimmerda, portandomi a vibrare come un V8 Chevy, dilatando, aprendo, incitandomi a spingere forte, incurante dei miei peti, vogliosa di succhiare il rossore del mio intestino pieghettato e gioiosamente prolassante al pari del suo poco prima, dopo le mie violente cerimonie di premiazione.

Bella.
Puttanamente bella quando si tira da guerra, volgarmente destabilizzante, oscena generatrice di crisi oscillanti tra il disgusto di disapprovazione e il desiderio selvaggio da consumare all’istante, un capolavoro irripetibile, la nuova Ade dei tempi d’oro, sublime Troia dell’Impero della Sborra Fumante, la amo.

Stasera ceniamo assieme, sì.
E poi ci rintaniamo nella sua porcilaia a superare il tetto dell’osceno.
Minchiammerda, va a finire che a Praga non ci torno più!
Scherzo, ovviamente.
Scherzo.

Scherzo?
Sì dai, scherzo.

Premiazioni

Ti premio.
Ci sei stata come se non fosse passato un giorno e io ti premio, mia Vacca.
Ti premio indossando i Paramenti Sacri della Premiazione, mentre ti tormenti allupata e sbavante la Gran Sorca Sozzissima, osservando e mormorando “oddio”: indosso l’anello sotto la cappella, poi indosso il triplo anello che mi strozza la base del cazzo e mi gonfia i coglioni, mi ungo d’olio il Bastone Imperiale mentre esso comincia a divenire scurissimo, viola e intarsiato di vene sublimi, perché il premio prevede che tu sia battezzata dalla mia bestia in veste devastatrice e disumanamente devastante.
Ti premio, quindi, ficcandoti quell’arma letale di carne da sesso nei tuoi buchi slabbrati.
Assegnandoti il premio a prescindere dalle tue urla di dolore, perché vai premiata ovunque.
E il premio ti va assegnato selvaggiamente, come se fossi sordo e cieco, esattamente come lo hai sognato tu, Regina della Stalla e io, Gran Fattore Imperiale delle Vacche Sozze.
Ti premio per ore, orgoglioso di glassarti la faccia di sborra urlando blasfemo, rimanendo comunque mostruosamente  duro e sensualmente deforme, pronto per rientrarti nel culo ferito e assegnarti premi minori, inzaccherandomi di liquide feci del piacere.
Ti premio sudando, godendo della tua fetida sporcizia animale.
Ti premio sino ad esalare l’ultimo rantolo di piacere, a quel punto, abbracciato al tuo untuoso corpo lurido, lasciando che lentamente il fenomeno ultratererreno riassuma fogge umane.
E a conclusione della premiazione brindiamo, dapprima urinandoti in bocca io, gioendo di come ingoi il Millesimato di Gran Vescica Imperiale che ho riservato per te, Vacca delle Vacche, Regina della Fiera della Bovina della Sborra, secondariamente bevendo avido i diversi schizzi di piscia rovente che mi spari in gola tenendo aperta la tua carnosa farfalla odorosa.

***
Torni dal cesso, mentre io giaccio sublime sulle tue coltri, fumando.
“Mi fa sangue il buco del culo” mormori assestandoti due pieghe di carta igienica tra le chiappe.
“Vieni qui” dico io, Padre e Padrone, Toro Loco e Montone, accogliendoti sotto il mio braccio, consentendoti di accoccolarti.
“Come mai niente smalto?” chiedo placido osservando quelle dita dei piedi sublimi da cui sorgono cresciute unghie giallastre, non per questo senza il loro fascino sensuale da favelas merdosa, anzi.
Fra poco Taz, fra poco che arriva la primavera. Ma se te resti anche domani!...” e ridi.

Resto?
Non lo so se resto Siusibestia, è complicato, ma sii certa che se resto tu lo saprai.
Sei la Regina, la Premiata, la Bovina Campionessa, per cui sì, mettiti lo smalto.
E mi rilasso inalando l’acre profumo di ascelle, sessi, piscia, sborra e merda, beato di beatitudine, commosso di accoglienza.
E un po’ in colpa di aver, nel passato, tanto bistrattato quella Donna che, alla fine, si è dimostrata l’unica persona che tiene a me.
E io non posso che ricambiarla con tanto, tanto, tanto amore.
La Susy.
Ha!

mercoledì 18 marzo 2015

Considerazioni sane e ipotesi ben equilibrate

Bonjour.
Che ore travagliate. Ovviamente ieri sera non c’è stata nessuna Ale e nessuna Ade, come da copione. Ho mangiato una pizza da solo e poi ho camminato.
Sono passato sotto La Casa, che dista dalla mia casa poche centinaia di metri.
Buio totale, con addirittura il campanello schiacciato dentro sino ad affondare nella bottoniera. Evidentemente qualcuno s’è rotto le palle di un via vai carbonaro di nullo effetto. Per cui nessuna possibilità, nemmeno quella illusoria di potervi sussurrare l’Ex Corde Fortitudo nella speranza di sortire il “clack” della serratura, come un tempo.

E così i pensieri sono divenuti malinconici e sono andati aggrovigliandosi in ordine sparso: la Milly dov’è, la Frank dov’è, dov’è Alcyator, dove sono tutti. E da lì le “strategie di recupero”: potrei ricontattare la Coppia Bestia per avere delle notizie della Milly, forzare il Costa a scoprire dove si rintana la Frank a Milano, ma fortunatamente la mia parte razionale (seppur atrofizzata) mi blocca e mi dice: e poi?

Il passato è passato e di lui rimangono solo i ricordi, non c’è niente da fare. Questa discesa nei luoghi del paesello me lo sbatte in faccia ad ogni piè sospinto ed io, oramai, credo di aver ceduto ed essermene fatto una ragione. Nessun alloro per il ritorno del Taziol Prodigo, nessun vitello grasso da accoppare per magnarselo, nessuna festa, niente.

Certo, potrei andare a ravanare nel fondo del filtro melmoso dello scarico e andare a buttare una sarda marcia alla Siusiporno per vedere cosa succede; ma se non succede niente? E se anche lei mi assestasse un sonoro due di picche? Credo che a volte sia più saggio tenersi lontani dalle delusioni, ma poi mi insaggisco ancor di più e mi dico che può anche essere interessante saperle ridimensionare e ricollocare nel loro ruolo di ininfluenti illusioni. E lungo questa saggezza plutarchica si sviluppa il ricordo di quella cula dallo spacco giallastro che mi infoia e mi spinge ad andare a sorbire nel pomeriggio un caffettino al Paradiso del Vibrione Colerico e si vedrà.

Al telefono, prima, la Ade mi dice che “al 90%” sabato sera facciamo il seratone e io le comunico che il 90% non mi basta, al che lei si secca e mi dice che per lei, invece, assicurare il 90% è già uno sforzo notevole, sicché io la sgravio dallo “sforzo notevole” e la rilasso dicendo che che sabato sera ci riteniamo liberi, lei si incazza, io pure, nessuno dice niente e ci si saluta.

E allora metto in moto il cervello e considero che avendo in mano tutta la documentazione che attendevo ed essendo in possesso di una simpatica Yaris a noleggio, se per questi giorni non imbastisco una letamaiata satanica degna di tale nome faccio prua verso il Guglielmo Marconi e mi praghizzo.

Però stavolta faccio sul serio, non da cazzone.
D’accordo che vivo nel bordelletto, d’accordo che ne sarò socio, ma io devo mettermi in regola seria e costruttiva: voglio iscrivermi ad un corso per imparare bene sia il ceco che il russo, per essere così agevolato nel 70% dell’est europeo. Voglio integrarmi in Praga come dio comanda, pensando (perché no?) di aprirmi una piccola galleria d’arte moderna, riservata ai locali e ai turisti, nella quale (perché no?) ricominciare a dipingere e ad esporre (perché no?).

E tutto questo mi tranquillizza e mi energizza, senza nulla togliere ai progetti spermatici odierni di un caffettino al paesello e di uno spompinazzo alesco al palestrello e di una bella puttana stradale per il dopocena.
Mi pare di essere ben savio, o no?

martedì 17 marzo 2015

Ho voglia di culo

Il suo. Le ficcherei dentro anche i coglioni.


Calzini blè per me, silvuplè.

Commessa carina che sei sulla quarantina, ma che sembri ancora la ragazzina fighina del liceino, ma dimmi ben bene, ma che cula perfetta c’hai? avvolta in quel pantalone color tortora che si abbina da dio alla clarchetta biscotto, con quella camiciola a fioretti pastello e il gillettino di lana punto minchiaafricana color marronglassè, che ti osservo e sei proprio fighina e quasi innocente, ma poi mi sorridi sussurrandomi “un attimo solo” e mi guardi con quegli occhi marcati dall’eyeliner scuro da cui sgocciola quel filo di troianesimo che mi impala la brocca e penso a quanti cazzi avrai visto con quelle pupille puttane che a momenti manco si vedono sotto la frangetta di quel taglio carrè fighino e ti immagino nuda, con la sorca rasata che ti tocchi guardandomi e sussurrandomi porcate blasfeme da portuale e il pilone si ingrossa che spero che tu lo veda, che mi imbullono dabbestia a pensare di affondare la faccia tra le tue chiappe odorose perché, commessa carina fighina, a quest’ora del giorno faresti godere come un cammello drogato il mio naso culattone se solo potesse infrattarsi nelle tue pliche calde  a scoprire cosa è uscito in giornata dai buchi di sotto del tuo esile corpo di porca e poi, diciamocelo, tra le dita dei piedi prigionieri di collant e clarchette, che viscido odorino paradisiaco c’avrai diodellecittàedellimmunità, minchia se sei figa, commessa carina, con quelle unghie delle mani curate che vorrei tanto mi graffiassero cattive il perineo indossando quella fede nuziale dorata, mentre ti lecchi la bocca gaudente osservando quanto godo, perché secondo me tu, commessa carina, c’hai delle porcherie luride da paura nella tua cameretta segreta delle vaccate che mi fasi tirare il boma così abbestia che se issassi la randa, anche ridotta di due mani di terzaroli, mi fermerei non prima di Sasso Marconi facendo la camionabile, strisciando la chiglia nelle scintille, che neanche Cino Ricci troverebbe le parole, puttana di quella gran troia, che mica lo sapevo che per un set di calzini mi sarei ingrifato da faticare a tenere a bada il Taziosaurus Rex, che mi manifesta insistente (con le parole sue) l’esigenza mostruosa di ano sudaticcio da rompere in due, che erano mesi, cazzodiquellamerdavigliacca, che non si svegliava così assassino e tu sculi, ignara, con quella cula da sogno e io mi sciolgo a pensare allo spacco delle tue chiappe  sudate e affanculo i calzini, ti faccio segno che torno dopo e mi rintano nel cesso dei maschi dell'Esselungaessepià a sbragagnarmi la fava sinchè non intonaco il muro di sborra, emettendo un urlo da alce garrotato e stasera, diocane, o ben che l’Ade o ben che l’Ale o ben che meglio che tutte e due, sporche e sudicie e pronte all’uso del Taziosaurus cannibale, che qui o si fa su la maiala o si muore.
Bonsuar.

domenica 15 marzo 2015

Considerando

Che io ormai l’ho capita ben che bene la fazenda con le mie due fidanzate eh, che una “c’ha da fare” tutto il giorno e anche tutte le sere con la sua “organizzazione eventi” che “cicci è il mio lavoro, ma ti presto la macchina se vuoi che me non mi serve” e quell’altra invece che ogni sera c’ha ‘na favola nuova da raccontarmi, ma che invece se di giorno mi presentassi alla palestra dell’ardimento in qualsiasi momento, si troverebbe ben che sempre quella mezz’oretta in cui farsi scanalare la cerbiatta pornopelosa nell’ufficetto chiuso a chiave.

C’è ben il suo bel poco da fare: il passato passa e solo gli stolti ignari presuntuosi come me pensano che, se lasciano e se ne vanno, quando tornano trovano la fila a leccargli i coglioni, perchè la vita è questa qui: il Max che si sposa mandandomi le partecipazioni, il Lumbe che c’ha un filarino fresco fresco su cui lavora solerte a piene mani inesperte, quello che se ne è andato, quella che cazzo ne so, facce nuove, bar rifatti, facce che non conosco che mi salutano, facce che conosco che non mi salutano, la vita è un fiume che si muove e tu o sei pesce di quel fiume oppure, se esci a fare il figo nel fiume di là, quando torni è un “vemò chi ghè, ciao ciao, come stai, è da una vita” e vaffanculo.

Tratto e negozio nella lurida notte con la puttana slovacca che batte laggiù e dò sfoggio di ceco che lei ride che s’ammazza, un po’ perchè essendo slovacca sarebbe la fighetta che parla un po’ diverso di suo che attizza i cechi, un po’ perchè le quattro cagate che dico devono averci la cadenza di Stanlio e, in un negoziato, Stanlio non è mica il più autorevole conduttore, ma alla fine lei ride, le sono simpatico e le piaccio e così ci troviamo la quadra e entriamo nel sedile di dietro, fameliche bestie, a ficcare tutti nudi come animali, senza preservativo, sulla bella pelle preziosa della macchina della Ade e ti devo dire, cara la mia SloVacca, che io son un gran bell’esperto di troie, e te mi puoi raccontare tutti i muggiti della vecchia fattoria per prendermi per il culo, ma se sbatti sul mio grembo rumorosa, cercandomi con le mani le mie mani e d’improvviso ti muovi sinuosa che sei uno spettacolo e mi bagni i coglioni beh, mia SloVacca, vuol dire che stai godendo maiala al midollo e se mentre ti sento godere ti slappo in bocca la lingua e mi vai in apnea con la tua serpentella che guizza nella mia, facendo blasfema e sacrilega eccezione al mandato sovrano della troia che dice “mai slinguare col cliente!”, vuol proprio dire che ‘sta tronca di minchia ti piace da pazzi così come il suo possessore e portatore sano e allora sudiamo e grugniamo, bella troia stradale, che ti faccio vibrare il bel corpicino pulitissimo liscio e inodore, inodore anche quando sudi lucida sui fianchi e bagnata sotto le braccia e dopo un’oretta che mi dedico e ti curo che di più non sono capace, ti sento che parti e dimeni il bacino sguaiata ed ipnotica, venendo in un urlo ansimato e io ti ci sborro di dentro a torrenti schizzanti, componendo con te un coretto animale che ci infoia abbestia selvaggia e mi sento ingrifato come un dio bestia cannibale e poi ci puliamo i liquidi sozzi e chiacchieriamo leggeri e ci baciamo dolcissimi da adolescenti al fioretto di maggio e poi me ne torno a casa a schiantarmi nudo sul futon, docciato e profumato e penso.

Penso che lunedì il commercialista e l’avvocato mi danno risposte e che se c’ho i documenti che aspetto monto al più presto sull’aeroplano e volo a Praga, che cazzo me ne frega. Torno a perfezionare il ceco e a rimirare sculettanti chiappe nude usufruibili senza permesso che mi deambulano a una spanna dal cazzo, nel piccolo bordello situato nella vecchia e romantica Praga infernale, bordelletto romantico popolato di troie rumene, moldave e ungheresi che fan finta di essere ceche per i polli italiani che, alla fine delle loro tristi monte, si proiettano rumorosi nel ristorante incorporato a mangiare i rigatoni al ragù e a dormire a grappolini nelle apposite camerette e la domenica sera ripartono felici per tornare a casa tronfi dell’aver annusato sorche esotiche, che così il lunedì mattina possono far la teatrinata al collega maritato, nell’ufficetto meschino, facendo i gran trombeur e la vita, vualà, chiude il cerchio del fiume anche per loro e a me resta solo l’amore del Costafrate, col quale ancora divido avventure d’affari sballate e col quale, ancora, è sensuale strusciarci puttane pornografiche,  leccandoci avidi i genitali rasati e l’intenso sudore da uomo, penetrandoci da veri maschi i corpi eccitati, in gran segreto, in una delle stanzetta del bordelletto umido ma onesto.

Va ammesso, amisgi che un tempo numerossi mi seguivate da cassa, che a tutto c’è una fine e un inizio nuovo e va detto, Viaggiatore, che vorrei anche io aver da scrivere (e forse ancor prima da vivere) stralci della provincia inzaccherata di marchese, piscia, sborra, merda e tortellini, ma temo che da quando l’ho lasciata, questa maiala di merda della provincia busona mi abbia cancellato, evolvendo (?) senza di me, offesa e stizzita dal mio osare di abbandonarla e allora mi accontento dei soldi che c’ho (e son tanti stavolta, ma tanti tanti e non resisto dal farci lo sborone dopo tanta miseria vigliacca) e col rimpianto di pelle negra africana sudata che difficilissimamente riuscirò a tornare a leccare (anche se quello è il mio sogno di vita) mi stabilirò per un pochino a est, dove il sesso consumabile la fa da padrone e mi consente di ficcare la minchia d'amblè in corpi anonimi, sfregando in mucose straniere la mia voglia patologica di fica e di orgasmo, perchè è così che va, non c’è niente da fare, mio bel Viaggiatore piemontese raffinato che mi mandi in delirio culattone solo a guardarti il solco della schiena.

Per un po’ sarò un pendolare d’affari con l’affare che pendola, che in bizclass si sposta da là a qua e da qua a là, grufolando suino tra i perizomi macchiati di erotica suga bianca sgocciolata dalle fiche di vacca delle giovani odalische campagnole che si danno per soldi in città, ma si danno anche anche per amor del cazzo e del chiavare (va detto per onestà, amisgi) e poi mi concentrerò ad approfondire se val proprio la pena di indagare su Alina e la mia pseudo paternità moscovita, che se ho proprio voglia di mettere al mondo dei piccoli Tazi o delle piccole Tazie c’ho la fila rumenomoldavaucrainarussacecaslovacca
 che non aspetta altro, perchè qui nel paese dei Farlocchi di tutto quello che non c’ho bisogno ce n’è da riempire i fossi e di quel che, invece, c’avrei bisogno non se ne vede traccia da mò e così io, Tazio Tazietti della famiglia Randelli Manganellati della Cappella, ho decretato solenne, stanotte, che la bottega è chiusa, stop, fine, cessata attività di ricerca del sentimento e dell’amore perchè mi sono sfracellato i coglioni dei miei sentimenti e delle mie attese che, amisgi, vengono regolarmente avvolti nel sacchettino e mollati civilmente nell’apposito cestino, perchè si prega la gentile clientela di non gettare nel cesso niente che non sia piscia o merda.

E così nei prossimi prendo appena posso e parto, vado nel clima più freddino, ma tanto nel bordelletto paradisiaco è caldo e le giovani puttanazze sculano nude e posso stare nudo anche io, che noi la primavera e l’estate ce la comperiamo o ce la facciamo in casa, così come l’amore, la pasta al ragù, le fidanzate e i fidanzati, che noi nel bordello non ci manca niente, nemmeno l’erbetta spinelluccia o robette più sofisticate, che di quel che voglio le sculanti schiavette non esitano a prodigarsi per darmi e vado a vivere nel limbo dei dannati, dannati e felici, capendo sempre più intensamente la Milly e mangiandomi il fegato ed il pancreas di non riuscire più a rintracciarla, perchè di tutto questo vomito assurdo quel che rimpiango di non aver approfondito di più (e per cui oggi mi ci mangerei il capitale che ammucchio come un criceto cocainomane) è lo stile, l’eleganza, la spietata crudeltà erotica di quella Donna Sublime che chissà dov’è e chissà che fa.

E scrivo e mi tira il cazzo, mi tira da far male, pensando alla Milly e ai suoi fetidi piedi divini, ai culi nudi che ondeggiano anche adesso a Praghemilia, all’odore di pelle nuda, al sapore del cazzo del Costa, al bruciore nel culo dopo essermi fatto sbattere da gruppi di anonimi maschi in una notte di meravigliosa orgia culattona sfogandomi come la troiona in calore che sono e mi chiedo, porcoddio, quanto cazzo vivrò ancora in questo mondo dimmerda, quanto tempo ancora dovrò sopravvivere a questa continua sollecitazione dell’incompiuto e dell’insoddisfatto, mischiando l’ansimare di godimento a quello della fatica di esistere senza dare nulla al mondo e senza variare di un millimetro il suo scorrere lento, che tanto scorrerebbe lento lo stesso e penso alla mia sempre amatissima ex moglie Vale e a quel suo modo troiesco di rientrare a casa togliendosi le mutande, accendendo una Marlboro e asciugandosi rapida un bourbon mentre si preparava la doccia, che chissà di quante sborrate secche era coperta, quella ninfomane maligna puttana e troia e divinamente crudele madonna dei cazzi, e a pensarla mi scappello e rincappello furioso, scrivendovi, con le mani bagnate di gocce limpide, voglioso di scoparvi tutti e tutte, ficcando, sbattendo, inculandovi fino a farvi schizzare piscia dalla pressione, immaginando poi le vostre mani che servono la cena e voi con quel dolorino nel retto che vi inarca appena la bocca in un sozzo sorriso al ricordo della Bestia Sovrana che vi ha montato con furia satanica, che non ne ha mai abbastanza, che non è mai appagato, che non è mai felice e che non è mai sazio, ma che rimane suo malgrado immutatamente Tazio.

Vi amo.